Quando il re sentì queste parole, non gli dispiacque di ascoltare il racconto di Shahrazàd, anche perché quella notte si sentiva agitato e non aveva voglia di dormire. E Shahrazàd cominciò a raccontare…
La leggenda dell’uomo che aveva perduto le gambe la tramandavano i gitani nelle notti in cui la luna illuminava il Sacromonte e la torre di Camares stendeva un’ombra lunga sui cortili dell’Alhambra.
Si era giocato la vita a dadi e punta di pugnale per amore di una paya e aveva perso il cuore. Poi disperato aveva chiesto al dio degli amori infelici di poterlo riavere, in cambio delle gambe.
Ma si sa che certe divinità si sono create da sole con l’unico scopo di indispettire il mondo e prendersi burla degli umani, così il dio gliele tolse e non gli restituì mai più nemmeno il cuore, lasciandolo a vagare senza passo né ritmo.
Sicché ancora oggi quando un ballerino perde il tempo nella vuelta si dice che è il dio degli amori infelici che gli sta disegnando il destino.
Da un passo sbagliato cadrà in un baratro di insania.
Presso i choles e i lacandones la leggenda è riportata in altra versione: si racconta di un’india piccolina che comparve dal nulla e odorava di mare.
Era un odore che nessuno degli uomini della foresta aveva mai sentito prima, che toglieva il sonno e le forze.
Gli anziani andavano per la selva simili a cani inscheletriti, con questa pena di amore giovanile nelle ossa, finché uno di loro disse: sarò io a ucciderla, in una di queste notti di nebbia e gelo. Si appostò per ore e quando l’india comparve le fu alle spalle. Ma la donna si voltò e gli soffiò addosso il profumo del mare e di un ricordo lontano.
Il vecchio si inginocchiò e pianse.
Prenditi tutto di me, le disse.
Ma l’india sapeva che di lì a poco, all’apparire del giorno, si sarebbe pentito, avrebbe nuovamente desiderato la pace della capanna e della sua tribù. Così gli prese le gambe, perché lui non avesse a seguirla e soffrire.
Ancora oggi quando un indio soffre di reumatismi si dice che è il ricordo di un amore perduto che gli morde le ossa.
Racconta invece una fiaba tonkinese che sulle sponde dell’Irrawaddy una donna offriva storie ai passanti in cambio di una ciotola di riso o qualche taglio di stoffa, quando dal fiume emerse uno straniero dal viso affaticato e sofferto.
Per qualche istante la donna pensò che si trattasse di un Nat, un demone cattivo salito dalle acque per tormentarla, ma poi vide negli occhi dell’uomo la pena di un lungo viaggio e lo addolcì con la fiaba della passera di mare.
Alla fine del racconto l’uomo si addormentò intrecciando i suoi sogni alle radici delle mangrovie. Al suo risveglio la donna era scomparsa e un pescatore gli spiegò che era andata in cerca di cibo per i suoi figli. Lo straniero voleva ascoltare altre storie, ma non aveva stoffe o riso da offrirle. La cercò giorno e notte sulle sponde del fiume e quando finalmente la ritrovò le propose uno scambio: lei gli avrebbe fatto dono di un’altra storia e lui, a sua volta, le avrebbe offerto qualcosa da trasformare in fiaba da raccontare ad altri passanti.
La donna gli fu accanto per tutta la notte, infilando parole come perle, mandandole per il mondo come piccole bestioline che gli facevano solletico sotto la pelle.
All’alba lui si fece amputare le gambe e scomparve, lasciandole un ricordo e una leggenda da ricamare.
