For you sing, touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, o my heart shies from the sorrow.
In verità nessuno avrebbe saputo indicare le ragioni dell’accaduto, ma solo ricostruirne, seppur in modo del tutto parziale e frammentato, la dinamica.
E la dinamica era stata che la mattina del sei gennaio, in preda a un’incontenibile pressione alla vescica, dovuta all’essere andata a letto molto tardi dopo un’abbondantissima bevuta d’acqua protrattasi per il primo terzo della notte, Petteruti Evelina si era alzata rapidamente dal letto per cadere in terra incapace di reggersi all’impiedi.
Il che non era da attribuirsi, come molti potrebbero pensare, agli effetti tardivi di una sbronza, quanto piuttosto al fatto che il suo corpo, durante la notte, aveva subito un’impressionante metamorfosi che aveva trasformato la parte inferiore in corpo squamato monoblocco e coda di pesce, alias propriamente detto: sirena.
Petteruti Evelina non ricordava nulla, nessuna stranezza, nessun sogno rivelatore o premonitore, nessun indizio che permettesse in qualche modo di risalire all’orario della trasformazione e men che mai alle sue oscure cause.
Facendosi forza sulle braccia cercò ripetutamente di rimettersi a letto, aspettando l’alba e forse la fine del brutto sogno, ma non riuscendoci, chiamò gli anziani genitori e la sorella maggiore, chiedendo il loro intervento.
Madre di Dio, esclamò la madre, facendosi il segno della croce.
Il padre e la sorella restarono invece in silenzio. Poi la seconda si riscosse: chiamiamo un’ambulanza.
Ferme, tuonò il padre. Qua ci vuole Gigino il pescivendolo. Poi, se necessario, il medico e l’ambulanza. E soprattutto silenzio e discrezione nel palazzo, mi raccomando.
Gigino il pescivendolo, chiamato d’urgenza e richiesto di abbandonare il banco al mercatino previo compenso di euro ottanta, osservò la signorina Petteruti Evelina in lungo e in largo. Con perizia e maestria la toccò in più punti, poi scosse la testa e sentenziò: questo pesce non è cosa dei mari nostri.
E allora?
E allora non vi posso dire niente, don Gaeta’. Qua dobbiamo chiamare la Guardia Costiera o l’Acquario.
Lungamente interrogata dalla madre e dalla sorella, in particolar modo sulle faccende cosiddette intime, Petteruti Evelina ricostruì tutti i momenti della trascorsa felice serata col fidanzato Catello, senza nulla trascurare e senza che peraltro niente arrivasse a fornire utili indizi per la ricostruzione della vicenda, pur suscitando tuttavia l’interesse della sorella maggiore che a partire da quello stesso istante si ripromise di guardare al futuro cognato con maggiore interesse e senza lesinargli le attestazioni di stima per quanto testé tecnicamente appreso.
Non lo chiamate, per l’amor del cielo, sussurrò Evelina, che in queste condizioni non lo voglio proprio vedere né mi voglio mostrare.
Inutile precisare che a partire dalla visita di Gigino il pescivendolo, la notizia compì rapidamente il giro di tutti i mercatini e nel giro di tre giorni si diffuse all’intera città, con tutte le conseguenze del caso. Il fidanzato Catello, informato personalmente dalla futura suocera, si affacciò nella stanza della Petteruti Evelina e dopo un lungo colloquio ne uscì raggiante, innamorato come non mai, lasciandosi alle spalle la fidanzata accasciata e in lacrime.
E perché piangi, a mamma tua? Non sei contenta che Catello non ci tiene, a questo fatto?
Macché contenta e contenta. Non tiene nerbo, mammà, non tiene carattere: gli andavo bene pure se mi ero trasformata in pecorella del presepe. Pure se rimanevo muta e sorda. Pure se gli dicevate che ero diventata maschio comm’a isso.
Figlia mia, questo si chiama amore.
Ma quale amore, di quale amore farneticate. Questo è uno smidollato, un cecato, uno che non tiene un’idea su niente e nessuno. Io non lo voglio più vedere. Fatemi la cortesia, se torna un’altra volta, ditegli che sto in piscina, nella vasca da bagno, all’Oceano, dove volete voi. Non lo voglio vedere. Non lo voglio vedere mai più.
Gaeta’, non voglio essere scocciante, cercò di perorare la madre, ma qua ci vuole un luminare della scienza, il dottor Capasso nun po’ ffa’ niente. O se no, dobbiamo chiamare un bravo veterinario. Oppure un esorcista, Dio ce ne scampi e liberi.
Optarono per il veterinario,
Il veterinario visitò la ragazza, poi chiamò la famiglia a raccolta e si pronunciò: secondo me potrebbe essere un Jenny Haniver.
Un che, dotto’?
Un Jenny Haniver, un Garadiàbolo. Come vi devo spiegare? Tipo un mostro di Lochness, o una janara di mare.
Uh mammami’. Una fattura?
E chi può dirlo, signora mia. Anche una fattura, perché no. Una maldicenza, un incantesimo, una stregoneria, l’effetto di una cattiva digestione, un brutto pensiero, un colpo di freddo, un refolo di vento, una bevuta d’acqua calda, una mano smerza messa dove non ci doveva stare, un intrigo di palazzo, un’invidia, un brutto sogno, un telefilm a puntate, un cattivo acquisto, un ricordo di gioventù, un movimento storto, uno sguardo buttato là-do-ve-non-si-de-ve-guar-da-re. Tutto, può essere.
E che si può fare, adesso?
Una frittura…ehm…voglio dire, un intervento chirurgico. Un intervento difficilissimo, e si tratta di scegliere: o la facciamo tornare tutta femmina o tutta pesce. La signorina che dice, che pensa?
Dotto’, fate voi, a me mi è indifferente.
Ma come indifferente? Volete tornare signorina o volete essere pesce?
Non me ne importa, non lo so. Scegliete voi.
Il dottore prese in disparte la famiglia: la ragazza sta depressa, dobbiamo decidere noi per lei. Io ve lo dico subito, l’intervento è difficilissimo, come niente si può schiattare la vescica natatoria e la ragazza resta una cosa che non è carne né pesce…ehm..scusate…resta invalida per tutta la vita.
Dottore, ma voi siete proprio veterinario?
Signora mia, e lo volete mettere pure in dubbio? E che, non si vede?
* Questo racconto si ferma qua. Io la fine non la so trovare. Proprio non ce l’ho.
Sono come Evelina Petteruti, né più né meno. Entro in questo 2009 come un pesce fuor d’acqua, come una carne tremula, come un Giano Bifronte, come lo Yin e lo Yang, come un Filodosso e un Filosofo in aperto conflitto. Entro in quest’anno nuovo con il senso che ciò che è opposto unisce e ciò che diverge congiunge, e però vale pure il contrario, carica di paure e dolori e lieve al pensiero che ognuno ha la sua strada e anche io la mia e ognuno è responsabile solo della propria, per quanto possa far male.
Entro circondata di lutti, di amici fragili, di indecisioni, di insicurezze, di amori forti, di felicità estenuanti, di paure, speranze e disperazioni.
Entro perduta, spaccata in due come non lo sono mai stata e non lo credevo possibile. Lacerata su una cosa, su due cose, su tutte le cose che mi circondano, attratta da ciò che mi spaventa e spaventata da ciò che mi attrae. Sgretolata, aggrovigliata, con un bisogno enorme di urlare basta e un altro impellente di gridare ancora. E vorrei poter dire che tutto mi è indifferente, mentre invece, in realtà, di tutto mi importa. E vorrei dire: fate voi, purché mi renda felice. Da due notti sogno di morire prima di tutti coloro per i quali mi angustio e mi do pena, ed è un sogno grottesco, che parla e canta come una sirena. E se proprio dovessi morire, vorrei che prima mi facessi suonare A Evaristo Carriego e vorrei ballarla tutta, fino alla fine. In precario e felice equilibrio su questa coda di pesce e pelle d’orso. D’orso bianco.
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qui, il finale perverso (letterariamente) di Aitan
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qua ci sta il finale mio. Che si sa, come vanno certe cose
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qui, la triste fine de ilpithecantropo (cioè non la sua di lui, ilpithecantropo, ma di lei)