Archivio per la categoria ‘chi tène o mare’

La lingua batte dove il dente vuole

gennaio 11, 2007

L’antefatto  è  che una  mattina  di un  paio di anni fa mi trovo nella cassetta della posta un delizioso opuscoletto, accompagnato da una lettera a firma del Sindaco, con il quale mi si informa che il mio quartiere rientra nel progetto Urban II, segnatamente sotto il dettato della misura 3.

Il mio quartiere è una parola grossa: in realtà vivo in una frazione rurale alla periferia di una città di provincia. Una zona che ormai è totalmente agglomerata al centro urbano ma consta di quattro strade, una piazzetta, un tot di case sgarrupate e il parco in cui abito io, che pur essendo moderno, è stato edificato su una vecchia cava di tufo e dunque sottoposto a un lento ma inesorabile sprofondo.

Gli assi portanti della misura 3 sono l’accesso al lavoro per la popolazione femminile, la creazione di infrastrutture e l’integrazione degli immigrati.

Grazie alle case sgarrupatissime, i cui affitti sono ancora abbordabili, qui intorno è pieno di senegalesi. Solo uomini, si badi bene, giacché l’immigrazione clandestina ha canali e rotte diverse. In città abbiamo senegalesi e qualche nigeriano, mentre le donne, prevalentemente nigeriane, vengono reclutate altrove e portate nella zona di Mondragone, dove esercitano il mestiere più antico del mondo.

Così mi leggevo questa misura 3 e concludevo che il senso forse era “infrastrutture + accesso femminile al lavoro + africani = contributo comunitario all’apertura di un bordello”. Ho scritto al Sindaco per avere maggiori informazioni, ma non mi ha mai risposto.

Grazie al progetto Urban, che al momento autorizza a fare del mio quartiere un degrado totale, un cantiere aperto permanentemente, una discarica a cielo aperto in attesa di provvedimenti regionali,  nella strada di fianco alla mia stanno rivalutando un’immensa area ex-industriale, una cosa davvero bellissima: sorgeranno lì il campus universitario, il nuovo policlinico, sarà creata un linea metropolitana ultraleggera. Insomma, un progetto enorme, grazie al quale tra cinque anni, se nel frattempo la mia casa non sarà sprofondata, potrò rivenderla e comprarmi un casale in campagna.

Chi è il costruttore che sta realizzando, a seguito di gara d’appalto, questa meraviglia?

Un certo signor C., che a voi non dice nulla, a meno che non abbiate visto l’Imbalsamatore.

Quel villaggio una volta residenziale e oggi  spettrale sulla via Domiziana, i cui edifici sono stati recentemente abbattuti per aver devastato un ecosistema con il consenso di un’intera generazione di politici. Sì, proprio lui.

In questa tranquilla città di provincia non succede mai niente. Per una sorta di patto implicito, di pax camorrista, non ci sono mai morti ammazzati, mai stupri, mai proiettili vaganti, lo scippo già basta a far scalpore,  mai nulla di tutto ciò che  quotidianamente porta questa stessa Provincia alla ribalta delle cronache. Poco importa che i protagonisti della riqualificazione urbana siano gli stessi che si trovano implicati in affiliazioni, vendette trasversali e cose simili: qui la facciata è pulita, decorosa.

Siamo una cittadina di ricchi professionisti. Un tempo non avevamo il cinema, ma oggi ci sono le multisala. Abbiamo due teatri, l’università, il Rotary e i Lions, un vescovo schierato e sempre in prima linea, attive comunità di pensatori, un tentativo di cultura esterofila che si esercita attraverso la creazione di cineforum, associazioni che promuovono questo e quello, mercati solidali, buddisti zen, corsi di danze mediterranee, contatti con la Palestina e chi più ne ha più ne metta.

In questa tranquilla città di provincia, dove il massimo della libidine è vedere una vestita da Befana nel centro storico, io stamattina ho impiegato un’ora per il micro tragitto casa-scuola-stazione.

Sembrava una città in assetto di guerra: forze dell’ordine a centinaia, betoniere a mettere pezze nell’asfalto, squadre intente a rifare tutta la segnaletica, fioristi a mettere fioriere dovunque, ruspe a caricarsi secoli di spazzatura, con annessa camionetta di benzina per dar fuoco ai prati ormai marci e maleodoranti.

D’altronde ricevere tutti i ministri non è cosa da poco, mica capita tutti i giorni.

Si faranno l’idea che non siamo poi messi così male, che abbiamo una cittadina pulita, ordinata e ospitale.

Il traffico? Ma quando mai! Le immondizie? Macché, è la tv che ingigantisce tutto.

La disoccupazione? E dove la vedete, stamattina ognuno tiene qualcosa da fare.

Sotto casa mia i soliti cumuli, il parcheggio selvaggio, un casino indicibile.

Ma noi siamo lontanissimi dalla Reggia, almeno un chilometro. Noi siamo quelli del Progetto Urban.

E allora tienilo, tienilo a mente, chi è ‘o bbuono e chi ‘o mmalamente

novembre 2, 2006

Il problema  dell’esercito a Napoli è il problema della liquefazione dei valori, né più né meno.

Con qualche aggravante, indubbiamente. Con una coloritura spiccatamente territoriale. Ma in sostanza è quello.

Esistono molteplici livelli, in tutti noi.

Da dipendente pubblica pago tutte le tasse ed esigo le ricevute fiscali da medici, negozianti e tassisti. La ragazza che lavora in casa mia ha un contratto, la tredicesima, l’INPS e tutto quanto.

Però poi sono costretta a pagare il parcheggiatore abusivo. Una volta addirittura per farmi scassinare la macchina senza grossi danni, visto che nel mio tentativo di opposizione, mi sono stizzita e ho chiuso le chiavi dentro. Invece di un euro gliene ho dovuto dare venti, in piena notte.

I mezzi pubblici? Sì, sì, ci sono, ma non sempre si può perdere mezz’ora ad aspettare un bus. Non sempre, nella calura di agosto, si resiste all’afrore, alle mani che ti percorrono il corpo, ai tentativi di borseggio.

E sono anche costretta, in ragione dell’esiguità dei nostri  stipendi, a comprare scarpe e vestiti ai mercatini, dove la provenienza della merce è dubbia.

Non ho alternative.

Ah sì, una c’è: questa città pullula di negozietti di scarpe e vestitini locali, di materiale sintetico, per lo più. Quelli che fanno sudare le ascelle e puzzano, per intenderci.

L’area vesuviana è polo produttivo. Ogni porta, ogni piano, ogni scantinato ospita una fabbrichetta, dove si accalcano cinesi e italiani, malpagati e senza assicurazione. Ovviamente l’intero territorio è controllato dalla camorra, fabbricanti e commercianti.

Io e mio padre, gli scemi del villaggio globale, differenziamo tutti i rifiuti, con una precisione che rasenta l’ossessione.

Ma i cassonetti sono pieni.

Quando non sono pieni, le immondizie vengono comunque ammassate e depositate a formare enormi, fumanti montagne.

Abito a trenta chilometri dal mare, ma la mattina il mio cielo è pieno di gabbiani che vengono a mangiare a un chilometro da casa mia. In base al soffiare dei venti, decido quali finestre aprire per quel giorno: un’apertura casuale riempie la casa di miasmi.

Una quota della mia retribuzione copre la scuola privata di mia figlia. In città c’è una sola scuola a tempo pieno e non siamo entrate in graduatoria. Abbiamo fatto anche un ricorso, ma la risposta arriverà quando la piccola frequenterà le scuole medie.

No, è vero, ce n’era un’altra, in una zona popolare: ma per tre mesi è stata chiusa perché i bambini avevano dato fuoco ad aule, banchi e registri.

L’altro giorno, mentre facevo la Presidentessa del seggio delle elezioni scolastiche, si è presentato un papà che aveva un viso conosciuto, eppure con qualcosa di strano.

Poi un flash improvviso: ho tredici anni e cammino per la strada. Due ragazzi mi si affiancano in motorino, uno mi bacia, mi addossa a un muro e mi palpa dovunque, io urlo e scappano.

Cinque anni dopo lo prendono per spaccio, poi altri piccoli reati. Poi si fa un po’ di tempo dentro.

Poi mette incinta una tizia, figlia di un boss, e la sposa.

Oggi è bellissimo, si è fatto una plastica facciale, corsi di dizione. Fa l’attore.

Lo si è visto in quel serial, La squadra, ma fa sempre la parte del malamente. Con le figlie dalle suore. Bellissime bambine, beneducate e rispettose della Superiora.

Siamo proprietari di un immobile di un certo valore, al centro della città, ma non possiamo venderlo.

Le agenzie immobiliari sentono il nome dell’affittuario e abbozzano un sorrisetto, piazzano un’inutile inserzione in vetrina. Nessuno oserà farne richiesta fino a quando l’affittuario non lo permetterà. Ma è tutto regolare: canone di locazione coerente con i prezzi di mercato e tassazione precisa.

Lavoro accanto a quelli dello scamazzo, tutti i giorni, ma non ci piangiamo addosso. L’agronomo ha chiesto una licenza per rifare i solai e ricavare una stanza: gliel’hanno data, ma poi ha avuto l’imbasciata.

C’è un racconto bellissimo di Hector Abad Faciolince che un po’ ci racconta anche a noi napoletani.

Mi ha dato il permesso di tradurlo e farci quello che voglio.

Lo trovate qui.La Guaca


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