Archivio per la categoria ‘versi maniacali’

L'amore ai tempi del T9. Piccolo scherzo (moderato espressivo anche con un po' di brio) per variazione alfabetica.

luglio 23, 2010
Si ascoltavano dunque, di stramacchio, conversazioni di strategie sentimentali condotte su Facebook (devi scrivere così e così, e poi rispondere colì e colì, e poi vedi, quanti successi), utilizzi del poke come segno di esistenza in vita a conferma di assiomi relazionali indimostrabili.
Si considerava l’uso del tag come marca territoriale e categoria concettuale indipendente.
Qualcuno diceva: non è più come una volta. Belli i tempi dell’sms, almeno con centoventi caratteri ti potevi sbizzarrire.
Macché.
Provateci. Provateci voi a parlare d’amore col T9.
 
"Se guidi a cent’allora la mia Atos
Condurrai forse così anche il mio cuor
E se piano ti sussurro io t’amo
Tu mi risponderai altrettanto invano
Se poi solo nel sesso io ti ritrovo perso
mi vien dunque il sospetto (almeno questo è certo)
che tutto questo amor sia un prodotto in saldo della coop"

Epigrafe

marzo 19, 2010

Mi ti offrirei volentieri da mangiare, cara amica mia affamata.

Ma non son altro, al momento, che minestrina di ossessioni riscaldata.

La poetessa, fate entrare la poetessa.

luglio 10, 2008

E insomma, accade che uno dei versi maniacali e perversi di recentissima produzione della signora Monodose venga citato in casa Valesi, per gentile proposta di una poetessa vera.

Sicché per  tirarmi un poco su dall’incombenza dei dati macroeconomici e soprattutto per distrarmi dal dolore di una caviglia ridotta in polpetta e sotto ghiaccio da stamattina,  sotto questo cielo afoso e circondata da immondizie che ormai vivono di vita propria, prosperano e si riproducono, sono stata ad intervistare la poetessa Monodose, che secondo alcuni ha la vena, secondo altri si fa in vena.

F: E così, signora Monodose, dicono che lei sia una potessa.

M: Eehhh, seee, una poetessa, mo’. Non esageriamo, su. Poi detto da lei, signora Flounder, mi fa pure un poco di impressione, lei che scrive tutte quelle cose complicate che io mi dico: ma che ci tiene lei in quella testa, che ci tiene? Mi dica che non ci tiene niente e mi tranquillizzi. Tanto siamo sole, io e lei, me lo dica. Giuro che non lo dico a nessuno, nemmeno ai suoi commentatori del cuore.

F: Signora Monodose, non si schermisca e non svicoli. Ci racconti, piuttosto: quando ha scoperto la sua vena poetica?

M: Ma che le devo di’, che le devo di’. Ero bambina e scoprii la rima cuore-amore, poi lo sa certe cose come succedono, dopo amore ci entra fiore, poi calore, poi dolore, poi tremore, poi malore…e non la si finisce più, signora mia. Sta poesia c’entra dentro, ci invade, ci pervade – si dice così? – ci attraversa, imperversa, segue una sorte avversa, prende una via traversa, fa un giro per Aversa…

F: Va bene, va bene, adesso si fermi. Passiamo a un’altra domanda: lei definisce "psicanalitica o maniacale" la sua collezione di versi. Perché? Cosa intende veramente?

M: Quando dico "siccanalitica o maniacale" io penso a tutte quelle cose che non si vedono e non si dicono, quelle che ci stanno e non ci stanno, non so se mi capisce, quelle che si deve scavare un poco, quelle di prima e quelle che poi diventano qualche altra cosa ma mantengono sempre un poco di quella cosa che c’era prima. E poi pure a quelle cose che uno le vorrebbe dire ma poi pensa che è meglio che non le dice, che un poco poi ci fa la figura da scema, allora riflette e conclude: mo’ ci faccio una poesia e le dico lì dentro. Però poi il rischio è che una volta messe nella poesia non si capiscano più, perché la poesia ha questa caratteristica criptica, introversa, introflessa, introdotta, supposta…

F: Signora Monodose…

M: Non si intrometta, la prego, mi lasci continuare…e ‘nzomma, m’hanno detto che la poesia se non è "siccanalitica o maniacale" non va bene, non piace a nessuno e allora io la faccio così.

F: Non si alteri, signora Monodose. Passiamo a un’altra domanda. La sua ultima produzione lirica pare indirizzarsi a un interlocutore amoroso. Ci dica, ci dica in assoluta confidenza: è reale o immaginario?

M: Signora Flounder, queste sono informazioni che non si possono rivelare, perché la poesia "siccanalitica o maniacale" ha degli ingredienti segreti, come le ricette. Mi dica lei: lo sente che tra la Coca Cola e la Pepsi Cola c’è una bella differenza? Poi veda lei. Ci so’ pure quelli che fanno il vino col metanolo o colle cartine, ma lei se lo berrebbe? Io le dico solo che se non c’è trippa per gatti la poesia "siccanalitica o maniacale" ci fa du’ palle così. E mo’ che ho finito di fa’ la poetessa "siccanalitica o maniacale" me ne posso andare a fare la spesa, che devo ancora compra’ le costolette per la cena? Perché pure le poetesse mangiano, signora Flounder. Che si credeva?

Parlare d'amore? Ma va là.

giugno 19, 2007

Lemme nel lemma mi incammino

giacché a volte parlare d’amore non si addice

non conviene

non induce

né deduce

non inferisce

non trasferisce

(non serve a niente, per dirla in breve)

Di cosa vivere, dunque, privi d’allegoria e di segni?

Di cosa, costretti alla ripetizione

di un quanto(forse)tamo ridotto ad olofrase

che neanche un indovino indiano saprebbe interpretare?

Sempre più lemme nel di-lemma mi incammino

e in assoluto silenzio – d’assenza di metafora e struttura –

penso e mi dico: potrei scegliere di innamorarmi di un bagnino?

(di un imbianchino, uno stagnino – fate voi – di un camionista

dal braccio tatuato e il rutto incorporato

di un commerciante laido, tutto calcoli e libri paga

di un notaio livoroso, dal capello untuoso e sentimentalmente neghittoso?

O di un altro agente immobiliare

che pur avendo letto Ovidio

nulla ha imparato e mi ha costretto a divorziare?)

Oppure mettiamoci d’accordo sul linguaggio:

per ogni allegoria ti do/mi dai un bacino,

e per ogni figura retorica un bicchiere di vino ed un panino

poi quando è notte, complice un lumino,

ti abbraccio stretto stretto nel mio letto.*

*(trattandosi del blog di una signora mamma di famiglia, l’ultimo verso è stato modificato nel rispetto della vigente normativa sulla tutela dei minori)

Non è poesia: prendo parole e mischio

dicembre 21, 2006

Se un bacio mi vuoi dare sotto il vischio

Mi vesto, mi preparo e spruzzo il muschio

Ti lascio fare, a tuo giudizio e rischio

E al massimo un poco ti cincischio

Se poi una mano tocca l’ilio e l’ischio

Si tratterà di un bacio con invischio

Delle buone maniere me ne infischio:

Spera che sia un applauso e non un fischio

Non è poesia: prendo parole e mischio

dicembre 21, 2006

Se un bacio mi vuoi dare sotto il vischio

Mi vesto, mi preparo e spruzzo il muschio

Ti lascio fare, a tuo giudizio e rischio

E al massimo un poco ti cincischio

Se poi una mano tocca l’ilio e l’ischio

Si tratterà di un bacio con invischio

Delle buone maniere me ne infischio:

Spera che sia un applauso e non un fischio

Heart-climbing

marzo 30, 2006

Ci si muove così sulle alture del cuore.

Tra asperità e pianure. Raffiche di vento e lividure.

Raggiungiamo la vetta e piantiamo un picchetto.

E poi una corsa a ritornare giù: se arrivi ultimo forse non mi ami più.

Grazie dei fior, tra tutti gli altri li ho riconosciuti.

dicembre 27, 2005

Grazie dei fior, tra tutti gli altri li ho riconosciuti.

dicembre 27, 2005

Ho avuto in dono un battito di cuore.

Ma io lo rendo, lo torno indietro al padrone.

Io voglio un cuore intero, mica solo un pezzetto.

Mi dite che ci faccio con un tac e uno sfrusccc?

Dove lo appoggio, dove lo metto?

Indossarlo al  mattino quando esco 

così mi vibra al centro del petto?

Portarlo a spasso con il silenziatore

per un po’ d’aria, giusto un paio d’ore?

(Si è solo travestito da battito di cuore,

ma è bocca affamata, cordone ombelicale, mazzo di rose

lamento masticato, destino digerito, futuro trascinato

imbroglio claudicante, segreto malcelato).

Lui dice: sono un battito, null’altro. Un regalo da poco.

Puoi tenermi vicino, tra il letto e il comodino.

Ma un battito da solo risuona in casa con un’eco tremenda.

Batte il tempo e lo strozza.

Dopo un po’ muore di noia. Si avvelena di nostalgia.

E poi gli altri, chi ti vive vicino

s’accorgerebbero di come perdi il passo, come non marchi il ritmo.

Di quel piccolo affanno

che ti trascineresti per il nuovo anno.

Verrebbero da me, pensando che l’ho rubato.

Come spiegare che me l’hai regalato?

Riprenditi il tuo battito, sarà per un’altra occasione.

E adesso pensa a un altro dono.

Per il mio compleanno. Per la festa del patrono.

Per quando andrò in pensione.

Per il Santo Natale.

Per il giorno in cui non sarà più necessario farsi male.

Un dono semplice, banale. Un dono che assomigli a un giorno al mare.

Torna, 'sta casa aspetta a 'tte

novembre 7, 2005

Perché non credevo, non credevo che la tenerezza potesse anche essere così.

Come un vetro che va in pezzi e migliaia di schegge intorno.

Voltare le spalle, non raccogliere. Lasciare che qualcun altro lo faccia.

Non credevo, ecco tutto.

E sì che a quarant’anni dovresti aver già visto il possibile.

Se non tutto, almeno molto.

Molto.

Lei mi ha parlato. A me. Mi ha detto: torna.

Senza di te non possiamo esistere.

Lui ti ha trapiantato un pezzo del suo cuore, adesso è vivo a metà.

Torna, che io non sopporto questo buio.

Non è colpa mia, ho risposto. Non è questione di tornare.

Dovevi ricordartelo quando hai colato cemento nell’incavo dei Lari.

Erano statuette cave, fino a quel giorno non lo sapevi.

Ma non è colpa mia.

E’ che a volte le cose – e in special modo i ricordi –

Si trascinano da un baule all’altro, attraverso generazioni.

Nessuno si è mai preoccupato di scoprire se in quella statuetta

Si celasse terracotta o un gioiello.

O il nulla.

Poi hai appoggiato i vestiti di tuo figlio nell’armadio di mia figlia.

La scena era grottesca, cedevi pezzi di te.

Torna.

E intanto la voce ti tremava.

Ho notato che hai tagliato i capelli, non te l’ho detto.

Del resto non avrebbe avuto alcun senso, non ricordavo com’eri prima.

Allora voglio dire: l’immagine che avevo di te ha tagliato i capelli.

Le donne fanno così, sempre.

Come quando poti i rami perché svettino più in alto.

Deve essere un gesto antico, una mossa di apertura al nuovo che avanza.

Come il sesso che spinge dalla parete di maglina di un boxer, pronto a ghermire.

Ma questa non è una novità.

La storia a volte si ripete.

Poi sei andata in cucina, dove mia madre giocava a carte con mia zia.

Io ho messo a letto mia figlia. Tuo figlio le tirava i capelli.

Nessuno ha mai tirato i capelli a mia figlia.

Per questa volta ho lasciato fare.

In cucina vi ho trovato sedute. Mi guardavate come se fossi una ladra.

Solo perché ho un cuore  e mezzo. Come se l’avessi rubato.

Mia madre ha detto: secondo me non è giusto che tu vada con loro.

Ho risposto: anch’io la penso così.

Tu hai detto: non vedo altra scelta.

Ho messo il cappotto e una sciarpa e sono uscita.

Ti ho detto: quando torno non voglio trovarti qui.


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