Archivio per la categoria ‘il salotto di concetta freud’

Di mamma non ce n’è una sola.

aprile 22, 2010

Mentre scartabello una serie di testi in cerca dell’Idea – e più che dell’Idea della Chiave – mi imbatto in un saggio sullo sviluppo umano come processo bioculturale che si sofferma in particolar modo sul parentering. Come si dirà parentering in italiano? Stile genitoriale? Competenza parentale? Vabbè, ci siamo capiti.

All’inizio lo sottovaluto, poi mi ci appassiono.

E’ che io sono dell’idea che se incontri il Buddha per la strada non lo devi uccidere subito, ma gli devi dare mandato di uccidere la mamma, il capufficio, lo psicologo, eventualmente la suocera e il cane e dopo, a missione compiuta, freddarlo alle spalle col silenziatore.

E’ solo che questa volta il Buddha diceva cose  interessanti, sicché l’ho risparmiato.

Ho letto il saggio fino in fondo, quarantuno pagine, per scoprire che sono una mamma cinese.

E di colpo mi sono ricordata del libro di Bollea, Le madri non sbagliano mai, che avevo letto e profondamente assimilato mentre portavo con orgoglio il pancione, per rassicurarmi che qualunque cosa avessi fatto da mamma, sarebbe andata bene.

Più che altro per l’impossibilità di percorrere strade alternative, visto che siamo culturalmente condizionati. Mamma cinese. Mah. Cinese a chi?

Dunque mia figlia ha iniziato il suo primo giornalino scolastico, dopo la redazione a quattro mani di un romanzo d’appendice illustrato, insieme alla sua amichetta del cuore. Entrambe figlie di divorziati, avevano ipotizzato una storia d’amore con happy end, ma alla fine ci hanno ripensato e i due protagonisti, nonostante la casa, i bambini e il cane, si lasciano e lei finisce con uno più giovane.

Direi che il realismo non manca.

Ero stata tentata di patrocinare il lieto fine per preservare una sorta di infantile speranza, ma poi sono stata zitta. Se la comunità prevede il divorzio e il toy-boy, così sia.

Il fatto sociale batte il fatto individuale uno a zero.

Ma torniamo al giornalino.

Mia figlia lo inaugura con una vignetta – è particolarmente versata nel disegno – raffigurante un Berlusconi con le rughe del corruccio e visibilmente preoccupato e una didascalia che recita: L’amore vince sempre sull’odio, Berlusconi crede che  ci salverà dalla sinistra…ehehehehe.

La madre cinese che era in me – quando ho appreso della vignetta pensavo ancora di essere una mamma italiana – è stata innanzitutto orgogliosa, poi si è perplessa e  le ha chiesto se la maestra avrebbe apprezzato l’ironia e infine ha concluso che non stava bene, a dieci anni, esprimere posizioni così nette senza una precisa cognizione di causa e senza conoscere l’opinione prevalente. Per quanto condividessi, era dominante l’idea che a dieci anni si deve stare al proprio posto.

Come è uscito ‘sto fatto della mamma cinese?

Leggendo di vari studi condotti sul parentering nel mondo ho scoperto che le culture che si basano sull’interdipendenza – dunque quelle asiatiche, in particolar modo – producono bambini con un precoce sviluppo delle capacità di autoregolazione. Non solo. Parrebbe che le mamme cinesi tendano ad assumere in ruolo direttivo nel porre domande ai bambini sugli accadimenti, e a collocare i loro racconti entro precisi contesti relazionali che mirano all’armonia e a costituire il Sé non come fatto individuale, ma come parte di una comunità sociale.

E per finire, quando il figlio della mamma cinese vive qualcosa di spiacevole, anziché rassicurarlo, come farebbe un’americana o un’europea, la sino-mamma legge l’accaduto alla luce delle regole di condotta che è necessario rispettare nella comunità e orienta lo spirito del bambino al benessere comunitario piuttosto che a quello individuale.

Una mamma cinese, senza alcun dubbio.

Non una mamma come gli efé dello Zambia o i !kung san del Botswana, che si caricano i piccoli alle spalle e non ci parlano mai e li fanno allattare da cinque donne diverse. Non una mamma americana che invece di dirigere consiglia, e neppure una mamma inglese che commenta in un modo che vedevo fare alla mia amica Jane e trovavo curioso assai, così dissimile dal mio. E nemmeno una mamma giapponese che rende il figlio un principino per il primo triennio di vita, in prospettiva del training militaresco che lo aspetta alla materna.

No.

Proprio una mamma cinese, che mostra ai bambini oggetti sconosciuti e spiega come si usano, dettagliatamente. Una mamma che antepone l’interrelazione al principio di individuazione. Una mamma che privilegia al contatto corporeo l’obbedienza alla regola. E altre cose. Il che spiegherebbe le continue richieste della figlia di cene a base di germogli di soia, spaghetti di riso e cose così. Una cinesità inconsapevole, povera creatura.

Insomma, alla fine della lettura ero senza parole, convinta che il mio modello educativo, fatto di buona educazione ed enorme rispetto della comunità, fosse un fatto del tutto italiano.

Come potevo pensare una cosa del genere, osservando la mala educaciòn che ci circonda? Per stupidità, senza dubbio.

Pare che le mamme italiane siano come le portoricane: imboccano i figli e vedano nella trasgressione, nel capriccio, nell’insubordinazione, un momento di valorizzazione individuale e segno di personalità, anche se poi sbraitano. Ma sbraitano con orgoglio.

Le mamme latine sono quelle che creano i figli viziati, bulletti, con il delirio di onnipotenza e incapaci di procrastinare il momento di soddisfazione. I figli sfaticati, egoisti. I figli perennemente figli, i figli dittatori e insicuri a un tempo.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenissi e mi sono risposta che vengo da una famiglia mista, con una madre mediterranea e un padre che aveva i piedi nello Yang-tze-Kiang, senza nemmeno saperlo. Un padre confuciano moderato.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenga mia figlia e mi sono detta che viene da una mamma cinese e un padre confuso. Chissà cosa ne verrà fuori.

Mamma, stasera facciamo la pizza?

Sì, ma la mangi con le bacchette. Per coerenza.

Del desiderio e altre storie.

novembre 4, 2009

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Allora sono qui che leggo, leggo moltissimo. Leggo tesi di laurea scritte da altre, oltre oceano. Leggo i fondamenti epistemologici del loro ricercare. Mi faccio venire delle idee, alcune le abbandono a metà strada, altre le coltivo fino a un punto estremo. Qualcuna la biforco e la tagliuzzo, la sfoglio come una spighetta campestre.

Dovrei scrivere una tesi di laurea pure io. Dopo aver brancolato per mesi nella ricerca di un argomento che mi attraesse, essere passata attraverso la morte, il simbolo, l’antropologia medica, mi pare di essere arrivata dove in realtà avevo sempre saputo di essere.

A monte di tutto, il marxismo ortodosso, quello che pone alla base i soli processi economici, mi sta stretto. Da qualche parte leggevo che lo stesso Engels aveva confessato che in definitiva non avevano avuto troppo tempo per dedicarsi alla cultura, ma che se avessero potuto farlo alla fin fine avrebbero detto anche loro che non era pura sovrastruttura. Lo penso pure io. Questo marxismo stretto ha qualcosa di troppo normalizzante, non tiene conto delle differenze. Mi assomiglia troppo, non posso che detestarlo. Ho bisogno di qualcosa che non mi sia adatto, di qualcosa che anziché rassicurarmi mi renda incerta e precaria. Mi farà male e poi mi farà bene, come una medicina amara.

Sarà una tesi sul corpo – poteva essere altrimenti? Sul corpo e il senso di Sé – poteva essere diversamente?

Sto cercando di restringere gli ambiti, di disciplinare. E’ incredibile quanto mi sia difficile, forse la verità è che sono indisciplinata io, e mi piace pensare il contrario.

Molti anni fa ho comprato a Parigi questo volumone –all’epoca esisteva solo una pessima traduzione in italiano – che si intitola Dialogues avec l’Ange. Fare la storia di questo libro è lungo, qui c’è un link che ne parla bene ma non esaurisce la profondità del testo.

Quando ho comprato questo libro pesavo molto poco e mi colpì un passaggio in cui l’Entità che parla ammonisce le donne affinché pesino, pesino nella carne, nella materia, giacché è solo la materia che collega cielo e terra, è essa che si fa interprete dello spirito e della coscienza.

All’epoca non avevo mai sentito parlare di Merlau-Ponty e negavo totalmente l’importanza della corporeità nella creazione del senso. Negavo totalmente che il corpo potesse essere la porta percettiva sul mondo. All’epoca ero disastrosamente cartesiana, peccato d’abitudine in cui anche oggi ricado, seppur meno frequentemente.

Non voglio scrivere troppo a lungo, sono stanca, sto avendo giornate pesanti.

In breve questa tesi racconterà di corpi oltre la norma.

Non quelle cose trite e ritrite della bulimia e dell’anoressia che ci hanno fatto due palle così, no.

Corpi grandi che aspirano ad esserlo ancora di più, corpi che intendono liberare lo spirito per poi ritrovarsi a impigliarlo nuovamente nelle pieghe della carne.

Poi magari ne parlo in dettaglio un’altra volta.

Quando comincerò a capire se si tratta di corpi  che davvero agiscono una ribellione o se invece non si ottundono diversamente ma sempre nello stesso quadro di negazione del corpo, seppur in senso opposto a quello comune. Quando mi sarà chiaro se lo sguardo che le donne rivolgono a se stesse possa essere uno sguardo libero o se sia solo e sempre l’introiezione di uno sguardo maschile di sé.

Mi ha colpito oggi un’intervista letta ad una di queste persone che agiscono questa sorta di devianza alimentare e sessuale a un tempo.

L’intervistatore chiedeva: cosa ti eccita in ciò che fai e subisci?

L’intervistata rispondeva: mi eccita la piena liberazione del desiderio, senza alcun freno.

E lì mi sono bloccata, un po’ inebetita.

Mi sono messa a pensare al desiderio, all’essenza della cosa.

Ho pensato che ciò che attrae ed eccita me è l’esatto contrario, è la capacità di modulare il desiderio senza dargli libero sfogo, quel trattenere che non è pieno controllo, ma continuo bilanciarsi tra la possibilità di abbandonarsi e quella di resistere, quel bilico tra le possibilità, quella sottile sfida tra la realizzazione e la frustrazione. Ho pensato che mi eccita non l’idea di essere formata e deformata senza limite, ma quella di dare e offrire forma contenuta a tutte le cose.

Ho pensato al Giappone e alla sottile arte del bonsai e della miniatura, della riduzione del cosmo in spazi angusti, al teatro asiatico fatto di piccoli gesti.

E poi ho pensato a tantissime altre cose, fino a perdermi nei miei pensieri.

Quando il cielo è così nero e denso non bisognerebbe mai pensare. Mai.

La coscienza di Zen. Brevi raccontini di saggezza mascherata da profonda idiozia (o viceversa).

settembre 17, 2009

C’era una volta, in una remota provincia di un imprecisato paese probabilmente asiatico, in un tempo molto remoto e su un pizzo di montagna remotissimo, che ci volevano giorni e notti per raggiungerlo, un monaco famoso per i suoi consigli.

In realtà non è nemmeno sicuro se fosse un monaco, ma ci piace pensare così. E forse non dava nemmeno consigli, ma la storia così vuole.

C’era invero una lunghissima lista d’attesa per incontrarlo, nonostante la fatica e le difficoltà scoraggiassero molti. Ma evidentemente i bisognosi erano più dei molti. Erano molti e un tot.

Questo monaco – che per praticità e distinguerlo da altri monaci che in quel tempo spuntavano come funghi chiameremo Satria Bagus Pulosari Pon-go – era specializzato nella risoluzione di casi abbastanza impossibili.

Non totalmente impossibili, ma almeno un bel po’.

Un giorno si presentò a lui una signora molto afflitta e gli si inginocchiò ai piedi.

Venerabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono qui perché ho perduto la motivazione a vivere.

Il monaco la guardò, osservò i vestiti impolverati, i piedi piagati nelle scarpe consunte, la pelle bruciata dal sole e tutte le tracce del lungo viaggio che la donna aveva affrontato per essere lì,  e le disse: signora mia, parliamoci chiaramente. Come l’ha perduta? E’ stato un atto di imperdonabile distrazione?

La donna strabuzzò gli occhi: come, di distrazione?

Signora cara, sulla motivazione ci sono varie possibilità: o la si perde per distrazione, o viene rubata, o la si lascia andare perché non è la propria o infine perché si è consumata, andava cambiata per tempo,  e per pigrizia o comodità si è lasciato che si sfilacciasse, senza sostituirla con una nuova. A quale dei casi è da ascrivere la sua perdita?

Non saprei, disse la donna. Non ci ho mai pensato. Non saprei proprio.

E si figuri come posso saperlo io, rispose  Satria Bagus Pulosari Pon-go. Torni a casa e quando ha le idee più chiare ci rivediamo. Magari mentre rimette in ordine la casa, la trova nel posto più impensato. Da quanto tempo non mette in ordine la casa?

Da tanto, da quando ho perso la motivazione a vivere, rispose la donna.

Lo vede che tutto quadra?, concluse il monaco. Vada, vada.

Settimane dopo si presentò al suo cospetto un giovane dal fare seccato: non ho più motivazione, disse.

Il monaco lo guardò e chiese circospetto: l’hai perduta?

Il giovane rispose deciso: sì.

Sapresti ricordare dove e quando l’hai vista per l’ultima volta questa benedetta motivazione?

Il giovane aveva le idee chiarissime: sì, rispettabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, è stato il 27 giugno del 1985, a seguito di una gara sportiva di mezzo fondo nella quale mi classificai secondo. Dopodiché, nel ritirare il trofeo, mi accorsi che avevo smarrito la motivazione a correre ancora. La cercai dovunque, nei giorni a venire, ma non c’era. Sparita.

Mmmmhhhh, rifletté il monaco…e da allora non hai più corso?

Mai più.

E ti manca?

Per nulla.

Ne sei certo?

Certissimo.

Sei proprio sicuro sicuro sicuro?

E dàlli, rispose il giovane.

E allora cosa cerchi qui da me?

Voglio sapere solo dove vanno le motivazioni perdute, ecco. E’ una questione di principio.

Satria Bagus Pulosari Pon-go osservava nel frattempo i piedi del giovane seduto agitarsi freneticamente, mossi  da un moto insopprimibile, come di chi avesse l’impazienza di muoversi e fosse costretto a non farlo da forze ignote. Allora tirò fuori dalla tasca una mappa consunta sulla quale erano marcati con un cerchietto vari luoghi, enormemente distanti tra loro.

Le motivazioni perdute, spiegò, vengono conservate in questi depositi, distanti tra loro molti e molti chilometri. Prova a farti un giro, fino a che non ritrovi la tua. Se non dovessi ritrovarla, ti aspetto ancora qui. Ma ti aspetto tra non più di cinque giorni, ché poi dovrò partire per un lungo viaggio e starò via molti e molti mesi. Ti metto al primo posto nella lista degli appuntamenti, va’.

Il giovane partì e a gran velocità toccò tutti i punti segnati dalla mappa, ma della sua motivazione non v’era traccia.

Tornò sconsolato dal monaco.

Saggio Satria Bagus Pulosari Pon-go, ho girato il paese a piedi in lungo e in largo, ma della mia motivazione nessuna traccia.

Quanti chilometri hai percorso in questi cinque giorni?, chiese il monaco.

Millesettecentoventisette, rispose il giovane. Tutti correndo per non arrivare secondo all’appuntamento.

Il monaco gli consegnò un sacchetto: tieni, qui dentro c’è la tua motivazione. Conservala in un cassetto del comodino e non aprire mai il sacchetto, mai. Controlla ogni giorno che sia al suo posto e non la perdere mai più.

E se la perdo?

Ti rifai il giro dei depositi e poi torni qua. Però ti metto in lista a fine serata, te lo dico subito.

Un giorno arrivò un uomo di mezza età, con una faccia intelligente e tristissima.

Onorevole Satria Bagus Pulosari Pon-go, so che altri prima di me hanno varcato la soglia di questa dimora e hanno visto risolti i loro problemi, così vengo umilmente a chiederti di aiutarmi.

Cosa ti occorre, brav’uomo?

E’ come se avessi perduto la motivazione rispetto alle cose che amavo.

E cosa amavi?, chiese curioso il monaco.

Amavo lo studio e l’idea di diventare il più grande scienziato del paese.

E poi?

E poi, per quanti sforzi abbia fatto, per quanti riconoscimenti abbia ottenuto, poco a poco la passione è affievolita e oggi non trovo più motivo per essere ancora il grande scienziato che fui.

Uhm, disse il monaco, questo è un caso davvero difficile. Sono stati forse gli sforzi a demotivarti?

No, illustre Satria Bagus Pulosari Pon-go.

E’ stata la penuria di denaro a scoraggiarti?

No, magnanimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Uhm…e cosa hai fatto in tutto questo tempo in cui svaniva la tua motivazione?

L’uomo iniziò a sciorinare una serie di fatti, eventi, e man mano che raccontava, la fronte gli si spianava: ho avuto tre figli, a due di loro ho insegnato a cavalcare, ho costruito una casa per la mia famiglia, ho assistito i miei anziani, ho toccato le sponde di fiumi e mari,  ho visto il sole tramontare dai monti…e poi diventavo scontento e volevo tornare allo studio, e poi di nuovo ricominciava il tormento. E nuovamente gli si disegnò sul volto l’infelicità.

Il monaco si passò la mano sul capo pelato, non riuscendo a comprendere il problema.

Ricominciamo daccapo, disse all’uomo. Che cosa ti disturba dell’aver perso la tua motivazione?

E’ come se, rispose l’uomo, è come se qualunque cosa io faccia, provi gusto solo a fare altro e per questo mi senta in colpa. E’ come se in qualche modo, qualsiasi cosa faccia, tradisca il vero me stesso, che è sempre quell’altro.

Benissimo, concluse il monaco porgendogli due braccialetti, il caso è risolto: qui ci sono due motivazioni. Il braccialetto rosso è quello della scienza, quello verde è quello degli affetti. Di volta in volta ne indosserai uno e ti comporterai secondo la motivazione prescelta. Quando sarai stanco metterai l’altro, e così di seguito. Dovrai attenerti nelle tue azioni solo al braccialetto che indossi.

E funzionerà?, chiese l’uomo. Funzioneranno sempre entrambi?

Moltissimo, rispose Satria Bagus Pulosari Pon-go, nessuno si è mai lamentato e non sarai certo tu il primo. Se non dovessero proprio funzionare, ti verrà un senso di colpa molto più grande di quello che hai portato qui oggi e dovremo passare dalla gestalt alle maniere forti.

E sarà doloroso?,  chiese lo scienziato.

Meno di quel che credi, concluse il monaco, ma non ci farai di certo una bella figura.

Infine si presentò una giovane donna.

Non dirmi che sei qui per la motivazione!, sbottò il paziente monaco, che ogni tanto avrebbe voluto qualcuno che salisse sulla montagna a raccontargli storie piccanti di tradimenti e dilemmi amorosi, vendette da compiere, maldicenze dei vicini.

Non esattamente, fulgido Satria Bagus Pulosari Pon-go, la motivazione ce l’ho, non so cosa mi manca. Forse solo un poco in più me ne serve, ma pochissima. Quasi niente.

Sono spiacente, rispose il monaco, ma io di motivazioni da dare ad altri non ne ho più, arrangiamoci in qualche altro modo. Potrei darti del denaro, del cibo. Un orologio a cucù. Che ne dici?

Non è ciò di cui ho bisogno, pragmatico Satria Bagus Pulosari Pon-go. Quello che mi serve è cambiare la mia vita, cambiarla completamente.

Cosa c’è che non va nella tua vita?

Sono triste, infelice, sola, mi lamento. Sono troppo remissiva e troppo arrabbiata, ogni giorno mi aspetto che accada qualcosa a scuotermi e non accade, faccio mille propositi e poi non so da dove cominciare per metterli in pratica, io ci metto tutta la buona volontà, ma poi la vita resta sempre la stessa, non è colpa mia se sono sfortunata.

Come ti ho detto, replicò il monaco, non ho motivazioni da offrirti. Arrivano il mese prossimo. Sicché dobbiamo escogitare qualcosa. Entriamo nel dettaglio: ma tu, per cambiare la tua vita, cosa saresti disposta a fare?

Di tutto, spiritualissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Di tutto di tutto ma proprio di tutto anche una cosa imprevista e magari non proprio regolare e pure in camera da letto?

Qualsiasi cosa. Non è la volontà che mi manca, penetrantissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono disposta a grandissimi sacrifici, è che vorrei solo un aiutino per iniziare, un punto che mi indicasse la via da seguire.

Bene. A che ora sei solita alzarti al mattino?

Alle otto, rispose la donna.

Benissimo. A partire da domani ti sveglierai alle sei e mezza, per almeno un mese consecutivo.

Ma è prestissimo, Satria Bagus Pulosari Pon-go, e con l’inverno che arriva il freddo mi gelerà i piedi e le mani, e sarà ancora buio. E soprattutto: cosa farò una volta alzatami così presto?

Ti osserverai alzarti così presto, rispose il monaco.

Non vorrei insistere, sagace Satria Bagus Pulosari Pon-go, ma mi sembra un fatto totalmente inutile, sussurrò la donna alquanto infastidita.

E come pensi dunque di voler davvero cambiare completamente la tua vita se non riesci nemmeno a svegliarti un’ora e mezza prima?

Poi Satria Bagus Pulosari Pon-go si alzò, con fare ieratico, e scomparve dietro una cortina, richiamato da una profonda motivazione alla minzione.

———-

Ho ritrovato questa mattina una cartellina di appunti di un corso sulla motivazione lavorativa e indecisa se chiuderla in un pacco bomba da inviare in una serie di sedi istituzionali o eventualmente rileggerla caso mai mi fosse sfuggito qualcosa di fondamentale,  mi sono detta che era meglio se respiravo in profondità e poi mi ci facevo una risata su. Ecco.

Insonnia. Mai più il pollo con le patatine fritte per cena. Mai più.

settembre 14, 2009

Di fatto – pensavo stanotte, saranno state le tre – ecco, pensavo a quella storia dei formalisti russi, secondo i quali tutte le fiabe hanno la stessa struttura a far da ossatura e il contenuto diventa fatto accessorio.

Ecco, pensavo a questo fatto qua e contemporaneamente avevo freddo e non riuscivo a riprendere sonno e così invece di contare le pecore pensavo alle fiabe e alle strutture e pensavo anche al perché io abbia con le fiabe un rapporto così controverso e ambivalente.

Così mentre mi alzavo per chiudere la finestra della cucina – che il freddo veniva da lì e si insinuava nelle altre stanze – mi sono detta che le favole suscitano in me quella specie di orrore caratteristico dei traumi e delle coazioni a ripetere successive.

Come i bambini che giocano ossessivamente all’ospedale dopo un’operazione, come le persone che continuano a scegliersi partner violenti che ricordino una figura dell’infanzia per cercare ogni volta di superare il ricordo e la questione tutta.

Quindi, volendo giungere a definizione del mio rapporto difficile con le fiabe – che pure scrivo in abbondanza e anzi credo di non saper fare altro – mi sono detta, avvolgendomi strettamente nel copriletto e ripiegando ancora un poco il cuscino sotto la testa, che l’attrazione/repulsione dello schema è la mia forza motrice e al tempo stesso la mia tomba psichica.

Voglio lo schema perché mi protegge, non lo voglio perché mi limita.

Uno, due. Uno, due. Inspirare, espirare. Tirare, mollare. Trattenere, cedere. Sistole, diastole. Tic, tac.

Pare che il mondo funzioni per coppie di opposti, sicché è probabile che questo tira e molla dello schema io me lo debba tenere per tutta la vita e farmene una ragione. Variare i contenuti, come fanno i formalisti, ma girare sempre intorno al circolo  proibizione à trasgressione à punizione (colpa) à trasgressione à punizione e andare avanti fino a esaurimento, estenuando me medesima e chi mi capita accanto.

Mentre pensavo alle fiabe ovviamente mi è venuta in mente la mia preferita, che è la Bella e la Bestia, intorno alla quale si è costruito il mito più devastante della storia: ossia che le persone cambino per far piacere a noi. E non dite che non è vero, perché lo pensiamo tutti. Pure quelli che dicono: ma quando mai. Lo pensiamo anche nostro malgrado, come si evince da certi lapsus o da certe fantasie fugaci.

Invece la storia della Bella e della Bestia si basa su tutto un altro postulato, e fin qui, il fatto dell’accettazione, del potere taumaturgico dell’amore incondizionato e blabla, ci arriviamo tutti.

Quello che invece non tutti sappiamo è che la prima formulazione della favola – non la versione edulcorata arrivata fino a noi, ma quella di Madame de Villeneuve in prima scrittura – era una vicenda esplicitamente erotica, il che sposta un poco la riflessione in un modo che è un poco lungo da spiegare e infatti lo spieghiamo un’altra volta ma al momento ci serve solo per capire la dinamica.

Nella prima versione c’è la Bestia che tutti i giorni chiede alla Bella: ma tu ci vuoi venire a letto con me, sì o no?

E la Bella risponde sempre di no.  La Bestia si prende il rifiuto e non insiste. La Bella si stupisce del fatto che la Bestia non si arrabbi e si sente tutta combattuta tra il terrore che prima o poi – il giorno dopo, la settimana seguente, dopo tre mesi – la Bestia perda le staffe e la violenti o la schiatti di mazzate e il sentimento di riconoscenza per il comportamento – che in qualche luogo sente essere profondamente sincero – che riceve quotidianamente, fatto di rispetto e affetto delicato.

Tuttavia non si fida. No, che non si fida. Del resto di questi tempi – che sono sempre gli stessi dal Trecento ad oggi e continueranno ad esserlo per i prossimi cinquecento anni – come ci si fa a fidare?

Poi però la sera si mette a letto e se lo sogna. Non se lo sogna Bestia, no.

Ma non se lo sogna neanche propriamente Bello. Nemmeno Principe. Niente affatto.

Se lo sogna in un modo curioso, che potremmo definire bellamente bestiale (o bestialmente bello), è lui e non è lui, a tratti le sembra un’anima sconosciuta in un corpo non minaccioso (e sente di desiderare il quid noto della psiche della Bestia), a tratti sembra proprio la Bestia privata del suo corpo (e nemmeno questo le piace tanto, ‘sta cosa eterea senza sostanza): insomma sembrerebbe che a questa Bella – tra un parolina, un sogno, un allusione velata e la tensione erotica che giorno per giorno si produce - la Bestia piaccia assai, anche e soprattutto perché questa Bestia – a conti fatti – non ha niente di bestiale, o sì, magari un poco, però in realtà non è che un gran parlarne intorno, che amplifica e complica tutto. Una leggenda metropolitana. Uno di quei soprannomi che si affibbiano in terza elementare e poi ti restano appiccicati per sempre. Tipo er Patata o ‘a’ngriccata.

Una serie di congetture e di sentito dire. E poi, madre mia, sta sempre tutto spettinato, tutto disordinato. Quello pure fa gioco, nel quadro complessivo.

A dire il vero nemmeno Barbablù  era cattivo, nella sua formulazione originaria. Secondo me è il destino degli introversi quello di passare un poco per orsi, selvatici e minacciosi. O pure per stupidi, dipende dalle modalità dell’introversione.

Pigliate per esempio King Kong. Era cattivo? No, che non lo era, tutto un equivoco.

E Shrek? E jà, Shrek è troppo bellino.

Insomma –  si erano fatte quasi le quattro e cominciavo a sudare, tutta avvolta nel copriletto a mo’ di mummia egiziana – alla fin fine mi sono detta che questo topos dell’Altro-che-spaventa non era un fatto solo mio, ma attraversava tutto un arco temporale narrativo (e direi pure psicologico) che non finiva più, e che non mi dovevo sentire troppo in colpa.

Certo, a volere essere onesti, le Belle che si sono succedute nella letteratura tenevano assai più pazienza di me, almeno così dicono Propp, Bachtin e compari: al comma tre la Bella di turno accetta un destino – scelto in modo più o meno controverso e consapevole – e poi se lo sorbisce. Si adegua, si adatta, si plasma, si rilassa. E soprattutto non scassa il cazzo.

Arrivata a questo punto di riflessione ho iniziato tutto un miserere e un esame di coscienza che non finiva più e ho concluso che lungi dall’essere marcata dai tratti della Bella, avevo piuttosto lo stigma della sorellastra di Cenerentola.

Come è tipico di tutti gli esami di coscienza, dopo un poco ci si addormenta. Non si è mai capito se è la Buona Coscienza, che si addormenta perché non ce la fa a sentire tante inutili  idiozie, o se è la Cattiva Coscienza che simula un malore pur di non confessare e gettare la spugna. Fatto sta che mi sono addormentata e per qualche tempo mi sono fatta un sogno tipico della CCV (Cattiva Coscienza Vendicativa), sparpagliando tutta la mia cattiveria sugli altri attori del sogno (sempre per quel fatto di Trasgressione, Punizione, Colpa, Punizione e Trasgressione ad libitum).

Quando mi sono svegliata alle sei ho avuto l’illuminazione.

Nei trecento anni di favola della Bella e della Bestia e in tutte le sue ventisette variazioni a partire da quella più nota, il Bestia-pensiero è spesso sottaciuto. L’unico caso che mi venga in mente in cui alla Bestia è data facoltà di parola – penso all’Epiphane Otos della Nothomb – gli esiti sono assolutamente diversi e il suo punto di vista sulla bellezza interiore niente affatto rassicurante.

Nella maggior parte dei casi tutta la fine indagine psicologica è focalizzata sulla Bella, sui suoi turbamenti, sui suoi stati d’animo. Fondamentalmente – come già la moglie di Barbablù – la Bella è un poco dissociata e tutta la favola  è la costruzione di un’unità emotiva, intellettuale, affettiva. Una riconciliazione con il lato oscuro. Una presa di responsabilità.

Ma la Bestia, invece, la Bestia di cui poco o nulla sappiamo, come si sente?

La signora De Villeneuve, che è una narratrice onesta, ce lo racconta un poco, pur fermandosi solo alla soglia e descrivendo invece meglio i suoi comportamenti: la Bestia, nel cercare di persuadere la Bella, la invita a basare il giudizio sui comportamenti che lui le usa, sul sentire più che sul vedere, sul valutare in prima persona invece di usare filtri inadeguati. Come già in Barbablù, viene richiesto alla donna di rinunciare ai sensi espliciti e attivare facoltà percettive più sottili, di fondare la fiducia oltre le apparenze, non in nome di un’arroganza tutta maschilista, ma proprio in virtù di quanto viene praticamente dimostrato. E soprattutto le viene ricordato che nessuno l’ha obbligata a stare lì, nella casa della Bestia, ma che ci è andata di sua iniziativa (certo, non completamente libera, c’è la crisi, due stipendi sono meglio di uno, meglio questo che la solitudine, lo faccio per la mia famiglia, a tutti e due piace giocare a tennis e non avevamo con chi dividere il campo il giovedì sera, passata una certa età non ti prende più nessuno, non mi importa se è una Bestia basta che tiene lo yacht e la casa a Portofino, e chiùppete chiàppete, ma tutto sommato alla fine è lei che ci è andata nella tana della Bestia. Poteva anda’ pure in convento o fidanzarsi con un ragioniere stempiato, ve’).

Insomma, la Bestia si fa valere con pacatezza. Adotta il metodo scientifico, l’unico confutabile solo praticamente, e perciò stesso attendibile.

Il salvo prova contraria.

Nel corso della mattinata ho continuato a rifletterci. In fondo è vero: la Bestia ha stile e determinazione. Carisma e piacioneria. Una cosa di mezzo tra Jean Reno e Gerard Depardieu.

Amo’ – volevo dire a un certo punto alzando il telefono – e però secondo me il vero problema delle coppie, anche quelle che vanno proprio d’accordo, è che gli uomini parlano troppo poco. Siamo sempre noi a far da protagoniste, a criticare, a spiegare, a discutere, a vivisezionare il rapporto, a cercare di migliorarlo, a sintetizzare, a esprimere. Voi invece non dite mai niente, non si riesce mai a capire quello che pensate, come state, siamo sempre noi che dobbiamo dire come ci sentiamo, cosa vogliamo, cosa non vogliamo. Lo dobbiamo dire per noi e per voi, interpretare, tradurre. Io per esempio vorrei sapere tu come la pensi, come stai, cosa ti provocano queste mie riflessioni. Sei d’accordo con me, vero? Condividi, eh? Del resto tutto dimostra che è cosi, ti trovi? Amo’, secondo me io e te dobbiamo parlare un po’ di più.

Poi però non ho detto niente e ho lasciato il telefono in borsetta. La Coscienza mi ha dato un calcio negli stinchi e ho capito che era meglio se mi stavo zitta. Almeno questa volta. Almeno una.

Secondo me almeno una ce la posso fare.

Usque tandem (l’anno, il giorno, l’ora in cui…). E anche un poco di Unheimlich, però così, senza impegno.

marzo 23, 2009

C’è la questione del tempo.

Lo so che iniziare così sembra insensato, ma è proprio questo che sto cercando di spiegare: la questione dell’ex abrupto, l’illusione dell’evento improvviso che inevitabilmente poi si trasformerà nell’alibi del casuale e del fortuito.

E ci diremo – ovviamente, come a ogni alibi che si rispetti, come a ogni favola, come a certe menzogne – che non si può opporre riparo e nemmeno trovare correttivi e rimedi.

L’ineluttabile.

O invece il tubo che è scoppiato non ci aveva forse dato avvisaglie continue nei giorni che precedettero l’allagamento e distrussero la nostra casa e poi la nostra vita tutta intera?

Se penso a ciò che negli anni, negli ultimi anni, ha prodotto la maggioranza delle mie frizioni con il genere umano ed ogni forma di conflitto e qualsiasi disagio del tutto personale, mi rispondo che c’entra la definizione del tempo, in tutte le sue accezioni: da una generica pretesa di attenzione e rispetto della puntualità e delle scadenze fino alla precisa definizione di momenti temporali ai quali far risalire l’inizio – o la fine – di una determinata azione, di un comportamento, di un’abitudine. Di una scelta o di una rinuncia.

Tempo e scelta costituiscono un binomio indissolubile.

E non mi dite che il tempo è un galantuomo. Il tempo non esiste, se non nella volontà di chi gli dà forma e contenuto.

Per esempio la domanda del medico al paziente: saprebbe dirmi da quando, più o meno (abbiamo detto che l’ ex abrupto non esiste, è un’infantile fantasia di onnipotenza, è desiderio di deresponsabilizzazione), è iniziato il suo disturbo alla schiena?

O la domanda del capo al subalterno: hai, più o meno, l’idea di quando terminerai questo lavoro?

Oppure l’invocazione della moglie al suo uomo disoccupato che trascorre la giornata ciondolando sul divano, ubriaco e scontento, triste e violento, senza porre rimedio a nessuna delle situazioni che lo affliggono: per quanto tempo potremo ancora sopportare questo?

La focalizzazione sul tempo serve ad aggregare un insieme di significati, di episodi, di eventi. Non è del tempo in quanto tale, che ci interessa, ma dell’esserci calati dentro. Dell’essere dentro il processo. Del darsi una storia e del poterla superare, se non ci piace. Se ci diventa stretta.

La domanda sul tempo è una domanda che contiene istanze di rinascita e purificazione, di superamento e conferma, di rinuncia alla vaghezza e al falso campo delle infinite possibilità.

Interrogarsi e rispondersi sul proprio tempo vuol dire sottrarsi al dominio del Tempo come forza che ci manovra dall’esterno.

Una giusta, onesta domanda sul tempo, prevede necessariamente un “più o meno” al suo interno.

Serve all’assestamento, alla negoziazione. Serve alla libertà.

Serve ad ottenere una risposta realistica, in cui l’imprevisto venga confinato nei limiti forniti dal più e dal meno, un margine inferiore e un margine superiore nei quali muovere impegno, affidabilità, responsabilità.

Margini di cui servirsi in modo dialettico per costruire un rapporto che rispetti i tempi di tutti e vincoli tutti intorno al medesimo obbiettivo. Laddove l’obiettivo esista. Oppure li lasci liberi di andarsene.

Senza un dialogo sul tempo, senza una sua gestione condivisa non si dà alcun rapporto umano, alcuna fiducia, alcuna costruzione. Forse senza una riflessione sul tempo non si esiste.

 

(Ho male a un pollice lussato, e so perfettamente da quando. Ho un dispiacere cronicizzato che colloco cronologicamente in un momento corrispondente a circa un anno fa e che quotidianamente sormonto, ho una rabbia di anni che riemerge a scadenze definite dal mio tempus lugendi e mi tormenta e impoverisce la mia vita.

Da alcune settimane provo inquietudini che vedo ben piazzate lungo i giorni, come pietre miliari.

Esistono cose che mi fanno sentire collocata fuori dal flusso del tempo, fuori da un ciclo,  e perciò stesso meno viva.

Esistono comportamenti e gesti stereotipati e necrotici che subisco e mi inchiodano a dimensioni statiche dell’esistenza che assomigliano alla morte.

Talvolta la mia scarsa memoria è una via di fuga per evitare di sistemare nel tempo alcuni eventi e riuscire così a scampare temporaneamente a qualcosa, alla ragnatele di interpretazioni cui far seguire decisioni o azioni. Per fingere di poter evitare dispiaceri che invece si ripresenteranno secondo un ben noto scadenzario. E invece non si sfugge mai a niente, mai.

In altri momenti invece ho una visione amplissima del tempo, come se fossi al centro di una ruota e da lì riuscissi ad osservare tutto contemporaneamente.

Da lì scorgo ogni giorno e il contenuto di dettagli definiti. Tenere il tempo vuol dire vederne la somma e il disegno complessivo. E poi scegliere dove andare.

Rifiutarsi di svelare il tempo potrebbe voler dire aver paura di pronunciare il nome delle cose?)

In(tutta)coscienza

marzo 18, 2009

Cara Flounder,

esibiscimi biglietto e prenotazione per il viaggio in questa vita, prego.

Tua FF.SS. (Ferroviariamente Statale) Coscienza

 

Cara Coscienza,

ho ingenuamente acquistato un abbonamento diuturno.

Tua metodica Flounder

 

Cara Flounder,

keine gegenstaende aus den fenstern werfen.

Tua cogente Coscienza

 

Cara Coscienza,

questo vuol dire che mi è impedito anche il suicidio?

Tua provocatoria Flounder

 

Cara Flounder,

tassativamente. E per di più ti faccio notare che sei seduta sul posto riservato alle gestanti.

Tua regolamentare Coscienza

 

Cara Coscienza,

lo so. Ma purtroppo i posti per invalidi e depressi erano tutti occupati.

Tua conscia dei suoi limiti Flounder.

E se fosse il tatto un'attitudine alla menzogna, come sostiene Aurélien Scholl?

febbraio 11, 2009

Leggevo qualche settimana fa un libro assai avvincente, Homunculus,  la cui sinossi recita: Nel senso comune viene dato per scontato che l’essere umano sia portatore al suo interno di un’essenza, di un homunculus, ovvero una sorta di “doppio” in miniatura che compie, in scala ridotta, ciò che viene manifestato attraverso i comportamenti (…). In questo volume l’identità viene invece presentata non in quanto sostanza, ma come il nome attribuito ad uno stato dell’essere, un artefatto narrativo socialmente determinato, la cui funzione principale è quella di fornire, sia soggettivamente che oggettivamente, un dispositivo di riconoscimento coerente e adatto alla propria cultura di appartenenza.

Già ‘sto saggio mi aveva in qualche modo turbato, ma in uno dei capitoli finali mi sono imbattuta in una citazione letterario/cinematografica che ha fatto il resto: l’Avversario, di Nicole Garcia, cui corrisponde l’omonimo romanzo di Emanuel Carrère.

Di Carrère se ne era già parlato qui, una volta in questo blog, a proposito del Grande Seduttore, che a mio parere non è del tutto avulso da questa riflessione, ma sulla quale adesso, per il momento, non ho voglia di soffermarmi ancora.

Spinta da una curiosità irriducibile, tra venerdì e domenica, non senza intoppi tecnici, siamo finalmente riusciti a vedere questo film con Daniel Auteil.

Un film caricato dall’angoscia di non riuscire mai, nemmeno per un momento, a offrire una spiegazione.

Un film che tende a dimostrare che il Male non è l’assenza di Bene, ma l’inevitabile conseguenza del Vuoto.

La sensazione che trasmette è di freddo biancore, c’è neve ovunque. Passi lievi, impronte, segni impercettibili.

Il protagonista indossa la cravatta sempre, anche a letto con l’amante.

Spazio vuoto e simulacri, credo che sia  riassumibile in questo.

E’ inutile raccontare quanto mi abbia scosso, quanto abbia risvegliato le più profonde paure, scuotendo la radice di tutto ciò di cui mi servo per avere conforto e coraggio. E’ come se avesse sollevato di colpo un  drappo, una coperta, mostrando un improvviso baratro sottostante, un vortice che può risucchiare con estrema facilità. Un pericolo di cui conosci quotidianamente l’esistenza e con il quale quotidianamente ti misuri, in un braccio di ferro di coraggio e indifferenza.

Scherzavo l’altro giorno con mia madre sul fatto che siamo donne di scienza e non di fede, tranquillizzate unicamente dalla conoscenza, quand’anche diventi portatrice di ulteriore dolore. Siamo quelle dell’enciclopedia medica, della verità brutale, della derisione verso la speranza.

Così sono andata a cercare e leggere qualcosa sulla storia vera da cui origina quest’Avversario, la storia del dottore Jean Claude Romand, stimato ricercatore dell’OMS, benestante e sensibile, delicato e accorto, che il 9 gennaio 1993 sterminò l’intera famiglia: genitori, moglie, cane, due figli.

Ho cercato di sapere qualcosa in più di quest’uomo, che in realtà non fu mai ricercatore, e nemmeno medico. Qualcosa in più della sua vita, della "sua" verità.

Figlio unico, gravato da enormi aspettative circa la sua riuscita, un modello tanto frequente quanto banale. Fu un bambino modello, educato, tranquillo, grande lettore. Il figlio che i genitori volevano che fosse.

Confessa a Carrère, che per anni lo ascolta, durante la stesura del romanzo documentario, che talvolta mentiva ai grandi, ma solo per non impensierirli. Per proteggerli.

Per dodici anni consecutivi si iscrisse ai corsi della facoltà di medicina e alle successive specializzazioni, senza mai sostenere un solo esame ma fingendo di averli superati tutti.

Acquistando libri, facendo fotocopie. Come tutti.

Alla fine del corso di studi annuncia a tutta la famiglia di essere diventato ricercatore all’OMS.

Si sposa, con una cugina lontana che lo aveva sistematicamente ignorato fino al giorno in cui lui le racconta del suo male, un linfoma, che lo consuma. In seguito la malattia altalenante e inesistente gli permetterà di eludere qualsiasi conversazione impegnativa, pena lo stress e l’insorgenza di atroci dolori e anche di giustificare improvvisi e fasulli vuoti di memoria.

Si procura carta intestata e tutto quanto rechi il logo del suo impiego, annuncia lunghi viaggi di lavoro che si arrestano alla soglia di un piccolo albergo nelle vicinanze dell’aeroporto, dove resta per giorni confinato in una stanza leggendo guide turistiche del paese in cui dovrebbe essere in missione, in modo da fornire il maggior numero possibile di dettagli al suo rientro.

Per mantenere un tenore di vita adeguato convince la famiglia che il suo status di funzionario internazionale gli consente agevolazioni bancarie in Svizzera: le somme che gli vengono conferite dai parenti non verranno mai restituite.

Romand trascorre le giornate rubando testi e riviste alla biblioteca dell’Oms e ascoltando la radio fermo per ore nelle piazzole degli autogrill o passeggiando nei boschi. Sembra un ottimo padre e un marito devoto.

C’è una menzogna originale, su cui fonda tutta la sua vita. E’ un tema che mi ossessiona, ne avevo scritto una storia, tempo fa, qui dentro. E’ più di un’ossessione, è il terrore. E’ quanto di peggio immagino che possa capitarmi al mondo: precipitare rovinosamente nel vuoto altrui, esserne risucchiata,  e accorgermi solo dopo di non essere mai riuscita nemmeno a scorgerlo.

Catherine Marchi, psicologa clinica dell’Università René Descartes di Parigi, esperta di stati borderline, sostiene che  esista una « gioia » particolare nella mitomania, consistente nel  lasciarsi credere che qualunque desiderio possa essere realizzato.

Non è dunque il bisogno di evitare una punizione, ma qualcosa di più profondo.

E’ una necessità esistenziale, e perciò stesso più difficile da sradicare e combattere.

Di tutta la vicenda ciò che più mi turba è il diploma di maturità di Romand.

Presentò una dissertazione scritta, in filosofia, dal titolo: Esiste la verità?, riportando un voto elevatissimo.

Forse la sua vita non fu che un tentativo di dimostrare il suo teorema.

Non è l’uomo che va curato, ma le immagini del suo ricordo (James Hillman)

febbraio 4, 2009

Pensavo a una cosa da scrivere, ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito.

Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

Erano un poco di commozione e un poco di dispiacere. Una parte residua, di rabbia.

Erano come quel giorno in cui ho capito che qualunque cosa io facessi, sarei rimasta sempre un poco invisibile e che nulla, nulla, nulla, avrebbe mai potuto restituirmi la rotondità di una completezza. Che mi restava il dono del racconto, come collante tra gli estremi.

Che sempre sarei rimasta divisa in due metà asimmetriche, dissimili. Che al sollevarmi e guardarmi in controluce anche oggi vedi le cicatrici, i solchi, le venature, il punto in cui combaciano. E segni di frammenti ricomposti, le due metà maldestramente vincolate insieme.

Il punto fragile. Dove anche senza una lama, senza troppa pressione, puoi infilare qualcosa a far leva e da lì far defluire il contenuto e i lacrimoni. Scollarmi.

L’asimmetria di questo stare al mondo. Come altro dirla? E’ una cosa che non si dice, al massimo puoi provare a raccontarla.

Così pensavo ieri, per strada, volendo raccontare di una mattina densa, di una di quelle mattine in cui la realtà si muove su vari piani e traccia disegni, muove possibilità, un poco scolla. E scrolla.

Da qualche parte c’è dentro di me  – ne sono più che certa che sia questo – un retaggio di cattiva trasmissione, l’interruzione del fluire, un certo intoppo che impedisce alle metà di svilupparsi insieme, gioiosamente, all’unisono.

Per quanti sforzi faccia – di cura, nutrimento ed attenzione – una delle due rifiorisce e ombreggia l’altra, le ruba la sostanza, la occulta, la tradisce.

La sminuisce, la rende invisibile. La consuma.

Sicché lo stesso atto del nutrire è in realtà qualcosa che assomiglia all’affamare.

Di tutti i paradossi è il più tremendo.

Avrei scritto di questo. Del giorno in cui mio padre, più di trent’anni fa,  ha tirato fuori la frase che da sempre mi impedisce di godere dei miei frutti, quella che pone un limite alla mia corretta percezione dell’agire, che situa in un momento non dato, futuro, in un altrove, la completezza del senso dell’azione, del sapere. Di tutto. Del perché racconto.

La ciarlataneria, questo è il terrore. L’inattingibilità del senso profondo delle cose, la parte che sfugge e che sempre va inseguita e conquistata per mettere a posto la coscienza, per dirsi un sì, un no. Per non temere il buio, per non bruciarsi al sole.

Nel racconto è sempre tutto ammesso, nessuno potrà mai muovermi un’accusa.

Pensavo pure ieri, ieri mattina, e poi il pomeriggio, la sera, fino a notte profonda, che una decisione, una presa di posizione non necessariamente esclude il suo contrario. Come dirlo?

Che per esempio se si decide di vivere, talvolta non si fa nulla per impedirsi di morire. Non sto parlando del pensarsi immortali, ma della giusta posizione dei gesti, delle azioni finalizzate all’una o all’altra cosa.

Che se si decide di amare ciò non comporta automaticamente la rinuncia al fuggire.

Che se si sceglie di non essere invisibili bisogna fare i conti con la vulnerabilità e ciò che ci vergogna e ci sospinge di nuovo all’invisibilità.

Che quando vuoi vedere chiaro nelle cose talvolta – apparentemente tuo malgrado – ti infliggi una cecità senza motivo.

Che a raccontarlo questo viene bene, ma a viverlo un po’ meno.

Ieri mattina mi sono seduta come una brava scolara, al di qua di una cattedra dove ho sostenuto il mio primo esame da matricola, dopo tanti anni.

Non mi sono mai sentita così impreparata in tutta la mia vita di studentessa, e al tempo stesso con la piena consapevolezza che quello fosse il livello massimo al quale poter arrivare, con un senso del limite che mi ha caricato di umiltà. Ho parlato a lungo di malattia e di morte, di istituzioni sanitarie, delle parole per raccontarsi nel dolore, ho trascinato alle labbra tutto quello che i miei occhi e le mie orecchie hanno raccolto sulle forme del dolore, ovunque nel mondo, cercando di restituire loro un senso complessivo, una cornice.

Ho parlato in modo scientifico di questo post, senza mai nominarlo ma tenendolo come linea guida, delle parti che sfuggono, dei diversi piani sui quali si articola la realtà, dell’elemento che sempre sfugge e che forse contiene l’essenziale, il trait d’union che può consentire ai due tronconi opposti di una scelta di pacificarsi, di unire i due piani del mondo – il visibile e l’invisibile – con uno sforzo sapiente. Di ciò che ci fa male nel dolore  e cui pure restiamo attaccati perché è il nostro riferimento nel mondo, la sola mappa conosciuta. Di cosa serve per fabbricarne un’altra, perché ci insegni ad orientarci. Di chi ci fidiamo e di chi no. Del perché.

Ho parlato di me, in fondo. In modo scientifico.

La mia metà affamata sussurra che è ciarlataneria, puro incanto della parola. Che nella vita faccio l’imbonitrice, nulla più di questo. L’ammazzerei, se non sapessi che grazie a lei vado oltre, alzo lo sguardo, aggiungo pezzi e mattoni.

Per il timore che mi scopra in difetto rafforzo le fondamenta, mi irrobustisco, vado oltre. Ignoro la crepa.

Per il timore che mi scopra in difetto mi affido al suo giudizio e non mi chiedo se davvero ci sia un oltre. Se non c’è ci sarà. Lo costruisco.

So che scrivo per trovare un senso, quale che sia. Fosse anche per distruggerlo subito dopo.

Dice Hillman che le storie accadono a chi sa raccontarle.

E a chi ben racconta il racconto che da sempre lo racconta al mondo, talvolta viene concesso il dono di cambiarlo.

Tutto il mondo è pa(l)ese. La gente mormora, anche su Facebook.

gennaio 28, 2009

(Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Ah, rinnega tuo padre!…Ricusa il tuo casato!…

Il tuo nome soltanto m’è nemico; ma tu saresti tu, sempre Romeo per me, quand’anche non fossi un Montecchi. Che è infatti Montecchi?…Non è una mano, né un piede, né un braccio, né una faccia, né nessun’altra parte che possa dirsi appartenere a un uomo. Ah, perché tu non porti un altro nome! Ma poi, che cos’è un nome?…Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Così s’anche Romeo non si dovesse più chiamar Romeo,chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua? Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia.)

 

Mamma, ha detto mia figlia tornando a casa, ma tu stai su féshbuc?

Sì, ci sto.

Ci sta pure il fratello di Stefania e pure la sorella di Gambardella. Ci posso stare pure io?

No, si’ piccerella. Ci vogliono tredici anni.

Perché? Se no mi scrivono i maiali?

Sì.

Poi siamo andate all’Ikea, che dovevamo comprare le mensole mammut verdi, e mentre mangiavamo il salmone con l’aneto, è passato un signor Pinco, che non vedevo da un tot di anni e che però recentemente avevo ritrovato su FB.

Il signor Pinco stava con moglie e figlia piccolissima.

Ciao, ciao. Bacetto, bacetto. Che si dice?, Che si dice?

Il signor Pinco mi dice: senti, andiamo di fretta, ci vediamo su Facebook.

La novenne lo lascia allontanarsi e dice: mamma, questo è scemo.

Poi ci pensa un poco e aggiunge: ed è pure maleducato. E argomenta correttamente entrambe le proposizioni, come è nel suo stile.

E questo è il primo fatto di Féshbuc, che già lo sapevamo.

Il secondo fatto è che io adesso esco per la strada e incontro gente che in tutta la sua vita non mi aveva mai pensato o degnato di attenzione alcuna, né a scuola, né all’oratorio, né in milonga e nemmeno nel condominio di mammà o alla riunione di coordinamento regionale e che oggi si avvicina e dice: ma tu sei troppo, troppo simpatica. O anche: non sapevo niente, di com’eri.

E io faccio una faccia da ebete, assai perplessa. Una faccia che dice un sacco di cose, per esempio: e nientedimeno tu mo’ te ne sei accorta?

Oppure: ma tu sei sicuro?

Oppure: ma se per tutta la vita sei andato dicendo che ero una troppo pesante e senza senso dell’umorismo!

Oppure: embè?

Allora ho approfondito un poco questo fatto della simpatia, e ho scoperto la questione, che vengo testé a riassumervi, assai stringatamente perché invero ci sarebbero un sacco di cose da dire.

Ho studiato gli utenti di facebook ed essi sono da ascrivere a due grandi tipologie: quelli che in rete c’erano già e quelli che non c’erano.

Quelli che in rete c’erano già, c’erano con un nick, un avatar e una lunga storia relazionale costruita giorno dopo giorno tra le pareti scorrevoli del virtuale, con incursioni nel reale e continue ricomposizioni e smembramenti. L’utente che già c’era in rete, e che ha compiuto il suo percorso di costruzione e ricostruzione della sua identità narrativa, un giorno ha ricucito lo spazio tra nick e name e si è presentato al mondo dicendo: eccomi, sto qua. Sono io.

Gli altri lo sapevano già, ma bisognava fare finta di niente. Facebook è il luogo in cui l’utente che era già in rete esce ufficialmente allo scoperto, senza che questo alteri o modifichi nulla. Egli arriva lì, dopo che si è fatto da solo, ma si è fatto in mezzo agli altri.

L’utente che già era in rete, nel corso degli anni ha compiuto un’operazione di svelamento/rivelamento, tanto a sé quanto al mondo. Ha avuto necessità di nascondersi e presentarsi al mondo come anima e poi ri-definire una corporeità da aggregare intorno a questi contenuti. In un discorso completamente speculare rispetto a quanto avveniva nel mondo da cui proveniva, in cui doveva invece servirsi della corporeità per veicolare i propri contenuti.

Una volta che l’ha fatto, sta a posto.

L’utente neofita, per converso, è come un ragazzino cui abbiano messo in mano contemporaneamente: un superalcolico, un sigaro avana, una svedese di diciott’anni, la casa vuota e il suo cibo preferito. Con in più l’aggiunta dei vicini di casa che ogni tot vengono a controllare che non stia succedendo nulla di irreparabile che poi riferiscono a mamma e papà.

Insomma, la questione nodale è quella della reputazione.

L’utente che già c’era la lega al nick e del nome se ne fotte, l’utente appena arrivato la lega al nome e a ciò che socialmente tutto questo comporta.

Io in questi anni sono diventata molto più Flounder che Brunella.

No, non è esatto.

Diciamo che ho ri/costruito un universo che da virtuale è diventato sempre più reale e ha fatto sì che le persone conosciute in rete e frequentate poi nel quotidiano mi abbiano conosciuto in modo più completo, più tondo, avendo di me sia la frequentazione ordinaria che la conoscenza del momento creativo, a differenza di altri che hanno conosciuto solo la mamma, l’impiegata, la compagna di classe, la sorella dell’amica.

In definitiva sono più seria pensandomi Flounder. Sono più sfaccettata e anche più integrata.

Su Facebook non ho reputazione in questo senso,  e il fatto di spendere il mio nome e cognome senza alcun ritegno rispetto alle scemità che scrivo o ai modi ipersalottieri che mi contraddistinguono in questa parte di rete qua o in ambiti privati non accessibili a tutti, lascia perplessi. Si accorgono che non sono più Brunella. Sono una Flounder sotto le spoglie di una Brunella. Che non è cosa da poco, come voi ben sapete.

Hai coraggio, m’ha detto un vecchio amico giorni fa. Un amico che prima di Facebook non esisteva in termini di pixel e byte.

A far che?

A esporti così.

Ho capito che ci stavamo affacciando da due finestre diverse. Sotto la sua c’era uno strapiombo.

Sotto la mia, la Rete.

Sorvegliarsi e punirsi. Anatomia dettagliata del Personaggio Letterario.

gennaio 21, 2009

[Come ci si può perdere in un blog (ma anche altrove, anche altrove). Appunti in via di definizione.]

Io nomino spesso, chiacchierando con amici, il concetto di Personaggio Letterario, quale direttore artistico e primo attore della nostra personale messinscena nel mondo.

Si tratta di Personaggi Letterari e Caratteri scelti in epoche ormai superate dagli eventi e che tuttavia reclamano attenzione, come vecchie dive isteriche.

In parte è ciò che alcuni psichiatri definiscono un copione esistenziale, atto al perseguimento di determinati scopi, nonché all’esclusione di precise componenti dalla nostra esistenza. Per lo più si tratta di componenti temute e rifiutate, a volte ignote finanche alla coscienza vigile o emerse solo in piccola parte.

Che ognuno di noi scelga di avere un Personaggio Letterario a rappresentarci nel mondo non è cosa poi così grave: in fondo si tratta semplicemente dell’immagine che vogliamo veicolare all’esterno – il nostro abito migliore – o dell’orizzonte al quale tendere con piccoli e quotidiani sforzi di miglioramento.

Il vero problema è quando sfugge al nostro controllo, quando il Personaggio Letterario (o il CyberAvatar o una qualsiasi rappresentazione personale più o meno istituzionalizzata) si anima di vita propria e si impone come realtà assoluta o quando non rappresenta più un orizzonte positivo e raggiungibile, ma qualcosa di totalmente diverso da ciò che siamo e possiamo essere.

E’ il momento in cui si cristallizza la Grande Finzione.

Il Personaggio Letterario diventa allora una bambola, un orsacchiotto. E’ la Bella Addormentata, è un Principe disanimato, è un prodotto sintetico sottoposto a numerose prove di laboratorio, validato attraverso una serie di reazioni e relazioni che in realtà sono simulazioni.

Per contro, qualunque forma di relazione che possa rappresentare un attentato al Personaggio Letterario e metterne a rischio la tenuta viene temuta e sistematicamente respinta, a vantaggio di ciò che invece – escludendo qualsiasi forma reale e reciproca di intimità – possa nutrire questo molosso psicologico.

Sicché il Personaggio Letterario diventa una protesi psichica, è Terminator che si autorigenera, anche quando sembra che sia stato sconfitto o voglia rinunciare a se stesso.

Questa dinamica è terribilmente presente nel modo di autorappresentarsi in un blog, ad esempio,  e in parte confligge con la possibilità, postulata invece da molti,  dell’uso del blog come della possibilità di una parola che guarisca e integri.

Qui c’è piuttosto una parola che invece ammala, in quanto disgrega ulteriormente le personalità plurali senza riuscire a ricompattarle.

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Il Personaggio Letterario non ha un centro di gravità reale che possa sentire e definire come  proprio senza scomporsi: si costruisce artificiosamente con vincoli e limiti, la cui funzione principale è – in teoria – quella di garantire un sistema stabile e coerente, non scalfibile né penetrabile da altro.

In pratica si tratta invece di un insieme di forze atte a contrastare la pressione dall’interno e pertanto quanto più la struttura del Personaggio Letterario appare forte, tanto più è minata dal suo contrario, con il risultato di produrre un sistema totalmente instabile e a rischio.

Più la pressione interna aumenta, più il Personaggio Letterario rafforza il suo copione, a volte apportando cambiamenti che lo spingono in una direzione diametralmente opposta. Tuttavia, trattandosi appunto di due estremi, il centro non viene mai sfiorato e il dubbio su di sé, che pure talvolta si insinuerebbe, viene sistematicamente privato del potere di generare angoscia e dunque di creare la frattura che consentirebbe il mutamento costruttivo.

Il risultato è una lucida follia permanente di cui non ci si accorge. Dove per follia non intendo la perdita di senno, ma l’imprecisa aderenza al reale che si traduce in uno svuotamento delle proprie possibilità.

Fino al giorno in cui potrebbe accadere che la forza interna erompa con violenza e sgretoli le pareti del Personaggio, conducendolo a una vera follia.

Per lo più non accade, e dunque ci si fossilizza in un perenne sdoppiamento che garantisce la sopravvivenza al prezzo del suicidio emotivo. Laddove c’era una forza interna a creare pressione, si cerca di generare un vuoto mediante la distruzione sistematica dei contenuti originari.

L’attrito tra la forza interna (fosse anche in forma di vuoto risucchiante) che spinge per rompere lo schema e la forza del Personaggio Letterario provoca talvolta rumori di fondo e un certo dolore. Qualcuno può confondere questo con una vera vita emotiva, ma in realtà non ha nulla ha a che vedere con la complessità delle emozioni miste al sentimento che, al contrario, svolgono una funzione unificatrice.

Nemmeno è insensibile, il Personaggio Letterario, no. Ma è imbevuto solo di quei sentimenti e quelle emozioni che è in grado di sopportare nella struttura del suo copione.

Tutto il resto è nello sgabuzzino delle scope.

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Ancora, nel definire l’etica o l’impegno come il corso d’azione derivante dall’aver sposato un determinato valore oppure come l’azione che traduce la libertà in responsabilità,  possiamo dedurre che il Personaggio Letterario è privo di etica, in quanto i suoi valori procedono da dettati dogmatici o non interiorizzati e raramente vengono messi alla prova su un terreno rischioso.

Non che il Personaggio Letterario sia necessariamente immorale, ma è che la sua moralità viene calata dall’alto e non negoziata dal basso, è comprata al supermercato come un precotto, piuttosto che una costruzione.

C’è dunque il paradosso di volersi produrre in un’esistenza umana con modalità che invece sono più pertinenti al divino (ma su questo ci devo ancora pensare bene).

La difficoltà di liberarsi dello schema consiste principalmente nel fatto che il Personaggio Letterario non ha necessariamente bisogno di un pubblico. Nemmeno nel blog o nel virtuale, paradossalmente. E’ infatti dotato della capacità di autorappresentarsi e farsi audience da solo, in una sorta di autoerotismo che tuttavia resta insoddisfacente.

Essendo una maschera e non una persona, infatti, il plauso resta confinato alla superficie esterna e, per quanti successi raccolga, nel fondo sa che non hanno nulla di vero, riferendosi appunto a una sovrastruttura, a una contraffazione di sé o, nella migliore delle ipotesi, a una piccola parte di sé.

Ciò crea una sorta di frustrazione ineliminabile, che si può occultare solo a un prezzo elevatissimo: la totale soppressione di sé, della parte vitale che scalpita per emergere.

E’ qui, esattamente qui, che il blogger (ma non necessariamente un blogger) si ammala definitivamente.

Nel suo contraddittorio e infruttuoso tentativo di darsi (o non darsi) una struttura che lo renda libero (talvolta si affida a un caos che nel suo essere permanente gli garantisce stabilità a dispetto delle apparenze), il Personaggio Letterario non si accorge di fabbricarsi da solo il suo personale Panopticon, nel quale lavora sui suoi sentimenti secondo lo schema di Foucault: recinzione-addestramento-disgregazione-controllo.

Alla maniera descritta da Bentham, ignorando come e quando verrà effettuato il controllo, non abbassa mai la guardia. Nemmeno con se stesso.

Se il Personaggio Letterario riesce a rendersi conto di questo, è già a buon punto: potrebbe strapparsi la maschera e consentire ai sentimenti detenuti di organizzare la rivoluzione contro la sua stessa autorità carceraria.

Purtroppo ciò avviene di rado, in quanto la maschera viene prontamente sostituita con un’altra. Sicché molto più spesso dalle ceneri dell’auto da fè si sviluppa un nuovo Personaggio Letterario.

La libera uscita dei sentimenti ha le ore contate.


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