L’antefatto è che una mattina di un paio di anni fa mi trovo nella cassetta della posta un delizioso opuscoletto, accompagnato da una lettera a firma del Sindaco, con il quale mi si informa che il mio quartiere rientra nel progetto Urban II, segnatamente sotto il dettato della misura 3.
Il mio quartiere è una parola grossa: in realtà vivo in una frazione rurale alla periferia di una città di provincia. Una zona che ormai è totalmente agglomerata al centro urbano ma consta di quattro strade, una piazzetta, un tot di case sgarrupate e il parco in cui abito io, che pur essendo moderno, è stato edificato su una vecchia cava di tufo e dunque sottoposto a un lento ma inesorabile sprofondo.
Gli assi portanti della misura 3 sono l’accesso al lavoro per la popolazione femminile, la creazione di infrastrutture e l’integrazione degli immigrati.
Grazie alle case sgarrupatissime, i cui affitti sono ancora abbordabili, qui intorno è pieno di senegalesi. Solo uomini, si badi bene, giacché l’immigrazione clandestina ha canali e rotte diverse. In città abbiamo senegalesi e qualche nigeriano, mentre le donne, prevalentemente nigeriane, vengono reclutate altrove e portate nella zona di Mondragone, dove esercitano il mestiere più antico del mondo.
Così mi leggevo questa misura 3 e concludevo che il senso forse era “infrastrutture + accesso femminile al lavoro + africani = contributo comunitario all’apertura di un bordello”. Ho scritto al Sindaco per avere maggiori informazioni, ma non mi ha mai risposto.
Grazie al progetto Urban, che al momento autorizza a fare del mio quartiere un degrado totale, un cantiere aperto permanentemente, una discarica a cielo aperto in attesa di provvedimenti regionali, nella strada di fianco alla mia stanno rivalutando un’immensa area ex-industriale, una cosa davvero bellissima: sorgeranno lì il campus universitario, il nuovo policlinico, sarà creata un linea metropolitana ultraleggera. Insomma, un progetto enorme, grazie al quale tra cinque anni, se nel frattempo la mia casa non sarà sprofondata, potrò rivenderla e comprarmi un casale in campagna.
Chi è il costruttore che sta realizzando, a seguito di gara d’appalto, questa meraviglia?
Un certo signor C., che a voi non dice nulla, a meno che non abbiate visto l’Imbalsamatore.
Quel villaggio una volta residenziale e oggi spettrale sulla via Domiziana, i cui edifici sono stati recentemente abbattuti per aver devastato un ecosistema con il consenso di un’intera generazione di politici. Sì, proprio lui.
In questa tranquilla città di provincia non succede mai niente. Per una sorta di patto implicito, di pax camorrista, non ci sono mai morti ammazzati, mai stupri, mai proiettili vaganti, lo scippo già basta a far scalpore, mai nulla di tutto ciò che quotidianamente porta questa stessa Provincia alla ribalta delle cronache. Poco importa che i protagonisti della riqualificazione urbana siano gli stessi che si trovano implicati in affiliazioni, vendette trasversali e cose simili: qui la facciata è pulita, decorosa.
Siamo una cittadina di ricchi professionisti. Un tempo non avevamo il cinema, ma oggi ci sono le multisala. Abbiamo due teatri, l’università, il Rotary e i Lions, un vescovo schierato e sempre in prima linea, attive comunità di pensatori, un tentativo di cultura esterofila che si esercita attraverso la creazione di cineforum, associazioni che promuovono questo e quello, mercati solidali, buddisti zen, corsi di danze mediterranee, contatti con la Palestina e chi più ne ha più ne metta.
In questa tranquilla città di provincia, dove il massimo della libidine è vedere una vestita da Befana nel centro storico, io stamattina ho impiegato un’ora per il micro tragitto casa-scuola-stazione.
Sembrava una città in assetto di guerra: forze dell’ordine a centinaia, betoniere a mettere pezze nell’asfalto, squadre intente a rifare tutta la segnaletica, fioristi a mettere fioriere dovunque, ruspe a caricarsi secoli di spazzatura, con annessa camionetta di benzina per dar fuoco ai prati ormai marci e maleodoranti.
D’altronde ricevere tutti i ministri non è cosa da poco, mica capita tutti i giorni.
Si faranno l’idea che non siamo poi messi così male, che abbiamo una cittadina pulita, ordinata e ospitale.
Il traffico? Ma quando mai! Le immondizie? Macché, è la tv che ingigantisce tutto.
La disoccupazione? E dove la vedete, stamattina ognuno tiene qualcosa da fare.
Sotto casa mia i soliti cumuli, il parcheggio selvaggio, un casino indicibile.
Ma noi siamo lontanissimi dalla Reggia, almeno un chilometro. Noi siamo quelli del Progetto Urban.
