Archivio per la categoria ‘sotto la tenda di concetta mead’

Lévi-Stro’, vafancu’.

dicembre 16, 2010

Che poi, dopo un tot di esami di antropologia in cui ci stava sempre in mezzo questo fatto qua di Lévi-Strauss e le strutture elementari della parentela e tutti i fatti delle filiazioni, delle alleanze, delle discendenze, e io puntualmente a chiedermi: sì, ma a me che me ne importa?, a un certo punto, approssimandosi il Natale, ho avuto l’illuminazione.
Gli studi sulla famiglia e la discendenza servono a capire le dinamiche organizzative del cenone di Natale. Lo so ogni anno, ma poi per il resto del tempo me lo scordo.
Prendiamo il soggetto Ego, figlio di [X e Y], nonché fratello di [Z (maschio) e W (sorella)] a loro volta sposati con Q e T e genitori rispettivamente di [R, S e P] e [O e M]. Non dimentichiamo che Q e T sono a loro volta figli di qualcuno, fratelli, sorelle e cugini incrociati di qualcun altro.
Lo so, dovrei disegnare uno schema, per raccapezzarcisi, ma era giusto per darci un’idea.
Come si stabilisce la compagine del gruppo cenante?
Come si determina la location della cena?
Residenza virilocale, uxorilocale o neolocale?
Composizione patrilineare, matrilineare o ognuno a casa sua?
A partire da quando è ammesso un sovvertimento delle regole? Dal matrimonio di tutti i figli o solo di alcuni?
E se non si sposano e convivono?
Dalla nascita di nipotini?
E il sesso di questi ultimi, nonché il fatto o meno che portino il nome del nonno, come influisce sui posti a tavola?
La vera domanda è un’altra: chi fa famiglia con chi. E soprattutto: perché?
Cosa, simbolicamente, rappresenta una modifica degli schemi agli occhi del gruppo allargato?
Io sono per la delocalizzazione delle feste presso le case dei più giovani, di quelli recentemente sposati.
Che poi a me questo fatto che si deve stare per forza tutti insieme, mi piace e non mi piace.
Mi piace fuori dai pasti, per esempio. La tombola, il mercante in fiera e le fette di pandoro.
Non mi piacciono le facce appese se poco poco si sposta una virgola, una sedia, un’abitudine.
A me le feste mi toccano i nervi.
Perché poi ci stanno quelli onesti, che dicono che a certi fatti ci tengono, e quelli che dicono che non ci tengono, ma poi non è vero. Oppure veramente non ci tengono, ma poi il ricatto affettivo del sangue prende il sopravvento e ci devono tenere per forza. Eccomi, sono io.
Allora l’altra sera ho preso un tassì nel centro di Napoli.
Faceva freddissimo.
Il tassista mi ha raccontato tutto questo fatto che aveva prenotato un agriturismo a Montella, in provincia di Avellino, e se ne andava là con tutta la famiglia, 24, 25 e 26. Che sono sedici figli e ogni anno succede il lutto o devono stare tutti ammassati e a fine serata si appiccicano con le mogli che si sono fatte un mazzo tanto in cucina, sono andate dal parrucchiere – inutilmente – e dopo puzzano di pesce e frittura, e soprattutto non tengono genio di pazziare perché stanno troppo stanche.
Però lui non stava contento di andare a Montella, ci andava solo per la moglie, perché se no quest’anno finiva a mazzate. Che il 24, il 25 e il 26 sono i tre giorni in cui a Napoli si fatica di più, con i tassì. L’anno scorso alle dieci di sera stava ancora lavorando ed è arrivato tardi a cena.
Poi a gennaio e febbraio si fa la fame. Quest’anno si fa pure a dicembre, che i turisti sono pochissimi e a Napoli non ci vogliono venire più.
Quando ho pagato i sei euro e quaranta, mi ha fatto specie che prima di mettersi i soldi nel portafogli, si è fatto il segno della croce e se li è baciati.
Poi mi ha fatto tanti auguri, mi ha detto: signo’, speriamo che a Montella non fa freddo. Ma soprattutto speriamo che nun ce ‘ntussecammo.
Torniamo a noi.
Io quest’anno combatto contro dolori veri e immaginari.
Per fortuna quest’anno non sono i miei, ma mi sono così vicini che non fa differenza.
Combatto contro fisime e paranoie. Nemmeno queste sono le mie, ma stanno così vicine che non fa differenza.
Io quest’anno – più di ogni altra volta nel tempo – penso che ci avete rotto il cazzo, voi e il Natale.
Voi siete la pubblicità, i commercianti, il traffico, ‘a nonna, ‘a zia, quella che deve sgravare, quella che tiene i figli malati, quello che non parla con la cognata, quella che vuole stare solo a casa sua, quella che p’ammore ‘e Ddio non voglio stare a casa mia, quello che dice non facciamo i regali, quella che aggiunge che è solo un fatto di tirchieria, le luminarie, le letterine, gli sms di auguri, le carte oro e argento, la solita storia di chi cucina e cosa, chi va alla messa e chi vuole la tombola, chi non tiene i soldi per i regali perché è stato licenziato ma si sente moralmente costretto a farli, gli emigrati che tornano una volta all’anno, i residenti che approfitterebbero delle feste per espatriare ma siccome tornato gli emigrati si devono stare, chi tiene lo storzillo che si è lasciata col fidanzato e lo devono pagare tutti quanti.
Che uno alla fine un progetto alternativo del Natale ce l’avrebbe.
Ma le strutture elementari della parentela sono peggio della camorra: nun puo’ sgarra'.

Di mamma non ce n’è una sola.

aprile 22, 2010

Mentre scartabello una serie di testi in cerca dell’Idea – e più che dell’Idea della Chiave – mi imbatto in un saggio sullo sviluppo umano come processo bioculturale che si sofferma in particolar modo sul parentering. Come si dirà parentering in italiano? Stile genitoriale? Competenza parentale? Vabbè, ci siamo capiti.

All’inizio lo sottovaluto, poi mi ci appassiono.

E’ che io sono dell’idea che se incontri il Buddha per la strada non lo devi uccidere subito, ma gli devi dare mandato di uccidere la mamma, il capufficio, lo psicologo, eventualmente la suocera e il cane e dopo, a missione compiuta, freddarlo alle spalle col silenziatore.

E’ solo che questa volta il Buddha diceva cose  interessanti, sicché l’ho risparmiato.

Ho letto il saggio fino in fondo, quarantuno pagine, per scoprire che sono una mamma cinese.

E di colpo mi sono ricordata del libro di Bollea, Le madri non sbagliano mai, che avevo letto e profondamente assimilato mentre portavo con orgoglio il pancione, per rassicurarmi che qualunque cosa avessi fatto da mamma, sarebbe andata bene.

Più che altro per l’impossibilità di percorrere strade alternative, visto che siamo culturalmente condizionati. Mamma cinese. Mah. Cinese a chi?

Dunque mia figlia ha iniziato il suo primo giornalino scolastico, dopo la redazione a quattro mani di un romanzo d’appendice illustrato, insieme alla sua amichetta del cuore. Entrambe figlie di divorziati, avevano ipotizzato una storia d’amore con happy end, ma alla fine ci hanno ripensato e i due protagonisti, nonostante la casa, i bambini e il cane, si lasciano e lei finisce con uno più giovane.

Direi che il realismo non manca.

Ero stata tentata di patrocinare il lieto fine per preservare una sorta di infantile speranza, ma poi sono stata zitta. Se la comunità prevede il divorzio e il toy-boy, così sia.

Il fatto sociale batte il fatto individuale uno a zero.

Ma torniamo al giornalino.

Mia figlia lo inaugura con una vignetta – è particolarmente versata nel disegno – raffigurante un Berlusconi con le rughe del corruccio e visibilmente preoccupato e una didascalia che recita: L’amore vince sempre sull’odio, Berlusconi crede che  ci salverà dalla sinistra…ehehehehe.

La madre cinese che era in me – quando ho appreso della vignetta pensavo ancora di essere una mamma italiana – è stata innanzitutto orgogliosa, poi si è perplessa e  le ha chiesto se la maestra avrebbe apprezzato l’ironia e infine ha concluso che non stava bene, a dieci anni, esprimere posizioni così nette senza una precisa cognizione di causa e senza conoscere l’opinione prevalente. Per quanto condividessi, era dominante l’idea che a dieci anni si deve stare al proprio posto.

Come è uscito ‘sto fatto della mamma cinese?

Leggendo di vari studi condotti sul parentering nel mondo ho scoperto che le culture che si basano sull’interdipendenza – dunque quelle asiatiche, in particolar modo – producono bambini con un precoce sviluppo delle capacità di autoregolazione. Non solo. Parrebbe che le mamme cinesi tendano ad assumere in ruolo direttivo nel porre domande ai bambini sugli accadimenti, e a collocare i loro racconti entro precisi contesti relazionali che mirano all’armonia e a costituire il Sé non come fatto individuale, ma come parte di una comunità sociale.

E per finire, quando il figlio della mamma cinese vive qualcosa di spiacevole, anziché rassicurarlo, come farebbe un’americana o un’europea, la sino-mamma legge l’accaduto alla luce delle regole di condotta che è necessario rispettare nella comunità e orienta lo spirito del bambino al benessere comunitario piuttosto che a quello individuale.

Una mamma cinese, senza alcun dubbio.

Non una mamma come gli efé dello Zambia o i !kung san del Botswana, che si caricano i piccoli alle spalle e non ci parlano mai e li fanno allattare da cinque donne diverse. Non una mamma americana che invece di dirigere consiglia, e neppure una mamma inglese che commenta in un modo che vedevo fare alla mia amica Jane e trovavo curioso assai, così dissimile dal mio. E nemmeno una mamma giapponese che rende il figlio un principino per il primo triennio di vita, in prospettiva del training militaresco che lo aspetta alla materna.

No.

Proprio una mamma cinese, che mostra ai bambini oggetti sconosciuti e spiega come si usano, dettagliatamente. Una mamma che antepone l’interrelazione al principio di individuazione. Una mamma che privilegia al contatto corporeo l’obbedienza alla regola. E altre cose. Il che spiegherebbe le continue richieste della figlia di cene a base di germogli di soia, spaghetti di riso e cose così. Una cinesità inconsapevole, povera creatura.

Insomma, alla fine della lettura ero senza parole, convinta che il mio modello educativo, fatto di buona educazione ed enorme rispetto della comunità, fosse un fatto del tutto italiano.

Come potevo pensare una cosa del genere, osservando la mala educaciòn che ci circonda? Per stupidità, senza dubbio.

Pare che le mamme italiane siano come le portoricane: imboccano i figli e vedano nella trasgressione, nel capriccio, nell’insubordinazione, un momento di valorizzazione individuale e segno di personalità, anche se poi sbraitano. Ma sbraitano con orgoglio.

Le mamme latine sono quelle che creano i figli viziati, bulletti, con il delirio di onnipotenza e incapaci di procrastinare il momento di soddisfazione. I figli sfaticati, egoisti. I figli perennemente figli, i figli dittatori e insicuri a un tempo.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenissi e mi sono risposta che vengo da una famiglia mista, con una madre mediterranea e un padre che aveva i piedi nello Yang-tze-Kiang, senza nemmeno saperlo. Un padre confuciano moderato.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenga mia figlia e mi sono detta che viene da una mamma cinese e un padre confuso. Chissà cosa ne verrà fuori.

Mamma, stasera facciamo la pizza?

Sì, ma la mangi con le bacchette. Per coerenza.

'a Juta a Montevergine

febbraio 2, 2010

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E insomma è cominciata così, con una telefonata a Hanging Rock.
Hanginro’, ti voglio fare una proposta oscena che più oscena non si può.
Uh mammamia, e che è?
Ci vogliono tre requisiti: primo, domani ti devi mettere in ferie; secondo, stasera vieni a dormire qua; terzo, ti devi vestire come se andassimo sulla neve, giacché andiamo forse sulla neve.
Ma queste amiche manageresse dalla sera alla mattina non si possono disimpegnare, sicché ci ho messo una pietra sopra.
Poi è stata la volta di mia figlia la decenne.
Giocavamo a quel gioco che uno pensa un animale e l’altro fa le domande per indovinare.
Lei pensa, io indovino.
Ciccipuffi, rispondi correttamente, sennò mi depisti e mi incazzo.
Bipede o quadrupede?
Bipede.
Volatile?
Sì.
Commestibile?
No.
Come no?
No.
Aspe’, Cicci, che tu mi confondi. Lo struzzo per te è volatile?
No, mamma.
E la quaglia è commestibile?
Sì, ma io non la mangio, mangio solo le uova.
E perché la quaglia no? Mo’ dimmi che differenza c’è tra la quaglia e il polletto!
Uffà, mamma, da quando fai questo fatto dell’antropologia non si può parlare più, con te. La quaglia non me la mangio perché non fa parte della mia cultura, sei contenta?
Che è ‘sta cosa della cultura? La quaglia è quaglia, con la pancetta intorno.
No, mamma, sei fissata. Io adesso se ti racconto che Karina (compagnella di classe ucraina) ha litigato con Stefy, tu mi rispondi che sono le loro culture che cercano il contatto col conflitto.
Giuro, quant’è vero Iddio, ha detto così. Ho creato un mostro. Fra dieci anni farò la fine dalla mamma di Pietro Maso. Per di più da quando frequenta il laboratorio di teatro è diventata una pagliaccia. Tale madre, tale figlia, che ci posso fare?
Sapessi mamma, mentre loro litigavano le culture facevano il tifo: vinco io, no vinco io.
E rideva. 
Mamma, a te l’antropologia ti fa male.
Poi l’amichetta archeologa: eddài, vieni, anche se fa freddo. Poi balli e ti passa.
Morale della favola: sono uscita per andare in ufficio, mi sono portata dietro macchina fotografica e cappello e a metà autostrada ho deviato per Avellino e sono finita a Montevergine. Neve alta così, cellulare scarico e serbatoio in riserva. L’amichetta nella notte si era sentita male, sicché sopra a quel pizzo di montagna innevato stavo sola sola.
Sola sola per modo di dire: almeno cinquanta bus, centinaia di auto. Paranze, vecchierelle, femminielli e trans.
Pazza, pazza! Me lo ripetevo da sola, mentre andavo alla festa della Candelora. Ma la demoetnoantropologa che è in me non ammetteva scuse.
A dispetto delle mie tendenze tanghere, non ballo la tammurriata. Il perché non lo so nemmeno io, forse perché faccio parte di una cultura urbanizzata. Mia nonna schifava la cultura popolare, diceva che era subcultura. Si incazzava con la zia Assuntina che levava il malocchio e ci metteva le bustine di sale nei cappotti. Non andava in Chiesa e non credeva nell’aldilà, aveva un domestico femminiello e tra una Domenica Sportiva e un Rischiatutto si leggeva l’Arcipelago Gulag e la Scuola di Barbiana. Ma quel che è peggio, me li faceva leggere pure a me, a dispetto della mia quarta elementare.
E’ che io ho le tendenze culturali represse, questo è il fatto!
Vabbè, torniamo a Montevergine. Questa Madonna qua – una Madonna nera – sopravviene a un culto di Iside, poi Cerere e Demetra. Protettrice degli schiavi, in senso stretto e lato – quindi pure le pulsioni inopportune che la fanno da padrone -, delle donne sterili e dei femminielli.
Mi piace assai quando il potere sopravviene – in questo caso la Chiesa – ma la povera gente, il popolo, riesce a mantenere una sua eredità. In questa storia di povere genti il potere non riesce ad avere completamente la meglio ma restano queste sopravvivenze antiche che vengono riassimilate e mai del tutto espunte.
Caro Foucault, diceva Derrida, ma come puoi mai sostenere che la ragione ha estromesso la follia? Essa se ne nutre, si forma grazie alla follia. 
E Foucault rivisitava le sue tesi e stabiliva che potere e resistenza sono intimamente connessi, che l’Alterità si insinua nel Medesimo e lo sovverte dall’interno. E lo fa esistere grazie alla perpetua commistione. 
Mammamia, e come sto divagando. Ferma, Flounder, concentrati.
Allora arrivo a Montevergine e per prima cosa noto un fatto stranissimo: l’indifferenziazione sessuale. La maggior parte della popolazione presente era gravemente obesa (a propo’, la conoscete la canzone di Gaber? Me l’hanno fatta sentire ieri, mi è piaciuta moltissimo). In questa situazione di pliche nucali, panzesche e doppiomentesche già risultava difficile capire chi era maschio e chi era femmina, se non si fossero aggiunti a complicare la situazione i trans e le femmine ritoccate: labbra e tette e zigomi enfiati che non si capiva niente.
Mi sono arresa dopo dieci minuti e mi sono data a seguire i gruppi che spontaneamente si formavano per suonare e ballare.
E lì mi sono imbattuta in un repertorio canoro per me del tutto nuovo, io che sono abituata ad Alli uno e Bella figliola e cose conosciute.
Un dialetto strettissimo e canti a sfondo sacro, per lo più invocazioni alla Madonna, la Mamma Schiavona,  nei quali risuonavano allusioni inequivocabili, che trascrivo dal mio antropologico taccuino:
me piace ‘o capitone co’ tutta ‘a pelle
vulesse sagli in cielo co’n’asta longa longa
madonna famme ‘a grazia e famme addiventà chillo ca piglia pisce.
Se poi si aggiunge che a intonare i canti e a ballare erano certe biondone ultra sessantenni con un poco di barba residua e le sopracciglia disegnate a matita, mi pare che non si possa dare adito a dubbi.
Intere famiglie, nonne, prozie e nipoti gay.
Bell’e nonna, vatte a senti’ ‘a messa, a Madonna te fa ‘a grazia.
‘A no’, ‘a messa ce vaco sabato, mo’ aggia balla’.
In quel mentre arriva l’Americana, un trans alto alto e corvino, una certa età.
Perché l’Americana, chiedo io?
Pecché s’è operata ‘a Merica, tant’anni fa.
L’Americana inizia una tammurriata con un giovane gay biondino.
Al momento della votata le compaesane fanno il tifo: ‘merica’, vall’areto, ‘a ‘sta cessa, falle vede’ che tieni annanze!
Si ricorda che stiamo sempre davanti all’Abbazia di Montevergine.
E’ che ho il tempo contato, sono un’antropologa a mezzo servizio, schiava del pubblico impiego. E’ per questo che sto qua, per chiedere alla Mamma Schiavona di liberarmi dalla mia tortura quotidiana.
Ma ecco che arriva Vladimir Luxuria con la sua scorta. Alcune platinetteggianti, altre di una bellezza mozzafiato.
Un uomo le mette il bambino in braccio: posso fare una foto? Foss’a Madonna e addiventasse comm’a vvuje.
Una vecchierella la guarda a lungo e poi esclama: che bella donna…che bell’uomo.
Un uomo la apostrofa: signo’, e mettiteve d’accordo, chebelladonna o chebelluomo?
Tutti ridono.
Il tutto non privo di polemiche
Io devo scappare. Mammamia, e come mi dispiace. Per la strada incontro Marcello Colasurdo  che sta arrivando per iniziare il canto, ma io non mi posso proprio fermare.
Mi rifaccio il 12 settembre, l’altra data rituale. A piedi prima che sorga il sole.
Che fatica quest’antropologia.

Should the colon be sacrificed or may it be reformed?

novembre 19, 2009

E qua vi si devono dire parecchie cose. Innanzitutto che questo post parla di cacca.

In secondo luogo che la cacca non è qualcosa di privato, come finora abbiamo creduto, ma è qualcosa di tremendamente pubblico. Il passaggio dalla sua dimensione pubblica al fare della cacca un mezzo di controllo politico ed economico è brevissimo e si traduce nell’esercizio del potere sui corpi altrui.

In terzo luogo vi verrà detto che le cacche non sono tutte uguali. Alcune sono più controllate di altre, per ragioni che adesso vi verranno spiegate.

In quarto luogo si precisa che qui non si parla di Freud, di fasi anali e controlli sfinterici, con tutto quel che in psicologia clinica ne consegue o meno: avarizia, aridità, timore delle punizioni, autostima, fissazioni, ostinazioni, disorganizzazione e quant’altro. Nonzignore. Qua si parla di cacca e controllo sulle donne. Mo’ ve l’ho detto.

La frase che dà il titolo al post in realtà è il titolo di un articolo scientifico scritto nel 1893 da John Harvey Kellogg, medico chirurgo nonché papà del vegetarianismo nonché fratello di Will Keith Kellogg, che si impossessò della ricetta formulata dal fratello e fondò l’omonima azienda produttrice di cerali.

Il dottor Kellogg, quale membro devoto di una qualche chiesa americana, forse gli Avventisti, forse i Mormoni, era un uomo morigerato e timoroso di Dio, e ai suoi pazienti somministrava una dieta totalmente priva di derivati animali, aboliva alcol, caffeina e tabacco, mirando in questo modo sia alla pulizia del colon che all’abbattimento delle passioni.

In poche parole il cornflake nasce come purificatore e antiafrodisiaco.

Ammettiamo anche per un attimo che sia vero – e personalmente potrei sostenere il contrario, in termini tanto personali quanto oggettivamente energetici – e facciamo un passo ulteriore.

La maggior parte dei pazienti del dottor Kellogg erano delle pazienti. Donne affette dal dramma della costipazione che nella sua terapia, fatta di ricorso a cibi semplici,  salassi e purificazioni di ogni sorta, parevano trovare sollievo.

Ma andiamo avanti e pensiamo per un attimo a tutte le pubblicità sulla costipazione. Che si tratti di cereali, bifidi, lassativi o chissà quale altra sostanza per favorire l’evacuazione, il testimonial è sempre una donna. Spesso due. Una che è l’amica “liberata” e l’altra che invece si sente “prigioniera”.

Idem per tutto il marketing del mestruo, prima, durante e dopo quei giorni.

Ultimamente c’è una pubblicità sull’incontinenza, con tre amiche dinamiche sedute su una vetta di montagna. Avranno trentadue, trentacinque anni al massimo, e grazie al mitico pannolone hanno scalato la montagna senza bagnarsi i pantaloni. Ah, povero sesso debole!

Parallelamente, nel discorso della pubblicità, gli uomini evacuano senza drammi. Loro soffrono di altre cose.

Prendono aerei distrutti da riunioni snervanti e dall’emicrania e grazie all’ ammiccamento da parte della biondazza nordica di turno e pillolina di conforto, il mal di testa passa all’istante.

Condiscono insalate con oli senza trigliceridi, per saltare la cavallina oltre i cinquant’anni.

Restano bloccati da un mal di schiena a causa delle routine quotidiane che li vedono impegnati in attività di falegnameria, bricolage e trasporto carichi.

Loro si ammalano perché “fanno”. Noi perché “siamo”.

Ho letto un libro molto affascinante, carico di spunti e con una bibliografia corposissima che parte da Aristotele e finisce ai giorni nostri. Un libro che tratta della costruzione culturale della donna, a partire dal suo corpo, dalla sua fisiologia misteriosa.

Parrebbe dunque che il male e la malattia siano connaturati, consustanziati al corpo femminile. La donna è un essere pletorico, c’è da fare attenzione. Pandora il vaso lo porta dentro di sé.

Le malattie sessuali sono tutte veneree. D’altronde zeusee o gioviali sarebbe cacofonico o incongruo, ammettiamolo.

Nel caso degli uomini, invece, lo stato di malattia proviene per lo più da agenti e fattori esterni, da equazioni elementari e principi di azione e reazione.

Vale a dire che l’uomo ha un corpo, e poi anche tutto il resto, mentre invece la donna è un corpo e tutta la messa in cultura si svolge a partire dalla cavità in cui si annidano sangue, cacche, sperma. Umori prodotti in autonomia, proprio a causa della diversa composizione istologica, ormonale, oppure assunti per impregnazione. Il discorso dell’impregnazione è molto interessante, riguarda tra le altre cose l’azione salvifica del seme maschile su questa povera crista malaticcia. Ti salvo e ti domino. Ti impregno e ti trasformo.

Mi ha fatto venire in mente il bukkake e il gokkun, mi ha fatto venire in mente tutta una serie di videogiochi incentrati sulla figura delle gigantesse, creature cibernetiche enormi che si nutrono di piccoli omini. Il concetto di impregnazione va oltre il tempo e le culture. E’ fondante. E poi l’altra faccia di questo ventre misterioso che tutto inghiotte e tutto contiene. La Grandi Viscere che incombono, che incessantemente prendono e rilasciano, sporcano il mondo e al tempo stesso lo creano, dando vita.

Questo signor Remaury, l’autore del libro,  analizza il linguaggio della cosmetica e descrive questa povera Donna da sempre alle prese con l’ambiguità delle definizioni: da un lato una certa mollezza fisica,  una porosità del corpo, sotto le perenne minaccia di agenti interni ed esterni che non le lasciano pace. Dall’altro quest’appetito insaziabile che va contenuto e placato, per evitare la distruzione del genere maschile.

Descrive mirabilmente il senso di colpa che grava sulle Donne per tutte le trasgressioni che eventualmente vogliano agire contro l’ideale di salute e di bellezza imposto dall’alto. Le rende responsabili della salute dell’intero corpo sociale e – al tempo stesso – della sua perdizione.

La Donna è un Monatto.

Insomma, una gabbia dalla quale non si riesce ad uscire se non travestendosi con altri stereotipi a mo’ di mantello per tentare una fuga, peraltro  verso non si sa dove.

Giorni fa segnalavo su facebook questo articolo, che riassume un po’ il senso della faccenda.

E dunque questo corpo poroso, freddo e umido, ha il potere di trattenere e rilasciare come spugna.

Il corpo della donna – che assomma in sé corpo, cervello, psiche e immaginario altrui – può far ammalare il corpo sociale maschile, diffondendo ogni sorta di malattia venerea e psichica. Va dunque curato, fatto oggetto di prevenzione e profilassi, osservato, sezionato e ricomposto in forme gradite e accettabili per il mantenimento dell’ordine.

Ecco perché dovete fare la cacca tutti i giorni.

Win for wife. In un certo senso come un'esaltazione della piccola solidità borghese.

ottobre 7, 2009

E allora mi sono messa a osservare questa cosa del Win for Life e mi sono balzate agli occhi subito due cose.

Premetto che era già da diverse settimane che stavo pensando ai giochi e alle lotterie, per via di un saggio che avevo letto sui combattimenti dei galli a Bali e le relative scommesse, e mi ero fatta curiosa dei meccanismi alla base del gioco e delle funzioni e delle dinamiche di regolazione sociale che ci sono dietro.

Non i meccanismi psicologici dell’ossessione-compulsione, dell’adrenalina, della dipendenza  e del contenimento dell’ansia, che tanto quelli si assomigliano un poco tutti.

No, no, non mi interessava questo fatto qua, quanto piuttosto l’analisi del potere che sottende alle relazioni che regolano i diversi giochi, e come si differenziano secondo il tipo di rapporto che si intrattiene col gestore del gioco stesso e le modalità di partecipazione.

E qua so che per esempio Zu capisce bene quello che voglio dire: il bancolottista che diventa una specie di confessore, di deposito di sogni e confidenze, anche intime e non rivelabili ad altri, a fronte del freddo Bingo dove non c’è contatto umano.

Così pensavo al Pachinko, alla Lotteria Italia, al Gratta e vinci. Pensavo che vorrei avere tempo e modo per approfondire questa cosa, che mi diverte moltissimo. Al contenuto celato di ciascun gioco, oltre la superficie apparente della posta e della vincita.

Quando è comparso per l’appunto questo nuovo gioco.

Dicevo delle due cose che mi sono balzate agli occhi: la prima è una vincita infima con virgola.

Uno vince due euro virgola nove e chiede: mi dia un gratta e vinci. E sta a posto così. Un altro vince due euro virgola tredici e ne ritira due. O ne rigioca due, e non esige le cifre dopo la virgola.

Non lo fa nessuno, mi ci sono messa appostata a osservare, ci sono stata un bel po’ di tempo.

Dove vanno i decimi e i centesimi?

Nelle tasche del tabaccaio?

E’ lui, dunque, che win for life?

Ascoltavo giorni fa un programma radiofonico in cui si parlava del Mistery Spending, di quelle cifre che inspiegabilmente a fine mese scompaiono. Si aggirano sui cento, centocinquanta euro a persona e scompaiono in un mondo non contabilizzato, una sorta di economia sommersa che altera in vari modi il reale computo della crisi.

Ma questo riguarda altri fatti.

Seconda questione, che riguarda invece una sorta di paradosso insito nel gioco, rispetto al quale sono arrivata osservando il regolamento, che con trasparenza assoluta, spiega e conteggia il numero di combinazioni necessarie per vincere.

E qui il fatto teorico è questo: Win for Life è un’apparente moralizzazione della faccenda economica. Non più cifre astronomiche, destinate a pochi eletti, eventuali fonte di stress e rovina psicologica.

Cchiù win pe’ tutti.

La vincita massima di Win for Life consiste nell’acquisizione di un tranquillo status borghese, medio, per un medio periodo di vent’anni. Il sogno del piccolo borghese che si fa realtà, l’uomo medio che finalmente si accontenta di quel piccolo surplus che gli permette di arrivare a fine mese e levarsi qualche sfizio, cambiarsi l’auto pagandola a rate e arrivare mezz’ora dopo in ufficio senza pensare che a fine mese la trattenuta di centocinquanta euro sullo stipendio sottrarrà risorse vitali alla famiglia.

E allora diciamolo.

Diciamolo, che non eravamo gente di grandi sogni, di chioschetti lascio tutto e fuggo, di elevate ambizioni imprenditoriali!

Diciamolo, che alla fine eravamo tipi che si accontentano, tipi medi. Tipi che aspiravano al part-time, alla pizza non solo il sabato sera ma anche il martedì. Tipi tranquilli. Che volevano magari completare le rate del mutuo e permettersi pure un figlio. O il secondo.

Medi come quell’uomo di cui scriveva una volta Zaritmac. Una medietà di cui non vogliamo più vergognarci, perché l’assenza di grandi progetti irrealizzabili non è mica peccato.

Va bene, va bene così, lo abbiamo ammesso.

Salvo poi dimostrare che in Win for Life non vince la medietà. Non la totalizzazione del cinque o del sei.

No, occorre situarsi agli estremi, all’eccezionalità della sorte: il massimo o il minimo.

Per essere medi bisogna prima aver toccato una qualche punta – seppur in modo casuale e del tutto involontario – di eccezionalità.

Visto così sembra un poco un gioco zen, per spirito ed equilibrio.

Come il saggio che alla fine del suo lungo percorso di apprendimento torna nella sua baracca a versare l’acqua nel bicchiere, esattamente così come era partito, ma con la consapevolezza che adesso né l’acqua è la stessa, né lo è il bicchiere, né, infine, lui.

Hai totalizzato 0? credi aver toccato l’acme della fortuna?

No, caro mio. Hai raggiunto il satori*. Che vuoi che te ne freghi adesso dei soldi! 

* Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori il quale non corrisponde al nirvana delle scuole del Buddhismo dei Nikaya: se quest’ultimo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità. (fonte: Wikipedia)

Sento di star divenendo diverso, dunque io ero, dunque sono stato me stesso! (Gilles Deleuze)

ottobre 2, 2009

Son giorni che continuo a guardarmi l’orario dei corsi che stanno per iniziare all’università e alla voce Storia della ricerca demoantropologica (materia la cui sola designazione già mi produce uno stato di noia intollerabile), io invece – forse freudianamente – leggo: Storia della ricerca dermoantropologica.

Poi rido, provando a immaginarmi cosa potrebbe essere: una ricostruzione tassonomica delle carezze dalla preistoria al postmodernismo?

Una Storia della simbologia e del significato dei nei pelosi?

O forse una Storia degli studi sulla psoriasi e la sacralità del prurito?

O un trattato di darwinismo cosmetico: Storia delle creme idratanti tra evoluzionismo e creazionismo?

La verità è che sono una femmina intellettualmente poco seria, e forse ha ragione la signora HangingRock quando dice che invece di redigere una normale tesi di laurea, come ogni bravo studente, dovrei invece compilare un lavoro fatto di titoli di possibili ricerche e relativi abstract, uno più improbabile dell’altro.

La verità è che quanto più si è ignoranti, tanto più è facile ipotizzare di cercare qualcosa, convinti che la si troverà. Ma mano mano che il campo di osservazione si allarga e si dilata – questo almeno è quanto accade a me – ci si avvede che la conoscenza ha un andamento rizomatico, che forse non esistono gerarchie di significati, punti di partenza e di arrivo, e che tutto quello che si investiga, si scopre e si studia, non sarà un mattoncino che andrà a costruire qualcosa in modo lineare, sedimento su sedimento, ma un ennesimo nodo che collegherà fatti lontanissimi e perciò stesso aprirà nuove possibilità e direzioni, in tutti i sensi possibili, come una ragnatela invischiante.

Pensavo dunque a questo e mi facevo scoraggiare da un certo nichilismo investigativo, chiedendomi se il tassello che ognuno di noi aggiunge alla conoscenza abbia finalità didascalica, interpretativa o pragmatica o tutte e tre insieme o nessuna delle tre, riducendosi solo a mera autoesaltazione intellettuale o delirio di onnipotenza circa il proprio potere di curare/istruire/salvare l’umanità.

(E qui rido, pensando ad HangingRock che smantella le mie possibili tesi di ricerca smascherando la mia crocerossinità velata o al Secretario che dietro il mio violento interesse per la scienza medica non vede crocerossinità alcuna, ma solo autistica ricerca di senso in sé e per sé).

Infine  ho realizzato, riflettendo su questi due opposti punti di vista,  che forse una mente, lasciata a se stessa libera di scegliere, senza alcuna costrizione esterna di tempo e denaro, si muoverebbe investigando o anche trovando lavoro in quei campi in cui non riesce a dominare le proprie ossessioni, con il fine preciso di non farsi sopraffare dalla realtà.

La scienza dunque sarebbe dunque, secondo questa possibilità, solo un ennesimo sistema di controllo e soprattutto di produzione di senso individuale, salvo poi rivelare, a chi cerca, la sua impossibilità reale rispetto a una possibile differenziazione dalla massa dei significati comuni, da cui egli stesso è forgiato e dai quali crede di potersi distanziare.

Non lo so. Sto assai confusa. Si pensa per non impazzire e si finisce per impazzire.

Io a volte penso di non essere troppo adatta alla speculazione, mi perdo sui vari piani dei ragionamenti, come se vedessi delle cornici di riferimento di grandezze diverse, che anziché allargarsi su un’unica superficie, fossero impilate conservando degli spazi di distanza tra loro, sicché il senso delle cose, oltre a dilatarsi e a restringersi, oltre a muoversi in verticale, scappa dai vuoti e si reinfila impertinentemente altrove. Penso cose che mi restano sullo stomaco, come un banchetto di nozze meridionale, e che dopo mi devo prendere non so quanto bicarbonato per contenere il danno.

Penso che forse sarei adatta a cose più facili, terra terra.

Io per esempio se vinco la schedina di Win-for-life mi compro un orticello dove coltivo tutte piante rizomatose, preparo marmellate e non penso più a niente. Al massimo al massimo un poco di dermoantropologia applicata con gli amorucci miei. Ci faccio il grooming, che dicono gli scienziati che serve a mantenere unita la famiglia.

L' accoppiamento rituale presso gli Orehgnat, tra tradizione e modernità. Un breve saggio etnologico.

marzo 12, 2009

Survey

Questo saggio ha per oggetto l’analisi delle pratiche di accoppiamento studiate presso gli Orehgnat nel corso di ripetute osservazioni e lunga permanenza nei luoghi sacri individuati per le stesse.

Preliminare alla nostra indagine è la riflessione di  Michel Foucault, secondo il quale la sessualità non è una qualità intrinseca della carne, e neppure un impulso biologico. Come sostiene Laqueur, essa è  piuttosto "una maniera di modellare l’io nell’esperienza della carne", e si costituisce a partire da certe forme di comportamento. La sessualità può essere dunque una sorta di opera d’arte.

Sappiamo da tempo che le teorie della differenza sessuale hanno influenzato il corso del processo scientifico. La biologia – come la letteratura – non riproduce la realtà, ma la costruisce.

In questo consisterebbe la lezione dello strutturalismo: gli esseri umani impongono il loro senso dell’opposizione (bianco/nero, acceso/spento, maschio/femmina) ad un mondo fatto di gradazioni continue di differenze e somiglianze.

 

L’idea fondamentale che sottende al nostro lavoro è che il corpo umano, così come determinato storicamente, si muove in direzione di un corpo di sesso contrario, fatte salve le dovute eccezioni che affronteremo in altro lavoro.

La mia personale esperienza presso gli Orehgnat è iniziata attraverso brevi e sporadici contatti nel corso dell’ultimo decennio, che si sono via via intensificati, fino a rendermi parte attiva e integrante dei diversi gruppi studiati, che dopo un’iniziale freddezza e indifferenza nei miei confronti, mi hanno accettato a pieno titolo.

Ho potuto così annotare le peculiarità osservate e analizzarle secondo un modello comparativo e al tempo stesso valutare la permeabilità del rituale facendomi attrice di performance trasformatrici.

La cultura Ognat è una cultura diasporica e migrante che ha saputo mantenere compatta la sua identità a dispetto delle diverse localizzazioni geografiche, anche laddove, in alcuni casi, sembri aver ceduto a tentazioni di esasperato modernismo e contaminazione.

Nonostante alcuni autorevoli scolari sostengano che la tradizione Ognat abbia una sua intrinseca purezza, sappiamo in realtà dalla lezione di Amselle che ogni meticciato rinvia all’infinito ad un’originaria purezza che non può mai essere raggiunta. Pertanto la cultura Ognat, lungi dall’essere isolata, ha sicuramente un debito nei confronti di culture precedenti e coeve, quali l’estinta Eugneynac, la Nolas e non ultima quella introdotta dagli Oveun della Mitteleuropa e dei Paesi del Nord, un piccolo gruppo che si accoppia con modalità differenti e in luoghi caratterizzati da minore sacralità. Ogni pretesa di rivendicazione assolutistica e totale autonomia, portata avanti da gruppi costituiti – primo fra tutti il clan Oreugnolim – è priva pertanto di qualunque fondatezza e legittimità.

Alcuni clan fanno riferimento a un antenato mitico,  Ledrag, che viene comunque riconosciuto in tutti i gruppi,  anche se presso gli Oveun si fa risalire l’origine del gruppo ad Allozzaip, divinità adorata in epoche più recenti.

In linea di massima i riti di accoppiamento degli Orehgnat seguono uno schema ben preciso:

Prima fase, o dell’iniziazione: gli Orehgnat vengono introdotti al mistero da uno o più sacerdoti officianti che ne curano l’educazione, la postura, l’abbigliamento. L’iniziazione può durare anche diversi anni. Nel corso dei primi tempi l’iniziando sarà totalmente fedele al maestro; in seguito è consigliato, se non addirittura necessario, che rivolga la sua attenzione ad altri, senza tuttavia offendere o mancare di rispetto a colui che per primo lo ha ammesso al rito.

Seconda fase, o della pratica: gli Orehgnat sono un popolo estremamente socievole, organizzati in uno schema tribale ripartito in fratrìe ancorché la tendenza sociale miri alla creazione di rapporti strettamente diadici. In questa seconda fase il ruolo del maestro è ancora preponderante: l’Orehgnat non è ancora libero nella scelta di accoppiamento, ma deve attenersi a un codice che regolamenta classi, caste e livelli iniziatici.

Terza fase, o dell’accoppiamento propriamente detto: gli Orehgnat vengono finalmente ammessi al luogo di culto, detto generalmente Agnolim, dove pubblicamente inizia il rituale di corteggiamento e successivo accoppiamento.

Due aspetti vanno rilevati: il primo è una contraddizione tra la necessità di formazioni diadiche e l’instabilità delle stesse. In questo senso la società Orehgnat è una società aperta, fluida, che si costituisce per accoppiamenti spontanei che non sono tuttavia destinati a durare, se non in rari casi.

Il secondo aspetto è l’importanza data alla numerologia: gli Orehgnat hanno un legame speciale con il numero 4 e il numero 3. L’insieme degli accoppiamenti che si realizzano sotto l’influsso di questi due numeri simbolici prende il nome di Adnat.

Si pensa che la funzione dell’Adnat sia quella di garantire una tutela alla donna, perché la fase di accoppiamento non venga bruscamente interrotta, e anche quella di facilitare i primi approcci all’uomo ancora inesperto o che non abbia certezza di volersi impegnare con totale serietà nell’accoppiamento rituale con quella compagna.

L’Adnat non è privo dell’influsso di concetti legati alla magia. A differenza della visione malinowskiana, in cui alla magia è riconosciuta la funzione di ritualizzare l’ottimismo e di fornire sostegno emotivo per comportamenti non controllabili tecnicamente, presso gli Orehgnat la magia è piuttosto avvicinabile al concetto espresso da Lévi-Strauss, ossia un atto magico che presuppone l’esistenza di un rituale basato su segni che abbiano un significato per la collettività che partecipa all’esperimento magico e ne condivide la speranza di riuscita, che si tratti del momento dell’ohco, dell’adacas o di un’adidrom, tanto per definire alcuni elementi costitutivi della cerimonia di accoppiamento

In aggiunta a queste tre fasi, ci sono momenti periodici e ciclici, nella vita di ciascun Orehgnat, in cui si effettuano pellegrinaggi a luoghi di culto in terra straniera o in altre Agnolim del proprio paese: sono i momenti in cui l’identità diasporica riafferma la sua forza e, come sostiene Appadurai, a dispetto della rottura della ‘solidarietà’ organica tra un territorio, una comunità e una tradizione culturale, vengono esaltate modalità di trasmissione culturale sul piano orizzontale,  contribuendo a trasformare in profondità le eredità culturali e le configurazioni di comunità in cui riconoscersi: comunità virtuali, comunità ‘immaginate’ dunque, molto più che comunità storicamente connotabili capaci di segnare una continuità ed un’evoluzione nel tempo. La diffusione nello spazio sembra sostituire dunque la ‘profondità’ nel tempo e confermare la priorità dei rituali di accoppiamento nel mantenimento di una comunità che preserva la sua identità a dispetto delle pervasive influenze sociali e storiche che la circondano e che pur modificandola, non corrompono le sue fibre.

 

Bibliografia:

Amselle, Connessioni

Appadurai, Modernità in polvere

Foucault, Storia della Sessualità

Laqueur, L’identità sessuale dai Greci a Freud

Malinowski, Magia, scienza e religione

Lévi-Strauss, Antropologia strutturale

 

Per approfondimenti:

Remi Hess, Tango, Astrolabio

Robert F. Thompson, Tango, Elliot Edizioni

 

Per la metodologia:

siamo totalmente ma totalmente debitrici all’opera di Horace Miner, Body Ritual among the Nacirema, pubblicato nel 1956 su The American Antropologist,  il più divertente saggio di antropologia che sia mai stato scritto e che vi dovete leggere per forza.

 

Tutto il mondo è pa(l)ese. La gente mormora, anche su Facebook.

gennaio 28, 2009

(Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Ah, rinnega tuo padre!…Ricusa il tuo casato!…

Il tuo nome soltanto m’è nemico; ma tu saresti tu, sempre Romeo per me, quand’anche non fossi un Montecchi. Che è infatti Montecchi?…Non è una mano, né un piede, né un braccio, né una faccia, né nessun’altra parte che possa dirsi appartenere a un uomo. Ah, perché tu non porti un altro nome! Ma poi, che cos’è un nome?…Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Così s’anche Romeo non si dovesse più chiamar Romeo,chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua? Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia.)

 

Mamma, ha detto mia figlia tornando a casa, ma tu stai su féshbuc?

Sì, ci sto.

Ci sta pure il fratello di Stefania e pure la sorella di Gambardella. Ci posso stare pure io?

No, si’ piccerella. Ci vogliono tredici anni.

Perché? Se no mi scrivono i maiali?

Sì.

Poi siamo andate all’Ikea, che dovevamo comprare le mensole mammut verdi, e mentre mangiavamo il salmone con l’aneto, è passato un signor Pinco, che non vedevo da un tot di anni e che però recentemente avevo ritrovato su FB.

Il signor Pinco stava con moglie e figlia piccolissima.

Ciao, ciao. Bacetto, bacetto. Che si dice?, Che si dice?

Il signor Pinco mi dice: senti, andiamo di fretta, ci vediamo su Facebook.

La novenne lo lascia allontanarsi e dice: mamma, questo è scemo.

Poi ci pensa un poco e aggiunge: ed è pure maleducato. E argomenta correttamente entrambe le proposizioni, come è nel suo stile.

E questo è il primo fatto di Féshbuc, che già lo sapevamo.

Il secondo fatto è che io adesso esco per la strada e incontro gente che in tutta la sua vita non mi aveva mai pensato o degnato di attenzione alcuna, né a scuola, né all’oratorio, né in milonga e nemmeno nel condominio di mammà o alla riunione di coordinamento regionale e che oggi si avvicina e dice: ma tu sei troppo, troppo simpatica. O anche: non sapevo niente, di com’eri.

E io faccio una faccia da ebete, assai perplessa. Una faccia che dice un sacco di cose, per esempio: e nientedimeno tu mo’ te ne sei accorta?

Oppure: ma tu sei sicuro?

Oppure: ma se per tutta la vita sei andato dicendo che ero una troppo pesante e senza senso dell’umorismo!

Oppure: embè?

Allora ho approfondito un poco questo fatto della simpatia, e ho scoperto la questione, che vengo testé a riassumervi, assai stringatamente perché invero ci sarebbero un sacco di cose da dire.

Ho studiato gli utenti di facebook ed essi sono da ascrivere a due grandi tipologie: quelli che in rete c’erano già e quelli che non c’erano.

Quelli che in rete c’erano già, c’erano con un nick, un avatar e una lunga storia relazionale costruita giorno dopo giorno tra le pareti scorrevoli del virtuale, con incursioni nel reale e continue ricomposizioni e smembramenti. L’utente che già c’era in rete, e che ha compiuto il suo percorso di costruzione e ricostruzione della sua identità narrativa, un giorno ha ricucito lo spazio tra nick e name e si è presentato al mondo dicendo: eccomi, sto qua. Sono io.

Gli altri lo sapevano già, ma bisognava fare finta di niente. Facebook è il luogo in cui l’utente che era già in rete esce ufficialmente allo scoperto, senza che questo alteri o modifichi nulla. Egli arriva lì, dopo che si è fatto da solo, ma si è fatto in mezzo agli altri.

L’utente che già era in rete, nel corso degli anni ha compiuto un’operazione di svelamento/rivelamento, tanto a sé quanto al mondo. Ha avuto necessità di nascondersi e presentarsi al mondo come anima e poi ri-definire una corporeità da aggregare intorno a questi contenuti. In un discorso completamente speculare rispetto a quanto avveniva nel mondo da cui proveniva, in cui doveva invece servirsi della corporeità per veicolare i propri contenuti.

Una volta che l’ha fatto, sta a posto.

L’utente neofita, per converso, è come un ragazzino cui abbiano messo in mano contemporaneamente: un superalcolico, un sigaro avana, una svedese di diciott’anni, la casa vuota e il suo cibo preferito. Con in più l’aggiunta dei vicini di casa che ogni tot vengono a controllare che non stia succedendo nulla di irreparabile che poi riferiscono a mamma e papà.

Insomma, la questione nodale è quella della reputazione.

L’utente che già c’era la lega al nick e del nome se ne fotte, l’utente appena arrivato la lega al nome e a ciò che socialmente tutto questo comporta.

Io in questi anni sono diventata molto più Flounder che Brunella.

No, non è esatto.

Diciamo che ho ri/costruito un universo che da virtuale è diventato sempre più reale e ha fatto sì che le persone conosciute in rete e frequentate poi nel quotidiano mi abbiano conosciuto in modo più completo, più tondo, avendo di me sia la frequentazione ordinaria che la conoscenza del momento creativo, a differenza di altri che hanno conosciuto solo la mamma, l’impiegata, la compagna di classe, la sorella dell’amica.

In definitiva sono più seria pensandomi Flounder. Sono più sfaccettata e anche più integrata.

Su Facebook non ho reputazione in questo senso,  e il fatto di spendere il mio nome e cognome senza alcun ritegno rispetto alle scemità che scrivo o ai modi ipersalottieri che mi contraddistinguono in questa parte di rete qua o in ambiti privati non accessibili a tutti, lascia perplessi. Si accorgono che non sono più Brunella. Sono una Flounder sotto le spoglie di una Brunella. Che non è cosa da poco, come voi ben sapete.

Hai coraggio, m’ha detto un vecchio amico giorni fa. Un amico che prima di Facebook non esisteva in termini di pixel e byte.

A far che?

A esporti così.

Ho capito che ci stavamo affacciando da due finestre diverse. Sotto la sua c’era uno strapiombo.

Sotto la mia, la Rete.

Sorvegliarsi e punirsi. Anatomia dettagliata del Personaggio Letterario.

gennaio 21, 2009

[Come ci si può perdere in un blog (ma anche altrove, anche altrove). Appunti in via di definizione.]

Io nomino spesso, chiacchierando con amici, il concetto di Personaggio Letterario, quale direttore artistico e primo attore della nostra personale messinscena nel mondo.

Si tratta di Personaggi Letterari e Caratteri scelti in epoche ormai superate dagli eventi e che tuttavia reclamano attenzione, come vecchie dive isteriche.

In parte è ciò che alcuni psichiatri definiscono un copione esistenziale, atto al perseguimento di determinati scopi, nonché all’esclusione di precise componenti dalla nostra esistenza. Per lo più si tratta di componenti temute e rifiutate, a volte ignote finanche alla coscienza vigile o emerse solo in piccola parte.

Che ognuno di noi scelga di avere un Personaggio Letterario a rappresentarci nel mondo non è cosa poi così grave: in fondo si tratta semplicemente dell’immagine che vogliamo veicolare all’esterno – il nostro abito migliore – o dell’orizzonte al quale tendere con piccoli e quotidiani sforzi di miglioramento.

Il vero problema è quando sfugge al nostro controllo, quando il Personaggio Letterario (o il CyberAvatar o una qualsiasi rappresentazione personale più o meno istituzionalizzata) si anima di vita propria e si impone come realtà assoluta o quando non rappresenta più un orizzonte positivo e raggiungibile, ma qualcosa di totalmente diverso da ciò che siamo e possiamo essere.

E’ il momento in cui si cristallizza la Grande Finzione.

Il Personaggio Letterario diventa allora una bambola, un orsacchiotto. E’ la Bella Addormentata, è un Principe disanimato, è un prodotto sintetico sottoposto a numerose prove di laboratorio, validato attraverso una serie di reazioni e relazioni che in realtà sono simulazioni.

Per contro, qualunque forma di relazione che possa rappresentare un attentato al Personaggio Letterario e metterne a rischio la tenuta viene temuta e sistematicamente respinta, a vantaggio di ciò che invece – escludendo qualsiasi forma reale e reciproca di intimità – possa nutrire questo molosso psicologico.

Sicché il Personaggio Letterario diventa una protesi psichica, è Terminator che si autorigenera, anche quando sembra che sia stato sconfitto o voglia rinunciare a se stesso.

Questa dinamica è terribilmente presente nel modo di autorappresentarsi in un blog, ad esempio,  e in parte confligge con la possibilità, postulata invece da molti,  dell’uso del blog come della possibilità di una parola che guarisca e integri.

Qui c’è piuttosto una parola che invece ammala, in quanto disgrega ulteriormente le personalità plurali senza riuscire a ricompattarle.

*******

Il Personaggio Letterario non ha un centro di gravità reale che possa sentire e definire come  proprio senza scomporsi: si costruisce artificiosamente con vincoli e limiti, la cui funzione principale è – in teoria – quella di garantire un sistema stabile e coerente, non scalfibile né penetrabile da altro.

In pratica si tratta invece di un insieme di forze atte a contrastare la pressione dall’interno e pertanto quanto più la struttura del Personaggio Letterario appare forte, tanto più è minata dal suo contrario, con il risultato di produrre un sistema totalmente instabile e a rischio.

Più la pressione interna aumenta, più il Personaggio Letterario rafforza il suo copione, a volte apportando cambiamenti che lo spingono in una direzione diametralmente opposta. Tuttavia, trattandosi appunto di due estremi, il centro non viene mai sfiorato e il dubbio su di sé, che pure talvolta si insinuerebbe, viene sistematicamente privato del potere di generare angoscia e dunque di creare la frattura che consentirebbe il mutamento costruttivo.

Il risultato è una lucida follia permanente di cui non ci si accorge. Dove per follia non intendo la perdita di senno, ma l’imprecisa aderenza al reale che si traduce in uno svuotamento delle proprie possibilità.

Fino al giorno in cui potrebbe accadere che la forza interna erompa con violenza e sgretoli le pareti del Personaggio, conducendolo a una vera follia.

Per lo più non accade, e dunque ci si fossilizza in un perenne sdoppiamento che garantisce la sopravvivenza al prezzo del suicidio emotivo. Laddove c’era una forza interna a creare pressione, si cerca di generare un vuoto mediante la distruzione sistematica dei contenuti originari.

L’attrito tra la forza interna (fosse anche in forma di vuoto risucchiante) che spinge per rompere lo schema e la forza del Personaggio Letterario provoca talvolta rumori di fondo e un certo dolore. Qualcuno può confondere questo con una vera vita emotiva, ma in realtà non ha nulla ha a che vedere con la complessità delle emozioni miste al sentimento che, al contrario, svolgono una funzione unificatrice.

Nemmeno è insensibile, il Personaggio Letterario, no. Ma è imbevuto solo di quei sentimenti e quelle emozioni che è in grado di sopportare nella struttura del suo copione.

Tutto il resto è nello sgabuzzino delle scope.

*******

Ancora, nel definire l’etica o l’impegno come il corso d’azione derivante dall’aver sposato un determinato valore oppure come l’azione che traduce la libertà in responsabilità,  possiamo dedurre che il Personaggio Letterario è privo di etica, in quanto i suoi valori procedono da dettati dogmatici o non interiorizzati e raramente vengono messi alla prova su un terreno rischioso.

Non che il Personaggio Letterario sia necessariamente immorale, ma è che la sua moralità viene calata dall’alto e non negoziata dal basso, è comprata al supermercato come un precotto, piuttosto che una costruzione.

C’è dunque il paradosso di volersi produrre in un’esistenza umana con modalità che invece sono più pertinenti al divino (ma su questo ci devo ancora pensare bene).

La difficoltà di liberarsi dello schema consiste principalmente nel fatto che il Personaggio Letterario non ha necessariamente bisogno di un pubblico. Nemmeno nel blog o nel virtuale, paradossalmente. E’ infatti dotato della capacità di autorappresentarsi e farsi audience da solo, in una sorta di autoerotismo che tuttavia resta insoddisfacente.

Essendo una maschera e non una persona, infatti, il plauso resta confinato alla superficie esterna e, per quanti successi raccolga, nel fondo sa che non hanno nulla di vero, riferendosi appunto a una sovrastruttura, a una contraffazione di sé o, nella migliore delle ipotesi, a una piccola parte di sé.

Ciò crea una sorta di frustrazione ineliminabile, che si può occultare solo a un prezzo elevatissimo: la totale soppressione di sé, della parte vitale che scalpita per emergere.

E’ qui, esattamente qui, che il blogger (ma non necessariamente un blogger) si ammala definitivamente.

Nel suo contraddittorio e infruttuoso tentativo di darsi (o non darsi) una struttura che lo renda libero (talvolta si affida a un caos che nel suo essere permanente gli garantisce stabilità a dispetto delle apparenze), il Personaggio Letterario non si accorge di fabbricarsi da solo il suo personale Panopticon, nel quale lavora sui suoi sentimenti secondo lo schema di Foucault: recinzione-addestramento-disgregazione-controllo.

Alla maniera descritta da Bentham, ignorando come e quando verrà effettuato il controllo, non abbassa mai la guardia. Nemmeno con se stesso.

Se il Personaggio Letterario riesce a rendersi conto di questo, è già a buon punto: potrebbe strapparsi la maschera e consentire ai sentimenti detenuti di organizzare la rivoluzione contro la sua stessa autorità carceraria.

Purtroppo ciò avviene di rado, in quanto la maschera viene prontamente sostituita con un’altra. Sicché molto più spesso dalle ceneri dell’auto da fè si sviluppa un nuovo Personaggio Letterario.

La libera uscita dei sentimenti ha le ore contate.

Ugo per tutti, tutti per Ugo

gennaio 13, 2009

E allora, cari e appassionati, nonché intellettualmente vivaci lettori, il tema della giornata nasce da un evento casuale, ovverossia l’aver ricevuto un invito su FaceBook a partecipare a un gruppo che si oppone al prequel di Amici Miei, operato da quei quattro sciagurati al seguito di De Sica.

Premesso che i gruppi – tutti i gruppi di FB – li schifo, ma mo’ non è questo il fatto, né il luogo, né il tempo per discuterne, né starò qui a ripetere le cose trite e ritrite che si leggono in giro sull’invasività di Facebook, il controllo totale, la dimensione da villaggio globale che se uno fa una scorreggiona o un ruttino lo vengono a sapere tutti in tempo reale, l’assenza di privacy.

No, no. Non ce ne importa. Poi un altro giorno ne diciamo, e magari ne diciamo anche cose un poco diverse.

Torniamo invece al filo del discorso, dove so già che mi attirerò una serie di critiche e punti di vista forti, esposti con veemenza.

Il gruppo in questione conta più di 20mila membri.

Ventimila persone che si oppongono al rifacimento di un film glorioso.

E perché mai?

Mi sono fatta un giro sui vari thread per capirne qualcosa e ne sono uscita assai insoddisfatta. Ho trovato motivazioni deboli.

Spiegatemelo voi, onesti ed esacerbati lettori.

No, no, per favore, non tiriamo fuori  l’argomento che è una pietra miliare del cinema italiano, e nemmeno che il tizio non è all’altezza. Non diciamo neppure che i mostri sacri non si toccano, che le opere d’arte sono sacre, che il ricordo non si infanga e che tutto deve essere lasciato nel tempo uguale a se stesso.

No, perché se cominciassimo a dire tutte queste cose poi dovremmo obiettare che tutte le modalità espressive, da che l’uomo ha iniziato a esprimersi, sono state delle continue rimodulazioni dell’esistente (si dice “rimediazioni”, è una parola odiosissima che ho imparato da poco, ma usarla fa assai snob, specie dal fruttivendolo: guarda, è inutile che tenti di vendermi le due albicocche fuori stagione a dieci euro, è una chiara rimediazione di contenuti estivi e io non ci casco, eheh, che ti credi), e non sempre c’è stata un’evoluzione positiva costante. E d’altronde se non si facesse così staremmo ancora all’età della pietra e ai graffiti nelle caverne.

Allora quale sarà il motivo? Mi pare un poco come quando i benpensanti si oppongono ai matrimoni misti o dicono che è inutile, i broccoli non sono più quelli di una volta. O quando obiettano dinanzi al fatto che altri vogliano acquisire una libertà d’azione e parola, nuovi diritti, e vivono tutto ciò come una minaccia all’ordine costituito.

O un certo purismo gratuito, dal sapore autoreferenziale.

E lo so, lo so che sono assai antipatica, a scrivere questa cosa, ma la scrivo in buona fede. Davvero non capisco il senso. E non lo capisco perché in questi ultimi anni si sta lavorando moltissimo, in ambiti di ricerca, a riabilitare la vecchia commedia all’italiana, non quella SordiMonicelliGassman & co, bensì quella BanfiGuidaVitali & soci. Il trash.

Insomma, i B-movie.

Da una serie di cose che leggevo prima dell’estate,  pare che addirittura si scopra oggi che abbiano rappresentato un momento importante nella cinematografia europea, un genere che non aveva eguali, giacché nel resto del mondo c’erano o il film propriamente erotico o la commedia. Solo in Francia, forse, un pochino, ma sempre grazie a personaggi quali Aldo Maccione o Lando Buzzanca.

Stiamo assistendo a una riabilitazione culturale del cinema di cattiva qualità degli anni ’70 in quanto testimone di un’epoca, di certi slanci, di certi desideri, in quanto espressione di un sacco di fatti che non sto a dirvi, ma con connotazioni sociopoliticoeconomiche non irrilevanti.

E forse che negli anni ‘70 qualcuno abbia strepitato per la realizzazione dell’Esorciccio? O di Frankenstein all’italiana? O nell’arco della storia del cinema per le decine di versioni di King Kong e Tarzan?

Nel 2003 gli americani hanno rifatto I soliti ignoti. Si chiama Welcome to Collinwood. Come si sono permessi, cattivoni, di poter solo pensare di riprodurre, anche solo lontanamente, un Totò, con la sua mimica e i suoi intercalari?

Qualcuno mi vuole spiegare perché questo qua, il De Sica, – che pure detesto assai – non possa compiere un’operazione del genere?

Lo giuro, sono in buona fede, perché magari una spiegazione soddisfacente esiste, e sono io talmente stupida da non saperla individuare.

(la verità è che son giorni che ragiono sul senso dell’arte e le sue molteplici espressioni, ho idee confuse sui confini che stabiliscono dove comincia l’arte e dove finisce il resto e nutro dubbi sui valori restituiti o negati ex post dalla critica o dalle riletture. Ho come l’impressione che i valori artistici derivino talvolta da forzature, dal racconto del contenuto artistico piuttosto che dal contenuto stesso. Non so.)


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