Archivio per la categoria ‘buràn’

A tavolaaaaaaa, è pronto. A tavolaaaaaa.

febbraio 18, 2008

A un dato momento ci siamo detti che sì, il prodotto ci sembrava buono.

Ma chi eravamo noi, chi eravamo veramente, per poterlo valutare ed essere credibili?

Così lo abbiamo mandato in un laboratorio di analisi, che ci ha confermato il tutto.

Possiamo dunque affermare, con orgoglio e sicurezza, che Buràn, consumato secondo corrette modalità, è considerato un alimento bilanciato, completo, privo di effetti collaterali.

Compatibile con  tutte le latitudini e i regimi alimentari, assicura un senso di sazietà che può durare fino a diverse settimane e favorisce il quotidiano transito cerebrale.

Da studi effettuati in doppio cieco, risulta adatto anche a diabetici, intolleranti al glutine, al lattosio, alle illusioni, alle speranze e alle false promesse.

In piccoli quantitativi può essere indicato per lo svezzamento dei lettori neonati: in quel caso verrà somministrato in cucchiaiate giornaliere subito dopo i pasti.

La pratica versione monodose scaricabile vi consentirà di avere sempre a portata di mano la razione necessaria per uno spuntino a tutte le ore.

Non lasciatevi spaventare da racconti che vi appaiono troppo lunghi: sono altamente digeribili e non stucchevoli al palato.

Ci preme tuttavia precisare, in nome della responsabilità del produttore, che Buràn non è un prodotto light:  un eventuale abuso o un impiego non corretto può provocare attività neuronali ed emotive incontrollate che tuttavia nelle ore tendono spontaneamente alla normalizzazione.

Vogliamo altresì precisare che Buràn è prodotto selezionando le migliori materie prime, sottoposto a rigorosi controlli di laboratorio, non effettua test sugli animali, non impiega bambini nei processi lavorativi,  non produce imballaggi con effetti negativi sull’ambiente e favorisce la globalizzazione buona.

E per finire, da questo numero l’esimio nutrizionista dr. Fuoridaidenti – mai nome fu più adatto – l’ha reso disponibile anche in versione liquida, validata dalla Literary Food and Drug del Web, per palati esigenti e raffinati e perché anche l’occhio vuole la sua parte.

Adesso basta chiacchiere: Buràn n. 4  – Il Cibo – è in tavola…oops…on line.

(Avvertenze per il consumatore: per un corretto stile di vita è opportuno abbinare una sana alimentazione alla giusta dose di attività fisica. Buràn fa’ del suo meglio. Tu però dopo averlo letto spegni il pc, vai al parco, a passeggio, a ballare, jésce, arrubba, tuocca ‘e femmene).

Count down

febbraio 14, 2008

Il precedente numero di Buràn – quello sul conflitto – ci aveva stancato molto, per l’intensità emotiva. Non sono solo quella trentina di racconti, ma  la massa di quelli cercati e letti per arrivare a questi trenta.

Su questo numero, quello che uscirà a giorni, pensavamo che ci saremmo rilassati, data la maggiore leggerezza del tema.

Macché.

E’ che questa volta gli autori si sono scatenati nei convenevoli e nel social network. Decine e decine di mail, questa volta anche con gli autori delle foto.

Perché una volta effettuata la selezione, chiediamo i permessi, e ogni volta tocca spiegare perché e per come. E ogni volta io vorrei fare dei copia e incolla, ma poi non ce la faccio, e a ognuno scrivo qualcosa di personalizzato.

In questo numero c’è gente pazzesca, c’è gente che si conosceva tra loro anche prima di trovarsi insieme su Buràn, al di là degli oceani. C’è gente che da sperdute, glaciali e remote province del mondo mi scrive in un italiano perfetto, appreso chissà dove e perché e mi racconta di pezzi di vita, inverni freddi, traslochi e famiglia lontana. C’è gente che racconta della sua estate a Capri, del suo inverno a Pompei, di quella volta che.

C’è gente.

Ecco, è questo.

C’è un sacco di gente. C’è un reticolo stretto che è insieme contenimento e prigione. Che la rete non è infinita, e per quanto lontano tu pensi di arrivare, trovi sempre uno che è amico di un amico tuo e al quale in qualche modo – tuo malgrado – risulti legata.

Non mi sbagliavo, quando giorni fa scrivevo che siamo tutti qui, affacciati su questo pianerottolo di esistenza.

Ed è per questo che ultimamente sono molto più silenziosa.

Mi perdo in serate di ballo mute, totalmente mute. Nelle quali non voglio sapere nulla, nemmeno il nome dei miei compagni. Come se cercassi angoli depurati dalla parola, dallo scambio verbale, abitati solo da gesti e movimenti, privi di interazione sonora.

Sei timida?, mi ha chiesto uno qualche sera fa.

Sono quello che vuoi tu, basta che non chiacchieriamo e balliamo. Che sono piena di parole, delle parole di tutto il mondo.

Sono piena di parole, in un momento in cui le parole non mi servono a niente.

Waiting for Buràn

gennaio 11, 2008

Dietro le quinte si lavora.

Stiamo costruendo lentamente i prossimi due numeri di Buràn, nelle forme e nei contenuti.

Stiamo fibrillando, per questo e quello.

Il buon Calma ha fatto questa cosa incredibile, che io non so ripetere tecnicamente, però mi pare assai bella.

Gli altri sono impegnati nelle traduzioni, nella ricerca delle debite autorizzazioni a pubblicare, nello svelare i misteri di termini ed espressioni incomprensibili, nell’editing e nelle revisioni.

Adoro il modo in cui si costruisce questa rete, adoro il modo in cui scopri che l’autrice di uno dei racconti selezionati, una nepalese, è una regista, lavora come membro dell’ UNDP per riformulare le linee guida della Giustizia nel suo Paese e lottare per l’uso di Internet come veicolo di informazione per la tutela dei diritti umani, e di fronte a una richiesta di spiegazione su un’espressione idiomatica intraducibile, non solo ti offre la piena disponibilità, ma ti mette in copia ad italiani amici suoi che vivono a New York, dove si occupano di ricerca linguistica in chissà che università.

Nessuna autoreferenza, nessun farsi grandi alle spalle d’altri.

Vi volevo solo dire quant’è bello.

Venti di guerra

ottobre 1, 2007

C’era la guerra, e tutti ne eravamo presi,

e ormai sapevo che avrebbe deciso delle nostre vite.

Della mia vita; e non sapevo come. (Italo Calvino)

 

Duro, questo numero di Buràn. Duro e bellissimo.

Duro fin dall’inizio, per il tema scelto, per la fatica di leggere, selezionare e tradurre tanti, tantissimi pezzi. Perché di fiction c’è poco, perché queste storie narrano di territori minati e contengono pezzi di vite che assomigliano ad altre vite che ho incontrato e mi sono care, che si muovono lungo confini di guerre talvolta non dichiarate, al bordo di un crepaccio dove anche una parola può essere di troppo.

Duro ed esaltante a un tempo, giacché ci è capitato di imbatterci casualmente in racconti di enorme spessore letterario, di cui abbiamo poi saputo essere vincitori di premi e già in pubblicazione altrove.

E sapere che altri, prima di noi, insieme a noi, hanno posato il loro sguardo sugli stessi brani, scegliendoli, valorizzandoli, conferma che la materia, la sostanza non possono essere confutate: balzano all’attenzione, si impongono. Conferma che non tutto può essere eluso, che esiste un nucleo solido che va ben oltre la fascinazione della parola.

Voglio dirti che devi aver pazienza, con questo numero di Buràn. Andarci piano, lasciartelo scorrere dentro, permettere che ti riapra delle ferite, lasciarti gonfiare come un fiume e non aver paura del passato e dei morti. Sentire il peso dell’acqua, come Zara, e poi lasciarla fluire.

Sentire il peso dell’acqua, come Rybka, e lasciarti fluire. Accada quel che accada.

Devi provare a restare sveglio con una mano alla gola, come se ti strangolassero, per sentire gli incubi di Tichafa penetrarti fin nell’ultima fibra e capire come e quando il male si annida, talvolta per non lasciarti mai più. E subito dopo correre avanti, correre a perdifiato, e ritrovarti libero di costruire altro. Attraversare le campagne cambogiane e stazioni morte e pianti di bambini.

Voglio che provi a valicare le frontiere messicane, dove i contrabbandieri si arricchiscono sulle spalle della povera gente e una volta arrivato in Canada, che ti segga anche tu al tavolino di un caffè per ascoltare il rimorso di Honorio.

E voglio ancora che tu sappia com’è, com’è terribile sognare le farfalle.

Lo so che questo numero non ti farà sorridere, ti farà ricordare tutti quei sogni strani che qualche volta ti hanno accompagnato, così reali da farti temere al risveglio che potessero essere veri e spesso lo erano.

Sveglierà le lumache che dormono nella tua testa e di tanto in tanto ti producono quei rumori di sottofondo.

Ti accompagnerà nella quotidianità di città che sopravvivono sotto le bombe, incuranti del frastuono, dove a quindici anni si è già vecchi. Dove tutto diventa incredibilmente naturale, anche la perdita. Anche la dimenticanza di sé.

Ti offrirà il dubbio, il sospetto che non siamo davvero niente, pallido scherzo nelle mani di una Creazione insensata, la posta in gioco di una scommessa di cui non siamo mai stati informati.

Vorrei che lo leggessi davvero tutto, questo numero.

Così come noi lo abbiamo letto e messo in piedi per te.

E vorrei che arrivato alla fine ti sedessi un po’ vicino a chi ami. Lo abbracciassi. Anche in silenzio.

Che in mezzo a tutta questa guerra non sappiamo quanto tempo ci resta, e nemmeno possiamo indovinarlo.

buran

Di parole altrui

maggio 8, 2007

La creatura è cresciuta.

Così tanto che abbiamo dovuto rifarle il vestitino. In quello di prima non ci si muoveva più, le tirava sulle spalle, sulle gambe, le scopriva caviglie e polsi.

Abbiamo raccolto suggerimenti, consigli, indicazioni.

Le abbiamo dedicato cure e attenzioni, di giorno e di notte. Proprio come si addice a chi amiamo e alle passioni.

Adesso mi pare bellissima.

Questa volta si parla di città, di città vere. Di luoghi in cui accade qualcosa.

O dove non accade.

Perché, come sappiamo, la città è sempre altrove. La città è sempre in qualche modo immaginata, sovrapposta, capovolta.

In questo numero ci sono storie un po’ più lunghe, ma vale la pena leggerle. Alcune molto divertenti, altre semplicemente belle.

So che non dovrei fare preferenze e dire che per me sono tutte uguali.

Eppure ieri sera, cercando di rileggere un po’ tutto,  mi sono soffermata a lungo sul nostro argentino. Il suo racconto l’ho letto mesi e mesi fa, riletto, editato, corretto, riletto ancora.

E ancora stanotte, scoprendomi con le lacrime davanti allo schermo.

Ma forse no, stanotte non era colpa sua.

E’ proprio così che sono fatte le parole, hanno una radice sotterranea e rigonfia. Possono connettersi tra loro in un punto qualsiasi, senza che esista un disegno predeterminato.

Cozzare tra loro e rimandare ad altro, produrre piccoli esplosioni, scavare fino a scoprire le ossa, fino a rivelare il vuoto.

Ne parliamo ancora, sì.

Ne parliamo da vicino, però.

 

Ci vediamo sabato, a Torino.

Proviamo insieme a capire cos’è Buràn, da dove viene, dove va. Cosa potrebbe diventare da grande e perché.

Forse avrò un vestito a fiori.

Dipende.

 

Vi lascio in buona compagnia. Con le parole degli altri.

Le mie riposano, un po’ indolenzite.

Dummi', 'e figlie so' tutte eguale…

gennaio 8, 2007

Non mi dite che non  avete sentito niente,  che avete continuato a dormire come se niente fosse.

Che qua tutta la notte è stato un andirivieni continuo: medici, infermiere, ostetriche, flebo, ossitocina a palate.

Il tocografo registrava contrazioni sempre più intense e  ravvicinate, fino a che l’urlo: è nata, è nata.

E fin lì tutto bene, la creatura era viva e vegeta, una lieve patina di ittero, ma nella norma, apgar nove.

Il problema è stato dopo, al momento della registrazione all’anagrafe.

Chi è il padre?, e una serie di coppie d’occhi e dita levate: io, io, io, io.

L’addetto ha perso immediatamente la pazienza: signora, visto che lei è la madre, la prego di definirmi le generalità del padre.

Ma io subito ho precisato che non ero affatto la madre,  ma solo una specie di coso, di incubatore, di utero in affitto.

L’addetto si è spazientito ulteriormente: vabbè, non mi interessano i fatti vostri, ma qua occorrono un padre e una madre. O la volete disconoscere all’istante?

Noooo, ma che disconoscere, quella è figlia nostra. Diciamo che è stato il frutto di…

Del peccato?, ha chiesto l’addetto.

Noooo, ma che peccato e peccato! Di….

Di un errore di gioventù, un’improbabile leggerezza?

Nooo, ma quale errore di gioventù, uffà.

Di un adulterio?

Eh, una specie. Diciamo che è stato il frutto di un’inseminazione culturale, ecco.

L’addetto si è innervosito ancora di più: per piacere, a me queste schifezze che fate voi giovani d’oggi non mi interessano. Ditemi solo io mo’ qua che ci devo scrivere.

Nome: Buràn

Cognome: sconosciuto

Nata: l’8 gennaio 2007

Peso alla nascita: un tot di mega-byte

Altezza: un migliaio di pixel

Die di….?

Uffà, ma come siete noioso:  di questi qua che vedete e anche di certi altri e certe altre che oggi non sono potuti venire.

L’addetto ha scosso la testa e ha imboccato il corridoio. Da lontano lo sentivamo borbottare: so’ cose ‘e pazze…poi dice che uno si butta a destra, poi dice.

Se la volete vedere sta qua, un poco sofferta a causa del giro di link che teneva intorno al collo.

Ma guardate quant’è bella.

Tutta suo padre, tutta suo padre.

Come? Chi è il padre?

Mai! Nemmeno in punto di morte ve lo dirò!

Finalmente on-line il primo numero di Buràn, ancora un poco ammaccatello e frastornato.

Non lasciare che resti figlio unico, collabora all’inseminazione del secondo numero: redazione[at]buran.it

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Una lunga postilla al post:

 

io credo che il raggiungimento di un obiettivo sia bello quando riesce a riassumere e contenere anche pezzi di vita precedente, quando diventa somma ed espressione di molte esperienze, di desideri coltivati a lungo e cose mai raccontate.

In questi giorni buranici mi sono venute in mente alcune cose.

I miei esami di quinta elementare, ad esempio. Avevo il morbillo e così la commissione si presentò a casa e mi isolarono in una stanza. Il tema era: il più bel giorno della mia vita, e scrissi una lunga storia inventata di viaggi e avventure. Erano gli anni della guerra in Angola e io avevo un atlante fotografico sul quale sognavo il Taj Mahal e i templi di Angkor Vat. Raccontavo di popoli e usanze come fossero stati i miei vicini di casa. Io da bambina sognavo di fare l’esploratrice. Non sapevo ancora che i mondi interiori hanno più varietà e paesaggi e alture di quelli esteriori.

Dissero che era bello, ma fuori tema. Avrei dovuto scrivere di prime comunioni e cose così.

In quarto ginnasio ero un’adolescente timida, venivo da una media tutta femminile. Ero paffutella e impacciata. Così inventai il blog e la rete relazionale. Ma siccome non lo sapevo cos’era un blog, inventai una cosa senza nome.

Presi un quaderno, il primo giorno di scuola, e nelle prime due pagine scrissi una breve presentazione di me e poi lo passai in giro a tutta la classe, perché scrivessero di loro. La professoressa di italiano si arrabbiò, disse che queste cose si facevano fuori dalla scuola. Allora io presi un altro quaderno e iniziai a riscrivere i Promessi Sposi, sostituendo ai personaggi tutti quelli della scuola, preside e bidelli inclusi. Il quaderno girava allo stesso modo. Per ogni capitolo, i lettori lasciavano commenti, ribaltavano, suggerivano. Poi mi vietarono pure quello.

A diciassette anni arrivò una professoressa di italiano nuova.

Io non facevo i temi di letteratura, mai. Trovavo irritante stare lì a ripetere frasi e valutazioni altrui, né avevo la capacità di far critica letteraria autonoma.

Mi piacevano invece quelli in cui ti davano una frase o un testo da commentare e si poteva andare oltre, oltrissimo.

Quell’anno presi per la prima volta un due in italiano, a uno scritto, e piansi di rabbia.

Questo è un liceo, disse l’insegnante. Lei è tenuta a studiare, come tutti gli altri, e a rispondere alle interrogazioni. Io la punisco.

Anche in greco prendevo sistematici tre, ma con grandissime soddisfazioni.

L’’insegnante entrava e si accomodava, poi diceva: vi ho portato le versioni corrette. Ascoltate questa: è così che dovreste rendere i significati, è questo genere di sfumature che vorrei.

Poi leggeva ad alta voce.

La prima volta mi sono gongolata. Alla fine della lettura ho detto: è la mia, che voto ho avuto?

Tre meno meno.

Sbigottimento.

E’ che lei non ha capito nulla del testo, lo ha travisato completamente. Il senso è tutt’altro, ma lo ha raccontato in un modo così bello che meriterebbe dieci. Lei non traduce: lei inventa.

Un blog o una rivista che traduce blog è la rivalsa contro il tentativo di sterminio della fantasia e dell’inventiva, che viene sistematicamente perpetrato dall’alto.

Forse questa – più di ogni altra cosa – è l’essenza di ciò che Effe chiama “le scritture invisibili”, quelle che non avrebbero mai avuto voce in contesti istituzionalizzati.

 

Non senti? E' un vento che spira da lontano…

agosto 31, 2006

Come  già  l’anno  scorso,  in settembre,  questo  blog  osserva una  sorta  di ramadan del verbo.

Le ragioni sono varie e diverse.

La ripresa, innanzitutto, con tempi lavorativi stringenti e impegni familiari.

Poi il resto. Perché settembre è un mese delicato, che richiede cautela e morbidezza.

Quest’anno ci vogliamo mettere anche l’impegno per questa creaturella che vogliamo far nascere, quella di cui si era data anticipazione da me e da Herzog nello scorso luglio.

Nel retrobottega si lavora alacremente, ci si confronta, si offrono spunti e suggerimenti: è una cosa alla quale teniamo molto, non per ragioni di visibilità o narcisismo, ma perché la sentiamo dentro, veramente.

E nemmeno – per quanto mi riguarda – per la quantità e la qualità di parole che si andranno a pescare in giro per il mondo, ma per la scoperta delle sensibilità che le muoveranno.

Non  è,  come  ha  sostenuto qualcuno,  un tentativo di esterofilia, e neppure una ripresa  del  mito del  bon sauvage. E’ solo che ci piace assai. E sappiamo anche  che  un lavoro fatto insieme,  che porti a un  risultato visibile, alla fine entusiasma  tutti  quelli  che hanno offerto  il loro contributo. Perché qua non si tratta  di cambiare  il mondo  o fare  chissà  quali opere straordinarie: sono piccoli arricchimenti personali.

Quando uno chiede: ma che bisogno c’è?, a me viene da rispondere: nessuno, davvero.

Come  non  c’è bisogno di  vedere  un  nuovo film, né di insegnare a ventidue studenti universitari le basi dell’ungherese, né di moltissime altre cose.

Nei prossimi giorni metteremo su la veste grafica, daremo un primo abbozzo di indice, di programmazione.

Occorre moltissima collaborazione, per i compiti più svariati.

Magari riuscendo a coordinarla bene, riusciamo prima e meglio nell’intento.

L’idea ormai la conoscete, i contatti  ce li avete.

Qui si comincia.


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