* a dispetto di ogni ragionevole motivazione.
Il problema dell’età moderna – ed è una cosa di cui sono profondamente convinta a prescindere del lato positivo di tutta la faccenda, che comunque esiste – è la specializzazione dei saperi, il che d’altronde è inevitabile, quale sottoprodotto del capitalismo e dell’alienazione dai mezzi di produzione, intendendosi tra questi anche il proprio cervello e i propri sentimenti.
Ciò fa sì che si gridi al miracolo o allo scandalo laddove si verifichino circostanze che la logica e il buon senso, in assoluto, vorrebbero risolte in altro modo e che invece una conoscenza olistica della faccenda liquiderebbe in modo assai più banale.
Se avete la pazienza di guardarvi questa piccola animazione su DaisyWorld e di pensare che, similmente allo Yin e lo Yang, l’Essere e il Non essere, la legge di Lavoisier, le teorie che fondano l’economia internazionale e quant’altro di scisso vi venga in mente, il mondo esiste solo in virtù della coesistenza dei suoi opposti poli e che questa logica si applica anche al Bene e al Male, sarete dunque d’accordo con me nell’ammettere che tutto funziona secondo un’unica spinta.
In altre parole, come dice Lovelock, il sistema è autopoietico e crea le condizioni per la propria ininterrotta sopravvivenza, anche quando non ce lo si aspetterebbe. E questo vale tanto in biologia, quanto in psicologia, in politica estera ed economia aziendale.
All’indomani di una delle più fallimentari giornate lavorative della mia carriera ritengo che solo una spiegazione di questo genere possa consentirmi di farmene una ragione, ma anche, al tempo stesso, di sentirmi totalmente coinvolta nel tracollo generale di un sistema territoriale, in cui l’idea di comportarsi onestamente e correttamente con la modesta pretesa e l’illusione che ciò contribuisca a migliorare il sistema sia totalmente fallace, giacché nell’ipotesi Gaia tutto contribuisce al mantenimento dell’ecosistema e dunque anche l’essere precisi o rigorosi ha una sua precisa colpa, volendo portare la riflessione ai massimi sistemi.
E’ esattamente quello che dice la Arendt quando parla di banalità del male, del processo ad Eichmann, dei burocrati nazisti, del popolo comune che finisce per applicare le regole e si inibisce la facoltà di pensare a vantaggio dell’emergere del mostruoso.
Ora, il fatto che io non abbia perso la capacità di pensare – ma per quanto tempo ancora? Quanto si potrà resistere prima che le facoltà si modifichino, anche impercettibilmente e ci si trovi dall’altro lato senza accorgersene? – e che tuttavia mi trovi costretta ad accettare compromessi in nome della “sopravvivenza”, similmente all’esecutore che accetta ordini dal superiore sotto minaccia di morte e che fonda sul principio di sopravvivenza la ragione giusta per la sospensione del giudizio morale e di un comportamento che vi si conformi, crea in me una frattura insanabile, qualcosa che genera una schizofrenia del sentire e che può essere risolta solo pagando dei prezzi altissimi per non impazzire o – nella migliore delle ipotesi – suicidarsi.
Il prezzo che personalmente pago si scarica nel privato, dove da sola mi sento finalmente libera di stabilire le regole conformi al mio sentire, in piena legittimità e arbitrio e per nulla disposta ad accettare compromessi che in qualche modo, anche minimamente, scalfiscano la mia interezza o compromettano la mia serenità. Nella mia vita privata, quella intima, che si svolge tra le pareti di casa e le cose che amo, nulla che mi disturbi potrà mai più essere ammesso. Mai più. Equivarrebbe a morirne.
Dopo aver rimuginato una settimana intera sulle parole di una delle mie amiche, che in tono dolcemente provocatorio, davanti a un dolce di nattÅ e alle mie inquietudini a tutto tondo, mi diceva: alla fine, nella peggiore delle ipotesi, al massimo accadrà l’inevitabile, mi sono finalmente detta: alla fine, nella migliore delle ipotesi, l’inevitabile non accadrà, al massimo lo faremo accadere.
A differenza dell’ignoto, di cui non conosciamo le forme e che ci tracolla addosso a tradimento, l’inevitabile invece sta là, da sempre, ce lo abbiamo accanto, se siamo onesti lo vediamo. Ci veniamo sistematicamente a patti per cercare di eluderlo, per creare una frontiera fittizia che lo separi dalla nostra esistenza, pur sapendo che è una margherita grigia nel nostro prato mentale.
Tutta la vita non è altro che un continuo patteggiamento con l’inevitabile acquattato in ogni singola scelta, in ogni opzione, in ogni azione. Perché non ci aggredisca alle spalle, lo nutriamo con briciole di acquiescenza e false rese, lo intratteniamo con facezie e profferte del tipo “dolcetto o scherzetto?”.
Proprio come l’ignoto, l’inevitabile fa paura anche se è bellissimo, perché in certo qual modo rappresenta una cesura, una svolta, un cambio di rotta, un abbandono, una resa totale, un addio.
Una volta, tempo fa, avevo scritto di addii come produzione autogestita e antidoto alla paura. Stamattina mi sentirei invece di dire che forse non esistono addii o inevitabilità che non siano frutto di co-produzione.
Ma non so ancora se – per questo – sentirmi meglio o peggio.