Archivio per la categoria ‘il grande seduttore’

Should the colon be sacrificed or may it be reformed?

novembre 19, 2009

E qua vi si devono dire parecchie cose. Innanzitutto che questo post parla di cacca.

In secondo luogo che la cacca non è qualcosa di privato, come finora abbiamo creduto, ma è qualcosa di tremendamente pubblico. Il passaggio dalla sua dimensione pubblica al fare della cacca un mezzo di controllo politico ed economico è brevissimo e si traduce nell’esercizio del potere sui corpi altrui.

In terzo luogo vi verrà detto che le cacche non sono tutte uguali. Alcune sono più controllate di altre, per ragioni che adesso vi verranno spiegate.

In quarto luogo si precisa che qui non si parla di Freud, di fasi anali e controlli sfinterici, con tutto quel che in psicologia clinica ne consegue o meno: avarizia, aridità, timore delle punizioni, autostima, fissazioni, ostinazioni, disorganizzazione e quant’altro. Nonzignore. Qua si parla di cacca e controllo sulle donne. Mo’ ve l’ho detto.

La frase che dà il titolo al post in realtà è il titolo di un articolo scientifico scritto nel 1893 da John Harvey Kellogg, medico chirurgo nonché papà del vegetarianismo nonché fratello di Will Keith Kellogg, che si impossessò della ricetta formulata dal fratello e fondò l’omonima azienda produttrice di cerali.

Il dottor Kellogg, quale membro devoto di una qualche chiesa americana, forse gli Avventisti, forse i Mormoni, era un uomo morigerato e timoroso di Dio, e ai suoi pazienti somministrava una dieta totalmente priva di derivati animali, aboliva alcol, caffeina e tabacco, mirando in questo modo sia alla pulizia del colon che all’abbattimento delle passioni.

In poche parole il cornflake nasce come purificatore e antiafrodisiaco.

Ammettiamo anche per un attimo che sia vero – e personalmente potrei sostenere il contrario, in termini tanto personali quanto oggettivamente energetici – e facciamo un passo ulteriore.

La maggior parte dei pazienti del dottor Kellogg erano delle pazienti. Donne affette dal dramma della costipazione che nella sua terapia, fatta di ricorso a cibi semplici,  salassi e purificazioni di ogni sorta, parevano trovare sollievo.

Ma andiamo avanti e pensiamo per un attimo a tutte le pubblicità sulla costipazione. Che si tratti di cereali, bifidi, lassativi o chissà quale altra sostanza per favorire l’evacuazione, il testimonial è sempre una donna. Spesso due. Una che è l’amica “liberata” e l’altra che invece si sente “prigioniera”.

Idem per tutto il marketing del mestruo, prima, durante e dopo quei giorni.

Ultimamente c’è una pubblicità sull’incontinenza, con tre amiche dinamiche sedute su una vetta di montagna. Avranno trentadue, trentacinque anni al massimo, e grazie al mitico pannolone hanno scalato la montagna senza bagnarsi i pantaloni. Ah, povero sesso debole!

Parallelamente, nel discorso della pubblicità, gli uomini evacuano senza drammi. Loro soffrono di altre cose.

Prendono aerei distrutti da riunioni snervanti e dall’emicrania e grazie all’ ammiccamento da parte della biondazza nordica di turno e pillolina di conforto, il mal di testa passa all’istante.

Condiscono insalate con oli senza trigliceridi, per saltare la cavallina oltre i cinquant’anni.

Restano bloccati da un mal di schiena a causa delle routine quotidiane che li vedono impegnati in attività di falegnameria, bricolage e trasporto carichi.

Loro si ammalano perché “fanno”. Noi perché “siamo”.

Ho letto un libro molto affascinante, carico di spunti e con una bibliografia corposissima che parte da Aristotele e finisce ai giorni nostri. Un libro che tratta della costruzione culturale della donna, a partire dal suo corpo, dalla sua fisiologia misteriosa.

Parrebbe dunque che il male e la malattia siano connaturati, consustanziati al corpo femminile. La donna è un essere pletorico, c’è da fare attenzione. Pandora il vaso lo porta dentro di sé.

Le malattie sessuali sono tutte veneree. D’altronde zeusee o gioviali sarebbe cacofonico o incongruo, ammettiamolo.

Nel caso degli uomini, invece, lo stato di malattia proviene per lo più da agenti e fattori esterni, da equazioni elementari e principi di azione e reazione.

Vale a dire che l’uomo ha un corpo, e poi anche tutto il resto, mentre invece la donna è un corpo e tutta la messa in cultura si svolge a partire dalla cavità in cui si annidano sangue, cacche, sperma. Umori prodotti in autonomia, proprio a causa della diversa composizione istologica, ormonale, oppure assunti per impregnazione. Il discorso dell’impregnazione è molto interessante, riguarda tra le altre cose l’azione salvifica del seme maschile su questa povera crista malaticcia. Ti salvo e ti domino. Ti impregno e ti trasformo.

Mi ha fatto venire in mente il bukkake e il gokkun, mi ha fatto venire in mente tutta una serie di videogiochi incentrati sulla figura delle gigantesse, creature cibernetiche enormi che si nutrono di piccoli omini. Il concetto di impregnazione va oltre il tempo e le culture. E’ fondante. E poi l’altra faccia di questo ventre misterioso che tutto inghiotte e tutto contiene. La Grandi Viscere che incombono, che incessantemente prendono e rilasciano, sporcano il mondo e al tempo stesso lo creano, dando vita.

Questo signor Remaury, l’autore del libro,  analizza il linguaggio della cosmetica e descrive questa povera Donna da sempre alle prese con l’ambiguità delle definizioni: da un lato una certa mollezza fisica,  una porosità del corpo, sotto le perenne minaccia di agenti interni ed esterni che non le lasciano pace. Dall’altro quest’appetito insaziabile che va contenuto e placato, per evitare la distruzione del genere maschile.

Descrive mirabilmente il senso di colpa che grava sulle Donne per tutte le trasgressioni che eventualmente vogliano agire contro l’ideale di salute e di bellezza imposto dall’alto. Le rende responsabili della salute dell’intero corpo sociale e – al tempo stesso – della sua perdizione.

La Donna è un Monatto.

Insomma, una gabbia dalla quale non si riesce ad uscire se non travestendosi con altri stereotipi a mo’ di mantello per tentare una fuga, peraltro  verso non si sa dove.

Giorni fa segnalavo su facebook questo articolo, che riassume un po’ il senso della faccenda.

E dunque questo corpo poroso, freddo e umido, ha il potere di trattenere e rilasciare come spugna.

Il corpo della donna – che assomma in sé corpo, cervello, psiche e immaginario altrui – può far ammalare il corpo sociale maschile, diffondendo ogni sorta di malattia venerea e psichica. Va dunque curato, fatto oggetto di prevenzione e profilassi, osservato, sezionato e ricomposto in forme gradite e accettabili per il mantenimento dell’ordine.

Ecco perché dovete fare la cacca tutti i giorni.

E se fosse il tatto un'attitudine alla menzogna, come sostiene Aurélien Scholl?

febbraio 11, 2009

Leggevo qualche settimana fa un libro assai avvincente, Homunculus,  la cui sinossi recita: Nel senso comune viene dato per scontato che l’essere umano sia portatore al suo interno di un’essenza, di un homunculus, ovvero una sorta di “doppio” in miniatura che compie, in scala ridotta, ciò che viene manifestato attraverso i comportamenti (…). In questo volume l’identità viene invece presentata non in quanto sostanza, ma come il nome attribuito ad uno stato dell’essere, un artefatto narrativo socialmente determinato, la cui funzione principale è quella di fornire, sia soggettivamente che oggettivamente, un dispositivo di riconoscimento coerente e adatto alla propria cultura di appartenenza.

Già ‘sto saggio mi aveva in qualche modo turbato, ma in uno dei capitoli finali mi sono imbattuta in una citazione letterario/cinematografica che ha fatto il resto: l’Avversario, di Nicole Garcia, cui corrisponde l’omonimo romanzo di Emanuel Carrère.

Di Carrère se ne era già parlato qui, una volta in questo blog, a proposito del Grande Seduttore, che a mio parere non è del tutto avulso da questa riflessione, ma sulla quale adesso, per il momento, non ho voglia di soffermarmi ancora.

Spinta da una curiosità irriducibile, tra venerdì e domenica, non senza intoppi tecnici, siamo finalmente riusciti a vedere questo film con Daniel Auteil.

Un film caricato dall’angoscia di non riuscire mai, nemmeno per un momento, a offrire una spiegazione.

Un film che tende a dimostrare che il Male non è l’assenza di Bene, ma l’inevitabile conseguenza del Vuoto.

La sensazione che trasmette è di freddo biancore, c’è neve ovunque. Passi lievi, impronte, segni impercettibili.

Il protagonista indossa la cravatta sempre, anche a letto con l’amante.

Spazio vuoto e simulacri, credo che sia  riassumibile in questo.

E’ inutile raccontare quanto mi abbia scosso, quanto abbia risvegliato le più profonde paure, scuotendo la radice di tutto ciò di cui mi servo per avere conforto e coraggio. E’ come se avesse sollevato di colpo un  drappo, una coperta, mostrando un improvviso baratro sottostante, un vortice che può risucchiare con estrema facilità. Un pericolo di cui conosci quotidianamente l’esistenza e con il quale quotidianamente ti misuri, in un braccio di ferro di coraggio e indifferenza.

Scherzavo l’altro giorno con mia madre sul fatto che siamo donne di scienza e non di fede, tranquillizzate unicamente dalla conoscenza, quand’anche diventi portatrice di ulteriore dolore. Siamo quelle dell’enciclopedia medica, della verità brutale, della derisione verso la speranza.

Così sono andata a cercare e leggere qualcosa sulla storia vera da cui origina quest’Avversario, la storia del dottore Jean Claude Romand, stimato ricercatore dell’OMS, benestante e sensibile, delicato e accorto, che il 9 gennaio 1993 sterminò l’intera famiglia: genitori, moglie, cane, due figli.

Ho cercato di sapere qualcosa in più di quest’uomo, che in realtà non fu mai ricercatore, e nemmeno medico. Qualcosa in più della sua vita, della "sua" verità.

Figlio unico, gravato da enormi aspettative circa la sua riuscita, un modello tanto frequente quanto banale. Fu un bambino modello, educato, tranquillo, grande lettore. Il figlio che i genitori volevano che fosse.

Confessa a Carrère, che per anni lo ascolta, durante la stesura del romanzo documentario, che talvolta mentiva ai grandi, ma solo per non impensierirli. Per proteggerli.

Per dodici anni consecutivi si iscrisse ai corsi della facoltà di medicina e alle successive specializzazioni, senza mai sostenere un solo esame ma fingendo di averli superati tutti.

Acquistando libri, facendo fotocopie. Come tutti.

Alla fine del corso di studi annuncia a tutta la famiglia di essere diventato ricercatore all’OMS.

Si sposa, con una cugina lontana che lo aveva sistematicamente ignorato fino al giorno in cui lui le racconta del suo male, un linfoma, che lo consuma. In seguito la malattia altalenante e inesistente gli permetterà di eludere qualsiasi conversazione impegnativa, pena lo stress e l’insorgenza di atroci dolori e anche di giustificare improvvisi e fasulli vuoti di memoria.

Si procura carta intestata e tutto quanto rechi il logo del suo impiego, annuncia lunghi viaggi di lavoro che si arrestano alla soglia di un piccolo albergo nelle vicinanze dell’aeroporto, dove resta per giorni confinato in una stanza leggendo guide turistiche del paese in cui dovrebbe essere in missione, in modo da fornire il maggior numero possibile di dettagli al suo rientro.

Per mantenere un tenore di vita adeguato convince la famiglia che il suo status di funzionario internazionale gli consente agevolazioni bancarie in Svizzera: le somme che gli vengono conferite dai parenti non verranno mai restituite.

Romand trascorre le giornate rubando testi e riviste alla biblioteca dell’Oms e ascoltando la radio fermo per ore nelle piazzole degli autogrill o passeggiando nei boschi. Sembra un ottimo padre e un marito devoto.

C’è una menzogna originale, su cui fonda tutta la sua vita. E’ un tema che mi ossessiona, ne avevo scritto una storia, tempo fa, qui dentro. E’ più di un’ossessione, è il terrore. E’ quanto di peggio immagino che possa capitarmi al mondo: precipitare rovinosamente nel vuoto altrui, esserne risucchiata,  e accorgermi solo dopo di non essere mai riuscita nemmeno a scorgerlo.

Catherine Marchi, psicologa clinica dell’Università René Descartes di Parigi, esperta di stati borderline, sostiene che  esista una « gioia » particolare nella mitomania, consistente nel  lasciarsi credere che qualunque desiderio possa essere realizzato.

Non è dunque il bisogno di evitare una punizione, ma qualcosa di più profondo.

E’ una necessità esistenziale, e perciò stesso più difficile da sradicare e combattere.

Di tutta la vicenda ciò che più mi turba è il diploma di maturità di Romand.

Presentò una dissertazione scritta, in filosofia, dal titolo: Esiste la verità?, riportando un voto elevatissimo.

Forse la sua vita non fu che un tentativo di dimostrare il suo teorema.

“Seduci Divertendoti”™ – Questionario

maggio 12, 2008

Caro blogghèr, ti avevamo lasciato alle tue pene amorose. Ma non ti abbiamo dimenticato, no. Siamo qui per sostenerti e aiutarti. Ricordi la nostra presentazione?

Adesso siamo nuovamente con te per invitarti a compilare questo piccolo questionario.

Si tratta dell’innovativo sistema di autovalutazione previsto dal metodo “Seduci Divertendoti”™: grazie ad esso ogni giorno potrai controllare da solo gli incredibili progressi effettuati e valutare le tue prestazioni.

Non ringraziarci.

Ringrazia te stesso.

Tu, vali.

Non sappiamo quanto, ma sappiamo che vali.

Almeno un poco.

Forse.

 

QUESTIONARIO

(cerchiare una sola risposta)

(data _______________ora________________)

 

1) Mi sento solo?      Sì -  No – Non lo so – Chi ha parlato?

2) Da quanto tempo non riesco a divertirmi come vorrei?   1 settimana – 2 mesi – 6 anni – Come vorrei?

3) Quand’è l’ultima volta che ho corteggiato una donna?  Oggi – 3 mesi fa – Al secondo anno di scuola materna – Toccare il sedere in metro vale?

4) Da quanto tempo non faccio l’amore?   2 settimane – 3 anni – Non mi ricordo – Sono illibato

5) Perché?  Non ho tempo – Mi respingono – Voglio la mamma – Complotti internazionali, shhh, non mi fate parlare

6) Cos’è che mi impedisce una sana vita sentimentale e sessuale?  La timidezza – La paura delle malattie - Il cilicio – Il mio psicologo

7) Provo imbarazzo riferendomi a qualche parte del mio corpo?  No, mai – Sì, qualche volta – Non ho parti, sono tutto intero – Chi parte?

8) Cosa voglio ottenere davvero da questo corso? Una compagna per la vita – Due compagne per i fianchi – Un harem rinnovabile – Una promozione sul lavoro

9) Quanto sono disposto a investire in quest’impresa? Da 15 a 30 minuti al giorno -Da tre a cinque giorni la settimana – Non più di 100 euro a botta – Non guido

10) Come immagino che migliorerà la mia vita dopo questo corso? Non cenerò più da solo – I miei amici mi guarderanno ammirati e invidiosi – Il mio capufficio smetterà di seguirmi al bagno – Mia moglie chiederà il divorzio

 

Hai risposto a tutte le domande?

Sei pronto?

Bene, stai per entrare in questa grande avventura che cambierà radicalmente la tua vita.

E’ tutto nelle tue mani.

Solo nelle tue.

(sì, però adesso lascia e smettila di toccarti)

Nel caso in cui le risposte fossero inadatte al tuo caso, ti preghiamo di segnalarci la tua posizione precisa.

Cosa? La Fenice che gioca in una grotta rossa?

Vabbè, va. Va’ a gioca’ a sceriffi, va’.

Vai, vai. Vai. Cammina, vai.

“Seduci Divertendoti”™ – Introduzione

aprile 3, 2008

Caro amico,

se sei arrivato fin qui è perché nella tua vita qualcosa non funziona come dovrebbe. Hai amici, amiche, un buon lavoro, svariati passatempi. Ma c’è qualcosa che ti manca.

Niente di grave, si tratta solo di quella marcia in più.

Con questo rapido corso, in brevissimo tempo raggiungerai gli obiettivi che ti sei prefissato e anche quelli che non immagini neppure di avere.

Questo corso aumenterà il tuo livello di autostima, se necessario lo ridurrà, nella peggiore delle ipotesi lo lascerà inalterato, ma in ogni caso ti fornirà tutti gli strumenti necessari per aggiungere quel qualcosa che manca alla tua esistenza, ti fornirà chiavi inglesi e di lettura, nonché metodi sicuri e infallibili per conquistare non 1, ma 10, 100, 1000 donne.

Tutte quelle che vorrai, ora e per sempre.

Voglio solo citarti alcune delle testimonianze di amici che hanno deciso di seguire questa via prima di te.

 

Leopold Mittsmangrüber, Austria

 

Prima ti sfoliare kweste poke paccine ero un uomo molto timido, spaventato talle tonne. Occi cammino in strata e sono stupefatto. Kwesto korso ha veramente cambiato mia vita. Kome si kiama? Korso Magenta, Korso Trieste?

 

Pierrick Vittel, Francia

 

Avant di leggere questo libro je non riuscivo a mantenir una rélation per più di due settimane. Sembrava que le femmes fuggissero da me, mi trattavano come il loro meilleur ami. Oggi sono sposato et ho due enfants, que ne m’assomigliano manco per rien. Mais la vie mi sorride, grazie. Merci ancore.

 

Enrique Cacères, Argentina

 

Se dice aquì che un uomo a dieci años deve saber fumar, giocare al fùtbol e baciare. Se no sei maricòn, omosessuale. Io fumavo muchisimo, tiravo in porta y goleavo, pero con le donne era un fracaso total. Dopo aver iniziato il corso todo ha cambiato: ero in possesso di un potere que no comprendevo, como un fluido che avvolgeva tutte le mujeres che incontravo. Mi sono fermato alla quinta lecciòn, di più no podìa: non ce la facevo a sopportarlas todas y querìa jugàr di più al fùtbol.

 

Sono migliaia gli uomini che finalmente hanno incontrato successo nella loro vita sentimentale e sessuale.

Perché aspettare ancora?

Perché tergiversare?

Pochi giorni e anche tu potrai essere come loro, con il nostro pratico ed efficace metodo: “Seduci divertendoti”™.

Con l’invio del primo fascicolo, riceverai il libro degli esercizi e una pratica audiocassetta* da ascoltare comodamente a casa, in auto, in metropolitana.

(* previsto anche CD o possibilità di scaricare file MP3 con password utilizzabile una sola volta)

 

Pochi minuti al giorno per trasformarti in ciò che hai sempre desiderato, ma che per pigrizia, difficoltà, problemi quotidiani, uso compulsivo del blog, non sei mai riuscito ad essere.

Perché chiunque può sedurre divertendosi.

Non ringraziarci, amico, per averci scelti.

Ringrazia te stesso, per la forza e il carattere dimostrati nella scelta.

 

Di seguito, prima di procedere alla lettura del primo fascicolo, che ti verrà inviato dopo la tua adesione, e all’esecuzione dei relativi esercizi, ti preghiamo di compilare questo piccolo questionario.

Si tratta dell’innovativo sistema di autovalutazione previsto dal metodo “Seduci Divertendoti”™:

grazie ad esso ogni giorno potrai controllare da solo gli incredibili progressi effettuati e valutare le tue prestazioni.

Non ringraziarci.

Ringrazia te stesso.

Tu, vali.

(segue questionario conoscitivo e motivazionale)

Facciamo un gioco

febbraio 5, 2007

Voglio farti una proposta. A partire da questo momento, tu farai tutto quello che ti dico. Letteralmente. Passo passo (…)
Nel 2004 Emmanuel Carrère  pubblica un libro che si intitola Facciamo un gioco.
Edizioni Einaudi.
Non è altro che la ripresa editoriale di una lunga lettera d’amore e desiderio destinata alla sua compagna. Solo che la lettera non viene inviata alla destinataria, ma pubblicata su Le Monde della domenica, nel luglio 2002, letta da seicentomila lettori e tra questi tutte le donne che in quel momento, quotidiano alla mano, sono salite sullo stesso treno che trasporta la sua compagna al luogo del loro appuntamento e dallo scrittore vengono trattate alla stregua delle destinatarie della missiva, che contiene ordini precisi e rituali erotici da compiere lungo il viaggio.
Viaggio che lui ha minuziosamente organizzato per lei, prenotandole un biglietto da Parigi a La Rochelle, facendole trovare una copia del quotidiano e dando nella lettera consegne precise sulle pause di lettura e le azioni da compiere.
Per un bizzarro caso del destino, la sera prima della pubblicazione tra i due scoppia una gravissima crisi, ma il racconto è ormai nelle rotative, come inserto speciale al quotidiano.
Lui prova a ripercorrere in treno il tragitto inverso, come nel tentativo di riprendere in mano le chiavi del gioco, ma inutilmente.
Con questo gioco Carrère provoca migliaia di orgasmi al solo scopo di ottenerne uno solo per lui.
Lo scambio si rivela insoddisfacente e drammatico.
Il libro termina così: Pensi che me la tiro. Hai ragione: me la tiro. Ti aspetto al binario.
Quanto è alto il prezzo della seduzione?
Chi lo paga?
Perché?
Fornisca il candidato la formula esatta, i metodi di neutralizzazione dei rischi di cambio, disegni le curve ascendenti e discendenti della passione e per concludere reciti tre ave maria e due pater noster per i pensieri peccaminosi suscitati dalla lettura del libro.

Per dire (riflessioni a margine dell'azzeccamento della marca da bollo da 40,29 euro sul passaporto senza chip biometrico)

novembre 22, 2006

Ora,  il  volo  che da Parigi va  ad  Abidjan dura un po’  di tempo.  Si sorvola il deserto, si intravedono le piste. Ha un che di avventuroso ed entusiasmante.

E il mio collega Alfredo, che veniva a raggiungermi per l’Assemblea della banca, si trovò come vicino di poltrona il giornalista americano.

Il mio collega Alfredo era un tipo tutto sui generis: nevrotico ossessivo. Ho sempre avuto colleghi di stanza nevrotici, quelli che nessuno sopporta ma che a me non disturbano e infatti me li affibbiano tutti a me. Le persone nevrotiche sono tranquille e gentili, basta lasciarle libere di esprimere le loro manie, senza ostacolarli.

Alfredo, per esempio, tra le altre aveva quella dei post-it, che appiccicava dovunque. Quando si sposò, in età avanzata, per un tempo sospettai che li appiccicasse anche addosso alla moglie. Che so, la prima notte di nozze, un post-it con scritto su: consumare.

Per esempio.

Poi Alfredo era un chiacchierone, sicché quando si inaugurò l’Assemblea, mi trovai accanto un giovanotto ma bello, ma bello che non si poteva guardare, che durante il volo aveva raccolto tante di quelle informazioni su di me da lasciarmi esterrefatta.

Alfredo, ma che gli hai raccontato?

Un po’ di tutto. Poi lo sai, ti stimo.

Alfredo era uno che aveva un mio racconto nel portafogli, per dire, e gli pareva giusto raccontaglielo anche al giornalista americano, per dire.

Un’altra delle manie di Alfredo era quella di aggiungere sempre, ad ogni frase, l’espressione “per dire”. Per dire.

L’Assemblea durava cinque giorni ed era noiosissima: delegati da tutto il mondo a turno prendevano la parola e descrivevano gli scenari economici, politici e sociali di tutti gli stati africani, avanzavano proposte per la riduzione del debito e queste cose così. E Alfredo attaccava post-it e l’americano mi guardava adorante.

Ci vieni a cena con me, stasera?

No, non posso.

E domani sera?

Nemmeno

E l’ultima sera che c’è il galà?

Forse sì.

E ogni volta che si avvicinava io scappavo. Intendiamoci, non è che non mi piacesse, anzi. E’ che mi piaceva proprio troppo. Così, meglio evitare a monte.

La sera del galà l’americano era affiancato da due colleghe, biondissime e altissime e molto  -issime, in generale. Sicché mi sembrò un’ottima ragione per sedere a un altro tavolo e dinanzi alle sue vibranti proteste, gli risposi semplicemente: ubi blondhair, minor cessat.

Ma dopo cena andiamo a ballare?

Spiacente, sono un pezzo di legno.

Che poi, diciamola tutta: in quel benedetto paese c’era un tasso di umidità del 99%, si era in piena stagione delle piogge. Avete idea dei miei capelli in piena stagione delle piogge? Ecco, quella roba là. Quella indistricabile, impresentabile. Per carità. Per dire.

Al mattino dopo partivano tutti, tutti i delegati e io finalmente tiravo un respiro di sollievo: niente più Alfredo, niente più americano, sarei tornata alle mie piccole cose senza intoppi.

E infatti di buon’ora insieme alla mia amica Rosa stabilimmo di andare a comprarci un bel quotidiano italiano e poi spaparanzarci da qualche parte a leggerlo.

Per comprare un quotidiano italiano in quel posto, non era immediato: dovevi chiamare un taxi, costeggiare tutta la Corniche fino a raggiungere il lato opposto della laguna, totale 13 chilometri, arrivare in un albergo con cinque, seimila stelle e poi finalmente pagare a prezzo triplo il quotidiano di due giorni prima. Ma vabbè. Se non ti concedi questi lussi, che campi a fare?

Nel taxi io raccontavo a Rosa tutta la faccenda dell’americano e lei diceva: secondo me tu sei scema.

E continuavo a raccontare fino a che, nel corner dell’edicolante, pestai i piedi a un tizio, alzai lo sguardo, dissi pardon e mi ritrovai l’americano davanti.

Uh, gesù, e tu non dovresti essere partito?

Parto domani.

E Rosa mi chiedeva, alle spalle: e questo chi è? Ma è bellissimissimissimissimo.

E l’americano ripeteva: bellissimissimissimo, it’s like muy lindo, really?

Che poi venimmo a sapere, ma questo avvenne ore dopo, non mi fate precorrere i tempi, che sua sorella faceva la dottoressa senza frontiere in America latina dove pure lui era stato per qualche anno e che dunque meglio sarebbe stato non parlare in italiano che poi si facevano gaffe mostruose.

E cosa fate oggi?, chiese l’americano.

Abbiamo da fare, risposi io.

Niente, rispose Rosa.

Vorrei andare a vedere il mare, disse lui.

Tra poco pioverà, risposi io.

Era anche la nostra idea, aggiunse Rosa.

Quando dalle quinte comparvero le due -issime, con certi short e certe cosce lunghe tre metri l’una e voce flautata: Aaaaarrrrooooon, darling, shaaaalll we goooo?

E Aaron – così si chiamava, ed era ebreo – disse: se non venite anche voi, mi suicido. Ho queste galline addosso da una settimana. Disse qualcosa che secondo me in inglese voleva dire: nun cià faccio ccchiù, aiutateme. Per dire.

Però io non lo presi proprio in considerazione.

Ma Rosa disse: puveriello, lo vuoi far morire?

E io conclusi: vabbuò, andiamo al mare, ma vi avverto che  fra poco viene a piovere.

Così andammo al mare, con un taxi grande grande che aveva posto per tutti. Che per fare quei trenta chilometri ci voleva un tempo infinito, la strada a buche, quelli con la bicicletta, tutti i posti di blocco e fammi vedere il passaporto e non ce l’ho, ho la fotocopia, e la fotocopia non è legale, e lo so ma mi hanno detto di non portarlo in giro che poi me lo rubano, e chi te l’ha detto?, i colleghi vostri, e sì ma la fotocopia non è legale, eh vabbè, pigliati questi cazzo di 10 franchi CFA e facci passare. Una, due, tre volte. All’andata e al ritorno.

E le due –issime parlavano solo con Aaron, gli dicevano: Aaroncino bello di qua e Aaroncino bello di là e non gli facevano dire manco una parola.

Ma va bene, arriviamo al mare, ci sediamo per pranzare e nel giro di mezz’ora si scatena il pata pata dell’acqua.

Che quei ristoranti sono fatti di capannine e quando inizia il pata pata dell’acqua te ne devi solo scappare e Aaron, con abile mossa del bacino e del gomito, mi prese, mi mise in un taxi, chiuse portiera e sicura e disse al tassista: vada.

E il tassista andò.

Cosicché siamo rimasti soli, disse Aaron.

No, risposi io, c’è pure il tassista.

E Aaron parlava, parlava, parlava, e sotto quella pioggia le strade si allagavano, perdevano di senso, che alla fine per tornare a casa impiegammo tre ore.

E Aaron parlava e chiedeva: ma tu ce l’hai il fidanzato?

No, io no.

Nemmeno io. Ma tu sei mai stata a New York?

No.

E in Venezuela?

No.

Parli tedesco?

No.

Ma conosci qualche altra parola oltre no?

Sì.

Insomma arrivammo all’albergo e dietro di noi il taxi con Rosa e le –issime. Rosa scese inviperita, l’americano disse: e stasera ci vieni a cena con me? Io risposi: no, le –issime corsero e lo agguantarono: Aaronino, Aaronuccio nostro.

Arrivederci e grazie.

Che poi la mia amica Rosa, che conoscevo da molti anni e avevo incontrato lì per caso e me l’ero portata a vivere con me, era una  schietta, in tutto e per tutto. E’ la stessa che ha formulato la famosa teoria secondo la quale in realtà io mi nutro delle spoglie di depressi e tipi strani, che se no non si spiegherebbe l’attrazione che esercito sui relitti dell’umanità.

Sicché disse: io poi vorrei capire questo che ci ha trovato, in te.

Che lo volevo capire pure io, ma non c’era mica bisogno che lo dicesse così.

E’ colpa di Alfredo, cercai di spiegare.

Poi squillò il telefono, era il servilissimo portiere nero dell’albergo di bianchi, che annunciava: mademoiselle, monsieur Aaron.

Marò, che ossessione.

Aaron, dimmi.

No, no, scendi: sono nella hall. Almeno l’aperitivo.

Vabbuò, facciamo l’aperitivo e leviamoci questo molare, jammo bello.

E durante l’aperitivo Aaron parlava, parlava, parlava. Però parlavo un pochino pure io.

Poi guardò l’orologio e disse: me ne devo andare, fra poco passano quelle a prendermi per la cena.

E io risposi: bravo, vai a cena con quelle là e divertiti, fate buon viaggio e statevi bene.

Ma mentre dicevo questo fatto qua questo Aaron mi prese e mi baciò.

E poi mi ribaciò.

E poi mi riribaciò.

E per finire mi ririribaciò e aggiunse: bellissimissimissimo.

Poi se ne andò.

E questo fu tutto il fatto di Aaron, che aveva gli occhi neri, i capelli mossi, era bellissimissimissimo e viveva affianco alla Fifth Avenue. Per dire.

Per dire (riflessioni a margine dell’azzeccamento della marca da bollo da 40,29 euro sul passaporto senza chip biometrico)

novembre 22, 2006

Ora,  il  volo  che da Parigi va  ad  Abidjan dura un po’  di tempo.  Si sorvola il deserto, si intravedono le piste. Ha un che di avventuroso ed entusiasmante.

E il mio collega Alfredo, che veniva a raggiungermi per l’Assemblea della banca, si trovò come vicino di poltrona il giornalista americano.

Il mio collega Alfredo era un tipo tutto sui generis: nevrotico ossessivo. Ho sempre avuto colleghi di stanza nevrotici, quelli che nessuno sopporta ma che a me non disturbano e infatti me li affibbiano tutti a me. Le persone nevrotiche sono tranquille e gentili, basta lasciarle libere di esprimere le loro manie, senza ostacolarli.

Alfredo, per esempio, tra le altre aveva quella dei post-it, che appiccicava dovunque. Quando si sposò, in età avanzata, per un tempo sospettai che li appiccicasse anche addosso alla moglie. Che so, la prima notte di nozze, un post-it con scritto su: consumare.

Per esempio.

Poi Alfredo era un chiacchierone, sicché quando si inaugurò l’Assemblea, mi trovai accanto un giovanotto ma bello, ma bello che non si poteva guardare, che durante il volo aveva raccolto tante di quelle informazioni su di me da lasciarmi esterrefatta.

Alfredo, ma che gli hai raccontato?

Un po’ di tutto. Poi lo sai, ti stimo.

Alfredo era uno che aveva un mio racconto nel portafogli, per dire, e gli pareva giusto raccontaglielo anche al giornalista americano, per dire.

Un’altra delle manie di Alfredo era quella di aggiungere sempre, ad ogni frase, l’espressione “per dire”. Per dire.

L’Assemblea durava cinque giorni ed era noiosissima: delegati da tutto il mondo a turno prendevano la parola e descrivevano gli scenari economici, politici e sociali di tutti gli stati africani, avanzavano proposte per la riduzione del debito e queste cose così. E Alfredo attaccava post-it e l’americano mi guardava adorante.

Ci vieni a cena con me, stasera?

No, non posso.

E domani sera?

Nemmeno

E l’ultima sera che c’è il galà?

Forse sì.

E ogni volta che si avvicinava io scappavo. Intendiamoci, non è che non mi piacesse, anzi. E’ che mi piaceva proprio troppo. Così, meglio evitare a monte.

La sera del galà l’americano era affiancato da due colleghe, biondissime e altissime e molto  -issime, in generale. Sicché mi sembrò un’ottima ragione per sedere a un altro tavolo e dinanzi alle sue vibranti proteste, gli risposi semplicemente: ubi blondhair, minor cessat.

Ma dopo cena andiamo a ballare?

Spiacente, sono un pezzo di legno.

Che poi, diciamola tutta: in quel benedetto paese c’era un tasso di umidità del 99%, si era in piena stagione delle piogge. Avete idea dei miei capelli in piena stagione delle piogge? Ecco, quella roba là. Quella indistricabile, impresentabile. Per carità. Per dire.

Al mattino dopo partivano tutti, tutti i delegati e io finalmente tiravo un respiro di sollievo: niente più Alfredo, niente più americano, sarei tornata alle mie piccole cose senza intoppi.

E infatti di buon’ora insieme alla mia amica Rosa stabilimmo di andare a comprarci un bel quotidiano italiano e poi spaparanzarci da qualche parte a leggerlo.

Per comprare un quotidiano italiano in quel posto, non era immediato: dovevi chiamare un taxi, costeggiare tutta la Corniche fino a raggiungere il lato opposto della laguna, totale 13 chilometri, arrivare in un albergo con cinque, seimila stelle e poi finalmente pagare a prezzo triplo il quotidiano di due giorni prima. Ma vabbè. Se non ti concedi questi lussi, che campi a fare?

Nel taxi io raccontavo a Rosa tutta la faccenda dell’americano e lei diceva: secondo me tu sei scema.

E continuavo a raccontare fino a che, nel corner dell’edicolante, pestai i piedi a un tizio, alzai lo sguardo, dissi pardon e mi ritrovai l’americano davanti.

Uh, gesù, e tu non dovresti essere partito?

Parto domani.

E Rosa mi chiedeva, alle spalle: e questo chi è? Ma è bellissimissimissimissimo.

E l’americano ripeteva: bellissimissimissimo, it’s like muy lindo, really?

Che poi venimmo a sapere, ma questo avvenne ore dopo, non mi fate precorrere i tempi, che sua sorella faceva la dottoressa senza frontiere in America latina dove pure lui era stato per qualche anno e che dunque meglio sarebbe stato non parlare in italiano che poi si facevano gaffe mostruose.

E cosa fate oggi?, chiese l’americano.

Abbiamo da fare, risposi io.

Niente, rispose Rosa.

Vorrei andare a vedere il mare, disse lui.

Tra poco pioverà, risposi io.

Era anche la nostra idea, aggiunse Rosa.

Quando dalle quinte comparvero le due -issime, con certi short e certe cosce lunghe tre metri l’una e voce flautata: Aaaaarrrrooooon, darling, shaaaalll we goooo?

E Aaron – così si chiamava, ed era ebreo – disse: se non venite anche voi, mi suicido. Ho queste galline addosso da una settimana. Disse qualcosa che secondo me in inglese voleva dire: nun cià faccio ccchiù, aiutateme. Per dire.

Però io non lo presi proprio in considerazione.

Ma Rosa disse: puveriello, lo vuoi far morire?

E io conclusi: vabbuò, andiamo al mare, ma vi avverto che  fra poco viene a piovere.

Così andammo al mare, con un taxi grande grande che aveva posto per tutti. Che per fare quei trenta chilometri ci voleva un tempo infinito, la strada a buche, quelli con la bicicletta, tutti i posti di blocco e fammi vedere il passaporto e non ce l’ho, ho la fotocopia, e la fotocopia non è legale, e lo so ma mi hanno detto di non portarlo in giro che poi me lo rubano, e chi te l’ha detto?, i colleghi vostri, e sì ma la fotocopia non è legale, eh vabbè, pigliati questi cazzo di 10 franchi CFA e facci passare. Una, due, tre volte. All’andata e al ritorno.

E le due –issime parlavano solo con Aaron, gli dicevano: Aaroncino bello di qua e Aaroncino bello di là e non gli facevano dire manco una parola.

Ma va bene, arriviamo al mare, ci sediamo per pranzare e nel giro di mezz’ora si scatena il pata pata dell’acqua.

Che quei ristoranti sono fatti di capannine e quando inizia il pata pata dell’acqua te ne devi solo scappare e Aaron, con abile mossa del bacino e del gomito, mi prese, mi mise in un taxi, chiuse portiera e sicura e disse al tassista: vada.

E il tassista andò.

Cosicché siamo rimasti soli, disse Aaron.

No, risposi io, c’è pure il tassista.

E Aaron parlava, parlava, parlava, e sotto quella pioggia le strade si allagavano, perdevano di senso, che alla fine per tornare a casa impiegammo tre ore.

E Aaron parlava e chiedeva: ma tu ce l’hai il fidanzato?

No, io no.

Nemmeno io. Ma tu sei mai stata a New York?

No.

E in Venezuela?

No.

Parli tedesco?

No.

Ma conosci qualche altra parola oltre no?

Sì.

Insomma arrivammo all’albergo e dietro di noi il taxi con Rosa e le –issime. Rosa scese inviperita, l’americano disse: e stasera ci vieni a cena con me? Io risposi: no, le –issime corsero e lo agguantarono: Aaronino, Aaronuccio nostro.

Arrivederci e grazie.

Che poi la mia amica Rosa, che conoscevo da molti anni e avevo incontrato lì per caso e me l’ero portata a vivere con me, era una  schietta, in tutto e per tutto. E’ la stessa che ha formulato la famosa teoria secondo la quale in realtà io mi nutro delle spoglie di depressi e tipi strani, che se no non si spiegherebbe l’attrazione che esercito sui relitti dell’umanità.

Sicché disse: io poi vorrei capire questo che ci ha trovato, in te.

Che lo volevo capire pure io, ma non c’era mica bisogno che lo dicesse così.

E’ colpa di Alfredo, cercai di spiegare.

Poi squillò il telefono, era il servilissimo portiere nero dell’albergo di bianchi, che annunciava: mademoiselle, monsieur Aaron.

Marò, che ossessione.

Aaron, dimmi.

No, no, scendi: sono nella hall. Almeno l’aperitivo.

Vabbuò, facciamo l’aperitivo e leviamoci questo molare, jammo bello.

E durante l’aperitivo Aaron parlava, parlava, parlava. Però parlavo un pochino pure io.

Poi guardò l’orologio e disse: me ne devo andare, fra poco passano quelle a prendermi per la cena.

E io risposi: bravo, vai a cena con quelle là e divertiti, fate buon viaggio e statevi bene.

Ma mentre dicevo questo fatto qua questo Aaron mi prese e mi baciò.

E poi mi ribaciò.

E poi mi riribaciò.

E per finire mi ririribaciò e aggiunse: bellissimissimissimo.

Poi se ne andò.

E questo fu tutto il fatto di Aaron, che aveva gli occhi neri, i capelli mossi, era bellissimissimissimo e viveva affianco alla Fifth Avenue. Per dire.

aprile 4, 2005

Mi sono svegliata abbastanza presto per andare a votare.

Tra i candidati alla Provincia è presente un tipo bislacco, che cerca ormai di emergere in tutte le elezioni, alleandosi di volta in volta dove glielo consentano.

Molti lo avranno visto anni fa di passaggio da Costanzo, quando ancora si faceva chiamare Doctor Seduction e impartiva corsi a pagamento sull’oscura arte della seduzione e dell’acchiappo.

Io poi che lo incontro di tanto in tanto sul corso della città posso testimoniare che come arriccia lui il labbro superiore in segno di richiamo non lo sa fare nessuno.

Adesso si è candidato con l’Ulivo.

Giuseppe Cirillo detto Condom King.

Testuale così sulla scheda elettorale, sui manifesti, sui bigliettini.

La sua piattaforma politica, da una decina di anni a questa parte:

Punto primo: mandare tutti i giovani, dai 16 anni in su, un mese gratis ad Amsterdam a spese dello Stato italiano, perché conoscano sesso e spinello libero.

Punto secondo: inaugurare “parchi dell’amore” dove le coppiette prive di altri luoghi per appartarsi possano amarsi tranquillamente, in auto o en plein air

Punto terzo: dotare il viale del Palazzo Reale, lungo 6 km, di fontanelle ogni 300 mt., per permettere agli sportivi della città di abbeverarsi a loro piacimento senza doversi caricare di inutili borracce.

Punto quarto: autobus notturni che prelevino i ragazzi presso le discoteche e li riportino a casa uno ad uno, per evitare le stragi del sabato sera.

Punto quinto: distribuzione gratuita di preservativi. Quest’anno ne ha fatto il suo gadget elettorale, una scatolina con la sua immagine e il logo “Tirakmisuk”. Ho supplicato il presidente di seggio di vendermi la sua, ma è stato irremovibile

Altre iniziative degne di rilievo sono state: la Campagna contro la scostumatezza degli Automobilisti. I partecipanti ricevevano in omaggio strisce pedonali pieghevoli da sistemare in caso di necessità di attraversamento fuori dagli spazi previsti, la Campagna per la totale mutuabilità dei profilattici, la Campagna per il Diritto all’orgasmo.

 

 

marzo 29, 2005

Mi aveva chiamato al telefono con la voce concitata, quella delle cattive notizie. Eppure al momento si era rifiutata di darmi qualsiasi dettaglio. Aveva solo detto: vieni, prima che puoi. Cercando tuttavia di non trasmettere ansia o una gravità che potesse paralizzarmi.

Ci conoscevamo da tempo. E tanta premura non mi era necessaria. Riuscivo a leggere dietro le sfumature della sua voce ogni minima traccia, fino all’odore dei suoi pensieri.

Vedendomi arrivare da lontano mi corse incontro e mi abbracciò, offrendomi il cavo morbido tra la spalla e il collo perché potessi appoggiarmi. Ma io sono una di quelle persone che di fronte all’emergenza non si ferma. Io voglio guardare, devo toccare, sprofondarmi immediatamente nell’inferno e poi riemergere. Solo dopo c’è tempo per la tenerezza. Quando tutto è finito, perfettamente compiuto. Per quanto orribile possa essere.

Mi passò il braccio sulle spalle come per sorreggermi, mentre io cominciai a lanciare il mio sguardo sulla cosa per cui mi aveva chiamato. Quell’incredibile massa gelatinosa che si stendeva davanti  ai miei piedi, verdastra e informe. La guardai  nuovamente senza comprendere. Poi finalmente capii e  la massa gelatinosa sembrò  trasferirsi nella gola, comprimendomi la tiroide.

Nel frattempo erano  arrivati anche il medico legale e il commissario, mi avevano preceduto.

Il primo mi rivolse uno sguardo compassionevole. Disse: non è uno spettacolo gradevole, in queste condizioni sarà difficile anche accertare l’ora del decesso. Il secondo raccolse le mie generalità e mi porse maldestre condoglianze. Ebbe la delicatezza di non informarsi circa i rapporti che intercorrevano tra noi.

Recuperai il mio abituale distacco per chiedere come potesse essere accaduto.

Il medico mi rispose che si trattava di un evento molto raro, di quelli che si studiano sui libri e che a quasi nessuno capita di incontrare nel corso di una lunga carriera.

- E’ un caso evidente di implosione dell’ego.

- Ha sofferto molto, secondo lei?

- Non al momento del decesso. Ma pare che nelle ore che precedano l’implosione le sofferenze siano atroci.

 

Prendemmo un lungo momento di pausa. E poi fui di nuovo io a parlare.

- Era un gran bel pezzo di fisico.

 

So che la mia frase risultò stonata, ma era esattamente ciò che volevo dire. Non c’entra nulla il verbo avere. Sì anche quello, è vero, ma ormai era del tutto irrilevante. Ad essere precisi era un bel pezzo di fisico con un gran fisico. Ma di fronte alla morte alcune cose perdono la loro importanza.

- Un fisico?

- Sì. Aveva anche interessi in astronomia. Un po’ superato, a onor del vero…sa di quelli che pensano ancora che tutto giri intorno alla Terra ravvisando nell’impostazione tolemaica il richiamo all’uomo quale centro dell’universo? E poi si era occupato a lungo della fissione nucleare, l’aveva sperimentata su stesso, sul suo toro vuoto.

 

Il medico legale e il commissario abbassarono lo sguardo per non incrociare il mio. Non sono sicura che capissero esattamente cosa stavo dicendo, ma a modo loro erano accorti, delicati.

Avrei voluto chiedere tante cose, ma non era necessario. Sapevo esattamente come e perché fosse accaduto.

Un lievissimo senso di colpa mi strinse la bocca dello stomaco, ma lo respinsi con un coraggio inconsueto. In fondo nessuno può dirsi davvero responsabile dell’implosione dell’ego di un altro. E’ un male oscuro, che cova, si annida per anni senza presentare sintomi apparenti. E poi un giorno il collasso improvviso, un pretesto. Per esempio accorgersi che la Terra è solo un pianeta, con tutto ciò che ne consegue.

Staccai un rametto di mimosa per deporlo su quello che una volta era stato il corpo del Grande Seduttore.

Abbracciai la mia amica e accettai il passaggio del commissario, ero ancora troppo sconvolta per rimettermi alla guida.

Per strada scoprii che abitava a 200 metri da me e che aveva un sorriso luminoso.

Non portava fede al dito e non odorava di borotalco per bambini.

Mi chiesi stupidamente come avessi fatto a non notarlo fino a quel momento. Sembrò leggermi nel pensiero. Mi rispose: ero in servizio a Gallarate, sono qui da soli due mesi.

marzo 8, 2005

Il Grande Seduttore non avrebbe celebrato la Festa della Donna. E ciò per due ragioni specifiche. Quella esteriore: che la donna va celebrata ogni giorno e non ricordata uno ogni 365.

Quella intima e non dichiarata: che voi non siete donne. Siete quelle cose che il Padreterno ha destinato per la soddisfazione del mio narcisismo, per il sollazzo dei miei sensi, per specchiare e riflettere le mie smisurate brame. Cose, appunto.

Il GS mi mostrò le sue mani.

-         Sono grandi, vero?

Per ghermirti, pensai io. Ma non lo dissi. Non volevo precorrere i tempi.

Poi mi baciò.

Per la strada la gente ci guardava. Sembravamo appannati, sotto le minuscole gocce di pioggia di marzo. Ci avvolgeva come una nebbiolina sottile, che ci rendeva irreali.

Forse irreali lo eravamo davvero, a pensarci bene.

Gli sguardi delle donne mi inciampavano addosso, mi scavalcavano per dirigersi a lui.

Lui li raccoglieva per un istante e li restituiva pieni di qualcosa che traboccava. Lo faceva con innata discrezione, con un senso di distacco e misura che tradiva invece tutto l’impegno che c’era nel rispondere con nonchalance alle richieste di attenzione.

Poi disse una frase, mentre una fanciulla invitava il suo sguardo a posarsi sulla mimosa appoggiata nella piega tra i seni e con un briciolo di volontà residua gli chiedeva silenziosamente, con un guizzo di malcelato stupore, chi io fossi.

Disse: non sopporto le donne che si fermano alle apparenze.

Solo il Grande Seduttore avrebbe potuto pronunciare una frase così, passibile di essere interpretata in tutti i modi possibili, al tempo stesso autoreferenziale e ambigua.

La registrai per esaminarla con cura più tardi, una volta rimasta sola.

A casa la appoggiai sul vetrino del mio microscopio, la sezionai in tutte le sue parti, ne misurai lo spessore e le proporzioni.

La conservo custodita in una teca, immersa in una soluzione di formaldeide. E’ qualcosa di bello, unico. Totalmente inutile. Un ecosistema piccolissimo e fragile, senza alcuna relazione col mondo circostante. Esattamente come il Grande Seduttore. 


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