Archivio per la categoria ‘juke box’

Pianificazioni strategiche (per amici, nemici e semplici conoscenti). Un post a scatole cinesi.

gennaio 16, 2009

Qui si comunica e annuncia un elaborato programma finesettimanale per campani e limitrofi.

Stasera: siamo gente di Salon Baires, a Napoli. Balliamo il tango e non guardiamo in faccia a nessuno (anche perché se no ci distraiamo e gli pestiamo i piedi)

Sabato mattina: siamo gente di mostra di Louise Bourgeois, al Museo di Capodimonte, Napoli. Questa signora Bourgeois qua io già lo so, me ne innamorerò e i suoi ragni, animali dai quali peraltro già sono ossessionata (e il signor Freud si facesse i fatti suoi), infileranno le loro zampette in tutto il mio immaginario simbolico. Qui una serie di pensieri di questa donna straordinaria. Tra tutte ne pesco una, ed è quella che secondo me risponde alla domanda: cos’è l’arte?

Dice la Bourgeois: Tutto quello che produco è ispirato ai primi anni di vita. Ogni giorno devi disfarti del tuo passato o accettarlo, e se non riesci ad accettarlo, diventi scultrice.

Ne deduco che l’arte è dunque una patologia, signori miei, che ci piaccia o meno.

Sabato pomeriggio: siamo gente di presentazione letteraria, a Caserta, ore 18.00, per Autoreverse, il romanzo di Francesco Forlani, in uno dei suoi spettacolari momenti di interazione col pubblico, insieme a Paolo Mastroianni (lo scrittore vero, per intenderci) e ai Ringe Ringe Raja, gruppo musicale specializzato nella presentazione di libri. Non ridete, è così.

Sabato sera: potremmo – se solo volessimo – essere gente da paranza, ci sarebbe il famoso rito del focarone di Sant’Antonio, un po’ dovunque.  Si consigliano quello di Cicciano, vicino Napoli e quello di Campagna, vicino Salerno, dove già fummo per la catartica Chiena.

Domenica: se non siamo ancora morti e il tempo ce lo consente, come ogni anno, perché la tradizione è tradizione e noi ci teniamo assai, siamo gente di festival musicale alla giornata conclusiva del Festival della Zampogna, sulla solita Maranola, nella solita provincia di Formia, con la solita polenta, le solite tammorre e il solito Concertone di chiusura nella Cattedrale.

Vi è stato detto tutto quello che dovevate sapere. Tanto vi dovevamo, mo’ organizzatevi.

Breve storia incompleta di Evelina Petteruti, femmina incerta e sirena (in)spiegata *

gennaio 6, 2009

For you sing, touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, o my heart shies from the sorrow.

In verità nessuno avrebbe saputo indicare le ragioni dell’accaduto, ma solo ricostruirne, seppur in modo del tutto parziale e frammentato, la dinamica.

E la dinamica era stata che la mattina del sei gennaio, in preda a un’incontenibile pressione alla vescica, dovuta all’essere andata a letto molto tardi dopo un’abbondantissima bevuta d’acqua protrattasi per il primo terzo della notte, Petteruti Evelina si era alzata rapidamente dal letto per cadere in terra incapace di reggersi all’impiedi.

Il che non era da attribuirsi, come molti potrebbero pensare, agli effetti tardivi di una sbronza, quanto piuttosto al fatto che il suo corpo, durante la notte, aveva subito un’impressionante metamorfosi che aveva trasformato la parte inferiore in corpo squamato monoblocco e coda di pesce, alias propriamente detto: sirena.

Petteruti Evelina non ricordava nulla, nessuna stranezza, nessun sogno rivelatore o premonitore, nessun indizio che permettesse in qualche modo di risalire all’orario della trasformazione e men che mai alle sue oscure cause.

Facendosi forza sulle braccia cercò ripetutamente di rimettersi a letto, aspettando l’alba e forse la fine del brutto sogno, ma non riuscendoci, chiamò gli anziani genitori e la sorella maggiore, chiedendo il loro intervento.

Madre di Dio, esclamò la madre, facendosi il segno della croce.

Il padre e la sorella restarono invece in silenzio. Poi la seconda si riscosse: chiamiamo un’ambulanza.

Ferme, tuonò il padre. Qua ci vuole Gigino il pescivendolo. Poi, se necessario, il medico e l’ambulanza. E soprattutto silenzio e discrezione nel palazzo, mi raccomando.

Gigino il pescivendolo, chiamato d’urgenza e richiesto di abbandonare il banco al mercatino previo compenso di euro ottanta, osservò la signorina Petteruti Evelina in lungo e in largo. Con perizia e maestria la toccò in più punti, poi scosse la testa e sentenziò: questo pesce non è cosa dei mari nostri.

E allora?

E allora non vi posso dire niente, don Gaeta’. Qua dobbiamo chiamare la Guardia Costiera o l’Acquario.

Lungamente interrogata dalla madre e dalla sorella, in particolar modo sulle faccende cosiddette intime, Petteruti Evelina ricostruì tutti i momenti della trascorsa felice serata col fidanzato Catello, senza nulla trascurare e senza che peraltro niente arrivasse a fornire utili indizi per la ricostruzione della vicenda, pur suscitando tuttavia l’interesse della sorella maggiore che a partire da quello stesso istante si ripromise di guardare al futuro cognato con maggiore interesse e senza lesinargli le attestazioni di stima per quanto testé tecnicamente appreso.

Non lo chiamate, per l’amor del cielo, sussurrò Evelina, che in queste condizioni non lo voglio proprio vedere né mi voglio mostrare.

Inutile precisare che a partire dalla visita di Gigino il pescivendolo, la notizia compì rapidamente il giro di tutti i mercatini e nel giro di tre giorni si diffuse all’intera città, con tutte le conseguenze del caso. Il fidanzato Catello,  informato personalmente dalla futura suocera, si affacciò nella stanza della Petteruti Evelina e dopo un lungo colloquio ne uscì raggiante, innamorato come non mai, lasciandosi alle spalle la fidanzata accasciata e in lacrime.

E perché piangi, a mamma tua? Non sei contenta che Catello non ci tiene, a questo fatto?

Macché contenta e contenta. Non tiene nerbo, mammà, non tiene carattere: gli andavo bene pure se mi ero trasformata in pecorella del presepe. Pure se rimanevo muta e sorda. Pure se gli dicevate che ero diventata maschio comm’a isso.

Figlia mia, questo si chiama amore.

Ma quale amore, di quale amore farneticate. Questo è uno smidollato, un cecato, uno che non tiene un’idea su niente e nessuno. Io non lo voglio più vedere. Fatemi la cortesia, se torna un’altra volta, ditegli che sto in piscina, nella vasca da bagno, all’Oceano, dove volete voi. Non lo voglio vedere. Non lo voglio vedere mai più.

Gaeta’, non voglio essere scocciante, cercò di perorare la madre,  ma qua ci vuole un luminare della scienza, il dottor Capasso nun po’ ffa’ niente. O se no, dobbiamo chiamare un bravo veterinario. Oppure un esorcista, Dio ce ne scampi e liberi.

Optarono per il veterinario,

Il veterinario visitò la ragazza, poi chiamò la famiglia a raccolta e si pronunciò: secondo me potrebbe essere un Jenny Haniver.

Un che, dotto’?

Un Jenny Haniver, un Garadiàbolo. Come vi devo spiegare? Tipo un mostro di Lochness, o una janara di mare.

Uh mammami’. Una fattura?

E chi può dirlo, signora mia. Anche una fattura, perché no. Una maldicenza, un incantesimo, una stregoneria, l’effetto di una cattiva digestione, un brutto pensiero, un colpo di freddo, un refolo di vento, una bevuta d’acqua calda, una mano smerza messa dove non ci doveva stare, un intrigo di palazzo, un’invidia, un brutto sogno, un telefilm a puntate, un cattivo acquisto, un ricordo di gioventù, un movimento storto, uno sguardo buttato là-do-ve-non-si-de-ve-guar-da-re. Tutto, può essere.

E che si può fare, adesso?

Una frittura…ehm…voglio dire, un intervento chirurgico. Un intervento difficilissimo, e si tratta di scegliere: o la facciamo tornare tutta femmina o tutta pesce. La signorina che dice, che pensa?

Dotto’, fate voi, a me mi è indifferente.

Ma come indifferente? Volete tornare signorina o volete essere pesce?

Non me ne importa, non lo so. Scegliete voi.

Il dottore prese in disparte la famiglia: la ragazza sta depressa, dobbiamo decidere noi per lei. Io ve lo dico subito, l’intervento è difficilissimo, come niente si può schiattare la vescica natatoria e la ragazza resta una cosa che non è carne né pesce…ehm..scusate…resta invalida per tutta la vita.

Dottore, ma voi siete proprio veterinario?

Signora mia, e lo volete mettere pure in dubbio? E che, non si vede?

 

* Questo racconto si ferma qua. Io la fine non la so trovare. Proprio non ce l’ho.

Sono come Evelina Petteruti, né più né meno. Entro in questo 2009 come un pesce fuor d’acqua, come una carne tremula, come un Giano Bifronte, come lo Yin e lo Yang, come un Filodosso e un Filosofo in aperto conflitto. Entro in quest’anno nuovo con il senso che ciò che è opposto unisce e ciò che diverge congiunge, e però vale pure il contrario, carica di paure e dolori e lieve al pensiero che ognuno ha la sua strada e anche io la mia e ognuno è responsabile solo della propria, per quanto possa far male.

Entro circondata di lutti, di amici fragili, di indecisioni, di insicurezze, di amori forti, di felicità estenuanti, di paure, speranze e disperazioni.

Entro perduta, spaccata in due come non lo sono mai stata e non lo credevo possibile. Lacerata su una cosa, su due cose, su tutte le cose che mi circondano, attratta da ciò che mi spaventa e spaventata da ciò che mi attrae. Sgretolata, aggrovigliata, con un bisogno enorme di urlare basta e un altro impellente di gridare ancora. E vorrei poter dire che tutto mi è indifferente, mentre invece, in realtà, di tutto mi importa. E vorrei dire: fate voi, purché mi renda felice. Da due notti sogno di morire prima di tutti coloro per i quali mi angustio e mi do pena, ed è un sogno grottesco, che parla e canta come una sirena. E se proprio dovessi morire, vorrei che prima mi facessi suonare A Evaristo Carriego e vorrei ballarla tutta, fino alla fine. In precario e felice equilibrio su questa coda di pesce e pelle d’orso. D’orso bianco.

—–

 

qui, il finale perverso (letterariamente) di Aitan

qui, le tre ipotesi scientifiche HangingRockiane

qui, il capolavoro di Giorgio Flavio Pintus

qua ci sta il finale mio. Che si sa, come vanno certe cose

qui, la signora Pispa, che ne fa un fatto di microclimi

qui, la triste fine de ilpithecantropo (cioè non la sua di lui, ilpithecantropo, ma di lei)

No hay nostalgia peor que añorar lo que nunca jamás sucedió…

settembre 8, 2008

Che poi le cose, quelle che tu dici che accadono per caso.

Ma quando mai.  C’è sempre un filo da seguire, un motivo sottostante. Qualcosa da individuare e recepire, ne sono certa. Qualcosa che reclama una messa a fuoco.

E’ che questa frase, questa cosa della nostalgia,  è stato un poco il tema portante di queste ultime due settimane, ritrovata espressa allo stesso modo in tre posti diversi: uno spettacolo teatrale, un concerto e un libro.

Lo spettacolo: Manca solo la domenica, con Licia Maglietta che è bellissima e il bajan ucraino di Vladimir Denissenkov, già musicista e arrangiatore per Moni Ovadia. Un divertente monologo che racconta la storia di Liboria Serrafalco detta Borina. Il matrimonio organizzato con il pilorusso Liuzzo dura pochissimo, poi lui partirà per l’Australia e si rifarà una famiglia laggiù.

Borina diventa una vedova non ufficiale, e come tale priva delle gioie della vedovanza, della sua accattivante liturgia: la possibilità di comprare rose rosse da portare sulla lapide in un guizzo di erotismo postumo, di avere un marmo da lucidare ed eleganti abiti da lutto e mezzolutto da sfoggiare durante lo struscio  in piazza, alla fine della Messa.

Ditemi voi: che senso ha essere vedova, se privata di tutto ciò?

E in questo vuoto abitato dal desiderio di ciò che non è stato, si costruisce un mo(n)do suo: dopo un giro per cimiteri di paesi vicini, adotta sei “mariti” defunti ai quali corrispondere le sue amorevoli cure di vedova devota, costruendo giorno dopo giorno la storia che non fu, coltivando le nostalgie di ciò che avrebbe potuto essere e negandosi la vita.

Fino al giorno in cui – improvvisamente dopo quarant’anni – torna Liuzzo a riprendere il suo posto.

E qua non vi dico niente più, se passa dalle parti vostre ve lo andate a vedere.

Ma la frase, la frase vera scritta proprio così, è in una canzone di Joaquìn Sabina, riascoltata sabato sera al concerto di Adriana Varela, che a me veniva voglia di salire sul palco e dirle: io, io, sono io. Io, quella che si faceva mandare i dischi da lontano, quella che ha iniziato ad appassionarsi al tango dopo aver sentito il graffio di questa voce. Sono io. Sono io quella che in un pomeriggio di quindici, sedici anni fa, chiacchierava con l’argentino dagli occhi belli e il cuore fragile e intanto tendeva un orecchio alla musicassetta per inseguire i testi e l’argentino di cui nemmeno mi ricordo il nome me l’ha lasciata, partendo, e io l’ho ascoltata così tante volte da consumarlo, quel nastro, per quella voce di fumo e notti. Per tutte le storie ascoltate in tutte le notti in cui mi avete raccontato delle cose, cose pesanti, dense. Cose che mi hanno insegnato e imparato.

Poi nel frattempo ho iniziato a leggere un libro che mi ero trascinata per tutta l’estate senza mai aprire, e che poi, in due brevi viaggi in treno, ho divorato.

Si tratta di Gioconda Belli, El infinito en la palma di mano.

Ora, la storia è banalmente conosciuta da tutti: Adamo, Eva, il Serpente e tutto quel fatto là.

La bellezza è nel modo in cui la racconta, con la stessa delicatezza mischiata ad erotismo delle sue produzioni poetiche, riuscendo a raccontare la cacciata dal paradiso terrestre come un’avventura di cui in alcuni momenti io stessa dimentico cosa avverrà.

Gioconda Belli è quella che ha scritto una cosa che si intitola: Regole del gioco per uomini che vogliano amare donne donne.

Che già questo titolo basterebbe a farmela amica per tutta la vita.

Ma torniamo al libro e alla frase, che viene durante uno dei dialoghi tra Eva e il Serpente.

Curiosamente il Serpente in spagnolo è la Serpiente, al femminile, il che modifica molto il senso delle cose e della storia, sottintendendo con levità la possibilità di una dualità antecedente alla Creazione, un Dio che non è solo, ma ha fin dall’inizio qualcuno con cui dialogare e litigare, come tra moglie e marito. La Serpente è la voce con cui Eva cerca di confrontarsi per tutta la durata del romanzo, alla quale pone domande, con la quale ha un rapporto di ambivalenza totale, odiandola per averle proposto di mangiare all’albero della Conoscenza e ricercandola, tuttavia, per le forme di conoscenza che possiede.

Dio ti ha infuso la nostalgia per ciò che non conoscevi, per ciò che non era accaduto. E’ per questo che hai mangiato dall’albero.

E perché mai avrebbe dovuto farlo?

Credo che si annoi. Immaginati come riesca a distrarsi creando creature che priva della conoscenza e segue poi passo passo, per vedere come se la cavano, e se riescano con l’ingegno e i mezzi a disposizione a tornare al punto di partenza.

Stamattina avevo voglia di mettere insieme tutti i pezzi, come un collage.

E poter  dire un giorno anch’io: non mi pento di niente. Adesso sono qui, lo voglio io. Non mi pento di niente.

C’è un filo conduttore che vedo ed ha a che fare con tutti i pesi dei desideri monchi, con certe cose che non ho mai voluto mie e che ho desiderato a volte per copione, con le sfide perdute in partenza lanciate o raccolte a un dio annoiato.

Lo guardo, questo filo. Poi sogno di tagliarlo e di volere solo quello che c’è. Adesso, qui, intorno a me.

[Sto entrando in un anno in cui mi serve molto meno, mi servono poche ed essenziali cose. Un anno con più formosità e meno formalità. La nostalgia di ciò che non è mai accaduto è inutile piombo alla cintura, è un vezzo vanitoso. Non mi serve.]

Serenata

giugno 26, 2008

E’ mezzanotte e co ’sta bella luna

nisciuno sape la ‘ntenziona mia

‘a sape sulo chi s’adda affaccia’

‘a sape sulo chi vo’ bbene a me

Avevo questa in mente, mentre ti guardavo. L’altra sera, sotto il castello.

Ce l’ho in mente da due settimane, dopo che il Principe – lo chiamano così perché è bello e composto, elegante e bello - l’ha cantata e suonata e gli ero così vicina che gli vedevo l’anima muoversi, mentre Andrea - anche Andrea era così bello, ma questo lo sai - seguiva all’organetto. Non la conoscevo.

E poi l’ho cercata, l’ho cercata, l’ho cercata. Fino a trovarla.

Te la lascio sotto la finestra, stanotte.

E’ che la riascolto e mi fa pensare a te.

A te, che compi gli anni.

A te. Tutte le cose belle.

 

Meu coração não se cansa etc etc.

maggio 16, 2008

Così ‘sta settimana mi è presa una specie di botta nostalgica per quando ero una giovane d’oggi.

O di ieri. Ma insomma, non importa, ci siamo capiti. Per quando avevo intorno ai venticinque anni.

Ma non una botta nostalgica sul tempo che passa, le rughe che vengono, le opportunità perdute e la falsa consolazione della saggezza acquisita.

No, no, proprio fatti pratici.

Tipo che volevo ritrovare la cassetta di Elizeth Cardoso – data per dispersa da oltre dieci anni -  per ascoltare Naquela mesa e Barracão e sono andata a casa di mia mamma a mettere sottosopra cassetti, scaffali e ante per cercarla, peraltro inutilmente. E mentre la cercavo mi sono chiesta: ma una volta che la trovo, dove diamine la ascolto? Dove esistono più i mangiacassette?

E già qui la nostalgia è dovuta scendere a patti con la realtà e farsi piccola piccola.

Poi ho capito che forse non la volevo ascoltare veramente, è solo che volevo ritrovare tutto un pezzo di storia personale e che questa frenesia nostalgica è iniziata l’altro giorno su quel benedetto pontile di Bagnoli, sotto quel cielo plumbeo e la pioggia e il ricordo dei Mondiali del ’90 e Lisandro e quell’altro là di cui non mi ricordo il nome che mi aveva regalato una cassetta di tango che pure vorrei ritrovare assai e che era nipote di un nazista fuggito a Buenos Aires e si vergognava moltissimo per via di questo fatto e soprattutto poi, pensando a quegli anni e alla musica, mi è venuto in mente Mario.

E insomma mi è preso l’attacco di nostalgia e non mi ha mollato più.

Dentro questa cassetta della Cardoso – e poi in terza battuta cercavo anche quella di Mysterious Barricades di  Andy Summer, che pure conteneva un abbondante pezzo di vita vissuta andata spersa in chissà quale altrove – c’era tutto il fatto di Mario Lima Brasil. E poi me l’aveva regalata lui al mio compleanno.

Questo tizio era un mio compagnello di studi e di casa, che all’epoca dei fatti io avrò avuto ventidue anni e lui una trentina ed era un musicista e pure un musicologo. Piccolo piccolo, col faccino da indio, magrissimo e barbuto. Credo che mi abbia insegnato a ballare la lambada, erano gli anni in cui si ballava la lambada, era difficile sottrarsi a quest’incombenza.

Insomma questo Mario Lima Brasil, che il padreterno o chi per esso lo benedica mo’ mo’,  dovunque egli sia, faceva degli studi complicatissimi, con tutta un’attrezzatura che non finiva mai, per creare musiche sintetizzandole a partire dai battiti cardiaci, dai respiri, dai rumori della natura.

Così ogni tanto noi dovevamo fare delle cose per lui, tipo una corsa fin quasi a morirne e poi affannarci al microfono, o passare un guaio e piangere in diretta per campionare il suono. Sull’ultimo punto ci accordammo per affittare dei film lacrimevoli e sul più bello lui fermava la riproduzione per acchiappare i pianti e i sospiri e qualche volta le risate. Mi ricordo benissimo di una sera che ci siamo visti Il Laureato in lingua originale coi sottotitoli in portoghese e forse quella sera abbiamo sintetizzato musicalmente il russare.

In cambio di tutti gli algoritmi che inducevamo, lui ci preparava certe colazioni brasiliane, la domenica mattina, che bastavano al fabbisogno calorico di tutta la giornata. Poi lavava pure i piatti.

E insomma un poco alla volta Mario ci disse tutto il fatto: lui era nato e cresciuto nella foresta amazzonica e ne era uscito solo a diciotto anni. Non sapeva cosa fossero un televisore, un semaforo, un telefono. Non sapeva niente. Uscì dalla giungla e stava morendo investito sotto una macchina perché non sapeva che si doveva guardare a destra e a sinistra.

E tutto questo perché i suoi genitori – una scrittrice e un sociologo, o uno scrittore e una sociologa, chi si ricorda più – si erano sottoposti volontariamente a un esperimento di isolamento per fare non so che ricerca e scrivere un libro sulla storia di famiglia. Una specie del bel film di Shyamalan, The Village.

Poi lui era uscito ed era diventato antropologo musicale e nel frattempo faceva pure non so che arti marziali. Un indio civilizzato.

Insomma, un personaggio unico.

Che io lo so che a voi stimati lettori di questo blog non ve ne può fregare di meno di Mario Lima Brasil, ma io in questo blog ci dovrò pur scrivere qualcosa, e soprattutto quando tengo il flusso di coscienza e nostalgia è meglio che lo scrivo, piuttosto che alzare il telefono e raccontarlo a qualcuno per condividerlo, che poi di là non so mai se faccia piacere o meno, nemmeno di qua, ma tanto di qua nessuno vi obbliga a leggerlo, però almeno io mi sfogo, mi passa la crisi di rimembranza acuta e prontamente rientro nel presente con prospettive di breve termine sul futuro.

Mi è preso un tale attacco di nostalgia che ho passato la serata di ieri a cercarlo nel web, ‘sto tipo,  e l’unica cosa che ho saputo è che ha diretto un’opera sinfonica di straordinaria grandezza, sulla lotta del popolo dello stato di Acre: Aquiry, a luta de um povo. E mi piacerebbe tanto ritrovarlo, sapere che ne è stato di lui, quanti figli ha, se ha messo qualche chilo, se si ricorda di quella volta o di quell’altra.

E soprattutto dirgli che la lambada mi ha sempre fatto schifo.

E anche che poiché nulla si crea, nulla si distrugge e mai, mai niente si perde veramente, io sono fiera di aver dato un mio battito, un mio sospiro, una mia lacrima e una risata per la costruzione di tutto quello che è venuto dopo.

Che io in realtà volevo scrivere tutto un altro post, ma la nostalgia non mi ha dato tregua. Ho tirato fuori tutte le foto, quelle di Mario al toga party, e poi è uscita fuori Catherine e poi un altro argentino che faceva il veterinario e mammamia come mi piaceva. E poi sono andata avanti così tutta la settimana. Abbiate pazienza.

[Meu coração não se cansa etc etc.]

Mi sento fredda fredda, dotto’. Non è che tengo un principio di algor mortis?

marzo 13, 2008

Io poi certe sere vorrei essere una che si vede la tv: bella, sistemata sul divano, con la copertina come le vecchierelle, il bicchierino di porto, la luce bassa, un pezzettino di cioccolata fondente.

Ma proprio non ce la faccio, non ci riesco, mi viene l’artéteca. Mi alzo, mi siedo, vado in cucina, prendo il telefono, leggo la posta, sfoglio un libro, mi risiedo, mi rialzo.

Così alla fine non ci provo nemmeno. Mai. E’ l’unica cosa che ha il serio potere di deprimermi all’istante. Per me la televisione e il senso di solitudine cosmica nell’universo sono la stessa cosa.

Ci riesco solo se sto in compagnia, azzeccata azzeccata, che la tv diventa un pretesto. Ma da che io mi ricordi, pure questo fatto qua è successo così poche volte che nemmeno fa testo per una valutazione obiettiva dei piaceri della vita.

Allora, se io ieri fossi stata una che si accuccia a guardare la televisione, avrei seguito la prima puntata della nuova serie della Squadra, per due motivi: il primo è che volevo risentire la colonna sonora, già ascoltata l’altra sera in anteprima, il secondo per sapere se Pietro Taricone ha imparato a recitare oppure no. Così, per banale curiosità.

Poi c’è che ultimamente non so scrivere, non tengo voglia, non tengo pazienza. Mi scoccio.

Una volta scrivevo quelle belle storie, tutti quei fatti. La passione, il sentimento, il desiderio. Le metafore, le antifone. Mo’ no. Mo’ sto fredda fredda, ho le parole semistecchite. La paralisi verbale. Mi scoccio troppo.

Secondo me ho contratto una specie di virus che mi ha compromesso le cellule narrative. Quelle poi, le malattie non è che ti avvertono prima. Un giorno ti metti davanti al tuo pc, come al solito,  e non succede niente. Un piccolo sentore lo avevi già avuto nei giorni precedenti, per esempio durante i tragitti autostradali, quando invece di partorire fantasie e trame, come di consueto, ascoltavi la musica e non pensavi a niente.

E’ che uno poi i sintomi all’inizio li trascura. Un giorno, due. Una settimana. Un mese.

Ti dici: e che fa, nun fa’ niente, poi torna tutto come prima.

E invece fa, eccome. Spariscono tutte le storie, pluf, e nessuno le trova più.

La natura però ha dei meccanismi compensatori molto forti: per la perdita di un senso o una capacità ti ripaga con qualche altra cosa. Come i ciechi col tatto o gli impotenti con… (non ve lo dico, no)

Sicché in questo momento all’incapacità di raccontare storie sopperisce regalandomi un orecchio enorme.

Tutta la voce che io non ho me la porta dall’esterno. Sono invasa dai suoni, da una serie di circostanze musicali, io che non ho mai amato particolarmente andare ai concerti e non sono capace di ricordarmi il nome di un cantante nemmeno se me lo tatuo sulla mano.

L’altra sera eravamo all’auditorium della Rai, dove appunto suonava Lino Cannavacciuolo, che è un animale, in senso buono, il violino più carnale e ferino che io abbia mai sentito. E poi c’erano altri musicisti che non conosco personalmente, però ultimamente mi è capitato di doverli contattare e quindi mi ero tutta emozionata e sembravo la groupie dell’ultim’ora.

E lì per lì ho pensato che se è arrivato il tragico momento in cui il fato ha previsto che io debba soccombere al fascino del musicista, che avvenga, dunque. Anche stasera, anche adesso. Mo’, subito. Soccombiamo e non ci pensiamo più.

Che il male prima lo vedi e meglio lo affronti. E in fondo, peggio di come è andata finora è difficile.

A meno che non sia: come i ciechi col tatto o gli impotenti con l’archetto.

Ma non lo voglio nemmeno pensare, no.

(Signo’, voi tenete il languor, no l’algor. Ma che vi fanno a voi questi musicisti, che vi fanno?)

Acqua storta, con ragione e sentimento.

febbraio 21, 2008

Devo dire di Luigi Romeo Carrino e di Acqua Storta.

Io non lo so chi è Carrino, non lo so, non lo conosco. So solo che l’ho incontrato due volte e su di me esercita un fascino magnetico. So che la sua voce – che sia registrata, dal vivo o al telefono – mi ipnotizza.

So che la sua scrittura, conoscendo la sua voce, mi prende attraverso un canale uditivo.

So che conoscendo i luoghi e le ambientazioni del suo romanzo, io vedo la storia, la vivo.

E dunque so che quello che per gli altri può essere un romanzo, per me è un film. Più di un film: qualcosa che mi inghiotte.

La morte di Michele io la vedo dal pontile che porta a Nisida, a sinistra c’è uno scoglio enorme, a destra la terrazza di un ristorante dove ho cenato l’estate scorsa, col vento nei capelli e una gioia che non poteva durare.

La casa del padre la vedo attraverso i cumuli di immondizia e le puttane della Domiziana, come quella sera che andavo a una festa di imprenditori e mi sono perduta nel Villaggio Coppola, ed ero da sola e avevo paura e sapevo che ogni  movimento era guardato, spiato, controllato. E penso che viaggio sempre da sola, io, sempre. Di notte. E ogni notte ho paura, una paura che altrove non proverei: quella dei proiettili vaganti.

E vedo Mariasole. Mariasole che non parla e scrive parole difficili. Che dice al marito: andiamo via da questa città che non ci vede riparati, e quando lui non capisce cambia registro e urla: jammuncénne, mo’ mo’. Come un grido che squarcia tutto. Ha la faccia di Licia Maglietta in Luna Rossa e la sostanza della più pura tragedia greca, che si chiami Medea, Ifigenia o Antigone. Ha la faccia di donne che ho conosciuto da bambina e che oggi incontro sempre più raramente.

La casa di Salvatore la vedo nel ricordo di una serie di piani fatti di corsa, col fiatone, per arrivare in un vecchio appartamento sopra piazzetta Nilo. Era la casa di un amico, ma prima ancora era appartenuta ad altri: una torbida storia di amori omosessuali tra un ragazzo di ambienti malavitosi e un architetto, che gliel’aveva ristrutturata per farne un nido d’amore. Poi spariti entrambi, non si sa come o dove. In quella casa ho letto il mio primo libro di De Silva, accovacciata per terra

E poi il mare.

C’è il mare, in Acqua Storta. E a chi gli ha chiesto se una storia così avrebbe potuto ambientarla a Milano, a Bologna, lui ha risposto di sì.

Ma non è vero, Carri’, non è vero. In questa storia c’è questo mare qua, la segna così in profondità che non potrebbe mai svolgersi altrove: fattene una ragione, è così.

Di questo romanzo mi piacciono gli intermezzi piccoli, quelli che raccontano i pensieri che il protagonista non dice mai. Mi piace la lingua sporca, quell’italiano carico di spagnolismi che usiamo qui quando non parliamo in dialetto e ci sforziamo di tradurre espressioni intraducibili. Mi piace la lingua bastarda nell’uso delle preposizioni e in altre sottigliezze. Mi piace la scansione dei tempi, l’andare a ritroso nel tempo che mi ricorda appunto De Silva, i cui libri sono tra i pochi che riesco a ricordare, di un’asciuttezza che non lascia sbavature neppure nella memoria.

Mi piace il modo in cui Luigi lo ha presentato a Napoli, a una platea che rappresentava tutte le possibili sfumature sessuali esistenti.

Ma soprattutto mi piace la totale assenza di pretesa, in questa storia: la narrazione bruta dei fatti senza l’indulgere nel giudizio. Mi piace l’assenza di note esplicative.

E nel dramma che rappresenta, pure ho riso, ho riso moltissimo nel figurarmi la scena in cui l’amante porge le cuffiette del lettore mp3 all’amato per fargli ascoltare una delle loro canzoni, in una scena che potrebbe essere il Tempo delle mele, se non fosse che la canzone è questa cosa qua, una delle cose più trash che abbia mai ascoltato e di cui questo video è un grandioso rifacimento, che vi dovete sentire fino alla fine. Un rap dei Quartieri Spagnoli: è arrogante e prepotente, chill’ è ‘nfame, è ‘n’ommo ‘e niente, chilo è surdo, nun te sente, nun ‘e tène ‘e sentimenti…

 

V’o giuro, v’o ggiuro ‘ncopp’o bbene d’e figli che nel  giro di un mese me la imparo e ne faccio pure io una cover. Perché quest’uomo lo amoooooo, terribbbilmente lo amoooo.

e poi quando passa Carrino, vorrei che si leggesse questo qua, che mi piacerebbe che fosse come una pagina sua e stessero vicine vicine, azzecate azzeccate.

Si 'sta voce te scéta int'a nuttata

gennaio 22, 2008

E’ stato qualche notte fa,  su un’autostrada nebbiosa.

Andavamo lentissimi, visibilità a dieci metri.

Che io poi non sono un’appassionata di radio, per lo più ascolto cd e se radio deve essere, in genere è per l’informazione.

Ma il mio amico ha insistito per raiuno, che di notte trasmette belle cose.

Ed era vero.

Ed è successo che mi sono innamorata di una voce e dell’arrangiamento di un brano di musica popolare che già amo molto in altre versioni, ma che qui è stupendo. Mi sono perdutamente innamorata di questa voce che bucava la nebbia e della sua fisarmonica.

Nel frattempo eravamo arrivati in città e mi toccava scendere dalla sua auto per risalire nella mia, abbandonata alcune ore prima alla bell’e meglio.

Sono entrata e ho immediatamente sintonizzato la radio sullo stesso canale, nel momento esatto in cui dicevano: vogliamo rettificare che il brano precedente,  erroneamente attribuito a Pinco Pallino, è invece del gruppo Y.

Era notte, l’ho detto.

Di quelle notti che già sconfinano nella mattina, ma prive di sonno e perfettamente sobrie.

Ho pensato che volevo riascoltare quella voce a tutti i costi, per quanto non conoscessi nemmeno il nome del suo proprietario.

Fra un paio di giorni mi arriverà il disco a casa.

Me lo manda lui in persona, la voce. Dopo che gli ho scritto le stesse cose che racconto qui, a voi.

Una voce di cui hanno scritto: è la sua anima che canta.

Aggiungerei anche: che suona.

Il brano si intitola: Alla carpinese. Qui ce n’è un microassaggio.

Senza parole

marzo 13, 2007

Il post è stato soppresso per elevato contenuto sentimentale e meditativo.

Questa ne era la colonna sonora. Può bastare.

Con quella faccia un po' così, con l'espressione un po' così

febbraio 1, 2006

Adesso vado. Poi torno.

Magari scatto anche delle foto.

Se qualcuno mi cerca, dite che mi avete visto e va tutto bene.

Ditelo in ogni caso, anche se non è vero.

Vi lascio in compagnia di una delle canzoni più belle che esistano.


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