Archive for gennaio 2005

Stat rosa pristina in nomine

gennaio 31, 2005

Alcuni mi chiedono se il Grande Seduttore esista in natura o se sia una mera categoria dello spirito.Io rispondo semplicemente: stat rosa pristina in nomine, nomina sunt consequentia. Che non so se sia pertinente, ma fa una bella figura. E soprattutto crea una sorta di sentimento di inferiorità in chi legge, che così non dovrebbe arrischiarsi a farmi altre domande difficili.

Comunque fornirò alcuni elementi chiave per l’identificazione del Grande Seduttore, riferimenti utili sia a chi lo incontra che a chi creda di esserlo, ma non ne ha certezza (per quanto il dubbio sia di per sé un fattore che ne smentisce la purezza).

Il Grande Seduttore – da questo momento brevemente definito GS – usa molto il condizionale, tempo dell’irrealtà e della posticipazione indefinita (es: per te farei qualunque cosa, ti darei l’impossibile, vorrei renderti felice etc. etc.)

Nei rari casi in cui prometta qualcosa servendosi del tempo indicativo o al massimo futuro si tratta di cose di una tale banalità da poter essere mantenute agevolmente o dimenticate con la stessa nonchalance. Oppure cose che si avvererebbero a prescindere dal suo intervento (es: domani farò sorgere il sole per te)

Il GS ha un potere indiscutibile di manipolazione della realtà. Potrebbe per esempio dirvi che avete un bel seno, anche se dalla seconda media voi smadonnate per quella prima scarsa che negli anni si comporta come un prodotto soggetto a calo di peso fisiologico, tartassato dalla forza di gravità. Ebbene, non soltanto lui lo dirà in modo seduttivo, ma a partire da quel momento voi vivrete, penserete, agirete come una portatrice di terza senza push-up e questo convincimento si protrarrà per molto tempo. Il risveglio da questa persuasione ha sempre in sé qualcosa di traumatico, soprattutto alle soglie dell’estate.

Il GS da piccolo giocava a Monopoli. Era quello capace di scambiare il suo Vicolo Cieco con il Parco della Vittoria senza contrattazione. Vi guardava negli occhi e sussurrava: piccola, il viola sfigura accanto a te. Prendi il rosa, è il colore dei tuoi desideri.

Il GS quando dice piccola vi fa sentire grandissima, quando vi chiama cicciotta vi trasforma nella sorella bella di Naomi.

(continua….)

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Entomologia di un amore

gennaio 30, 2005

Ti ho aspettato al varco, con un retino da farfalle. E intanto mi chiedevo come saresti stata vestita, se fossi ancora bella come ti ricordavo, se le parole che mi avevi detto avessero un senso altro.

Sei comparsa mentre ero distratto, a momenti rischiavo di perderti. Ti ho inseguito e ti ho strattonato e mentre ti voltavi a guardarmi sono riuscito a ingabbiarti con il retino.

Pensavo peggio. Sei caduta in trappola facilmente.

La sera, mentre ti cospargevo di cloroformio, ho pensato che l’attesa a volte può essere ripagata.

Ti ho conservato sottovetro, fermandoti con spilli sottili.

Credo che passerò la notte a guardarti, adesso ho tempo.

Pietas

gennaio 28, 2005

L’ultima spiaggia del Grande Seduttore è la pietà, ma è proprio l’estremo tentativo, quando decide di giocare il tutto per tutto senza alcun ritegno. Allora assume pose michelangiolesche, si sistema mugolante a pancia all’aria per implorare un’ultima carezzina. Ma proprio come una statua di Bernini, sotto la pelle si legge una muscolatura contratta e pronta a balzare. Tipo il complesso scultoreo del Ratto di Proserpina, giusto per fare un esempio.

In quei casi meglio tenersi alla larga e da lontano lanciare un ossicino da rosicchiare.

La sentinella

gennaio 28, 2005

Mi hanno detto di restarmene qui appostato, che prima o poi qualcosa accadrà.
Di cosa si tratterà non lo so bene, ma l’uomo che mi ha scelto per questo compito mi ha assicurato che me ne accorgerò. Che non avrò dubbi.
Il suo mestiere è questo: selezionare tipi capaci, esperti, sensibili a ogni fruscio e odore, a ogni spostamento d’aria, a ogni dettaglio inconsueto.
Mi hanno detto di aspettare e avere pazienza, ché la cosa non dovrebbe tardare.
E se invece non dovesse accadere nulla? ho chiesto io.
Ti accorgerai anche di questo, ti abbiamo scelto apposta.
Protezione degli obiettivi strategici. Non occorre aggiungere altro.
Così aspetto. Un giorno, due, una settimana. Poi i giorni iniziano a diventare tutti uguali e scopro di non riuscire più a distinguerli. Non patisco nulla, né caldo, né freddo, né fame. Mi hanno fornito di ogni cosa, ma non devo distrarmi, perché se accadesse e non dovessi essere presente a me stesso sarebbe tutto perduto. Così mi hanno detto.
Ho accettato perché non potevo fare altro. Prendere o lasciare. Ho risposto a un annuncio ed eccomi qui.
In alcuni giorni ci prendo gusto, niente mi distrae dal mio compito. Sento che arriverà, il momento è prossimo. Altre volte mi sento assalito da un sentimento che assomiglia alla noia, da un’insicurezza che affiora e mi fa dubitare delle mie stesse capacità. E’ paura, ma non posso farne parola con nessuno.
Lui mi ha detto di fidarmi, mi hanno scelto apposta, non so fra quanti. Non so nemmeno il perché. Allora mi fido e basta, è ciò che vogliono da me.
Stanotte vedo le stelle in lontananza e soffia un vento freddo. Potrebbe essere novembre, o marzo, o l’inizio di maggio. Da quando sono qui non so più nulla, non sono informato su quanto accade altrove, non mi interessa nemmeno.
Vengono a farmi visita di frequente, mi portano da mangiare e da bere, sono socievoli. Sono. In realtà è uno soltanto, l’uomo che mi ha sottoposto al colloquio. L’uomo dallo sguardo color dell’acqua, color filo spinato.
Io non faccio domande. Tanto se deve accadere, accadrà. Questo lo sappiamo, ormai. Lo sappiamo tutti.
A momenti ho la sensazione di essere prigioniero, ma non riesco bene a rendermi conto di cosa. Sono entrato a far parte delle loro macchina di attesa, dove tutto è in funzione di.
Qualcosa accadrà. Sarò il primo ad accorgermene. D’altronde mi hanno scelto apposta.
Ci sono momenti in cui il tempo sembra non passare mai. Allora escogito dei passatempi che servono ad acuire le mie capacità.
Cerco di affinare i sensi con esercizi mirati. Ogni giorno mi dedico a qualcosa.
Imparo ad osservare le foglie, le nervature. Ne stacco una da un ramo e valuto cosa accade nel tempo. Quanto impiega a seccare, quanto a sbiadire. Faccio la stessa cosa con tutto quello che ho intorno. Osservo la trama della coperta che mi hanno dato. In alcuni punti ci sono degli ispessimenti, come se la lana fosse terminata e avessero iniziato a tessere con una nuova bobina. Non c’è un nodo, no, per un pezzetto i capi sono stati affiancati e i due fili creano un piccolo rigonfiamento in alcuni punti, lo sento anche al tatto.
Osservo le pareti di roccia e la grana, i diversi colori quando incontrano la luce.
Strizzo gli occhi e li riapro all’improvviso, come per abituarmi e disabituarmi a ciò che vedo intorno. Chiudo le palpebre e le schiaccio con i palmi delle mani. Fino a percepire dei bagliori, come piccoli fuochi d’artificio.
Poi li riapro e cerco di capire se è cambiato qualcosa nella mia messa a fuoco e come questo potrà condizionare la mia visione delle cose.
Mi esercito in silenzio, nemmeno di questo parlo. Non so se approverebbero, non mi hanno scelto per fare esperimenti. Non sono stato preso a caso. Ma io devo essere pronto a tutto, perché quando accadrà devo vedere. Voglio sapere, qualunque cosa sia.
Mi sdraio sulla schiena, mi lascio attraversare dai suoni, ad occhi chiusi, fino a che inizio a distinguerli da molto lontano.
In alcuni momenti c’è silenzio assoluto e sento il sangue che mi gorgoglia nelle orecchie, come la risacca di un mare in tempesta. Allora provo a respirare dolcemente, a diminuire il battito cardiaco perché non provochi interferenza.
Dopo qualche tempo credo di essere in grado di riconoscere e prevedere tutto lo spettro sonoro.
Inalo l’aria che mi circonda. Mi muovo con gli occhi chiusi e i mignoli infilati nelle orecchie per orientarmi nello spazio. Avanzo con sicurezza, mi sposto, torno sui miei passi.
Non occorre coraggio per fare tutto questo, è la curiosità a spingermi.
In parte la paura, ma solo in parte.

Poi un giorno mi dicono che abbiamo lavorato bene, che il mio compito è terminato.
Per qualche istante tentenno, non mi sono accorto di nulla. Vorrei fare domande, ma ho paura che sia un tranello, non posso rivelare che non mi sono accorto. Non posso raccontare che non ho visto.
Mi ringraziano. Dicono: lo sapevamo che grazie a lei.
Mi stringono la mano e aggiungono: la sua collaborazione è stata preziosa.

Torno a casa. Qui non è accaduto nulla, o almeno così sembra. Mi sdraio sul letto e chiudo gli occhi. Ascolto i rumori, respiro l’odore delle mie lenzuola. Passo un dito lungo la parete che ho alle spalle e riconosco una crepa nell’intonaco.
Di colpo il tempo passato si condensa in un istante unico. La distanza delinea i contorni e isola i dettagli.
Qualcosa è cambiato anche qui, come cambia il corpo senza la nostra volontà. Come cambia la visione dell’orizzonte dalle diverse alture. Come cambiano i sogni notte dopo notte.
Stanotte proverò a dormire, accada ciò che accada. Non si è sicuri in alcun luogo, questo è certo.
Ho svolto un incarico a termine, è così che funziona in questo mestiere, si sa fin dall’inizio.
Protezione degli obiettivi strategici. Non occorre aggiungere nulla.
Va tutto bene, non potrei dire altro. I sentimenti di una sentinella non fanno parte del suo contratto, l’angoscia è esclusa dal soldo. Ho risposto a un annuncio, cercavano una sentinella.
Questo è tutto.

Galateo d'altri tempi

gennaio 25, 2005

Ancora mi dirai che hai qualcosa da spiegarmi e la tua voce si farà più bassa e lo sguardo mi si appoggerà addosso.

Ti lascerò parlare senza ascoltare, ti sorriderò. Non ti interromperò, te lo assicuro. Potrai dire di tutto, lascerò fare.

Ancora mi dirai che hai una promessa per me. La riporrò in un cassetto, con le altre.

C’è chi regala gioielli, chi offre parole, qualcun altro niente.

Come in un galateo d’altri tempi alla parola fine ti renderò tutto. Le collane di parole e le promesse intatte.

Mi terrò il niente. Lasciamelo per ricordo.

Il Grande Seduttore, seconda

gennaio 25, 2005

Il Grande Seduttore sembra essersi acquietato. Ma il suo è un fuoco sotto la cenere. Il Grande Seduttore non molla mai, non si arrende, non viene sconfitto da nulla.

Gli piace restare perennemente in bilico tra la porta che si è appena chiuso alle spalle e quella che si spalancherà di fronte con un solo cenno del suo desiderio. E’ un grande esperto del pianerottolo, dell’anticamera sentimentale. Poi d’improvviso lo vedi che dribbla e sbaraglia tutti. Fallo di mano, ma l’arbitro era distratto.

Gare du Nord, un jeudi quelconque

gennaio 23, 2005

Il treno è affollato di viaggiatori. Qualcuno ha spinto per guadagnare un posto a sedere, sono i viaggiatori delle lunghe percorrenze. Altri si sono accontentati di rannicchiarsi sulle enormi valige consunte e sporche. Qualche bambino si lagna, la donna siede come se fosse altrove. Ha in mano il suo taccuino e la penna lascia una scia di inchiostro, come bava di lumaca scintillante.

La stazione era gremita, il mondo gremito fuori dalla stazione. Se uno si concentra può sentirne in lontananza le voci.

         Philippe, ti prego, non lasciarmi

Grida la voce della donna tra le lacrime. Philippe tace, stretto nelle spalle, ma sul volto una linea profonda lo tradisce e la mascella si muove convulsa, sotto l’effetto della rabbia.

         Non lasciarmi, Philippe, non per quella sgualdrina.

E la mano di Philippe si alza per colpire la donna in  viso.Su uno scoglio, molto più in là, un uomo muove i passi titubanti che lo condurranno al suo ultimo tuffo. Ha un masso legato al collo e non sa nuotare. Sembra che abbiano scoperto come truffava lo Stato, ma adesso ha vergogna e vuole farle finita. Si sente l’odore del mare e lo sciabordìo dell’acqua sotto gli scogli anneriti.

Poco più lontano una puttana rumena riceve il suo ultimo cliente. E’ stanca e vuole solo andare a casa a lavarsi e dormire. La chiamano casa, ma è solo un cumulo di materassi sudici, con i vestiti piegati in un angolo e un bagno che non viene pulito mai. Ma il cliente ha pagato ed è già dentro di lei. Non accenna a finire.

Una donna sta per partorire, si sente il lamento. La testa del bambino preme verso l’uscita  e occorre solo un’ultima spinta.

Un giocatore di poker sta per accettare il rilancio. Sta bluffando, non può farne a meno, è pieno di debiti.

La donna scrive, con la schiena piegata. Ha una grafia minuscola e perfetta.

All’arrivo ci sarà il suo amante ad aspettarla, proprio dove comincia il binario. Lei lo sa, ne è sicura, anche se tra loro ormai non c’è  più nulla. Il treno viaggia verso nord.

Ha attraversato paludi ferite dai binari, frutteti e campagne, si è infilato lungo una pianura nebbiosa simile a un lungo tunnel. Dai finestrini aperti entra odore di nord, odore di frutta, odore di attesa, odore di niente.

La donna si distrae per un momento dal suo taccuino e solleva la testa. Immagina la vista del suo amante ad attenderla al binario, a quest’ora del pomeriggio. Il suo amante ha impegni, capelli, una cravatta, uno sguardo da amante, un sorriso da amante. Le infilerà la mano tra il bavero e la sciarpa.

O forse no. La donna adesso non è più sicura che lui l’aspetti al binario, in  fondo non è più il suo amante. Forse è l’amante di un’altra, che in questo momento viaggia su un altro treno appena arrivato.

E’ colpa mia, si dice. E’ solo colpa mia. Avrei dovuto fermare il tempo.

Ma il tempo non si ferma.

E all’improvviso, saranno le 15.37, accade qualcosa.

La mano di Philippe, pronta a posarsi sul viso della donna, si ferma a mezz’aria, e la lacrima che stava rotolando tra il naso e la bocca di lei rimane sospesa, tonda, con un riflesso lucente.

Sullo scoglio il mare non batte più. Alcune goccioline salmastre creano un gioco di luci. L’uomo col masso al collo rimane bloccato nell’atto di saltare.

Il cliente della puttana rumena ha il viso contratto. Qualcosa lo ha bloccato sul più bello. La puttana voleva dormire, ma adesso non è più necessario.

La testa del bambino spinge, il ginecologo aveva posato la mano sull’addome. E’ tutto fermo.

La bava ha smesso di colare dalla penna della donna per rapprendersi sul taccuino.

Il giocatore non ha il tempo di rilanciare, ma sul suo viso si è già formata un’ombra.

Il tempo si è fermato, alle 15.37 di un giovedì qualunque.

Una sosta tecnica, un incidente sul binario, un’improvviso calo di tensione. Non lo sappiamo, fatto sta che la corsa del tempo è sospesa.

Ore 15.37.

Di un giovedì qualunque.

Stazionario.

All’improvviso il tempo si rimette in marcia. La mano di Philippe schiaffeggia la donna che gli cade ai ginocchi e piange disperata, l’uomo sullo scoglio si tuffa senza voltarsi indietro e mentre cade pensa a sua figlia ammalata e ai soldi che occorreranno per curarla. Da qualche parte un urlo e un pianto: è nato, è nato. La madre sorride sfinita, il neonato è rosso sangue e grida.

All’improvviso un fiotto riempie le cavità della puttana rumena. E’ libera, può andare a casa. Il cliente le afferra i capelli e le sussurra qualcosa all’orecchio, lei si allontana disgustata.

Vedo.

Full.

Jack.

Donne.

Ha perso, ha perso anche questa volta. I debiti di gioco sono sacri, lo sa.

Il tempo si è fermato, tutti hanno avuto la loro opportunità

Il treno sta per entrare in stazione. La donna richiude il taccuino e lo infila in borsa. Con la mano si liscia i capelli e le pieghe della gonna, raccoglie l’impermeabile e scende.

Ad attenderla al binario non c’è nessuno. Nel tempo che si è fermato lei ha dimenticato che forse ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarla. Nel tempo sospeso può accadere di tutto, anche di sentire come una piccola voce che le sussurra: ti prego, dammi tempo, dammi solo un altro po’ di tempo…

L’altoparlante della stazione annuncia i treni in partenza. I viaggiatori sono pregati di munirsi del titolo di viaggio.

Il titolo di viaggio.

La donna prende il taccuino e scrive qualcosa. Il titolo.

Poi risale sul primo treno in partenza. Quando il tempo si è fermato deve essere morto qualcuno. Ma non riesce a ricordare chi sia.