Archivio per la categoria ‘polaroid’

Ricordi

luglio 19, 2010

Non esistevano i cellulari e scendendo dal traghetto, quello stesso pomeriggio,  ci informarono della strage di Capaci. Ricordo che piangemmo. Di tanto in tanto ci incontriamo ancora, è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa tutti insieme. G. oggi ha lo sguardo spento, il cervello in panne e non ci riconosce quasi più, M. è al secondo marito e secondo figlio, io avevo curve e rotondità e quasi nessuno spigolo, A. è ancora tutto spigoli, P. abbraccia P., ma poi sposerà il fotografo. Quella sera stessa finii in ospedale per un inizio di shock anafilattico, per un morso di zanzara su una vena. Ventotene era bellissima, la stanza piena di gechi e una cucina enorme. S. cucinò per tutti, R. e N. lavarono i piatti. Di lì a poco avrei rinunciato alla borsa di dottorato a Tokyo e mi sarei trasferita a Roma. Credo che sia stato l’ultimo momento lieve, totalmente lieve, che abbia vissuto. E nonostante tutto non tornerei indietro mai, mai, mai. Mai.

La curva della U

marzo 11, 2007

Il  figlio  lo  guarda  con  ostinata  fierezza,  dai  suoi  sedici anni  che oggi gli sembrano un’eternità.

Ha occhi di sfida e apparente disamore. E una supplica ben avviluppata in lacrime che fatica a trattenere.

Hai capito cosa ho detto?, e alza di poco il tono della voce, per sopprimerne il tremito.

Ho capito, risponde il padre. Ma questo non ha nulla a che fare con te.

Sì, invece. Devi occuparti di me. Perché mi hai messo al mondo, allora?

Continuerò a farlo, dice il padre.

Con una nota di stanchezza nella voce. Con il peso di giorni trascorsi a riflettere.

Il figlio dà un calcio al cuscino del divano che poco prima ha gettato in terra.

Raccoglilo, gli chiede gentilmente il padre.

Raccoglitelo da solo.

Il padre si china a prendere il cuscino.

Il figlio sferra un altro calcio e lo colpisce con violenza sul labbro, che inizia a sanguinare.

Le mie decisioni non ti autorizzano a mancarmi di rispetto.

E invece sì. Per me non sei più nessuno, gli dice il figlio con disprezzo e un residuo di paura.

Il padre si pulisce dal sangue con il dorso della mano e poi la passa sui pantaloni.

Ha parole acuminate, ma non è il caso di usarle.

Un giorno forse capirai, si limita a dire.

Se vai via mi uccido, dice adesso il figlio. Assaporando le sillabe e il suono della U che non riesce a incattivire in alcun modo.

Il padre gli appoggia le mani sulle spalle. Gli sussurra sfinito: se non me ne vado mi uccido io.

Nella sua bocca questa parola ha un suono affilato, senza dolcezza né dubbio. Qualcosa di irrimediabile.

Il ragazzo scivola piano nella curva della U e si rincantuccia sul fondo. Prova ad arrampicarsi per venirne fuori. Glissa lungo la parete liscia, senza trovare appigli.

Si inerpica.

Tenta un ultimo sforzo.

Può uscirne solo al prezzo di invecchiare di colpo.

Telaragna

giugno 25, 2006

La donna edifica una cattedrale con ampie volute di fumo che si levano alte, fino a sfiorare il cielo.

La arricchisce con rivoli di bava che nel tempo induriscono e rendono la costruzione resistente e stabile. Simile a bianchi cristalli di cerussite.

Poi siede al centro del quadrato formato da quattro pinnacoli traslucidi e aspetta.

L’uomo cammina in circolo intorno al tempio.

Di tanto in tanto sbircia l’interno, conta i suoi  passi e si chiede se sia il caso di entrare. C’è paura e attrazione, stupore e timore.

C’è una luce che abbaglia e gli rende gli occhi simili a fessure.

L’ultimo filo di bava ha una gittata ampia che gli lambisce i fianchi, lo avviluppa come in un bozzolo e lo attira pericolosamente alla donna, che gli sorride e sta per ghermirlo.

Apre gli occhi, sveglio di soprassalto.

La trova lì, addormentata al suo fianco. Con quella pelle ancora bianca che il sole non si accinge a dorare.

Un sottile filamento di saliva le scorre dalla bocca e bagna il cuscino.

Lui si avvicina e le percorre il bordo delle labbra con la punta della lingua.

Poi dentro di sé benedice e ringrazia, come tanto tempo prima gli hanno insegnato che si usa fare nelle chiese.

Craquelé

gennaio 26, 2006

La donna si alza svogliatamente al trillo della sveglia.

Sono giorni che sanno di acque morte, del grasso di rossetti comprati e dimenticati sul fondo di una borsa. Sono giorni di sale sulle piaghe e vento dai Balcani.

Ma l’uomo è sveglio da tempo.

Come ogni mattina si muove di soppiatto, esce dal letto prima di lei.

Fugge silenziosamente per i corridoi della casa, svicola tra gli stipiti.
Si nasconde a qualcosa.

Lo trova in cucina con la fronte tra i palmi, come se la coperta gli bruciasse addosso.

Anche a quest’ora che la casa è fredda, con una tazza di caffè bevuta a metà e lo sguardo opaco di argenteria inutilizzata.

Ma è lì, e tanto basta ad acquietarla.

Lei lo accarezza con frange di pensieri, tenendosi a distanza.

Sono due gusci d’uovo. Fragili.

Ricoperti di crepe, come in un’antica ricetta cinese.

(Rassodare le uova per sette minuti, aspettare che si raffreddino e rotolarle dolcemente sul ripiano di marmo della cucina perché il guscio si incrini. Poi metterle a bagno in tè nero, anice e cannella per circa quarantotto ore, preferibilmente in frigorifero. Asportare i gusci e servire.)

Sono orribili da mangiare. Un gusto che allappa. Ma l’arabesco disegnato sull’albume resta impresso a lungo nella memoria, è di sicuro effetto.

Col tempo.
Col tempo.

Tornerà tutto in ordine.

E se non sarà così poco importa.

Il craquelé è di sicuro effetto, gli ospiti ne saranno impressionati.

Rosso di sera bel tempo si spera

dicembre 29, 2005

La donna siede al bordo del letto e continua a spingere avanti e indietro con la punta del piede la maniglia del cassetto. Con noncuranza apparente.

Un po’ sorride anche, le viene in mente uno di quei test da rivista femminile: mostrami il tuo cassetto e ti dirò chi sei.

Sorride solo un poco, il resto del viso è stanco e tirato.

Poi lo apre, definitivamente. Il cassetto.

E lì, nell’angolo destro, c’è un involto di velina.

E dentro l’involto le famose mutande rosse e reggipetto rossi. E una giarrettiera, una sola.

L’uomo non c’è, è uscito.

La donna pensa che per una volta tanto le piacerebbe che lui fosse andato a comprarsi dei boxer rossi.

Non sono mica cose importanti, è vero.

Però magari questa volta sì. Solo per questa volta.

Con la biancheria rossa ci si traghetta nel nuovo anno come protetti da un talismano, da un amuleto.

Ciò che si fa al primo dell’anno accadrà per tutto l’anno.

Non è così che si dice?

Mentalmente sfoglia i Capodanni passati, come un album di foto.

Stronzate, i proverbi.

Richiude il cassetto e dimentica l’involto. Si asciuga una lacrima.

Qui nulla è più lo stesso.

Che Dio ce la mandi buona.

Rosso di sera bel tempo si spera

dicembre 29, 2005

La donna siede al bordo del letto e continua a spingere avanti e indietro con la punta del piede la maniglia del cassetto. Con noncuranza apparente.

Un po’ sorride anche, le viene in mente uno di quei test da rivista femminile: mostrami il tuo cassetto e ti dirò chi sei.

Sorride solo un poco, il resto del viso è stanco e tirato.

Poi lo apre, definitivamente. Il cassetto.

E lì, nell’angolo destro, c’è un involto di velina.

E dentro l’involto le famose mutande rosse e reggipetto rossi. E una giarrettiera, una sola.

L’uomo non c’è, è uscito.

La donna pensa che per una volta tanto le piacerebbe che lui fosse andato a comprarsi dei boxer rossi.

Non sono mica cose importanti, è vero.

Però magari questa volta sì. Solo per questa volta.

Con la biancheria rossa ci si traghetta nel nuovo anno come protetti da un talismano, da un amuleto.

Ciò che si fa al primo dell’anno accadrà per tutto l’anno.

Non è così che si dice?

Mentalmente sfoglia i Capodanni passati, come un album di foto.

Stronzate, i proverbi.

Richiude il cassetto e dimentica l’involto. Si asciuga una lacrima.

Qui nulla è più lo stesso.

Che Dio ce la mandi buona.

Tariffa mista chilometri/tempo. Per le corse notturne è previsto un supplemento.

dicembre 12, 2005

Quel giorno andò così: c’era il sole.

Allora la polaroid (ma forse era un 35mm, quella volta lì) la si poteva scattare in esterni.

Andò così, e a voi non resta che leggerlo qui.

Tariffa mista chilometri/tempo. Per le corse notturne è previsto un supplemento.

dicembre 12, 2005

Quel giorno andò così: c’era il sole.

Allora la polaroid (ma forse era un 35mm, quella volta lì) la si poteva scattare in esterni.

Andò così, e a voi non resta che leggerlo qui.

Torna, 'sta casa aspetta a 'tte

novembre 7, 2005

Perché non credevo, non credevo che la tenerezza potesse anche essere così.

Come un vetro che va in pezzi e migliaia di schegge intorno.

Voltare le spalle, non raccogliere. Lasciare che qualcun altro lo faccia.

Non credevo, ecco tutto.

E sì che a quarant’anni dovresti aver già visto il possibile.

Se non tutto, almeno molto.

Molto.

Lei mi ha parlato. A me. Mi ha detto: torna.

Senza di te non possiamo esistere.

Lui ti ha trapiantato un pezzo del suo cuore, adesso è vivo a metà.

Torna, che io non sopporto questo buio.

Non è colpa mia, ho risposto. Non è questione di tornare.

Dovevi ricordartelo quando hai colato cemento nell’incavo dei Lari.

Erano statuette cave, fino a quel giorno non lo sapevi.

Ma non è colpa mia.

E’ che a volte le cose – e in special modo i ricordi –

Si trascinano da un baule all’altro, attraverso generazioni.

Nessuno si è mai preoccupato di scoprire se in quella statuetta

Si celasse terracotta o un gioiello.

O il nulla.

Poi hai appoggiato i vestiti di tuo figlio nell’armadio di mia figlia.

La scena era grottesca, cedevi pezzi di te.

Torna.

E intanto la voce ti tremava.

Ho notato che hai tagliato i capelli, non te l’ho detto.

Del resto non avrebbe avuto alcun senso, non ricordavo com’eri prima.

Allora voglio dire: l’immagine che avevo di te ha tagliato i capelli.

Le donne fanno così, sempre.

Come quando poti i rami perché svettino più in alto.

Deve essere un gesto antico, una mossa di apertura al nuovo che avanza.

Come il sesso che spinge dalla parete di maglina di un boxer, pronto a ghermire.

Ma questa non è una novità.

La storia a volte si ripete.

Poi sei andata in cucina, dove mia madre giocava a carte con mia zia.

Io ho messo a letto mia figlia. Tuo figlio le tirava i capelli.

Nessuno ha mai tirato i capelli a mia figlia.

Per questa volta ho lasciato fare.

In cucina vi ho trovato sedute. Mi guardavate come se fossi una ladra.

Solo perché ho un cuore  e mezzo. Come se l’avessi rubato.

Mia madre ha detto: secondo me non è giusto che tu vada con loro.

Ho risposto: anch’io la penso così.

Tu hai detto: non vedo altra scelta.

Ho messo il cappotto e una sciarpa e sono uscita.

Ti ho detto: quando torno non voglio trovarti qui.

La costruzione centripeta di un addio

ottobre 29, 2005


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