Archive for settembre 2004

Mar adentro

settembre 7, 2004

Io non so se mi sia piaciuto “Il mare dentro” di Amenabàr. Però so che ho pianto un sacco, anche se forse non era la storia in sé a commuovermi.

Credo di aver pianto per il dolore connaturato all’immutabilità di certi  ricordi e soprattutto alla vista del volo verso il mare.

Perché in fondo la libertà è soprattutto un fatto mentale e – senza nulla togliere alla condizione di chi non può muoversi fisicamente – spesso si finisce per restare incatenati e immobilizzati da qualcosa che non esiste più, ma che è talmente vivido da sembrare reale, nel bene e nel male.

Un ricordo così potente e luminoso che offusca il mondo e ce lo restituisce appannato. Così che non sappiamo cosa farcene.

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Labirinticamente

settembre 6, 2004

I cunicoli sono stretti, ci si passa a stento. All’improvviso si allargano e sono rivestiti di specchi. Vedo la mia immagine riflessa due, venti, mille volte. Continuo a camminare e mi ritrovo dopo ore allo stesso punto. Qualcuno ha messo delle frecce segnaletiche, ma sono equivoche e contraddittorie, mi riportano a un non luogo e a un non centro. Non intravedo l’uscita e ho sonno. Ho fame e sono stanca. I cunicoli sono così stretti che non posso nemmeno sedermi per terra. Mi appoggio con la schiena alla parete, per riposarmi, e intanto mi sforzo di ricordare le strade che ho seguito fin ora, a predispormi una mappa mentale. Ma è inutile, è un labirinto difficile.

Se solo ci fosse un po’ più di spazio potrei arrendermi e valutare di passare qui un periodo, nel silenzio totale. A volte se uno si distrae dalla soluzione, questa si presenta da sola.

Ma è impossibile, qui è tutto terribilmente scomodo.

Non cercare di mentirmi

settembre 6, 2004

Adesso sto correndo, la strada finalmente è libera. Passato l’acquazzone, spariti i camion, posso spingere il piede sull’acceleratore. Se avessi un’auto più potente mi sarei già schiantata da qualche parte, non ne ho dubbi. E’ il motivo per cui ho un’auto di piccola cilindrata.

 

Non è vero, non è questo il motivo.

 

La vera ragione è che non posso permettermela. Mi costerebbe troppo e non ce la posso fare.

Mi piace guidare, mi piace sentire i giri del motore che salgono e scendono, mi piace scalare le marce e limitare al minimo l’uso del pedale del freno. Mi piace affrontare le strade in salita rallentando e accelerando all’improvviso una volta entrata in curva. Guido con piacere ed ebbrezza.

Faccio quello che posso, una piccola auto fa ciò che può, ma è  meglio di niente.

E’ così. Come desiderare una piccola casa su una collina con un giardino e sapere di non poterla avere. Si gode dei giardini degli altri, un poco li si invidia anche, ma giusto un poco. Poi si passa oltre. Ci si accontenta.

La depressione è un lusso, la si lascia agli altri, a quelli che possono. Non si può essere depressi con la spazzatura da pagare, le spese straordinarie di condominio, l’otorino, il frigo che si rompe.

A volte un piccolo sogno irrompe nella notte e  racconta di ciò che potrebbe essere, ma al mattino non c’è tempo. La fretta avanza, bisogna andare, venire, parcheggiare, rientrare, ci sono troppe cose da tenere a bada. Cosa vuoi che possa fare un piccolo sogno in un tale trambusto?

 

Ho nove anni, è Natale, ci sono luci e colori e accompagno la mamma alla Standa. Vedo una donna che prende dei pastelli e se li infila sotto la maglietta. Mi hanno insegnato che non si fa, ma in quel momento mi fa pena. Una volta l’ha fatto anche mia madre, una volta sola. Aveva i suoi motivi e mi ha fatto pena, ma non ho saputo perdonarla. Dietro un gesto c’è sempre qualcosa di più grande, qualcosa che preme per uscire. Non  ha senso lasciarselo sfuggire. Lei invece ha perso un’occasione. Io pure, l’ho persa con lei. Devo cercarne altre.

Io non voglio, non voglio perdere il senso dei gesti. Ho paura.

Ho paura di non accorgermi di niente e non riuscire più a  perdonare. Va bene, non c’è tempo per tutto. Mi sono sbarazzata dei sogni, ho messo da parte i desideri. Lasciatemi osservare i gesti, almeno. Scoprire cosa c’è dietro, indovinare.

 

Quando si  muore l’anima si separa dal corpo, per un momento ci si osserva come dall’alto.

Voglio guardare così, senza rubare nulla a nessuno. Non c’è tempo, tra poco finisce e io voglio ancora guardare. Il Natale dura un attimo, poi si ripete dopo un anno. Voglio spiare dietro i vetri, scoprire i gesti di chi ruba al supermercato e di chi ha un giardino tropicale. Voglio sapere se la curva presa con una grossa auto da lo stesso piacere oppure diverso. Voglio sapere quanto si riesce a voler bene a qualcuno senza forno a microonde.

Io lo so già, non ho bisogno di misurare. La bambina di nove anni lo sa. C’è una ragione per tutto.

Non cercare di mentirmi.

Antonio ha ragione. Sempre.

settembre 5, 2004

Leggendo i dati relativi alle dipendenze, ti spiegano che:

– dopo 20 minuti dall’ultima sigaretta si normalizza la pressione

– dopo 8 ore si abbassa il livello di monossido di carbonio e si regolarizza quello dell’ossigeno

– dopo 48 ore non rompere le scatole perché non hai più un grammo di nicotina nel sangue e l’unica cosa che ti frega è la dipendenza psicologica.

Bene, allora sono passate quasi 48 ore dall’ultima sigaretta. Questa volta smetto sul serio. Vengo abbattuta da ondate di ansia e già sono scoppiata a piangere tre o quattro volte. Laddove avrei acceso normalmente una sigaretta. Sul serio, mi ha sconvolto la connessione, la relazione così stretta. Un po’ ho paura, dopo anni di n. 20 sigarette al giorno sarà dura. Ma mi occorre per il recupero dell’autostima: finché continuo a raccontarmi che posso smettere in qualunque momento finisce che non ci provo mai. Mi pare di essere una specie di Bertinotti del tabagismo… (com’era la battuta? posso fare di meglio?). Poi in questi giorni sono ossessionata dal tema della volontà. Nel senso che credevo di essere una dotata di una grande forza di volontà.

AHAHAHAHAHAHA. BUGIARDA. BUGIARDISSIMA

Non è vero niente. D’altronde lo sospettavo, ma facevo finta di nulla. Poi me lo ha detto Antonio qualche sera fa, me lo ha detto in un modo così disarmante che ci sono rimasta secca. Mi ha detto più meno così: "Ma come fai, tu che sei sempre stata così sincera e vigile e rigorosa, a fingere con te stessa in modo così sfacciato? Perché ti sei infilata in questo tunnel di autosvalutazione? E soprattutto perché non ne esci?"

Ecco: perché non ne esco? Perché non ne ho voglia, questa è la risposta giusta. Mi costa troppo smettere di vegetare e mandare un po’ di persone al diavolo. Però lo sguardo di Antonio mi è rimasto impresso e mi fa un po’ vergognare.

Ho iniziato dal fumo, subito. Poi vediamo il resto.

Parlami di te

settembre 5, 2004

Tu mi hai detto che ho paura e non mi fido, come se io non lo sapessi, come se mi avessi rivelato una novità.

Ma io lo so già. E’ la paura di molte cose. Di quelle più grandi e generiche,  che in fondo non spiegano nulla e  di quelle più piccole, come aspettare una telefonata che non arriva, scoprirsi una ruga nuova e chiedersi quanto tempo resta da vivere, guardare una persona amata e sapere dolorosamente che prima o poi andrà via e ci lascerà soli, provare il desiderio di qualcosa che non si può avere e temere che non si avrà diritto mai più a nulla, sentire una voce e desiderare il corpo a cui appartiene e avere paura di arrischiarsi a chiederlo.

Sono confusa quando ho a che fare con te. Mi mandi messaggi complicati. Vuoi che ti parli con il cuore e con la pancia. Per me parlare con il cuore e con la pancia significa vivere, sentire, agire. Fare in modo che l’immaginazione sia realtà, come nei giochi dei bambini.

Io so parlare con la testa . Se uso il cuore e la pancia le parole non mi bastano più, entro in un altro mondo.

Vorrei che entrassimo insieme laddove il mondo è mosso solo dal cuore. Nel frattempo  mi tengo in bilico, sul ciglio, cercando la posizione che permetta a tutti e due di restare in equilibrio.

Chi mi chiede cuore e pancia? Un adulto o un bambino?

E' tutto pronto

settembre 4, 2004

Stamattina le possibilità di scelta erano: o piscina o bricolage. Per la piscina faceva troppo caldo e c’era un’afa che toglieva il respiro. Così è andata per il bricolage. Ma prima sono passata all’Ikea, ci sono arrivata in apertura, quando il parcheggio era ancora semideserto che quasi avevo l’imbarazzo della scelta e non sapevo dove posteggiare, se vicino all’entrata o vicino all’uscita, vicino all’entrata/vicino all’uscita, entrata/uscita, ambarabà ciccì cocò, poi alla fine ho messo in moto il cervello e ho pensato che ne sarei venuta fuori carica di sacchetti, quindi meglio vicino all’uscita. Ci ho impiegato più tempo che se il parcheggio fosse stato pieno.

Ho comprato delle mensole, scatole, un bastone da tenda e svariate altre cose, ho ingollato a tempo record un panino burro e salmone per non perdere tempo una volta tornata a casa. Il pomeriggio è trascorso facendo buchi col trapano, mode percussore, punta da granito perchè ho delle pareti pazzesche, fatte di mattoni che per forarli è una scommessa.

Niente male per una donna da sola, anche se i danni lasciati sull’intonaco sono rilevanti. Diciamo stessa performance di un uomo costretto a far pulizie in assenza della moglie. Credo siamo sullo stesso livello, sopravvivenza bruta. Ma almeno il muro si fora.

Pomeriggio di giardinaggio, anzi "terrazzaggio". Potare, tagliare, rinvasare, innaffiare, concimare, …are, …are,….are.

Tutto molto carino adesso. Mensole e quadri, tenda turchese, terrazzo lavato e profumato, candelieri forniti di candele. Impeccabile. Peccato che a casa ci sia io da sola. Un vero peccato.

Dove ci tocca la musica

settembre 3, 2004

Come figli di dio e di questa terra siamo tutti perduti, però alcuni di noi suonano meravigliosamente il pianoforte e questo è già qualcosa.

Fu ciò che mi capitò di pensare in una calda serata di luglio di un po’ di anni fa, ascoltando le mani sapienti di un’anziana signora, oltre la novantina, in una sonata a quattro mani col nipote venticinquenne, serio e compunto, pronto ad essere rimproverato dalla nonna per la minima sfumatura fuori posto.

Ho sempre amato le persone con la capacità di tirar fuori musica da un pezzo di legno, metallo, corda, cuoio. Assomiglia un po’ al giocare con le parole, ma non è esattamente la stessa cosa. Perché la musica la capiscono tutti, passa attraverso zone e paesaggi interiori che non hanno bisogno del linguaggio, come un serpente sinuoso che si snoda poco a poco.

Le parole non sempre riescono  e non sempre c’è chi le capisca. Le parole possono essere anche subdole, male interpretate. La musica invece no.

Per questo trovo che a volte, invece di parlare sarebbe opportuno cantare. Meglio ancora mugugnare a bocca chiusa, come in un coro muto, scegliere tonalità appropriate all’umore che si intende trasmettere.

Io se fossi contenta canterei a squarciagola dream a little dream of me dei mama’s and papa’s

Epistemologia del Male

settembre 3, 2004

Esiste un momento a partire dal quale niente sarà mai più lo stesso. L’essere scampati alla morte, ad esempio, o l’aver visto l’orrore con i propri occhi. Il male marca indelebilmente, entra dagli occhi, dai pori e si stabilisce all’interno di chi lo subisce. Come un cancro, come un retrovirus difficile da stanare.

Una volta dentro il male non chiede più di essere riconosciuto. Lavora in sordina e attrae la violenza come una calamita. D’altronde è sepolto in un corpo nel quale ha bisogno di nutrirsi.

Al male non ci si può opporre, bisogna dargli atto di esistere e lasciare che fluisca. Inventare modi e mezzi perché possa esprimersi liberamente senza asserragliarci.

Per i bambini che sono usciti dalla scuola feriti e mutilati occorrono spiegazioni, parole che dicano la verità.

La verità è l’unica cosa che ha il potere di sanare, di permettere che il vissuto abbia una sua collocazione.

Il tabù nasce dal non detto, dall’impronunciabile e le cose taciute si caricano di un’esistenza propria per tornare a rappresentarsi infinite volte. .

Il male mi fa male, questo non posso evitarlo. Ne lascio uscire poco per volta, attenta a non distrarmi. Se non gli offro questo permesso e questa possibilità finirà per travolgermi, per soffocare ogni spazio dentro di me.

I bambini ci guardano

settembre 3, 2004

Rosa Zalieva è la mamma di uno dei bambini tenuti in ostaggio dai ceceni. Racconta di essere stata chiamata al cellulare dal figlio, terrorizzato. Il bambino si sente in colpa per aver dimenticato in cortile la giacca nuova e prega i genitori di non sgridarlo per questo quando tornerà a casa.

E’ una notizia che mi ha ricordato lo sguardo di una bambina molto piccola, figlia di genitori separati. Quel giorno ha assistito a una scena di violenza: il padre ha aggredito la madre per la strada e l’ha malmenata.

La madre mi raccontava che trascorso il primo momento di smarrimento, la bambinetta, di nemmeno quattro anni, aveva iniziato a scusarsi, credendo che fosse colpa sua. Ed è andata oltre. Al mattino seguente ha detto alla madre che il papà non c’entrava nulla e che era stata lei a picchiarla.

E’ pazzesco come i bambini possano aderire inconsapevolmente ad alcune verità fasulle, unicamente perché hanno un peso emotivo più facile da sopportare.

Questa bambina poteva tollerare l’idea di essere cattiva, ma non che fosse cattivo il suo papà.

Del resto è anche evidente: se il papà è cattivo e furioso chi mai la proteggerà dal male del mondo?

Anche il figlio di Rosa Zalieva si sente così. Un bambino non può accettare che i suoi genitori siano impotenti di fronte al male e che non possano fare nulla per salvarlo. La sola verità accettabile, quella che gli permette di sopravvivere, è fatta di piccole cose: la sua giacca nuova, costata chissà quanto, e la sua imperdonabile leggerezza nell’averla dimenticata in cortile. Maneggiando la propria colpa il bambino si distrae dall’angoscia per quanto accade intorno e che non è in grado di modificare.

Chi compie violenza su un minore spesso non lo sa, è completamente lontano anche dai propri sentimenti. Ignorando l’angoscia del bambino si distrae anche dalla propria. Altrimenti il peso sarebbe intollerabile.

Quella sua maglietta fina

settembre 3, 2004

Una decina di anni fa un amico antropologo che è sempre in giro per il mondo decise di presentarmi una delle sue migliori amiche che si era trasferita nella mia città e attraversava un momento difficile, in quanto aveva deciso di separarsi dal marito, nonostante i due figli di circa 7 o 8 anni e l’amore disperato di lui.

Mi disse: non lasciarti impressionare dalle maniere, è una un po’ esuberante, ma ha un cuore d’oro. Siamo stati compagni di scuola dalle elementari  al liceo. E’ bizzarra ma simpatica.

Così entrai in questa casa, a cena con altre tre o quattro persone, una casa molto bella, arredata con gusto e molti oggetti di valore. Lei una donna dalla bellezza molto particolare, magrissima e alta, con i capelli neri lunghi fino ai fianchi.

Abitiamo in una città che conserva i resti di antichi opifici, ciminiere sottili di mattoni rosati. Dalla terrazza di casa sua se ne vedevano due, le stesse che vedo dalla mia finestra.

Mentre ero in terrazza per l’aperitivo mi si avvicinò e mi disse a bruciapelo: le hai viste? Le hai viste le ciminiere? Le ha fatte mettere lui.

Lui chi? chiesi io

Claudio, rispose lei.

Ora, l’amico comune si chiama Claudio e io scoppiai a ridere. Ma insomma Margherita, abito qui da quasi vent’anni e queste ciminiere ci sono sempre state!

Si rabbuiò e tornò dentro.

Riuscì dopo poco, di nuovo sorridente. Aveva capito l’equivoco, disse. Non Claudio nostro, no, Claudio Baglioni.

Insomma, per farla breve, questa qui lasciava il marito perché era innamorata di Claudio Baglioni,  a 35 anni e con due figli. Ma non perché lo conoscesse o chissà che, no. Semplicemente perché si era riconosciuta nella protagonista di quella tua maglietta fina. E poi da lì era stato un delirio. Io non conosco bene le canzoni di Baglioni, ma pare che ce ne sia una che nomina le ciminiere, e zàcchete, lui gliene aveva fatte costruire due davanti casa per crearle intorno un clima baglionesco, segno tangibile della sua aleggiante presenza. Delirava ossessivamente. Discorsi del tipo: sai che io faccio un sacco di foto? Per questo ha scritto la canzone Fotografie. Oppure: ma secondo te come faceva a sapere che mi piacciono i poster?

In piena agitazione confusionale si mandava enormi mazzi di fiori con biglietti appassionati firmati C.B.

L’ho incontrata altre due volte, una in compagnia di Claudio l’antropologo e una da sola, per un tè pomeridiano. Le sue condizioni sono andate sempre peggiorando. Nel giro di qualche mese era diventata diffidente e sospettosa, temeva che la domestica filippina intrattenesse una tresca col Baglioni. Ne aveva le prove, diceva lei. Cominciò a sostenere che anche i figli fossero del Baglioni, che il marito volesse portarglieli via per ucciderli e che l’ignara filippina tentasse sistematicamente di avvelenarla.

A parte queste parentesi era davvero simpatica, di ottima cultura e conversazione, ironica.

Qualche mese fa ho incontrato Claudio, dopo uno dei suoi viaggi di ricerca che durano anni. In verità tanto normale forse non deve essere nemmeno uno che passa due anni chiuso in una caverna con un pastore dell’Epiro o un anno e mezzo in una capanna nella brousse  per capire come cucina un Masai e quali sono i suoi bioritmi. Ma almeno non gli piace Baglioni, ed è già qualcosa. Mi ha detto che adesso Margherita sta meglio. Ha collezionato una serie di denunce da Claudio Baglioni per averlo seguito sotto casa, perseguitato e minacciato di morte. Ha tentato di suicidarsi due volte perché lui voleva lasciarla.

Il marito le sta accanto nella cura e si occupa dei bambini.

Si chiama erotomania, e nei casi gravi può portare all’omicidio.Come in quel film con Audrey Toutou.