Che poi, dopo un tot di esami di antropologia in cui ci stava sempre in mezzo questo fatto qua di Lévi-Strauss e le strutture elementari della parentela e tutti i fatti delle filiazioni, delle alleanze, delle discendenze, e io puntualmente a chiedermi: sì, ma a me che me ne importa?, a un certo punto, approssimandosi il Natale, ho avuto l’illuminazione.
Gli studi sulla famiglia e la discendenza servono a capire le dinamiche organizzative del cenone di Natale. Lo so ogni anno, ma poi per il resto del tempo me lo scordo.
Prendiamo il soggetto Ego, figlio di [X e Y], nonché fratello di [Z (maschio) e W (sorella)] a loro volta sposati con Q e T e genitori rispettivamente di [R, S e P] e [O e M]. Non dimentichiamo che Q e T sono a loro volta figli di qualcuno, fratelli, sorelle e cugini incrociati di qualcun altro.
Lo so, dovrei disegnare uno schema, per raccapezzarcisi, ma era giusto per darci un’idea.
Come si stabilisce la compagine del gruppo cenante?
Come si determina la location della cena?
Residenza virilocale, uxorilocale o neolocale?
Composizione patrilineare, matrilineare o ognuno a casa sua?
A partire da quando è ammesso un sovvertimento delle regole? Dal matrimonio di tutti i figli o solo di alcuni?
E se non si sposano e convivono?
Dalla nascita di nipotini?
E il sesso di questi ultimi, nonché il fatto o meno che portino il nome del nonno, come influisce sui posti a tavola?
La vera domanda è un’altra: chi fa famiglia con chi. E soprattutto: perché?
Cosa, simbolicamente, rappresenta una modifica degli schemi agli occhi del gruppo allargato?
Io sono per la delocalizzazione delle feste presso le case dei più giovani, di quelli recentemente sposati.
Che poi a me questo fatto che si deve stare per forza tutti insieme, mi piace e non mi piace.
Mi piace fuori dai pasti, per esempio. La tombola, il mercante in fiera e le fette di pandoro.
Non mi piacciono le facce appese se poco poco si sposta una virgola, una sedia, un’abitudine.
A me le feste mi toccano i nervi.
Perché poi ci stanno quelli onesti, che dicono che a certi fatti ci tengono, e quelli che dicono che non ci tengono, ma poi non è vero. Oppure veramente non ci tengono, ma poi il ricatto affettivo del sangue prende il sopravvento e ci devono tenere per forza. Eccomi, sono io.
Allora l’altra sera ho preso un tassì nel centro di Napoli.
Faceva freddissimo.
Il tassista mi ha raccontato tutto questo fatto che aveva prenotato un agriturismo a Montella, in provincia di Avellino, e se ne andava là con tutta la famiglia, 24, 25 e 26. Che sono sedici figli e ogni anno succede il lutto o devono stare tutti ammassati e a fine serata si appiccicano con le mogli che si sono fatte un mazzo tanto in cucina, sono andate dal parrucchiere – inutilmente – e dopo puzzano di pesce e frittura, e soprattutto non tengono genio di pazziare perché stanno troppo stanche.
Però lui non stava contento di andare a Montella, ci andava solo per la moglie, perché se no quest’anno finiva a mazzate. Che il 24, il 25 e il 26 sono i tre giorni in cui a Napoli si fatica di più, con i tassì. L’anno scorso alle dieci di sera stava ancora lavorando ed è arrivato tardi a cena.
Poi a gennaio e febbraio si fa la fame. Quest’anno si fa pure a dicembre, che i turisti sono pochissimi e a Napoli non ci vogliono venire più.
Quando ho pagato i sei euro e quaranta, mi ha fatto specie che prima di mettersi i soldi nel portafogli, si è fatto il segno della croce e se li è baciati.
Poi mi ha fatto tanti auguri, mi ha detto: signo’, speriamo che a Montella non fa freddo. Ma soprattutto speriamo che nun ce ‘ntussecammo.
Torniamo a noi.
Io quest’anno combatto contro dolori veri e immaginari.
Per fortuna quest’anno non sono i miei, ma mi sono così vicini che non fa differenza.
Combatto contro fisime e paranoie. Nemmeno queste sono le mie, ma stanno così vicine che non fa differenza.
Io quest’anno – più di ogni altra volta nel tempo – penso che ci avete rotto il cazzo, voi e il Natale.
Voi siete la pubblicità, i commercianti, il traffico, ‘a nonna, ‘a zia, quella che deve sgravare, quella che tiene i figli malati, quello che non parla con la cognata, quella che vuole stare solo a casa sua, quella che p’ammore ‘e Ddio non voglio stare a casa mia, quello che dice non facciamo i regali, quella che aggiunge che è solo un fatto di tirchieria, le luminarie, le letterine, gli sms di auguri, le carte oro e argento, la solita storia di chi cucina e cosa, chi va alla messa e chi vuole la tombola, chi non tiene i soldi per i regali perché è stato licenziato ma si sente moralmente costretto a farli, gli emigrati che tornano una volta all’anno, i residenti che approfitterebbero delle feste per espatriare ma siccome tornato gli emigrati si devono stare, chi tiene lo storzillo che si è lasciata col fidanzato e lo devono pagare tutti quanti.
Che uno alla fine un progetto alternativo del Natale ce l’avrebbe.
Ma le strutture elementari della parentela sono peggio della camorra: nun puo’ sgarra'.
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Lévi-Stroâ, vafancuâ.
dicembre 16, 2010Ricordi
luglio 19, 2010
Non esistevano i cellulari e scendendo dal traghetto, quello stesso pomeriggio, ci informarono della strage di Capaci. Ricordo che piangemmo. Di tanto in tanto ci incontriamo ancora, è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa tutti insieme. G. oggi ha lo sguardo spento, il cervello in panne e non ci riconosce quasi più, M. è al secondo marito e secondo figlio, io avevo curve e rotondità e quasi nessuno spigolo, A. è ancora tutto spigoli, P. abbraccia P., ma poi sposerà il fotografo. Quella sera stessa finii in ospedale per un inizio di shock anafilattico, per un morso di zanzara su una vena. Ventotene era bellissima, la stanza piena di gechi e una cucina enorme. S. cucinò per tutti, R. e N. lavarono i piatti. Di lì a poco avrei rinunciato alla borsa di dottorato a Tokyo e mi sarei trasferita a Roma. Credo che sia stato l’ultimo momento lieve, totalmente lieve, che abbia vissuto. E nonostante tutto non tornerei indietro mai, mai, mai. Mai.
Hopperbacco! Sottotitolo: dietro un uomo famoso câè sempre una donna. Il contrario, invece, non è esente da rischi.
maggio 6, 2010C’è qualcosa, nella mostra di Hopper vista venerdì passato, che per giorni mi ha impedito di scriverne, fin dal primo istante.
Pensavo che fosse banalmente l’emozione. Poche volte mi era capitato di emozionarmi in tal modo a una mostra, posso contarle sulla punta delle dita: il Caravaggio a Napoli nel 1985, gli Impressionisti a Parigi, Hokusai nel 2003 e davvero poco altro, talvolta quadri isolati, momenti precisi.
Ora, perché io fossi talmente emozionata non so nemmeno dirlo.
Quel che so è che Hopper, di cui non conoscevo nulla, nulla assolutamente sotto il profilo biografico, nemmeno se fosse vivo o morto, è da molti anni uno dei miei pittori preferiti. Ma nemmeno di questo avrei saputo dirne esattamente il perché.
Non è la tecnica, no. Credo sia la luce e il senso costante di vuoto. L’occhio che attraversa le finestre e sbircia dentro le case e coglie solitudini. Donne che o sono ritratte da sole o diventano ancora più sole in compagnia di uomini che nemmeno le guardano, intenti al lavoro, alla lettura del giornale. Persone vicine ma distanti, persone che non si guardano, persone in contatto come si può essere in contatto in uno stupro. Donne ripiegate su se stesse, cadute da un letto. Corpi dolenti, soli, inutili.
Un quadro mi ha stupito, uno che non conoscevo: Girlie Show, la spogliarellista dal viso mascolino e contratto. E poi l’enorme solitudine della donna che lavora come maschera al cinema. Non era in mostra ma faceva parte dell’apparato didattico, tra l’altro ottimo.
So però che mi interessano le biografie, illuminano le opere di una luce completamente diversa e tornata a casa, per alcuni giorni, ho cincischiato qua e là per saperne di più.
La mostra è ricca, molto bella. Mancano alcune delle mie opere preferite – le donne alla finestra che per anni si sono succedute sul lay-out di questo blog – e che esercitano su di me un’attrazione profondissima.
Un’intera sala della mostra è dedicata a loro.
Il curatore scrive: donne irraggiungibili, donne dalle pretese insoddisfacibili. Donne distanti e inappagabili.
Mi sono detta: sarà questo dunque ad attrarmi? Questo rispecchiamento del mio senso di distanza?
Non lo so, poi ci penserò.
Un’altra parte della mostra contiene in formato digitale i diari di Josephine Nivison, la moglie di Hopper. E’ da lì che sono partita incuriosita in questa ricostruzione.
La donna, la donna che appare sempre nei suoi quadri era lei, le fattezze assolutamente riconoscibili in quel mento aguzzo e sporgente.
Lei e Hopper erano stati compagni di liceo, ma si rincontrano nell’estate dei loro quarant’anni.
Josephine è una pittrice affermata, ha esposto con Modigliani e Picasso; lui ha lavorato come illustratore per mantenersi, è frustrato. E’ frustrato da sempre, viene da una famiglia tradizionalista, cattolica e repressiva. In tutta la sua vita ha venduto un unico quadro. Poi è partito per l’Europa e ha imparato a dipingere alla maniera degli Impressionisti, ma la critica americana lo ha stroncato.
La critica americana risente a mio avviso in quegli anni dell’enorme impatto sociale della fotografia, non ha cuore e vista per i colori pastello e le delicate armonie da immaginare da lontano. L’America guarda a se stessa con gli occhi della Farm Security o della street photography, è uno zum-zum e patùn patùn di macchinari, rotaie e sbuffi di fumo.
Ma torniamo alla nostra coppia.
Ad una mostra del 1922, in cui lei lo fa inserire tramite le sue conoscenze, lui si presenta con un’acquaforte e lei con un acquerello, riscuotendo un enorme successo. Allora gli suggerisce di provare, di cominciare a usare la stessa tecnica e lo fa inserire in una mostra successiva. E’ lì che lui riuscirà a vendere dopo molti anni il suo secondo quadro, raggiungendo la fama.
A partire da quel momento inizia la scomparsa di Josephine Nivison. I quadri successivi porteranno la firma Jo N. Hopper, che nel tempo diventerà J. Hopper. I galleristi non la chiamano più, con l’idea che un’artista, dopo il matrimonio, abbandoni la sua arte.
Discutevamo giorni fa, in un’appassionante lezione di Antropologia del Mediterraneo e prima di vedere questa mostra, del triste destino riservato alle artiste. Uccise perché considerate immorali o mai valorizzate, perché la valorizzazione passa attraverso la discendenza o un congiunto che si faccia carico dell’operazione. E da sempre le donne artiste sono restate spesso sole, fino alla morte. Molto amate e mai sposate. Come se l’arte o il talento facciano più paura delle corna. Chissà.(. )
Edward e Josephine si sposano nemmeno un anno dopo dal loro incontro sulla spiaggia.
Lei è vergine, nonostante l’età avanzata, e siamo in un’epoca in cui non si parla con le altre donne, ma soprattutto non si parla di sesso. Lei lamenta nei suoi diari la totale assenza di piacere, con stupore. Non ha confronti. Sa solo che non ritiene normale che lui la prenda da dietro, sempre, con violenza. Ma non sa cos’è normale, non lo saprà mai.
Si installano in un piccolo appartamento al quarto piano senza ascensore, dove passeranno tutta la loro vita. Senza un frigorifero, senza un bagno in casa.
Per tre anni, gli anni della grande depressione del marito, non vedranno gente, mangeranno cibo in scatola e trascorreranno insieme ventiquattr’ore su ventiquattro al giorno.
Lui la distrugge lentamente, critica la sua arte, la ritrae in caricature o con il volto totalmente cancellato. La donna invisibile.
Lei comprende lentamente la sua ingratitudine e l’inspiegabile ostilità, un po’ alla volta capisce che la donna che lui raffigura nei suoi quadri è solo un soggetto, ma non l’oggetto dei suoi desideri e delle sue fantasie maschili.
Non ha troppa fantasia, lui. In fondo, secondo le sue stesse parole, "non voleva altro che dipingere la luce su una parete".
Restano sposati per quarantatré anni. La Nivison ha qualcosa di più della vittima e lui qualcosa di meno del carnefice. In fondo si sposarono dopo i quarant’anni ed entrambi conoscevano il senso e il valore del vivere da soli. E tuttavia si scelsero e restarono morbosamente insieme.
I loro studi occupano due stanze dell’appartamento. Vi hanno collocato degli specchi, in modo che ognuno possa costantemente sbirciare nello studio dell’altro. Lei si avvale del meccanismo e gli rimanda – difficile dire se con compassione o dispetto – un ritratto maschile che raffigura un martire. Quando partono per le loro lunghe sedute di pittura al mare, a Cape Cod o altrove, lui le impedisce di guidare e allontanarsi. Restano lì per settimane, mesi, a dipingere insieme gli stessi soggetti.
Lei dipinge rapidamente, molto aderente alla realtà. Lui invece ha bisogno di lunghi studi preparatori, poi impazzisce per i titoli. Lei tiene un diario in cui riporta, per ogni quadro del marito, tutto quello che è accaduto, i colori impiegati, il luogo in cui sono stati acquistati, il costo, ciò che hanno mangiato, ciò di cui hanno discusso. Lei lo vede in difficoltà e inventa storie per i protagonisti dei suoi quadri, storie per le assenze, dialoghi immaginari a spiegare il vuoto e il freddo della coppia ritratta, finché lui può ricominciare a dipingere. Lei inventa i nomi dei personaggi, li anima. Lui li immortala.
Per celebrare i venticinque anni di matrimonio Josephine, ironizzando sulle percosse subite nel corso degli anni, gli regala una croce d’oro di Gran Combattente. Lui ricambia con uno stemma araldico sul quale sono raffigurati un’armatura e un matterello. Lei lo morde fino all’osso, lui le picchia la testa sulle pareti e poi le lecca il viso imbrattato di sangue.
Ai suoi sessant’anni, lui ne fa la modella per Girlie Show. Ancora una volta l’ha picchiata ma lei è fiera di posare lì per lui, nuda e fiera. Il viso è tirato, rabbioso. Ma non c’è nessun’altra a fargli da modella e non ci sarà mai.
Josephine Nivison muore dieci mesi dopo il marito. Non avendo eredi, e nemmeno amici e familiari, che lui le ha proibito di vedere nel corso degli anni, lei lascia la produzione pittorica di entrambi al Whitney Museum of American Art.
Non è ancora iniziato il ’68, le donne sono ancora meno di zero, i quadri della Nivison finiscono negli scantinati e poi distrutti. E’ solo da poco che è iniziata un’operazione di ricostruzione attraverso cataloghi, fotografie e poche tracce rimaste.
Nel 1970 le Women Artists for Revolution invadono il Whitney Museum e lasciano tampax insanguinati sullo scalone per attirare l’attenzione sulle artiste donne. Sembra la scena di Agorà in cui Ipazia presenta il fazzoletto sporco al suo corteggiatore.
Sono uscita dalla mostra ignorando tutto questo, avevo solo un senso di grande intensità, una pienezza traboccante. Un qualcosa di enorme che mi sfuggiva e che volevo afferrare. Oltre l’estetica, oltre gli allestimenti, oltre le sensazioni.
Hopper è un uomo nero, malato di tiroide, che anela alla luce. Sua moglie la sua lampada alogena, carica di incandescenza e di iodio.
Timeo Danaos et dona ferentes
aprile 9, 2010Mi aspettavano, stanotte.
Me ne sono accorta infilando la chiave nella toppa di casa e iniziando lentamente a girare. Come se all’improvviso il brusio che avvertivo in sottofondo fosse scomparso. E sì che pensavo che quel brusìo fossero i miei pensieri, quelli che involontariamente mi affollano tutti gli spazi mentali non appena salgo in macchina e appoggio le mani sul volante.
Così quatta quatta sono entrata, ho acceso la piccola lampada sull’étagère di fianco alla porta e le ho trovate lì, in un silenzio che sembrava dire: eccoti, finalmente a casa, era ora, chérie. No, per dire: siamo qui da un pezzo, mancavi solo tu. Stai bene, cara? Benone, si direbbe, con questo nuovo taglio di capelli e questo maquillage un po’osé – non certo in assoluto, un po’ osé per te, che sei sempre così volutamente acqua e sapone - sfaldato dal sonno, dal segno degli occhiali. Sembreresti anche affamata, si direbbe. Hai per caso davvero fame?
Ho deglutito, come quando si riceve una sorpresa non gradita. La visita di vecchi conoscenti di passaggio nella tua città, ad esempio. O quei vicini pettegoli e inopportuni che ti si piantano sul divano e non la smettono di sparlare degli assenti. O creditori stufi di attendere, che non andranno via finché non otterranno il dovuto.
Mi sono guardata intorno. La stanza era piena e se andavano spedite per i quattro angoli della casa, con sicurezza.
Alcune le ho riconosciute.
Quelle che conosco da sempre. Leggermente invecchiate, ma appena appena, quasi un niente.
Devono avermi letto nel pensiero, perché quasi in coro hanno affermato: ci teniamo in forma, noi, in costante esercizio. All’età nostra, poi, è pericoloso lasciarsi andare, si rischia un tracollo improvviso, la scomparsa prematura.
Alcune tenevano in braccio delle creature più piccine, in tutto e per tutto somiglianti, come fossero state delle figlie o sorelline minori.
Un po’ alla volta si sono presentate tutte, anche quelle che avevo incontrato una sola volta in una determinata occasione, senza possibilità di approfondirne poi la conoscenza: meteore arrivate e sparite. Le piccine mi hanno fatto un inchino. Qualcuna aveva la faccia dispettosa e si intravedeva con chiarezza il germe di un cattivo carattere che non avrebbe tardato a svilupparsi.
Alcune non erano giovanissime, ma mi erano del tutto sconosciute. Ammiccavano sornione, per nulla disturbate dalla mia smemoratezza. Dicevano: embè, prima o poi bisognava incontrarsi. Con un sorriso di complice inevitabilità.
Ed erano contente di essere lì, partecipi di tanta bella compagnia. Tutte parlottavano tra loro, ridevano, mi lanciavano sguardi carichi di significato, di sottintesi. Erano belle, paffute e rubiconde. In piena salute.
Dopo i convenevoli di rito – nel frattempo arrivavo al frigorifero dove una di loro mi assisteva nella scelta di cosa mettere nello stomaco, giacché ero quasi formalmente digiuna e di questi tempi non è che possa permettermelo più di tanto, poi passavo in bagno a struccarmi e infine in camera da letto, dove almeno tre giacevano addormentate sotto il mio piumoncino, come se il mio letto fosse stato il loro, diamine – ho cercato di arrivare al dunque.
A che devo?, ho esordito. Volevo aggiungere “il piacere”, ma mi sembrava decisamente ipocrita.
Ma niente, cara, niente. Stai tranquilla, siedi qua. Nulla di incomodo, davvero. Una festicciola, tutto qui. Una riunione di famiglia, se vuoi vederla così.
E’ che siete tante, stasera. Ma davvero tante.
Ma non siamo mica contro di te, lo sai, del resto!
E’ che non ero tanto sicura di questo, ma non ho ribattuto per non intavolare polemiche in piena notte.
E allora – ho cercato di prendere l’iniziativa in modo gioviale e propositivo – vogliamo parlare di qualcosa? O data l’ora non è forse il caso di andare a nanna e proseguire domattina? Nel frattempo potreste riposare un po’ anche voi…
Mi hanno guardato deluse e francamente anche un po’ disgustate.
Data l’ora, data l’ora, ha ripetuto una delle più nerborute. E’ questa l’ora adatta, direi.
E le altre sembravano grosso modo annuire, salvo un paio di gemelline che sbadigliavano e sarebbero volentieri sparite.
Ho qualche strano pensiero, in effetti – ho esordito per non trascinarla troppo per le lunghe.
Ma lo sappiiiaaaaaamo, lo sappiiiaaaaaamo – flautavano alcune di loro. – E’ per questo che siamo qui, per assisterti, consigliarti, confortarti. Come sempre, insomma.
Mi facevano cerchio intorno, erano vicinissime. Alcune più distinte e nitide di altre, mentre un irrefrenabile prurito mi prendeva la testa e ne cadevano animaletti verdastri e color sabbia, carichi di zampette pelose. Mi sono detta che data l’ora se avessi chiuso gli occhi e poi li avessi riaperti all’improvviso, sarebbero sparite.
Ma facevano cerchio, ed erano sempre più vicine.
Deve essere stata l’alba quando mia figlia si è svegliata ed è venuta a cercarmi.
Che fai qui, mamma? Perché non dormi?
Adesso andiamo insieme, le ho risposto. Tu continua a dormire, io ci provo, magari adesso ci riesco.
Alla vista della bambina sono scappate via, come per un improvviso senso di vergogna. Un paio le ho viste infilarsi sotto il letto. L’ultima, la più temibile, con sguardo severo mi ha detto: torno più tardi.
E come sempre, sapevo che era da prendere in parola.
——
Stanotte si sono date appuntamento nel soggiorno di casa tutte le mie paure, nessuna esclusa. Anche quelle che mai pensavo minimamente di avere. Ho provato a rabbonirle con tisane, biscottini, favole della buona notte. L’unica cosa alla quale non ho pensato è stata di tramortirle con il valium o farle esplodere, per quanto ne avessi i mezzi.
Credo di aver dormito in tutto un’ora e di avere avuto una pazienza sacrosanta, di aver ascoltato rimostranze e desiderata di ognuna di loro.
Stamattina avevo perso tutto il peso recuperato faticosamente in una settimana.
Quanto stancano, certe conversazioni!
Da leggere e da scrivere, consigli per gli acquisti.
gennaio 27, 2010Mi sono trovata tra le mani – un dono – questo librettino della Voland, casa editrice che conosco esclusivamente per aver letto la Nothomb.
Si intitola Rive Lontane, di Laurent Martin. Un archeologo.
Credo che gli archeologi siano dei bravi giallisti, capaci di mantenere la suspence fino alla fine, mai scontati. Credo che sia per via del fatto che sanno scorgere tracce sottili, invisibili agli occhi dei più.
Normalmente quando leggo un giallo o anche al cinema, dopo cinque minuti ho già idea di chi sia l’assassino. Sicché trascorro la maggior parte del tempo nello studiare in che modo l’autore – tecnicamente – mantiene l’impianto, quali indizi semina. Non è la stessa cosa che restare seduti avvinghiati da una trama, ma non è tuttavia un cattivo esercizio.
In Rive Lontane invece è accaduto il contrario.
Non ci sono descrizioni, ma solo dialoghi serrati. E fino alla fine, fino alla penultima pagina, mi sono chiesta dove sarebbe andato a finire.
E questa è una cosa.
Poi ce ne sono altre.
C’è la traduzione di Sabrina Manca, che sappiamo già scrivere bene, ma che qua ci restituisce uno stile secco, scarno, molto simile alla Kristof in Quello che resta: le frasi sono acuminate e si susseguono con un tale ritmo incalzante che le ferite che provocano in corso di lettura non riescono a smettere di sanguinare prima che ne arrivi un’altra. Anzi, forse c’è di peggio: è solo alla fine della lettura, che scorre rapida e senza intoppi, che scopri i segni che ha lasciato.
Qui si può leggere il primo capitolo.
Ho parlato di giallo, ma non sono sicura. E’ che l’omicidio incombe e catalizza l’attenzione, ma non è tutto. C’è un materiale umano denso, c’è odore di vino di cattiva osteria, e personaggi che chi chiamano Samira, Mustafà, Ivan, Serghej, Itsik, Jesus Pereira. E poi ci sono dei non luoghi, non nel senso di Marc Augé, ma forse come meglio direbbe Bauman descrivendo frammentazioni, evaporazioni di certezze, di riferimenti comuni per il vivere insieme, che si chiamano la Città, la Fabbrica, la Caserma e il Panama, che fanno quadrato intorno a questa banlieue senza nome in cui si svolge la storia.
Più che un giallo ha qualcosa del romanzo sociale, antropologico, politico.
Mi fa pensare molto allo spirito che abita I dannati della terra di Fanon: la città coloniale spaccata in due, le zone abitate dai coloni e dai colonizzati sono opposte, ma non al servizio di un’umanità più alta. Nessuna conciliazione è possibile perché uno dei due termini è superfluo. Non lo è realmente, giacché l’economia della città dei colonizzati sostenta quella dei colonizzatori, ma è superfluo in quanto a potere di promuovere il cambiamento.
Qui invece il colonialismo è dentro casa, alle porte di Parigi, Marne la Vallée: i reietti non hanno da essere per forza stranieri, basta che siano marginali al sistema. Inconoscibili e governabili a un tempo.
Come in Fanon e nella sua descrizione del mondo coloniale, anche qui “lo spartiacque, il confine è indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia. (…) Nelle regioni coloniali, il gendarme e il soldato, con la loro presenza immediata, i loro interventi diretti e frequenti, mantengono il contatto col colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente o di napalm, di non muoversi”.
Anche di fronte alla tragedia, dalla Città non viene mai nessuno. Se non – ed esclusivamente – per ripristinare un ordine e perseguire la logica di equilibrio che lascia tutto inalterato.
La salvezza – se mai possa esistere una salvezza, quando tutta la vita resta puntellata di ricordi – può essere solo individuale. E’ questo, più di ogni altra cosa, che lascia amari.
Un bel libro, sì.
Se invece avete voglia di scrivere, c’è Microcenturie, il ritorno di Effe.
Scrivete e spargete a piene mani.
Dicevamo con Hanging Rock, qualche settimana fa, stabilendo una sorta di sillogismo forse improprio, che se il sesso è una forma di comunicazione e la materia del sesso, il seme, crea il mondo, allora anche la parola, che strumento di comunicazione è, può inseminare e creare mondi, nuove realtà.
In Microcenturie anche un mio raccontino, veramente niente di che.
Nella logica dell’inseminazione e della creazione, riuscisse a rompere almeno una, una sola finzione in qualcuno che mi è caro, ne sarei già soddisfatta.
Corpi di confine
aprile 2, 2009Gli uomini del mare ne conoscevano, di storie e canzoni. E lei restava ad ascoltarli per ore.
Accostava il naso all’uniforme di suo padre e ne respirava l’odore di chiuso e di sale.
Quando tornava a casa si fermava tutto. Tutto. La terra smetteva di girare intorno al suo asse e per cinque, sei giorni, massimo dieci, sarebbe stata una lunga giornata senza nuvole, di pieno sole.
Sua madre si scioglieva i capelli, tirava fuori gli abiti migliori.
Lei non sarebbe andata a scuola per tutto il periodo. Niente e nessuno avrebbero avuto la porta di casa aperta. Neppure un’alluvione, nemmeno la guerra.
Il tempo si fermava, per tutto il tempo che lui sarebbe rimasto con loro.
Iniziavano con gli argenti e i cristalli, con le tovaglie di lino e pizzo e mano a mano, nel corso dei giorni – in questi giorni in cui null’altro era possibile se non godere dell’esistenza dell’uomo – passavano a piatti e bicchieri sbreccati.
Una volta, ricordava, avevano finito per cenare su fogli di giornale, con le mani, mentre in cucina si accatastavano piatti e posate che sarebbero stati lavati dopo, solo dopo la sua partenza, quando con uno scatto fulmineo la terra avrebbe ripreso il suo moto, rincorrendo la nuova stagione.
Ma sua madre era bella, bellissima, trasfigurata.
Cantava di giorno e di notte.
Sua madre aveva i capelli neri di genìa turca e suo padre gli occhi a mandorla di una nonna mongola e un cognome duro, con consonanti gutturali e perentorie.
Sarebbe cresciuta così, lei, tra suoni che non le sarebbero mai stati alieni.
Una figlia unica ovattata tra cuscini di favole e mondi lontani.
Da sua madre avrebbe ereditato i capelli neri e foltissimi, che ancora oggi porta sciolti sulle spalle.
Da suo padre la statura e gli zigomi alti.
Da quel misto di razze e ascendenze nel sangue, la capacità di essere a suo agio dovunque, con chiunque, l’incredibile capacità di toccare le persone nel loro centro esatto, di ricordare le loro diversità e omaggiarle in tutti i modi possibili.
L’ho conosciuta tanti anni fa, nello splendore e nella magia dei suoi quarant’anni, e da allora non ha mai smesso di stupirmi e turbarmi.
Fin dal primo incontro, quando mi appoggiò le mani alla vita, scendendo dolcemente sui fianchi a sottolineare le forme. Lasciai che mi toccasse tutta, io che non amo essere toccata da estranei. Sentivo che era una misura.
Da sempre mi regala cinture e collane, di ritorno da ogni suo viaggio. Non sono ornamenti, mi dice. Non sono solo ornamenti, nulla è mai solo ornamento. Tutto diventa parte, tutto si inserisce e trasforma, tutto lascia traccia e scia.
Non sono ornamenti, mi dice. E’ per segnarti i confini che non hai.
(ad E., di cui amerei essere la biografa)
Tutti pazzi per me(ry). Sottotitolo: narrativa, delirio di onnipotenza e dialettica servo/padrone. Vabbè, dai, sto esagerando.
gennaio 30, 2009Insomma io gli avevo chiesto un alibi.
Un alibi, sì.
Sapete quei momenti in cui ammazzereste qualcuno e dite: “dammi un alibi, che lo faccio”?
Ecco, è andata così, ispettore.
Me ne ha dati due o tre. Sì, sì, lui, il tizio. Niccolai, si chiama. E’ un blogger.
Ma erano così belli questi alibi che m’è sembrato uno spreco usarli così, per me. Sa quando dietro la superficie un’intuizione ti dice che c’è qualcosa di meglio? Che non vale sporcarti le mani e fare il loro gioco? Allora gli ho detto: senti, Niccolai, tienili tu ‘sti alibi e scrivimi una storia. Subito, ti do quattro giorni di tempo. Oppure trovatelo tu, un alibi.
E’ così che nascono le storie, ispetto’, è così che si cambia il destino del mondo: lei si immagini come sarebbe stato diverso se alle 15.00 di due giorni fa io mi fossi tenuta gli alibi e avessi fatto fuori il mio capo. Lei provi a immaginarsi il seguito della vicenda. Una storia banale, racconto di piccole vessazioni quotidiane prive di sviluppo e catarsi. Invece guardi tra le sue dita che gioiello, questi alibi.
Come vede non c’è nessun morto, è pura finzione letteraria. Non c’è stata copula, non ci sono impronte digitali da raccogliere. E’ una storia, ispettore. Un racconto di fantasia. Non esiste la Sarti, non esiste la Cirinnà, non esiste il Reboni. Adesso sono libera, ispettore? Posso andare?
Vada, signora Saccone, vada. Posso tenere una fotocopia del racconto?
Due giorni dopo il Niccolai fu trovato riverso in strada, in un bagno di sangue.
“Coglione senza speranza,” glielo dici a qualcun altro, stronzo!, ripeté ecolalicamente il Codognotto durante l’interrogatorio, simulando di infliggergli ancora, caparbiamente, un colpo dietro l’altro.
Trentasei coltellate correttamente fascicolate, nessun alibi.
La famiglia di Eulau finì i suoi giorni in un imprecisato 24 dicembre
dicembre 26, 2008Abbiamo capito una cosa, ormai: che le feste – e segnatamente il Natale – tirano fuori il peggio delle persone, il peggio delle famiglie.
Sono anni che cerco di capire come e perché si inneschino certe dinamiche, e credo che la questione sia collocabile in più ambiti: quello delle great expectations, per esempio. Ma anche più banalmente il fatto che non siamo più abituati a vivere in modo corale e ravvicinato, ed è come se operasse una doppia pulsione, che spinge all’avvicinamento istigando, al tempo stesso, alla respingenza.
Poi ci sono altre cose, che operano in modo esplicito o più sotterraneo.
Mi pare che il modo in cui si vivano i rituali delle feste sia assolutamente rivelatore di tantissime cose, dalla propria scala di priorità affettive a tutto il gioco complesso di sensi del dovere e correlati pesi di colpa, ai giochi di potere e dominio legati alle scelte del luogo in cui avverrà la festa.
Chi ingloba chi, il modo in cui lo ingloba, ciò che viene lasciato fuori, ciò che si sposa mangiando uno spaghetto alle vongole cucinato non da mano familiare bensì da mano acquisita, ciò che si rifiuta, la disposizione dei posti a tavola, la gerarchia dei doni, il quantum di piacere o necessità presente in ciascuna di queste attività, dal momento della loro ideazione fino alla predisposizione.
Insomma, questo cenone del 24 e questo pranzone del 25 sono un’enciclopedia di fatti umani ed emotivi, una cartina di tornasole: presentami la tua famiglia il giorno di Natale e ti dirò chi sei.
In questa famiglia qua, la allargata famiglia Flounder, da tre o quattro anni si sta lavorando sul transito generazionale e sul concetto di output: più banalmente uno dei pranzi viene consumato in un ristorante e l’altro in una delle case dei giovani.
La guardo dall’esterno, questa allargata famiglia Flounder, e penso che siamo abbastanza bravi, noi della generazione di mezzo – io e i miei cugini – a mantenere un certo affetto per le tradizione, a non permettere che si disperda. E siamo pure bravi in cucina, e pure simpatici. E anche belli, via.
Eppure non basta.
C’è comunque un malcontento serpeggiante, qualcosa cui non sappiamo dare un nome, che sia la fatica dello stare insieme o la paura degli anziani di essere esautorati o il terrore della frattura inevitabilmente dovuta ai nuovi matrimoni, secondi matrimoni, nipotini che un anno stanno di qua e un anno con un’altra famiglia di là, fidanzati con figli altrove, fidanzate che non si capisce da che parte stanno, zii acquisiti che schifano il capitone, be’, fatto sta che occorre trovare una soluzione. O facciamo il cenone in un teatro tenda, con quelle cinque, seicento persone che ognuno raccatta tra i suoi acquisiti e affini, oppure ognuno sta a casa sua e si incontra di nascosto, come i carbonari.
Così oggi cercavamo di programmare i Natali a venire, più che altro per esercizio scaramantico.
Io che ero un poco triste ho proposto di fissare convenzionalmente una nuova data per il Natale, che so, dal 14 al 17 febbraio, e di agire conseguentemente, preparando albero, doni, struffoli, insalata di rinforzo e tutto, in modo da essere liberi al 25 dicembre e poter partire per le Bahamas senza dover dare conto a nessuno.
L’ala tecnologica della famiglia proponeva cenoni in webcam e auguri in videoconferenza, con un lunghissimo collegamento wi-fi, per essere insieme anche mentre si fa pipì. Ogni obiezione veniva ricondotta alla possibilità di creare gruppi di opinione su Facebook. Il più rilevante: Aboliamo il Lattante dal Mercante in Fiera. A seguire: No all’exaequo sull’ambo.
Il ramo mediatico elaborava l’idea di un reality a sorpresa: piazzare telecamere e cimici in ogni nucleo familiare dall’Immacolata all’antivigilia, dopodichè montare il tutto e proiettarlo la notte del 24 su un maxischermo in salotto. Questa era una soluzione estrema, utilizzabile solo nel caso in cui non si vogliano davvero più trascorrere le feste con i parenti.
I religiosi chiedevano austerità, spiritualità, rigorosità. Ma alla domanda: e il baccalà?, facevano grandi cenni di assenso, con gli occhi rivolti al cielo. Che sia baccalà dunque, ma con ricetta della Santa Sede.
Gli emigrati – ogni famiglia ha i suoi emigrati, che siano a duecento, duemila o ventimila chilometri – non volevano sape’ niente: fiondati con le capuzzelle nei piatti, si scendevano ogni ben di Dio, con la scusa che i friarielli e la scarola ad Harvard non ci stanno e peroravano la causa per l’introduzione di una cena supplementare integrativa pure la sera del 25.
I giovani d’oggi chiedevano vacanze, villaggi turistici, animazione: tutta la settimana di Natale a Sharm el Sheikh, tuttinsiemeappassionatamente.
E ci sta la messa di mezzanotte?
No, ci sta la moschea.
E il capitone ci sta?
No, ci sta lo spezzatino di cammello.
E ci sta lo spumante?
No, ci sta il karkadè.
E allora che Natale si fa?
Non si fa il Natale, si fa la Tregua di Natale, come nel 1914. Ahhhhhh, che pazienza che ci vuole!
Pare che gli Omega 3 abbiano effetti benefici sulla depressione. Speriamo.
dicembre 19, 2008Cerchiamo di metterci d’accordo, disse il signor Naso Brevirostris la notte dell’Immacolata Concezione. Perché io sono ragionevole e disposto a tutto, comprendo perfettamente la posizione dei miei colleghi che ogni anno fanno il turno del 24 dicembre, in particolar modo la signora Anguilla Anguilla e il signor Gadus Morhua, però, spogliandoci per un attimo dalle squame e dai nomi altisonanti, risulta evidente che io sono il pesce chirurgo, mentre voi siete una capitonessa e un baccalà, per cui non potete pretendere identità di ruoli, funzioni e destinazioni. Democrazia sì, ma fino a un certo punto, e che diamine! Da che mondo è mondo e cenone è cenone, non si è mai visto un pezzo di pesce chirurgo fritto in un piatto da portata. Oltretutto, al di là dei titoli di studio e della professionalità, capirete bene che io sono un pesce antropomorfo, e questa cosa non si presta alla circostanza. Le ragioni sono troppo complicate da spiegare, ma fidatevi: questa cosa non si può proprio fare. Quindi, per cortesia, prendetevi le vostre responsabilità, il 24 state al posto vostro, ossia nelle cucine e nei piatti, e poi, se proprio volete andare in ferie, se ne parla dopo la Befana.
Io per la verità quest’anno – sussurrò l’Anguilla timidamente – dopo tanti anni di onorato servizio, avevo pensato con mio marito e i bambini di passare le feste nel Pacifico, a trovare quei parenti che stanno in Giappone e non vediamo da tanti anni.
Signora cara, che vi posso dire? Ci andrete a Pasqua, quando c’è di turno l’agnello. Voi non è che vi potete prenotare le vacanze senza concordare i periodi con il Primario. E poi con la crisi che c’è quest’anno, è meglio che restate qua, fidatevi.
Il signor Gadus Morhua rimaneva senza dire nulla, un po’ rigido.
Signor Morhua, qualche obiezione?
E che dire? Col tempo che fa, con questo gelo, un altro anno nell’acqua fredda fino a raggiungere la giusta consistenza, senza alcun rispetto per l’età, i reumatismi. Chi dice fritto, chi dice col limone, chi dice a pastella…
Ah, se è per questo – aggiunse la signora Anguilla – sono le stesse storie che devo sentire pure io ogni anno e francamente di tutte queste indecisioni sono stufa. E mettiti qua, e mettiti là. Ma insomma!
E perchè, voi credete che noi veniamo prese in considerazione?, sbraitarono due Venerupis decussata e quattro o cinque Meretrix Meretrix con le valve semisocchiuse e ammiccanti in direzione del Primario, che manteneva contegno e indifferenza, nonostante tutti sapessero della sua tresca con la Vongoletta del secondo piano. L’unica cosa che sanno dire: con la pummarulella schiattata o in bianco? Come se non avessimo una nostra volontà e una professionalità antica quanto il mondo.
Il signor Naso Brevirostris si strinse nelle branchie: avete ragione, ma che posso fare? Purtroppo è la tradizione che lo richiede: l’ichthýs. Noi non possiamo che adeguarci. Magari, venisse a loro un bell’ictus mentre stanno a tavola, e noi potessimo tornare a sguazzare nei mari. Magari!
Dotto’, mammamia, e come siete brutto! Non le pensate proprio queste cose. Abbiamo capito: stiamo di turno pure quest’anno. Voi invece dove ve ne andate di bello?
Lasciate stare: io ho mia madre ricoverata nell’acquario, a Genova, e penso che ci facciamo tutte le feste là. Quest’anno niente Caraibi. Ci facciamo il cenone con il plancton importato, pensate che schifezza.
Eh, avete ragione. Tante volte uno giudica senza sapere, e invece ognuno tiene i guai suoi. Tanti auguri.
(reduce da una due giorni di riunione sul cenone di Natale, che ha visto fronteggiarsi i soliti schieramenti: onnivori, intermedi e vegani, tradizionalisti e progressisti, il tutto aggravato da sintomi irreversibili quali la vecchiaia, temporanei quali il giovanilismo più una serie di varie considerazioni e dispiaceri, posso assolutamente affermare che quest’anno il Natale è davvero una sofferenza, è una somma di nostalgie, contiene il senso di tutte le perdite passate, presenti e future. Quest’anno ci sarà un menù supertradizionale, abbiamo deciso che serve a contenere i sentimenti in un codice affettivo facilmente trasmissibile e comprensibile. Lo abbiamo deciso proprio noi che non ci credevamo, come un gesto propiziatorio contro le forze centrifughe dell’universo. La scarola con le olive nere e i capperi salverà il mondo.)