Archive for gennaio 2005

Stat rosa pristina in nomine

gennaio 31, 2005

Alcuni mi chiedono se il Grande Seduttore esista in natura o se sia una mera categoria dello spirito.Io rispondo semplicemente: stat rosa pristina in nomine, nomina sunt consequentia. Che non so se sia pertinente, ma fa una bella figura. E soprattutto crea una sorta di sentimento di inferiorità in chi legge, che così non dovrebbe arrischiarsi a farmi altre domande difficili.

Comunque fornirò alcuni elementi chiave per l’identificazione del Grande Seduttore, riferimenti utili sia a chi lo incontra che a chi creda di esserlo, ma non ne ha certezza (per quanto il dubbio sia di per sé un fattore che ne smentisce la purezza).

Il Grande Seduttore – da questo momento brevemente definito GS – usa molto il condizionale, tempo dell’irrealtà e della posticipazione indefinita (es: per te farei qualunque cosa, ti darei l’impossibile, vorrei renderti felice etc. etc.)

Nei rari casi in cui prometta qualcosa servendosi del tempo indicativo o al massimo futuro si tratta di cose di una tale banalità da poter essere mantenute agevolmente o dimenticate con la stessa nonchalance. Oppure cose che si avvererebbero a prescindere dal suo intervento (es: domani farò sorgere il sole per te)

Il GS ha un potere indiscutibile di manipolazione della realtà. Potrebbe per esempio dirvi che avete un bel seno, anche se dalla seconda media voi smadonnate per quella prima scarsa che negli anni si comporta come un prodotto soggetto a calo di peso fisiologico, tartassato dalla forza di gravità. Ebbene, non soltanto lui lo dirà in modo seduttivo, ma a partire da quel momento voi vivrete, penserete, agirete come una portatrice di terza senza push-up e questo convincimento si protrarrà per molto tempo. Il risveglio da questa persuasione ha sempre in sé qualcosa di traumatico, soprattutto alle soglie dell’estate.

Il GS da piccolo giocava a Monopoli. Era quello capace di scambiare il suo Vicolo Cieco con il Parco della Vittoria senza contrattazione. Vi guardava negli occhi e sussurrava: piccola, il viola sfigura accanto a te. Prendi il rosa, è il colore dei tuoi desideri.

Il GS quando dice piccola vi fa sentire grandissima, quando vi chiama cicciotta vi trasforma nella sorella bella di Naomi.

(continua….)

Entomologia di un amore

gennaio 30, 2005

Ti ho aspettato al varco, con un retino da farfalle. E intanto mi chiedevo come saresti stata vestita, se fossi ancora bella come ti ricordavo, se le parole che mi avevi detto avessero un senso altro.

Sei comparsa mentre ero distratto, a momenti rischiavo di perderti. Ti ho inseguito e ti ho strattonato e mentre ti voltavi a guardarmi sono riuscito a ingabbiarti con il retino.

Pensavo peggio. Sei caduta in trappola facilmente.

La sera, mentre ti cospargevo di cloroformio, ho pensato che l’attesa a volte può essere ripagata.

Ti ho conservato sottovetro, fermandoti con spilli sottili.

Credo che passerò la notte a guardarti, adesso ho tempo.

Pietas

gennaio 28, 2005

L’ultima spiaggia del Grande Seduttore è la pietà, ma è proprio l’estremo tentativo, quando decide di giocare il tutto per tutto senza alcun ritegno. Allora assume pose michelangiolesche, si sistema mugolante a pancia all’aria per implorare un’ultima carezzina. Ma proprio come una statua di Bernini, sotto la pelle si legge una muscolatura contratta e pronta a balzare. Tipo il complesso scultoreo del Ratto di Proserpina, giusto per fare un esempio.

In quei casi meglio tenersi alla larga e da lontano lanciare un ossicino da rosicchiare.

La sentinella

gennaio 28, 2005

Mi hanno detto di restarmene qui appostato, che prima o poi qualcosa accadrà.
Di cosa si tratterà non lo so bene, ma l’uomo che mi ha scelto per questo compito mi ha assicurato che me ne accorgerò. Che non avrò dubbi.
Il suo mestiere è questo: selezionare tipi capaci, esperti, sensibili a ogni fruscio e odore, a ogni spostamento d’aria, a ogni dettaglio inconsueto.
Mi hanno detto di aspettare e avere pazienza, ché la cosa non dovrebbe tardare.
E se invece non dovesse accadere nulla? ho chiesto io.
Ti accorgerai anche di questo, ti abbiamo scelto apposta.
Protezione degli obiettivi strategici. Non occorre aggiungere altro.
Così aspetto. Un giorno, due, una settimana. Poi i giorni iniziano a diventare tutti uguali e scopro di non riuscire più a distinguerli. Non patisco nulla, né caldo, né freddo, né fame. Mi hanno fornito di ogni cosa, ma non devo distrarmi, perché se accadesse e non dovessi essere presente a me stesso sarebbe tutto perduto. Così mi hanno detto.
Ho accettato perché non potevo fare altro. Prendere o lasciare. Ho risposto a un annuncio ed eccomi qui.
In alcuni giorni ci prendo gusto, niente mi distrae dal mio compito. Sento che arriverà, il momento è prossimo. Altre volte mi sento assalito da un sentimento che assomiglia alla noia, da un’insicurezza che affiora e mi fa dubitare delle mie stesse capacità. E’ paura, ma non posso farne parola con nessuno.
Lui mi ha detto di fidarmi, mi hanno scelto apposta, non so fra quanti. Non so nemmeno il perché. Allora mi fido e basta, è ciò che vogliono da me.
Stanotte vedo le stelle in lontananza e soffia un vento freddo. Potrebbe essere novembre, o marzo, o l’inizio di maggio. Da quando sono qui non so più nulla, non sono informato su quanto accade altrove, non mi interessa nemmeno.
Vengono a farmi visita di frequente, mi portano da mangiare e da bere, sono socievoli. Sono. In realtà è uno soltanto, l’uomo che mi ha sottoposto al colloquio. L’uomo dallo sguardo color dell’acqua, color filo spinato.
Io non faccio domande. Tanto se deve accadere, accadrà. Questo lo sappiamo, ormai. Lo sappiamo tutti.
A momenti ho la sensazione di essere prigioniero, ma non riesco bene a rendermi conto di cosa. Sono entrato a far parte delle loro macchina di attesa, dove tutto è in funzione di.
Qualcosa accadrà. Sarò il primo ad accorgermene. D’altronde mi hanno scelto apposta.
Ci sono momenti in cui il tempo sembra non passare mai. Allora escogito dei passatempi che servono ad acuire le mie capacità.
Cerco di affinare i sensi con esercizi mirati. Ogni giorno mi dedico a qualcosa.
Imparo ad osservare le foglie, le nervature. Ne stacco una da un ramo e valuto cosa accade nel tempo. Quanto impiega a seccare, quanto a sbiadire. Faccio la stessa cosa con tutto quello che ho intorno. Osservo la trama della coperta che mi hanno dato. In alcuni punti ci sono degli ispessimenti, come se la lana fosse terminata e avessero iniziato a tessere con una nuova bobina. Non c’è un nodo, no, per un pezzetto i capi sono stati affiancati e i due fili creano un piccolo rigonfiamento in alcuni punti, lo sento anche al tatto.
Osservo le pareti di roccia e la grana, i diversi colori quando incontrano la luce.
Strizzo gli occhi e li riapro all’improvviso, come per abituarmi e disabituarmi a ciò che vedo intorno. Chiudo le palpebre e le schiaccio con i palmi delle mani. Fino a percepire dei bagliori, come piccoli fuochi d’artificio.
Poi li riapro e cerco di capire se è cambiato qualcosa nella mia messa a fuoco e come questo potrà condizionare la mia visione delle cose.
Mi esercito in silenzio, nemmeno di questo parlo. Non so se approverebbero, non mi hanno scelto per fare esperimenti. Non sono stato preso a caso. Ma io devo essere pronto a tutto, perché quando accadrà devo vedere. Voglio sapere, qualunque cosa sia.
Mi sdraio sulla schiena, mi lascio attraversare dai suoni, ad occhi chiusi, fino a che inizio a distinguerli da molto lontano.
In alcuni momenti c’è silenzio assoluto e sento il sangue che mi gorgoglia nelle orecchie, come la risacca di un mare in tempesta. Allora provo a respirare dolcemente, a diminuire il battito cardiaco perché non provochi interferenza.
Dopo qualche tempo credo di essere in grado di riconoscere e prevedere tutto lo spettro sonoro.
Inalo l’aria che mi circonda. Mi muovo con gli occhi chiusi e i mignoli infilati nelle orecchie per orientarmi nello spazio. Avanzo con sicurezza, mi sposto, torno sui miei passi.
Non occorre coraggio per fare tutto questo, è la curiosità a spingermi.
In parte la paura, ma solo in parte.

Poi un giorno mi dicono che abbiamo lavorato bene, che il mio compito è terminato.
Per qualche istante tentenno, non mi sono accorto di nulla. Vorrei fare domande, ma ho paura che sia un tranello, non posso rivelare che non mi sono accorto. Non posso raccontare che non ho visto.
Mi ringraziano. Dicono: lo sapevamo che grazie a lei.
Mi stringono la mano e aggiungono: la sua collaborazione è stata preziosa.

Torno a casa. Qui non è accaduto nulla, o almeno così sembra. Mi sdraio sul letto e chiudo gli occhi. Ascolto i rumori, respiro l’odore delle mie lenzuola. Passo un dito lungo la parete che ho alle spalle e riconosco una crepa nell’intonaco.
Di colpo il tempo passato si condensa in un istante unico. La distanza delinea i contorni e isola i dettagli.
Qualcosa è cambiato anche qui, come cambia il corpo senza la nostra volontà. Come cambia la visione dell’orizzonte dalle diverse alture. Come cambiano i sogni notte dopo notte.
Stanotte proverò a dormire, accada ciò che accada. Non si è sicuri in alcun luogo, questo è certo.
Ho svolto un incarico a termine, è così che funziona in questo mestiere, si sa fin dall’inizio.
Protezione degli obiettivi strategici. Non occorre aggiungere nulla.
Va tutto bene, non potrei dire altro. I sentimenti di una sentinella non fanno parte del suo contratto, l’angoscia è esclusa dal soldo. Ho risposto a un annuncio, cercavano una sentinella.
Questo è tutto.

Avevano una voce lieve. Forse.

gennaio 25, 2005

Pensavo sarebbe stato più difficile. Invece sta andando bene, non mi posso lamentare. La mattina esco di casa poco dopo le otto e riesco ad arrivare a piedi al supermercato, impiegherò sì e no venti minuti, lungo una strada stretta che costeggia villette di recente costruzione. Avranno almeno dieci anni ma a me sembrano nuove di zecca. Con bei giardini curati e altalene per i bambini. Quand’ero ragazza qui era tutta campagna, a volte ci arrivavamo con le nostre biciclette, il vento nei capelli e il cuore a sussulti.

Per le otto e mezza sono già al mio posto, con la divisa azzurrina.

Il supermercato apre alle nove, ma nella mezz’ora precedente ci occupiamo dell’apertura delle casse, di rifornire i cassetti di spiccioli e banconote. E’ un lavoro metodico, dopo un po’ si impara a non commettere nessun errore.

Perché oltre a chi paga in contanti ci sono i clienti che usano solo bancomat e carte di credito e poi quelli che vengono a spendere con i buoni mensa delle aziende o degli uffici. Bisogna fare un po’ di attenzione a non confondere i vari gestori dei servizi e a fine serata controllare che l’importo presente in cassa corrisponda a quello degli scontrini emessi.

In un altro lato del cassetto invece si conservano tutte le ricevute delle transazioni elettroniche.

Di tanto in tanto, negli orari morti, inizio a contare le banconote per non trovarmi a fine turno con un lavoraccio. Faccio dei mazzetti e li lego con un elastico, a gruppi del valore di mille euro, se si tratta di banconote da cento, cinquecento se sono le banconote da cinquanta euro e via a scendere.

Le monete le conteggio a fine serata perché sono quelle che si usano con maggiore facilità e non bastano mai.

Hanno un aspetto carino questi euro. Sono piccoli e colorati. Mi ricordo delle vecchie centomila lire, con quella faccia barbuta e due cerchi rosati. E comunque mi ci sono abituata subito, del resto era da tanto che non maneggiavo grosse cifre.

E’ stata una fortuna trovare questo lavoro, non me lo aspettavo, soprattutto alla mia età.

Ho cinquantadue anni e devo ringraziare mia sorella e suo marito di avermi offerto questa opportunità. All’inizio erano seriamente preoccupati, soprattutto mio cognato, che lavora qui con me e si occupa della gestione acquisti, ma dopo tre mesi vissuti a casa loro alla fine ha stabilito che si poteva fare un piccolo periodo di prova, e così da un mese il lavoro va avanti.

Mia sorella è contenta, di tanto in tanto mi chiede se tutto va bene, sembra preoccupata.

Quando il periodo di prova sarà terminato credo che cercherò un posto in cui vivere da sola, lo stipendio me lo consente.

Alle altre casse lavorano ragazze giovani, qualcuna sta per sposarsi e dopo lascerà il lavoro. Una mi ha chiesto cosa facessi prima. Le ho risposto che lavoravo in un ‘altra città e che sono tornata qui solo da poco. Non dico altro, è l’unica raccomandazione che ho ricevuto dalla mia famiglia. Nessun dettaglio personale, nessuna confidenza, nessun racconto.

Del resto sono passati molti anni e ogni racconto sarebbe un già detto, qualcosa di superfluo. E per fortuna questo lavoro non è che consenta poi chissà quali chiacchiere. Brevi incontri agli spogliatoi quando posiamo le divise e la rendicontazione di fine serata.

L’unica cosa che mi preoccupa sono i conti che non tornano. Volevo parlarne con mio cognato, ma una delle colleghe giovani mi ha dato la dritta uno dei primi giorni, aggiungendo che però lei non sapeva nulla, che non ne avevamo mai parlato.

Perché ci sono giorni in cui per errori dovuti alla disattenzione l’importo incassato è maggiore o minore degli scontrini emessi.

Mi ha spiegato che a fine giornata conviene che non dica nulla e che tenga da parte i soldi in più. Mi serviranno per coprire i buchi dei giorni in cui avrò incassato meno. Nessuno deve saperlo, nessuno deve accorgersene. Con questo sistema i conti tornano quasi sempre ed evitiamo di dover rimettere soldi di tasca nostra a causa della distrazione.

Dopo anni durante i quali mi hanno chiesto di dire tutto adesso non devo dire più nulla.

Ma qui funziona così.

La sera a casa di mia sorella la conversazione è un po’ stentata. Non ci sono altri parenti, mia madre è morta sei anni fa e mio padre è scomparso da tempo. I miei nipoti sono grandi, uno è sposato e l’altra lavora all’estero in una multinazionale. Tornerà a casa per le vacanze natalizie, ma forse per allora sarò già in un altro appartamento.

Mi hanno detto che qui il Natale è terribile, c’è troppa folla e già comincio a pensare ai conti di chiusura. Ma c’è tempo, fino a quel momento sarò diventata esperta.

Uno di questi giorni vorrei andare al cimitero. Non sono mai stata sulla tomba di mia madre e non ho mai portato fiori a mio marito, non so nemmeno dove sia seppellito.

Mio marito è morto diciassette anni fa, ucciso da dodici coltellate che gli hanno reciso la carotide e spaccato il cuore. E’ accaduto in un pomeriggio di inverno, in casa nostra. Non avevamo figli, benché fossimo sposati da quasi otto anni. Non erano mai arrivati e stavamo bene così, forse più in là avremmo pensato a un’adozione o a un animale, un cane che ci tenesse compagnia, ma non ne abbiamo avuto il tempo, è successo tutto così in fretta.

Sì, diciassette anni fa. Sembra ieri, dentro di me non è cambiato nulla.

Mi hanno interrogata a lungo, volevano sapere dov’ero quel pomeriggio. L’ho ripetuto ai carabinieri, al giudice, all’avvocato, allo psicologo, al sacerdote, nel primo e nel secondo grado, l’ho detto a tutti.

Quel pomeriggio, subito dopo pranzo, ero uscita a piedi per una passeggiata quando davanti a me è apparsa una luce abbagliante e due omini con una tuta argentata che mi hanno portata a fare un giro con loro. Sono stata via per un tempo lunghissimo e quando finalmente mi hanno riaccompagnato a casa ho trovato mio marito a terra in una pozza di sangue. Lì per lì non sapevo nemmeno cosa fare, poi ho chiamato di seguito l’ambulanza, mia madre e la polizia.

Il giudice si spazientiva, me lo ricordo benissimo, e anche l’avvocato. Mi disse: signora, se confessa vediamo di accomodarci. Ma cosa potevo confessare? Mi avevano preso gli alieni, mica uno scherzo. Così si sono messi d’accordo per farmi riconoscere l’infermità mentale, ma gli psicologi continuavano a ripetere che a parte la storia del viaggio spaziale ero normale, normalissima, e alla fine mi hanno dato trent’anni, ridotti a diciassette per buona condotta.

Io quel giorno ero preoccupatissima, non sapevo quando i marziani mi avrebbero lasciato andare e mio marito mi aspettava per la cena, ma a loro non avevo il coraggio di dire nulla, così ho lasciato che prendessero tutto il tempo che volevano. Invece quando sono rientrata a casa ho guardato l’orologio e mi sono accorta che quello che a me era sembrato un tempo lunghissimo in realtà era stato giusto un paio d’ore.

L’omicidio è stato compiuto tra le 16.00 e le 17.30. Signora, può dirci lei dov’era?

Signora, può dirci lei dov’era?

Signora, può dirci lei dov’era?

Ve l’ho detto, quel giorno ero uscita dopo pranzo per fare una passeggiata

Una passeggiata dove?

Vicino casa nostra, è una strada alberata e spesso dopo pranzo andavo a camminare un po’, dopo aver rimesso in ordine la cucina.

Usciva spesso da sola?

Sì.

Incontrava qualcuno? Voglio dire: incontrava abitualmente qualcuno?

Sì, incontravo un paio di persone che portavano il cane a spasso.

Intratteneva rapporti con loro?

Rapporti di che genere?

Li conosceva?

No, non li conoscevo, ma dopo tanti anni ci si salutava.

E quel giorno ha incontrato qualcuno?

No, come le ho detto, quel giorno ero appena uscita quando ho visto una luce bianca abbagliante e di fronte a me sono apparsi due omini con una tuta argentata.

E questi omini le parlavano?

Non saprei dirlo, ma credo di sì

E l’hanno invitata a seguirli o l’hanno presa con la forza?

No, con la forza no, è come se li avessi seguiti spontaneamente ma per forza, come se avessi saputo che non era possibile fare in un altro modo.

E dove l’hanno portata?

Non lo so.

Non ricorda?

Sì, ricordo, ma non so spiegarlo.

Ci provi.

Non posso.

Faccia uno sforzo.

Non ci riesco.

E dopo, cos’è successo?

Dopo quando?

Dopo aver passato il pomeriggio con gli alieni, come sostiene.

Non lo so, a un tratto mi sono ritrovata davanti casa e sono entrata.

E la passeggiata?

Mi era passata la voglia e sono rientrata a casa.

Ha suonato o ha aperto con le chiavi?

Le due, ho bussato e contemporaneamente ho aperto con le mie chiavi.

Perché?

Un’abitudine.

E poi?

E poi sono entrata e mio marito era per terra, con la gola tagliata e sangue da tutte le parti.

E lei cos’ha fatto?

Io ho guardato l’orologio in cucina e poi ho chiamato un’ambulanza.

Che ora era?

Le 18.00, credo.

Lei ha chiamato l’ambulanza alle 18.15, cos’aveva fatto fino a quel momento?

Ho cercato di sollevare mio marito per sentire se respirava ancora.

Signora, nel suo racconto ci sono dei punti che non tornano.

Questa conversazione mi rimbalza nelle orecchie e nel cervello. Non c’era nient’altro da dire, ogni volta si aggiungevano nuovi particolari, ma non facevano la differenza. Alla fine hanno deciso che l’avevo ucciso io.

Quella sera avrei cucinato arrosto con patate e tra un boccone e l’altro avrei raccontato a mio marito del mio viaggio sull’astronave. Lui mi avrebbe ascoltato, amava sentirmi parlare. E’ una vita che cerco di raccontare questa storia, ma pare che non interessi a nessuno. Sono cose che non capisco. E non amo essere assecondata, è l’unica cosa che mi fa realmente uscire fuori dai gangheri. Continuino pure a pensare che sono stata io, uno di questi giorni vedranno anche loro l’astronave. Allora forse verranno a chiedermi scusa. Ma io dirò che sono impegnata alla cassa e farò finta di non sentirli.

Galateo d'altri tempi

gennaio 25, 2005

Ancora mi dirai che hai qualcosa da spiegarmi e la tua voce si farà più bassa e lo sguardo mi si appoggerà addosso.

Ti lascerò parlare senza ascoltare, ti sorriderò. Non ti interromperò, te lo assicuro. Potrai dire di tutto, lascerò fare.

Ancora mi dirai che hai una promessa per me. La riporrò in un cassetto, con le altre.

C’è chi regala gioielli, chi offre parole, qualcun altro niente.

Come in un galateo d’altri tempi alla parola fine ti renderò tutto. Le collane di parole e le promesse intatte.

Mi terrò il niente. Lasciamelo per ricordo.

Il Grande Seduttore, seconda

gennaio 25, 2005

Il Grande Seduttore sembra essersi acquietato. Ma il suo è un fuoco sotto la cenere. Il Grande Seduttore non molla mai, non si arrende, non viene sconfitto da nulla.

Gli piace restare perennemente in bilico tra la porta che si è appena chiuso alle spalle e quella che si spalancherà di fronte con un solo cenno del suo desiderio. E’ un grande esperto del pianerottolo, dell’anticamera sentimentale. Poi d’improvviso lo vedi che dribbla e sbaraglia tutti. Fallo di mano, ma l’arbitro era distratto.

Gare du Nord, un jeudi quelconque

gennaio 23, 2005

Il treno è affollato di viaggiatori. Qualcuno ha spinto per guadagnare un posto a sedere, sono i viaggiatori delle lunghe percorrenze. Altri si sono accontentati di rannicchiarsi sulle enormi valige consunte e sporche. Qualche bambino si lagna, la donna siede come se fosse altrove. Ha in mano il suo taccuino e la penna lascia una scia di inchiostro, come bava di lumaca scintillante.

La stazione era gremita, il mondo gremito fuori dalla stazione. Se uno si concentra può sentirne in lontananza le voci.

         Philippe, ti prego, non lasciarmi

Grida la voce della donna tra le lacrime. Philippe tace, stretto nelle spalle, ma sul volto una linea profonda lo tradisce e la mascella si muove convulsa, sotto l’effetto della rabbia.

         Non lasciarmi, Philippe, non per quella sgualdrina.

E la mano di Philippe si alza per colpire la donna in  viso.Su uno scoglio, molto più in là, un uomo muove i passi titubanti che lo condurranno al suo ultimo tuffo. Ha un masso legato al collo e non sa nuotare. Sembra che abbiano scoperto come truffava lo Stato, ma adesso ha vergogna e vuole farle finita. Si sente l’odore del mare e lo sciabordìo dell’acqua sotto gli scogli anneriti.

Poco più lontano una puttana rumena riceve il suo ultimo cliente. E’ stanca e vuole solo andare a casa a lavarsi e dormire. La chiamano casa, ma è solo un cumulo di materassi sudici, con i vestiti piegati in un angolo e un bagno che non viene pulito mai. Ma il cliente ha pagato ed è già dentro di lei. Non accenna a finire.

Una donna sta per partorire, si sente il lamento. La testa del bambino preme verso l’uscita  e occorre solo un’ultima spinta.

Un giocatore di poker sta per accettare il rilancio. Sta bluffando, non può farne a meno, è pieno di debiti.

La donna scrive, con la schiena piegata. Ha una grafia minuscola e perfetta.

All’arrivo ci sarà il suo amante ad aspettarla, proprio dove comincia il binario. Lei lo sa, ne è sicura, anche se tra loro ormai non c’è  più nulla. Il treno viaggia verso nord.

Ha attraversato paludi ferite dai binari, frutteti e campagne, si è infilato lungo una pianura nebbiosa simile a un lungo tunnel. Dai finestrini aperti entra odore di nord, odore di frutta, odore di attesa, odore di niente.

La donna si distrae per un momento dal suo taccuino e solleva la testa. Immagina la vista del suo amante ad attenderla al binario, a quest’ora del pomeriggio. Il suo amante ha impegni, capelli, una cravatta, uno sguardo da amante, un sorriso da amante. Le infilerà la mano tra il bavero e la sciarpa.

O forse no. La donna adesso non è più sicura che lui l’aspetti al binario, in  fondo non è più il suo amante. Forse è l’amante di un’altra, che in questo momento viaggia su un altro treno appena arrivato.

E’ colpa mia, si dice. E’ solo colpa mia. Avrei dovuto fermare il tempo.

Ma il tempo non si ferma.

E all’improvviso, saranno le 15.37, accade qualcosa.

La mano di Philippe, pronta a posarsi sul viso della donna, si ferma a mezz’aria, e la lacrima che stava rotolando tra il naso e la bocca di lei rimane sospesa, tonda, con un riflesso lucente.

Sullo scoglio il mare non batte più. Alcune goccioline salmastre creano un gioco di luci. L’uomo col masso al collo rimane bloccato nell’atto di saltare.

Il cliente della puttana rumena ha il viso contratto. Qualcosa lo ha bloccato sul più bello. La puttana voleva dormire, ma adesso non è più necessario.

La testa del bambino spinge, il ginecologo aveva posato la mano sull’addome. E’ tutto fermo.

La bava ha smesso di colare dalla penna della donna per rapprendersi sul taccuino.

Il giocatore non ha il tempo di rilanciare, ma sul suo viso si è già formata un’ombra.

Il tempo si è fermato, alle 15.37 di un giovedì qualunque.

Una sosta tecnica, un incidente sul binario, un’improvviso calo di tensione. Non lo sappiamo, fatto sta che la corsa del tempo è sospesa.

Ore 15.37.

Di un giovedì qualunque.

Stazionario.

All’improvviso il tempo si rimette in marcia. La mano di Philippe schiaffeggia la donna che gli cade ai ginocchi e piange disperata, l’uomo sullo scoglio si tuffa senza voltarsi indietro e mentre cade pensa a sua figlia ammalata e ai soldi che occorreranno per curarla. Da qualche parte un urlo e un pianto: è nato, è nato. La madre sorride sfinita, il neonato è rosso sangue e grida.

All’improvviso un fiotto riempie le cavità della puttana rumena. E’ libera, può andare a casa. Il cliente le afferra i capelli e le sussurra qualcosa all’orecchio, lei si allontana disgustata.

Vedo.

Full.

Jack.

Donne.

Ha perso, ha perso anche questa volta. I debiti di gioco sono sacri, lo sa.

Il tempo si è fermato, tutti hanno avuto la loro opportunità

Il treno sta per entrare in stazione. La donna richiude il taccuino e lo infila in borsa. Con la mano si liscia i capelli e le pieghe della gonna, raccoglie l’impermeabile e scende.

Ad attenderla al binario non c’è nessuno. Nel tempo che si è fermato lei ha dimenticato che forse ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarla. Nel tempo sospeso può accadere di tutto, anche di sentire come una piccola voce che le sussurra: ti prego, dammi tempo, dammi solo un altro po’ di tempo…

L’altoparlante della stazione annuncia i treni in partenza. I viaggiatori sono pregati di munirsi del titolo di viaggio.

Il titolo di viaggio.

La donna prende il taccuino e scrive qualcosa. Il titolo.

Poi risale sul primo treno in partenza. Quando il tempo si è fermato deve essere morto qualcuno. Ma non riesce a ricordare chi sia.