Lévi-Stro’, vafancu’.

dicembre 16, 2010

Che poi, dopo un tot di esami di antropologia in cui ci stava sempre in mezzo questo fatto qua di Lévi-Strauss e le strutture elementari della parentela e tutti i fatti delle filiazioni, delle alleanze, delle discendenze, e io puntualmente a chiedermi: sì, ma a me che me ne importa?, a un certo punto, approssimandosi il Natale, ho avuto l’illuminazione.
Gli studi sulla famiglia e la discendenza servono a capire le dinamiche organizzative del cenone di Natale. Lo so ogni anno, ma poi per il resto del tempo me lo scordo.
Prendiamo il soggetto Ego, figlio di [X e Y], nonché fratello di [Z (maschio) e W (sorella)] a loro volta sposati con Q e T e genitori rispettivamente di [R, S e P] e [O e M]. Non dimentichiamo che Q e T sono a loro volta figli di qualcuno, fratelli, sorelle e cugini incrociati di qualcun altro.
Lo so, dovrei disegnare uno schema, per raccapezzarcisi, ma era giusto per darci un’idea.
Come si stabilisce la compagine del gruppo cenante?
Come si determina la location della cena?
Residenza virilocale, uxorilocale o neolocale?
Composizione patrilineare, matrilineare o ognuno a casa sua?
A partire da quando è ammesso un sovvertimento delle regole? Dal matrimonio di tutti i figli o solo di alcuni?
E se non si sposano e convivono?
Dalla nascita di nipotini?
E il sesso di questi ultimi, nonché il fatto o meno che portino il nome del nonno, come influisce sui posti a tavola?
La vera domanda è un’altra: chi fa famiglia con chi. E soprattutto: perché?
Cosa, simbolicamente, rappresenta una modifica degli schemi agli occhi del gruppo allargato?
Io sono per la delocalizzazione delle feste presso le case dei più giovani, di quelli recentemente sposati.
Che poi a me questo fatto che si deve stare per forza tutti insieme, mi piace e non mi piace.
Mi piace fuori dai pasti, per esempio. La tombola, il mercante in fiera e le fette di pandoro.
Non mi piacciono le facce appese se poco poco si sposta una virgola, una sedia, un’abitudine.
A me le feste mi toccano i nervi.
Perché poi ci stanno quelli onesti, che dicono che a certi fatti ci tengono, e quelli che dicono che non ci tengono, ma poi non è vero. Oppure veramente non ci tengono, ma poi il ricatto affettivo del sangue prende il sopravvento e ci devono tenere per forza. Eccomi, sono io.
Allora l’altra sera ho preso un tassì nel centro di Napoli.
Faceva freddissimo.
Il tassista mi ha raccontato tutto questo fatto che aveva prenotato un agriturismo a Montella, in provincia di Avellino, e se ne andava là con tutta la famiglia, 24, 25 e 26. Che sono sedici figli e ogni anno succede il lutto o devono stare tutti ammassati e a fine serata si appiccicano con le mogli che si sono fatte un mazzo tanto in cucina, sono andate dal parrucchiere – inutilmente – e dopo puzzano di pesce e frittura, e soprattutto non tengono genio di pazziare perché stanno troppo stanche.
Però lui non stava contento di andare a Montella, ci andava solo per la moglie, perché se no quest’anno finiva a mazzate. Che il 24, il 25 e il 26 sono i tre giorni in cui a Napoli si fatica di più, con i tassì. L’anno scorso alle dieci di sera stava ancora lavorando ed è arrivato tardi a cena.
Poi a gennaio e febbraio si fa la fame. Quest’anno si fa pure a dicembre, che i turisti sono pochissimi e a Napoli non ci vogliono venire più.
Quando ho pagato i sei euro e quaranta, mi ha fatto specie che prima di mettersi i soldi nel portafogli, si è fatto il segno della croce e se li è baciati.
Poi mi ha fatto tanti auguri, mi ha detto: signo’, speriamo che a Montella non fa freddo. Ma soprattutto speriamo che nun ce ‘ntussecammo.
Torniamo a noi.
Io quest’anno combatto contro dolori veri e immaginari.
Per fortuna quest’anno non sono i miei, ma mi sono così vicini che non fa differenza.
Combatto contro fisime e paranoie. Nemmeno queste sono le mie, ma stanno così vicine che non fa differenza.
Io quest’anno – più di ogni altra volta nel tempo – penso che ci avete rotto il cazzo, voi e il Natale.
Voi siete la pubblicità, i commercianti, il traffico, ‘a nonna, ‘a zia, quella che deve sgravare, quella che tiene i figli malati, quello che non parla con la cognata, quella che vuole stare solo a casa sua, quella che p’ammore ‘e Ddio non voglio stare a casa mia, quello che dice non facciamo i regali, quella che aggiunge che è solo un fatto di tirchieria, le luminarie, le letterine, gli sms di auguri, le carte oro e argento, la solita storia di chi cucina e cosa, chi va alla messa e chi vuole la tombola, chi non tiene i soldi per i regali perché è stato licenziato ma si sente moralmente costretto a farli, gli emigrati che tornano una volta all’anno, i residenti che approfitterebbero delle feste per espatriare ma siccome tornato gli emigrati si devono stare, chi tiene lo storzillo che si è lasciata col fidanzato e lo devono pagare tutti quanti.
Che uno alla fine un progetto alternativo del Natale ce l’avrebbe.
Ma le strutture elementari della parentela sono peggio della camorra: nun puo’ sgarra'.

Le dimensioni non contano.

dicembre 13, 2010

Dopo un po’ ci hanno fatto entrare in una stanza.
Faceva freddo.  Ci hanno detto di non preoccuparci, che di lì a poco la temperatura sarebbe diventata rovente.
Ci parlavano in inglese, un inglese semplice, scarno.
Ci siamo accomodati su delle poltroncine imbottite e riscaldate. Comode.
Ci hanno detto che non saremmo rimasti lì che per poco, che si trattava del disbrigo delle ultime formalità.
Poi hanno abbassato le luci ed è partita la musica. Poi le immagini.
Ci hanno detto di restare fermi e tenere le mani sui braccioli.
All’inizio la storia era semplice: una donna alla scrivania che fa una telefonata. Ha degli occhiali e le labbra rosse. Dalla porta alle sue spalle entra un uomo robusto e si avvicina lentamente. Poi le poggia le mani sulle spalle e lentamente gliele fa scendere sul petto.
Dopo un po’ entra un altro uomo che sembra arrabbiato, ma il primo gli dice qualcosa che non capisco.
La donna sorride e si slaccia la camicetta.
Ma il secondo uomo è sempre più arrabbiato, si avvicina e la schiaffeggia.
Poi le alza la gonna e la stende sulla scrivania, mentre il primo ride.
Poi tutto il resto.
E’ vero, nella stanza adesso fa più caldo. Me ne accorgo, anche se io continuo ad avere freddo.
Qualcuno dei miei compagni ride.
La donna adesso sembra contrariata. E’ entrata nella stanza anche una sua collega, ha la faccia cattiva e un fallo di gomma in mano. Si accorda con gli uomini per dare una punizione all’altra, forse non lavora abbastanza.
E’ che non capisco perché ci tengano lì.
Il mio vicino ha tolto la mano dal bracciolo e se l’è poggiata sulla coscia. Gli dicono di rimetterla al suo posto e dopo qualche istante lo chiamano fuori.
Passano tra le poltroncine e ci guardano. Uno alla volta li chiamano fuori, finché resto solo io.
Il film dura in tutto una ventina di minuti, poi accendono la luce e mi dicono che devono farmi ancora qualche domanda, ma prima devo rivestirmi.
Ho freddo e voglia di vomitare.
Prima che tutto questo cominciasse ci hanno offerto del caffè e dei biscotti. Non avevo voglia di mangiare, benché avessi fame, ma hanno insistito.
Mi chiedono della donna bionda con gli occhiali, se mi piacesse.
Dico che non lo so.
Non sto mentendo, è che davvero non lo so.
Mi chiedono della mia famiglia, dei miei studi.
Ho studiato medicina, ma non ho completato il corso a causa della guerra. Però ho fatto pratica negli ospedali di campo, ho imparato a suturare ferite, a estratte proiettili, ad amputare arti maciullati.
Mia moglie è rimasta al villaggio, con i bambini.
Non ci siamo incontrati per mesi.
Mi chiedono se mentre ero al campo abbia avuto altre donne.
No, non c’erano donne.
Ma se anche ci fossero state, penso tra me, era lei che volevo. Mia moglie.
Al campo c’erano feriti e morti. E tutti volevano tornare a casa.
Poi ci sono tornato anche io, era marzo.
Quando sono andato al villaggio era cambiato tutto. La casa sottosopra, i bambini sporchi.
Mia moglie non c’era, la grande mi ha detto che mancava da giorni.
Non dormivo da trentasei ore, erano state trentasei ore devastanti.
Ma me ne sono andato in giro per le campagne. C’era desolazione dappertutto.
Ma questo non sembra interessarli molto.
Mi chiedono se avessi amici, al campo. E che tipo di rapporti intrattenessi con loro.
Rispondo di sì, che al campo eravamo tutti amici, che non poteva essere diversamente. Dormivamo in una baracca non riscaldata, faceva freddo.
E il sonno era continuamente disturbato dall’arrivo di nuovi feriti.
Mi mostrano delle foto.
Ci sono ragazzi bellissimi e anche alcune donne. Sono tutti nudi.
Mi chiedono cosa ne pensi.
Non ne penso nulla. E’ da mesi che non penso, che non mangio, che non bevo, che non dormo, che non lavoro. Che tutto avviene così rapidamente da non lasciarmi il tempo di riflettere. A volte prego, ma senza troppa convinzione.
Mia moglie è tornata la sera stessa, aveva la faccia stanca e lo sguardo vuoto. Mi guardava come se non mi riconoscesse. Si è messa a letto senza spogliarsi. Di notte ho sentito sotto le dita la pelle consumata. In fondo ero quasi medico.
L’ho spogliata e ne ho contato lividi e cicatrici.
Al mattino ha risposto alle domande che non avevo pronunciato.
Mi ha detto che anche Rajia, la nostra seconda figlia. Aveva solo dodici anni.
Che non c’erano alternative.
Che arrivavano in tre, quattro, a tutte le ore.
Che avevano pensato di poter sopravvivere così, ma che questa non è vita.
Poi Rajia è scomparsa, ma gli uomini hanno continuato a venire.
Ma tutto è accaduto molti mesi fa e adesso ha davvero poca importanza.
Una volta uno mi ha pisciato in faccia mentre altri due si scopavano mia moglie.
Era biondo, come la donna con gli occhiali e le labbra rosse. Come l’uomo che rideva mentre l’altro la schiaffeggiava,
Poi è scomparsa anche mia moglie e non l’abbiamo più ritrovata.
Infine sono scomparso anche io, insieme a tutti quelli come me. Costretti a mentire per poter fuggire. Sì, sono frocio, sono tutto quello che volete. Purché mi teniate lontano dall’inferno.
 
(Il metodo del test fallometrico - inventato dal sessuologo ceco-canadese Kurt Freund (1914-1996) negli anni '50 – è usato per provare l'omosessualità delle persone che chiedono asilo dicendo di essere perseguitati per il loro orientamento sessuale in paesi come Iran, Siria, Egitto, Azerbaigian, Nigeria, Camerun. La dignità umana va a puttane, etero o omo che uno sia.)

Piccole marioliggie senza importanza

dicembre 6, 2010

Era da tra mesi che ci stavamo pensando, io, Giacchino e ‘o stuorto.
Ci avevamo cominciato a pensare una domenica di settembre, una mattina che eravamo andati a Bacoli per farci un bagno e per terra avevamo trovato un grattino del parcheggio nuovo nuovo, senza essere grattato. Quello che durava fino alle quattro e mezza.
Uà, e che ciorta!, aveva detto Giacchino. Ce ne vulesse uno accussì tutt’e dummeneche.
Che poi pure che non tenevamo la macchina comunque faceva specie di trovare un fatto così.
‘O stuorto invece teneva sempre qualcosa da dire, un carattere fetente che gli era venuto da bambino, quando dopo ogni ragazzata lo lasciavano là, a lui solo, e con quella coscia offesa non poteva correre come gli altri, e ne acchiappava solo mazzate.
‘O stuorto, che era di animo malinconico e insieme polemico, disse: uno solo? E che te ne fai? Ti accontenti di piaceri effimeri e volatili. Ce ne vulesse ‘na vrancata!
‘O stuorto sapeva un sacco di parole difficili che si imparava sul vocabolario del nonno e le buttava là per fare impressione. Lui arrancava con la coscia, noi con le parole. Lui teneva le idee, ne teneva assai. E noi gliele facevamo camminare.
Come quella volta che si era inventato che durante l’estate dovevamo lavorare come garzoni di salumeria dalla mamma di Giacchino e che per ogni consegna a domicilio che facevamo, ci imparavamo una poesia con le rime da recitare alla signora per aumentare la mancia. Lui scriveva le poesie e noi ci mettevamo la faccia.
Le poesie, mo’.
 “Signo’, v’o giuro annanz’a ‘stu prusutto/ che ‘o core mio annanz’a vvuje sta chino e strutto/e si nun fosse ca site già ‘nzurata/ je ve facessa ‘na bella cunsignata”.
Fino a che una mattina scese il marito della signora Marciano e si rivolse a Giacchino: giuvino’, si tenite ‘o core chino ‘e strutto, faciteve vede’ d’o cardiologo, sentite a ‘mme. O si no annanz’a ‘stu prusutto/pure finite co’ qualcosa ‘e rutto…
Però questa volta il fatto era ancora più serio, era un piano criminale.
Era qualcosa che non avevamo mai fatto.
Sì, ci eravamo fottuti qualcosa dai negozi, dai supermercati, una coca-cola, qualche maglietta sopra alle bancarelle. Ma non era come rubare veramente.
Era che certe volte non tenevamo i soldi, e altre volte, pure se li tenevamo, dovevamo fare gli sfaccimmi.
Questa volta invece ‘o stuorto voleva fare una rapina.
Io non lo so se me la sentivo. Giacchino non diceva niente. Giacchino non diceva mai niente, basta che poi dopo si mangiava. Teneva sedici anni e pesava centoquaranta chili.
Giacchi’, tu che ne pensi?, gli chiedevo quando stavamo da soli.
Stava un poco in silenzio, con gli occhi chiusi, poi li riapriva lentamente e con quella vocina che non ci azzeccava niente col resto del corpo, stabiliva: e addo’ sta ‘o  problema? Poi ce ne jammo add’o Merlone a ce fa’ ‘na pizza.
Il piano era questo: ci dovevamo scegliere un quartiere dove non ci conoscevano. Entravamo in una tabaccheria con la scusa delle sigarette. Il tabaccaio cominciava la jacovella: ma quanti anni tenete?
Noi dicevamo diciotto.
Il tabaccaio non ci credeva e noi insistevamo, fino a che non perdeva la pazienza e ci chiedeva di cacciare i documenti. A quel punto Giacchino faceva finta che si sentiva male e che sveniva. Noi ci scordavamo delle sigarette e chiedevamo al tabaccaio di aiutarci a tirarlo su da terra, che a due di noi, uno pure zoppo, non ce la potevamo fare. Il tabaccaio usciva da dietro al bancone, ‘o stuorto inciampava e gli cadeva addosso e io mi fottevo una vrancata di gratta e vinci e poi ce ne scappavamo.
Alla fin fine, diceva ‘o stuorto, non è che ce simmo arrubbati niente. Può essere pure che escono tutti negativi e ci troviamo con un montone di cartuscelle inutili. Se invece ci va bene, ce li dividiamo e ce li andiamo a incassare un poco alla volta, nel resto della città.
Ci demmo appuntamento il cinque dicembre a Fuorigrotta, dove non ci sapeva nessuno.
Entrammo e chiedemmo un pacchetto da dieci di Merit. Alla cassa stava una ragazza che chiese: le volete normali o light?
‘O stuorto si innervosì e cacciò due o tre delle parole che sapeva lui: signorì, voi non tenete deontologia professionale.
La ragazza lo guardò senza capire. Poi aggiunse: scusate, mi credevo che volevate le sigarette.
‘O stuorto le rivolse un’occhiata schifata: siamo minorenni, voi le sigarette non ce le dovete vendere. Ci dovete chiedere se teniamo i documenti. Poi fece perno sulla coscia funzionante, girò le spalle e se ne uscì.
Guagliu’, accussì ‘o piano nun po’ funziona’. Stammo dint’a ‘na città illegale e c’avimmo adegua’.
Lasciammo sta’ ‘e sigarette e concentriamoci sullo svenimento.
Facemmo due settimane di prove fino a che Giacchino acquistò una capacità teatrale che faceva paura. Una volta ci fece pure a noi. Ci fece mettere una tale paura che era morto che dopo un quarto d’ora, quando finalmente aprì gli occhi e noi stavamo bianchi come due fantasmi, e disse: e mo’ dateme nu kindèr ca me sento ‘e murì, ‘o stuorto si prese la coscia con le mani e con tutta la forza che gli restava gliela schiantò sotto. Poi disse: e muori, strunz’!
Nico’, gli dicevo, secondo me il piano non può funzionare. Quelli i biglietti tengono la serie stampata dietro. Basta che il tabaccaio fa la denuncia e ci acchiappano. Come appena ci andiamo a incassare quello vincente, ci chiedono: ma dove li avete presi? E noi non teniamo scuse.
‘O stuorto ci rimase male, che con tutte quelle parole difficili che pure sapeva, a questo fatto non ci aveva pensato e si sentiva un poco di fottere, che lui era sempre la mente del gruppo, ma questa volta aveva fatto acqua ‘a pippa.
Si innervosì assai e disse: vabbuo’, fottetevi. Vuol dire che per i regali di natale alle compagne vostre vi dovete ancora fregare i soldi dal portafogli di mammà, comm’e creature.
Io nun ‘a tengo ‘a cumpagna, disse Giacchino. A me nun me ne importa.
‘A tieni, ‘a tieni, rispose Nicola indicandogli la pancia enorme. E chest’è peggio ‘e ‘na guagliona: te sta semp’ ‘ncuollo.
Giacchino rideva. Si toccava la pancia come fosse stata una femmina e ci parlava, faceva la voce come nei film: sì, sì, faje accussì, accussì. Ancora, ahhh, sìììììì.
‘O stuorto non teneva il senso dell’umorismo. Rideva solo se le battute le faceva lui. Se no si metteva con la faccia appesa, l’espressione filosofica e guardava schifato. Poi dopo due o tre ore gli passava e ricominciava da dove aveva lasciato.
E se no, disse, se no ci rubiamo i francobolli e le marche da bollo. Quelli la serie non la tengono.
E che ce ne facciamo?, chiesi io.
Che ce ne facciamo? Chili so’ sordi. Ce li rivendiamo.
E a chi?, chiedevo io, forse ingenuamente. A chi li diamo?
E se no ce li allecchiamo, aggiunse Giacchino. Che una volta per sbaglio si era mangiato uno scatolino di colla, pensando che era gelatina, e gli era pure piaciuta. E di nuovo si toccava la pancia e tirava fuori quella lingua enorme, rossa, pastosa, fingendo di avere la ragazza di prima: vieni, bella, che ti allecco sana sana.
Voi non andrete mai da nessuna parte, ci diceva ‘o stuorto, schifatissimo. Siete due imbelli, due ignavi.
Giacchino mi si sporgeva all’orecchio e chiedeva: che vo’ dicere co’ duje imbelli? Sta sfuttenno?
Giacchi’, nun ‘o saccio. Cert’è che tutta sta bellezza je nun ‘a veco. Però pur’isso è bruttulillo.
Alla fine ci rubammo un pandoro fuori a un supermercato. Che non era rubare veramente. Stava là, a portata di mano.
Nicola disse che faceva schifo, che era dell’anno passato e che stava pieno di conservanti.
Giacchino gli tirò la fetta di mano e rispose: dammelo a me, che si moro mammà si leva ‘nu debito e piglia ‘na Sisal.
A me mi veniva da piangere. Glielo volevo chiedere a Nicola, il perché, ma stava troppo a filosofo e non gli volevo dare soddisfazione.

A Berlino si produce arte. Molto cool, ovviamente. Quasi cold.

novembre 11, 2010

E allora qua bisogna fare una parentesi sui nostri ospiti berlinesi. Che poi berlinesi non lo erano affatto, se non di adozione. La casa – una tipica casa tedesca con parquet, futon e senza mobili – era abitata dalla signorina Gaia, barese di Bari e dal signorino Chemma, madrileno di Madrid.
La signorina Gaia fa un sacco di cose: traduce, insegna italiano, maneggia energie cosmiche nel tempo libero e fa l’attrice di teatro.
Il signorino Chemma fa il cantautore di passione e il chitarrista di professione.
La signorina Gaia ha appena portato in scena uno spettacolo dai testi di Maksim Cristan, l’autore di Fanculopensiero, che è un amico suo schiodatissimo come si può leggere dal link, di cui apprendiamo anche una serie di dettagli privati che qui non riportiamo, ma che ne fanno un personaggio decisamente sopra le righe.
Il lavoro teatrale della signorina Gaia parla di una schizofrenica che porta in sé due voci: la sua e quella di un uomo, che lei pensa sia fuori da sé. I due si frequentano nei meandri del cervello di lei, si innamorano e si lasciano bigliettini, che ognuno ritrova al risveglio. Poi arriva il momento della terapia e la donna, poco a poco, con l’aiuto dei farmaci, perde la compagnia della voce maschile.
Sicché in nome dell’amore – che in fondo è una forma socialmente accettata di follia – decide di restare malata, di smettere le medicine e farsi coccolare dalla voce dell’uomo che ha scelto solipsisticamente di amare.
Secondo me è un testo bellissimo, ecco.
Il signor Chemma invece si presenta a noi abbigliato da pantaloni a sbuffo e capa rasata, tanto che io penso che sia un Hare Krishna o al limite un buddista. Suona, canta e fuma tutto il tempo. Compone.
Un chitarrista bravissimo, tipo bossa nova ma anche no.
Mentre siamo ospiti in casa loro il pezzo cui da vita si intitola "Amor diasporico". Considerando il livello di umore e frenesia degli abitanti della casa io lo ribattezzerei "Amor disforico", ma siccome sono ospite e non posso fare brutte figure mi sto zitta.
Il signor Chemma è figlio di due genitori sordomuti. Questo fatto mi piace troppo e mi dispiace pure. Penso che la mamma non gli ha mai cantato una ninna nanna e che nemmeno potrà mai ascoltare Amor diasporico. Penso un sacco di cose, ma mo’ mi scoccio di scriverle.
Poi ci sta Lorenzo, che si chiama in un altro modo, ma ha deciso di farsi chiamare Lorenzo per marcare la differenza tra la vita di prima e la vita di adesso.
(Nel frattempo penso a Hanging Rock che a questo punto direbbe: ma com'è possibile che intorno a te si raggruppino sempre queste storie incredibili? E io risponderei: Hangin' Ro', lo vorrei sapere pure io. E' un mistero).
Lorenzo è il fidanzato della signorina Gaia,  è montpellierese di Montpellier e vive in un’altra casa, insieme alla fidanzata del signor Chemma, che invece è tedesca.
Succede così che nel gioco dei grandi numeri il signor Lorenzo e il signor Chemma, in un modo o nell’altro, in una casa o nell’altra, si trovano sempre a far colazione insieme. Questo fatto li rende un poco nervosi e inquieti. Talvolta si sopportano, talaltra si guardano in cagnesco. Quando il signor Lorenzo perde le staffe, esce e si va a fare una passeggiata al cimitero vicino casa, che lo conforta e lo placa.
Il signor Lorenzo è musicista e suona il flauto. Compone pure lui.
A causa delle bizzarrie del destino è stato fidanzato con una berlinese per tanti anni, e quando finalmente, dopo lunghi andirivieni e un sacco di soldi spesi e fare su e giù, lui si è trasferito a Berlino, lei ha deciso di andarsene a studiare a Montpellier. Quando il destino ci si mette contro, ci sta poco da fare.
In questa Berlino devi essere per forza un poco artista, sennò non vale la pena abitarci. Devi essere artista, più o meno squattrinato, non avere grandi pretese di certezze, fare almeno altri quattro lavori per mantenerti, nutrire una grande fiducia nel futuro e un poco di nostalgia dell’emigrante. Il mix è così esplosivo che la città ti offre spazi per farlo.
Con un certo ordine, ovviamente, che siamo pur sempre a Berlino e non a Napoli.
Per esempio i musicisti nelle metropolitane.
Tu vai a Roma e nello spazio di una corsa ne salgono sei, sette, otto.
A Berlino non sale nessuno, possono rimanere solo a terra, ordinatamente. Uno solo per ciascuna stazione della città.
Come si scelgono i musicisti della stazione? A chi primo arriva?  Sèèè, state freschi.
A Berlino ogni mattina un musicista si sveglia e corre all’Ufficio delle metropolitane, alle sei in punto, per chiedere un regolare permesso che costa tipo sei euro. Tutti i nomi dei musicisti vengono inseriti in un sacchetto e poi estratti a sorte secondo il numero massimo, che corrisponde al totale delle fermate. Una volta sorteggiati, pagano il permesso e stanno là.
A me questi berlinesi me fanno asci’ pazza!
Il Secretario a questo punto decide che non possiamo essere da meno e sfodera l’asso nella manica, per far vedere che siamo un poco artisti pure noi: caccia il blog della signora Flounder e lo affida alla signorina Gaia, che con piglio serissimo, come se avesse davanti un’intera platea in un teatro a cinquecento posti (mentre invece siamo solo in tre, ma se uno è professionale, è professionale sempre), si prodiga in un reading dei migliori pezzi della sottoscritta.
E là ho capito che potevo fare l’artista pure io, quantevveriddio mi sono commossa.
Però, col freddo che fa a Berlino, la sola idea di uscire alle cinque della mattina per andare a prendere il posto nella metro fredda fredda, col rischio che manco mi sorteggiano, o che se mi sorteggiano mi viene la bronchite, capisco pure che è meglio se resto dietro a una scrivania.
Per fare l’artista ci vuole un’altra tempra, ci sta poco da fare.

A Berlino fa freddo. E piove pure. Piccolo intermezzo sentimentale e riflessivo senza alcunché di turistico.

novembre 9, 2010

La pioggia cancella tracce e odori. Così dicono. E’ colpa dell’umido. Un tempo a Napoli i camorristi, dopo un omicidio, si rifugiavano alle stufe di Nerone. Lì, nella sauna, con i vapori e l’acqua, spariva dalle mani ogni residuo di polvere da sparo.
La pioggia lava un poco la memoria.
Entriamo nella seconda giornata berlinese sotto un cielo plumbeo. E’ il giorno in cui il Secretario mi porta a vedere la “sua” Berlino, i luoghi che abitava da giovane. Cioè, giovane c’è pure adesso, per carità. Più giovane. Giovane come dice in un punto il libro che sta leggendo: il passato è una terra straniera dove le cose si fanno in modo diverso.
Mi viene in mente una vecchia e volgarissima barzelletta napoletana, in cui un’anziana coppia decide di festeggiare i cinquant’anni di matrimonio nello stesso luogo in cui trascorsero la luna di miele: stesso albergo, stesso ristorante, stessa cena. Proprio come allora.
Durante la cena la moglie sospira e dice: caro, che calore. Proprio come cinquant’anni fa. Dev'essere la passione.
Mari’ – replica il marito – so’ ‘e zizze dint’o brodo!, alludendo al perduto turgore della consorte.
Il passato fa così, ha due modi di interagire col presente. Uno è quello di essere inghiottito, di scomparire e lasciare dei buchi neri, che il presente si affretta a compensare, pena la più cocente delusione; il secondo è quello di tornare senza alcun riguardo, senza conoscere la possibilità di entrare in punta di piedi. Come gli succede a Rosario, il protagonista di “Una vita tranquilla”, che se ne sta buono buono in Germania senza sapere che la tragedia sta per abbattersi su di lui.
Noi siamo nel primo caso. Berlino è una città del futuro, fa sparire ristoranti e panettieri, negozietti e bar, sicché il racconto, che avrebbe tappe definite lungo i quartieri dell’Est, diventa una specie di ragnatela dove mi arrampico invischiata dalle parole e dai ricordi.
Fa freddo e piove, questo lo abbiamo già detto. E forse questo è uno degli elementi di fascino, anche per me che detesto la pioggia.
Andare in giro con qualcuno che conosce bene un posto e te lo mostra con un senso di appartenenza è facile e difficile a un tempo. Come se la sua visione condizionasse la tua, come se si sovrapponesse privandola di obiettività e spirito critico. E al tempo stesso come se ti aprisse scenari che da sola non vedresti, come se abitasse il luogo di teatrini, fantasmi e storie nascoste dietro le serrande, nelle stradine e nei cortili. Mitte, Prenzlauer Berg,  Pankow.
Una delle differenze tra me e il Secretario, forse la differenza più importante, che si espande su tutto il resto, è che io sono donna di centro, lui è uomo di margini.
Questo genera, oltre che numerose incomprensioni, anche un modo complementare di guardare alle cose: io ho bisogno di stare in mezzo, di essere travolta e colpita da ciò che vedo,  dalla congestione. Poi, con il tempo, riordino, sistemo, divido, organizzo e costruisco.
Lui osserva dalle periferie, si tiene a una distanza dalle cose che per me è inconcepibile, ha punti di osservazione che a me non direbbero nulla, che troverei assolutamente secondari e marginali.
Io ho bisogno di materia, consistenza. Anche di grossolanità, eventualmente.
Lui di nuances, di accenni. Il tutto non gli serve. A me, invece, è necessario per elaborare disperati tentativi di definizione che non servono a niente, se non a darmi un bastone su cui appoggiarmi per non inciampare.
Io a Berlino non trovo un centro, ecco dov’è il problema. Trovo una specie di dispersione che non mi aiuta a situarmi. Sicché sono costretta ad affidarmi.
Mi affido fino alla fine, arrivando a fine serata in un’Alexander Platz che non riconosco più, così simile a tutte le piazze commerciali del mondo, carica di insegne luminose e catene di franchising.
Il passato se ne sta mogio mogio in un angolo e sembra mormorare: non è colpa mia, ho cercato di oppormi senza riuscirci. Cerchiamo di farlo contento con una cena in un’osteria di tipica cucina tedesca. Sembra che sorrida, come se il tempo fosse rimasto immobile.
Sto assai pensosa, da Berlino in poi. Come se avessi un animaletto che mi sta continuamente alle caviglie per essere preso in braccio, e mi tira, e mi impedisce di fare passi lunghi.
(…)

Memorie di una puttana per bene

novembre 5, 2010

Che poi, che poi a sentirle ‘ste ragazzette di oggi, mi scappa da ridere. Tutte a fare a gara a chi c’era, a quanto ha guadagnato. Tutto così, senza un minimo di fantasia, senza il senso del pudore.
E io, allora?
Cosa dovrei poter dire io, che sono stata su piazza (rossa, beninteso) per oltre sessant’anni?
Quante ne potrei raccontare, e finire sui rotocalchi, alla televisione? O un libro di memorie.
Invece mai, non l’ho voluto fare mai. E non so nemmeno io il perché. Non è certo una questione di moralità – nel mio ambiente ero ben conosciuta – e neppure di falso perbenismo.
Erano altri tempi, forse. E altri uomini, pure.
Che non andavano vantandosi delle loro prodezze e nemmeno cercavano di ricompensarci con cariche pubbliche e doni imbarazzanti. No, ci lasciavano al nostro destino, sicuri di ritrovarci esattamente lì, ad aspettarli senza apparenti pretese di ricompensa. Docili e sensuali. Puttane, mica escort.
Quel signore lì, per esempio, non faccio nomi, non sta bene, il signor A.G. , quello stava in carcere e mi scriveva migliaia di lettere. Tutte gentili, beneducate. Lo conobbi che avevo poco più di sedici anni. Minorenne, come direste voi. Ma che minorenne e minorenne, avevo allevato quattro fratelli e lavorato fino a spezzarmi la schiena in campagna. Avevo preso il parto di vacche e scrofe. E lui non fu nemmeno il primo. Ma era gentile e poverissimo. Così povero che a volte i soldi glieli lasciavo io.
Anto’, gli dicevo a volte con tenerezza, tu russi assai. E lui si risvegliava di colpo: non sono io, è la Rivoluzione.
Poi A.G. mi presentò P.T. Un signorone. Così coltivato che si dava del lei da solo. A volte non ci capivamo, co’ tutti ‘sti lei sembravamo un gruppo di femmine. Aveva spesso mal di pancia da quando era tornato dalla Russia. Sarà stato un colpo di freddo, gli dicevo allora io. E lui: ma che dice, è colpa delle purghe. Mi cadde un po’ dal cuore quando lasciò la moglie e il ragazzino si fidanzò e mi propose una cosa a tre con la signorina N.I. e poi co’ certi amici suoi di Salerno. Io, pure se facevo il mestiere, queste cose non le volevo proprio sentire. A me la democrazia mi piaceva a due, 'na volta uno sopra, 'na volta uno sotto, no co’ tutta sta folla.
Finii poi co’n’amico loro, L.L. Gli piacevano tanto i gelati. Mi ricordo che quando ci incontravamo, un po’ per vezzeggiarlo, un po’ perché mi piaceva pure a me, mi presentavo con le mani piene. Lui’, t’ho portato il Cremlino che ti piace a te. Mangialo, prima che si squaglia. A letto, questo lo posso di’, non c’è niente di male, quando…quando…quando insomma finiva, ecco, gli piaceva gridare “olè”. Se l’era imparato alla Spagna. Per il resto non dava confidenza a nessuno, quanto mi piaceva!
Poi venne uno, E.B., che era bellissimo, pareva Vittorio Gassman, bello quasi quanto la Madonna. Era poco affettuoso ma serio. Mi ripeteva: io a te non ti voglio compromettere, no, no. Almeno a te no.
E io rispondevo: e che vuoi compromettere più? Tutti, vi conosco, tutti siete passati pe’ ‘sta bocca mia, tutti i segreti m’avete detto. La mia ormai è ‘na cosa pubblica, tesoro mio. Tienici un po’ di cura e vedrai che ci andiamo bene tutti, io e te per primi.
Le compagne mie, quelle frequentavano altri uomini, che le pagavano a petrodollari. Uno una volta – gli sporcaccioni ci so’ sempre stati – uno moro moro, le aveva portato dal Giappone un coso, un giochetto vibrante che si infilava lì, a forma di aeroplanino. Io mai, ‘ste cose. A me mi piacevano puliti, sistemati. Mi piaceva quando parlavano a letto, pianino, senza volgarità. E poi tornavano dalle mogli, buoni buoni, senza fa’ parola con nessuno.
Un giorno m’hanno chiesto: ma tu, col presidente Berlusconi ci andresti?
Io no, ho risposto, ho novant’anni, so’ stata su piazza sessant’anni. Magari venisse uno come quelli di un tempo: giovani, studentelli, entusiasti e pieni di speranze. Co’ ‘sti vecchiacci io non ci so’ mai andata, piuttosto tornavo alla campagna.

A Berlino fa freddo

novembre 4, 2010

E vabbè, parliamo un poco di questo fatto di Berlino, che manca poco a Natale e finisce che tra una cosa e l’altra non ne parliamo più.
Io a questa Berlino ci sono capitata per caso, perché il Secretario doveva fare una cosa che non sto a dettagliarvi, cose di archeologi. Doveva andare un momento a misurare la distanze di certe lettere su una lastra di marmo perché poi da lì si capiva tutto il fatto di Flaminino come era andato veramente. E io ho detto: allora t’accompagno, toh. E’ capace che me ne faccio un’idea diversa.
Anche la prima volta ci ero capitata per caso, sempre con una partenza improvvisata, dall’ieri all’oggi. Ne trarrei una conclusione, ancorché affrettata, ma sentita: a me, se la Germania non mi capita tra capo e collo, come una sciatica, una gomma forata, uno slancio in conto terzi, non me la sceglierei mai come meta.
Innanzitutto, per chiarire il mio rapporto con la Germania e il tedesco, lingua che pure studiai un poco in una delle mie passate vite e che sta archiviata da qualche parte, basti sapere che da quest’anno l’undicenne suona due strumenti: la chitarra e un altro coso che si chiama glockenspiel e che io, ostinatamente, mi rifiuto di pronunciare, indicandolo ogni giorno con un vocabolo diverso: Ciccipuffi, hai preso lo stillenacht? Cicci, piglia il kughelschreiber! Cicciiiiii, il coso, qua, il glückwunsch.
Così, armati di metro a stecche, macchina fotografica e guantiera di sfogliatelle, partiamo.
A Berlino fa freddo. Fa freddo anche dopo che il Secretario cerca di convincermi che ci saranno almeno quindici gradi e che non ho diritto ad avere freddo. Fa freddo anche dopo un bicchierone di glühwein, anche dopo una minestra vietnamita, anche coi termosifoni accesi tutta la notte.
Io ho come il sospetto che a Berlino ci sia un freddo che non ha a che fare con il clima, un freddo che viene da sottoterra, che si è impigliato da qualche parte, durante la Guerra Fredda o forse anche prima, ed è rimasto là, a fare da custode alla città.
Alla città è una parola grossa. Berlino non è una città, non esiste. E’ una cosa che non so definire, è una voragine nel tempo e nella storia, un frattale, una maceria nel senso in cui lo dice Marc Augé, quando scrive: “Le macerie sono il prodotto di distruzioni irreparabili e spesso improvvise; sono cancellature della storia, spazi vuoti indifferenti alla strategie della memoria e della speranza, ma anche al lavoro del lutto, perché non rinviano ad alcuna perdita, men che mai irreparabile. Le macerie sono solo macerie; assolutamente prive di senso, in esse si perde tutto (si potrebbe dire che in esse si perde e si cancella la stessa categoria della perdita). Le macerie possono essere solo il lato oscuro delle rovine (nelle rovine c’è sempre qualcosa che si perde in senso assoluto); altre volte, sempre più spesso nel nostro tempo, esse si presentano in quanto tali, macerie e nient’altro. Il senso residuo delle macerie consiste allora nel loro stesso darsi come punto zero della storia, come punto di non ritorno. Esse sono cancellature, spazi bianchi da dimenticare, da “lasciar perdere”, ricominciando a costruirvi al di sopra, al loro lato, mai attraverso.”
Ma su questo ne possiamo discutere. Anzi, discutetene voi, che così mi prendo qualche punto di vista alternativo.
A Berlino siamo ospiti di una signorina barese che non conosco, amica del Secretario, che ha una capacità di riscaldare Berlino e farla sembrare addirittura tiepida.
A Berlino il Secre ci ha fatto degli studi e quindi mi fa da cicerone, che è una cosa che al tempo stesso mi piace e mi dispiace. Non è colpa sua, povero, è proprio colpa della Germania, che con questo fatto della lingua e delle macerie, per me è un posto totalmente impenetrabile. Come se ci fosse un vetro a separarmi dalle emozioni che potrebbe contenere. Io in questa Germania mi ci sono sempre sentita a disagio, anche quando ci viveva mia sorella e andavo a trovarla. Non così in Austria, non così in Cechia o in Slovacchia. No. E’ proprio la Germania con la sua germanicità, qualità che apprezzo in modo astratto, fuori dai suoi confini nazionali, ma che una volta abbinata al luogo che la genera, mi provoca un malessere che non sono in grado di definire, ed è forse per questo che tardo a scriverne.
Va bene.
Arrivati a Berlino, la prima cosa che facciamo è mangiarci un wurstel e berci una birra.
I bar hanno i tavolini all’aperto, come se non facesse freddo. E invece lo fa. Lo dimostrano le copertine sulle sedie, a disposizione degli avventori. E lo dimostra anche il fatto che tutti o quasi indossano cappelli, sciarpe e guanti.
Così, un poco per ripararmi, ma soprattutto perché siamo gente col senso del genocidio, la prima cosa che facciamo è andarci a infilare nel Museo Ebraico, che certo, dopo che uno ha visto lo Yad Vashem  non gli fa più specie niente. Nel museo giudaico c’è un grande melograno, che è l’albero della vita, dove si possono scrivere desideri e appenderli. Lo scrivo anche io, ma è un desiderio così tanto grande che ancora ci penso e mi metto paura. Ma va bene così, aspirare al massimo per ottenere il minimo.
L’architettura del museo è stupenda, fatta di interstizi e vuoti che non possono né devono essere riempiti. Un poco mi viene da piangere. Mi viene sempre da piangere di fronte a certe opere architettoniche, al modo in cui abbracciano lo spazio e lo sottolineano, senza bisogno di riempirlo con altro.
Penso che la famiglia a volte è una forma di architettura, lo penso in quel preciso momento.
Ma è la prima volta che lo dico, perché è un pensiero che un poco, non so bene il perché, in questo momento mi fa male.
(…)

Mandolino Connection

ottobre 22, 2010

Mi sono fatta un sogno notti fa di quelli che mia mamma definisce in technicolor. Proprio un film. Mi sono svegliata prima del finale, però era bellissimo. Ci vorrebbe un produttore.

Nel sogno era notte e imboccavo la Napoli-Roma dall’ingresso di Corso Lucci, ma per una svista – ero assonnata e guidavo soprappensiero anche nel sogno, come nella vita – mi trovavo a imboccare la Napoli-Reggio Calabria e rimediavo rientrando sul raccordo e uscendo a San Giovanni a Teduccio.

Pioveva.

Pioveva così tanto che chiedevo a un passante le indicazioni per dormire in un bed and breakfast e mi mandavano in un vicolo fetente pieno di spazzatura, dove bussavo e mi trovavo invece in un albergo lussuosissimo, gestito da una belloccia milanese molto assertiva, con labbrone a canotto.

Contemporaneamente, in un’altra parte della città – e del sogno (sono strani i sogni, si sognano in parallelo, ubiquamente, con una diversa scansione dei tempi e degli spazi) – le mura erano tappezzate di manifesti sibillini, che annunciavano in codice un pericolo. Parlavano di vermi, con un gioco di parole per cui ‘o verme era sia la traduzione dell’inglese bug, che parte dell’espressione campana fare ‘e viermi, ossia avere paura.

La città era colpita da una morìa di cantautori. Dapprima era morto improvvisamente Pino Daniele. Poi Nino d’Angelo. Poi Gigi d’Alessio. E per finire versava in gravissime condizioni Raìz degli Alma Megretta.

Questa morte che collegava neomelodici e cantautori, tutti accomunati dal vernacolo, aveva qualcosa di sospetto.

Era questo, che tentavano di spiegare nei manifesti James Senese e i 99 Posse.

E insieme denunciavano anche il silenzio di Gigi Finizio sull’argomento, quasi che la cosa non lo riguardasse e fosse immune.

Vabbè, torniamo a San Giovanni a Teduccio.

La bonazza mi dice che non c’è posto, che deve controllare, mentre  la hall è piena di turisti di ogni parte del mondo, che sono venuti per assistere a un concerto.

E chi lo fa questo concerto?, chiedo io.

Cantanti napoletani, dice lei.

In un angolo della hall hanno allestito un palco, dove stanno facendo le prove. Facce mai viste. Cantano in napoletano, ma c’è qualcosa che non mi suona giusta. Forse un fatto di cadenza nella pronuncia, forse la gestualità. Fatto sta che questi non mi sembrano napoletani, ma milanesi, trentini, veneti. Li sento parlottare tra loro, tra una canzone e l’altra, e intercalare le conversazioni con un ostreghèta o cose del genere.

La bonazza è infastidita dalla mia presenza, si percepisce a occhio nudo.

Lì dentro sta succedendo qualcosa di losco.

Con la scusa di uscire per recuperare il bagaglio in auto, mi rimetto in marcia e torno in città, per recuperare dai manifesti qualche forma di contatto e raccontare ciò che ho visto.

Le strade sono disseminate di immondizie, è notte fonda e io ho paura.

Recupero un numero di cellulare e mi danno un appuntamento immediato nei Granili.

Mi aspettano Enzo Gragnaniello e qualcun altro che non ricordo. Racconto tutto quello che ho visto e vedo lo sgomento dipingersi sui loro volti.

Dalle poche parole che riesco a ricordare, una volta sveglia, ricostruisco il fatto: una casa di produzione, apparentata con la camorra e Berlusconi, ha deciso di rimpiazzare i cantanti napoletani con pallide copie allevate in laboratori del Nord. E’ il primo passo verso la deculturazione napoletana e l’introduzione di una cultura egemonica milanese. Operare dal basso per penetrare le strutture affettive, e poi introdurre sensibili mutamenti, poco a poco, per trasformarci tutti.

Parallelamente uccidere tutti i cantanti già esistenti.

Ma c’è un bug nel programma. Ecco qua: ‘o verme.

Gigi Finizio, che non si capisce se fa il doppio gioco e regge le fila dell’organizzazione clandestina, dietro la promessa di qualcosa che non sappiamo.

A questo punto mi sveglio. E sveglio pure il Secretario, nonostante le scarse ore di sonno che ci siamo fatti, per raccontargli tutto il fatto. La cosa bella è che mi ascolta, invece di mandarmi a quel paese.

Però diamine, chissà come andava a finire!

E comunque non avevo mangiato peperoni.

Del perchè a volte uno sogna di comprarsi un estintore

ottobre 11, 2010

In un romanzo della Nothomb, peraltro non molto bello, si narra di quest’uomo orribile che fa della sua bruttezza una ragione di vita. Di più, se vogliamo: si propone come il contrappasso della bellezza, come la ragione di esistenza e manifestazione della bellezza che altrimenti, priva di questo confronto, sarebbe cosa insulsa.

Lui non vuole essere amato, non almeno da un essere femminile qualsiasi, no.

Lui aspira al massimo della bellezza che, come punto totalmente estremo a lui, dovrà per forza di cose riconoscerlo come inevitabile e necessario e ricongiungersi a lui.

A me la Nothomb piace perché mi è familiare: la sua biografia mi racconta di esperienze di vita simili, non solo negli aspetti esteriori, ma nella misura in cui l’educazione ha influito poi sulla formazione del pensiero successivo, che si forma per opposti che anelano alla riconciliazione senza mai trovarla.

Ogni scritto è uno sforzo, una tensione. La speranza che se le cose combaceranno in questo mondo di fantasia, andranno a posto anche certi opposti inconciliabili della propria vita.

C’è molto del rapporto con il cibo.

Come scrivo sempre, da certe cose non si guarisce mai. Dalla divisione in opposti, per esempio.

L’unica cosa che si può sperare, e per la quale impegnarsi con tutte le proprie forze, è quella di avvicinarli, abbandonando per sempre l’illusione della compattezza, e lasciare che in alcuni punti si tocchino, si sfreghino e questo contatto spesso aspro, produca una scintilla che illumina.

Ecco.

E’ vivere di questo: di scintille, di impulsi. Di fiammate. Di Foille.

La preghiera è una palla. Ma non nel senso che immaginate.

settembre 24, 2010

Trascinata dal vortice del rientro, dell’inizio scolastico, dei miei esami, quasi quasi mi stavo dimenticando di scrivere della costa.

Invece no, eccola.

E mo’ ditemi voi quale santa è capace di farvi guadagnare un giorno imprevisto di viaggio. Eh sì, a Marrakech ci siamo resi conto della discrasia tra pianificazione e prenotazione  e che ci ritrovavamo con una notte in più da spenderci in giro. Eh, e quella santa Yasmina che ci tiene!

Sicché abbiamo ripartito il tempo tra Essaouira, Oualidia, El-Jadida e Casablanca.

A Essaouira ci attendeva il destino, sotto forma di un alloggio che si chiamava Maktoub, che in arabo, appunto, vuol dire destino. E di un ristorante che si chiamava Mon Rêve, all’altezza del suo nome, ma non del suo conto, complice la signora Asmaa, che ci aveva condotti fin là per poi raccontarci a spanne della Mudawana, il nuovo codice della famiglia che nella pratica vieta la poligamia e per la prima volta istituisce il concetto di mantenimento dei figli in caso di divorzio.

L’escursione termica da Marrakech a Essaouira è impressionante: dallo sforzarmi di essere più leggera possibile – e coperta a un tempo per non turbare gli islamici –  all’indossare un fuseaux, un pantalone di tela, due o tre magliette, giubbotto e sciarpa tuareg in meno di due ore, ci si può anche rimanere secchi. Meno male che avevo preso quel paio di chiletti, nonostante il ramadan.

Essaouira è bellissima, sembra il Portogallo. In verità tutta la costa sembra il Portogallo, solo che nel Portogallo c’è il fado e in Marocco la musica gnawa. “Gli Gnawa sono i discendenti degli antichi schiavi provenienti dall’Africa occidentale (Sudan, Mali, Guinea). Integratisi in seguito con la popolazione locale, si sono organizzati in confraternite, creando un culto originale che mischia elementi africani e arabo-berberi. Gli Gnawa praticano, da secoli ormai, un rito di possessione (derdeba) che si svolge nel corso di un’intera notte (lila), da mezzanotte alle sette del mattino. I musicisti, dopo aver eseguito il loro repertorio profano, iniziano a suonare il repertorio sacro, alla fine del quale, aiutato da una veggente addetta al culto, uno dei danzatori entra in trance, posseduto dallo spirito invocato.”

Che non appena sono arrivata nel suk mi sono immediatamente comprata un disco, pensando di entrare in trance, ma niente. Di essere messa in contatto con qualche djinn, anche piccolo. Ma niente da fare.

E’ che io questa costa non la so descrivere, come tutto quello che è paesaggio e bellezza della natura.

Allora racconterò dei tipi rasta, gli alternativi.

Essaouira è la patria di un festival  di musica gnawa che ogni anno ha sempre più partecipanti. Alì Babà mi ha pure fatto vedere un film scemino ma simpatico, che sullo sfondo ha questo fatto qua.

E allora, al Caffè Sicilia, si concentrano tutti questi tipi auanagana, che a differenza degli altri marocchini, non solo si accompagnano alle femmine, ma pure a quelle straniere, violando le logiche degli spazi, della segregazione e della promiscuità. Tuttavia, anche l’alternativo di turno, con mio enorme stupore, non viola i precetti alimentari e sta lì, buono buono e morto di fame, ad aspettare le sette e un quarto per la zuppetta, il dattero e una sigaretta. Solo che poi si accende uno spinello.

Che a me questa cosa mi ha fatto ridere e stupire a un tempo. La trasgressione controllata.

Un’altra cosa trasgressiva sono le donne sulla spiaggia.

A Essaouira manco l’ombra, ma Oualidia, rinomata stazione balneare per casablanchesi ricchi e niente affatto turistica, la spiaggia pullula di mamme, nonne e ragazze emancipate e moderne, che fanno il bagno in burkini, sorta di jellaba in tessuto rapido da asciugare e che, non gonfiandosi di acqua, evita contemporaneamente ogni possibilità di annegamento, preservando l’estetica nazionale.

La platea maschile, accaldata e affamata, non disdegnava tuttavia i lati b decorosamente esposti da turiste straniere, in numero esatto di tre, me inclusa. Non abbiamo avuto tempo per condurre un sondaggio di opinioni sul tema, e dunque siamo rimasti perseguitati dall’inquietante interrogativo:  non cosa penseranno di noi, ma cosa penseranno di loro, i nostri uomini che ci consentono tutto ciò.

Cornuti e felici?

Fortunati e pappemolli?

Va a saperlo.

E intanto, mentre loro si preservano la virtù delle donne – ma anche questo è un luogo comune, più che altro vale il concetto della contaminazione, come ci insegna la brava Mary Douglas, quando dice che una società che difende ossessivamente le gerarchie e vieta gli sconfinamenti sessuali, è una società in cui il potere dominante, nel nostro caso quello maschile, si sente debole, insicuro – le loro donne fanno la fila dai chirurghi plastici di Casablanca per chiedere di sottoporsi con sempre maggiore frequenza alla ricostruzione chirurgica dell’imene, per evitare sgradite sorprese all’indomani della prima notte di nozze.

El Jadida è un’inutile città dominata dai portoghesi, che di bello ha solo una cisterna molto scenografica e dunque dopo un paio d’orette e anche meno spese nel tentativo di farcela inutilmente  piacere, puntiamo su Casa, come la chiamano affettuosamente i marocchini.

Dopo chilometri e chilometri di cammino a piedi per riuscire a ottimizzare fino all’ultimo tutte le risorse temporali, nutriti solo di tè alla menta , Yasmina chiude il nostro viaggio mettendoci davanti due italiani simpatici, con i quali finiamo imprevedibilmente a cena. Sono quei tipi che parlano di destino, di caso, di necessità, di energia, di inevitabile, di poteri superiori e hanno sempre una storiella a dimostrazione degli enunciati.

Quand’ecco che ci mettono al corrente di un fatto incredibile: la preghiera è una palla.

O meglio: gli effetti della preghiera sono una palla.

Ma non nel senso che immaginate. No, tutt’altro. Pare che la concentrazione di energia durante la preghiera serale sia monitorabile a vista. Per tutta la sera scattiamo foto al cielo – siamo a poche centinaia di metri dalla Moschea di Hassan II, la più grande del Maghreb – e man mano che la notte avanza e i fedeli nella moschea diminuiscono, le palle scemano.

Se non l’avessi visto non ci crederei.

Tornati a casa il Secretario recupera una foto del Salone Margherita e ci dimostra che anche il tango è una palla. Nel senso di cui sopra.

L’ho sempre detto, io, che tutto ciò che si fa con passione diventa energia, preghiera, pratica zen. Tutto.


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