Archive for febbraio 2005

febbraio 28, 2005

 

Bussano alla porta della mia stanza d’albergo. Saranno le ventidue e trenta.

In ogni caso io ero già a letto, con tanto di pigiama e libro tra le mani. D’istinto penso che si tratti del servizio notturno e schizzo in piedi, mi avvicino alla porta e chiedo: Qui c’est?

“C’est l’amour” è la laconica risposta e allora apro la porta per trovarmi di fronte una bellezza provocante e volgare, inguainata in una minigonna mozzafiato che non ammette distrazioni.

Mi specchio nel suo stupore e scoppiamo a ridere entrambe.

“Non, merci – le rispondo – vous vous êtes trompée de porte”, no, grazie, questa non è la porta giusta.

Richiudo e dopo pochi secondi sento bussare alla porta del mio vicino, un egiziano grasso e laido che qualche giorno fa ha cercato di abbordarmi in piscina, con l’arroganza  di chi è abituato a non incontrare rifiuti che non possano essere scavalcati dal petrodollaro.

La porta si apre e si richiude istantaneamente, senza scambio verbale.

Sbircio dalla mia porta, lievemente socchiusa…l’amour non è più là. E’ entrata.

Questa volta non c’è bisogno nemmeno dei petrodollari, basta anche il franco CFA, per quanto svalutato possa essere.

E ricomincia il ciclo malsano dell’AIDS, che in questo Paese non da scampo: l’80% della popolazione è malata. Per alcuni la malattia è in pieno sviluppo, per altri è una sieropositività che non perdona e che massimo in due anni sboccerà come un fiore nel corpo di questi dannati.

Nei quartieri di periferia una prostituta cosata 100 CFA, l’equivalente di 330 lire, lo stesso prezzo di una scatola di preservativi per africani, marca Prudence.

Preservativi per africani vuol dire che costano un quinto di quelli per bianchi e sono molto più resistenti. Una guaina che condanna all’insensibilità assoluta. Poco lubrificati perché a loro piace così. Piace che sanguini, che il contatto faccia male. Economici, e tuttavia costosi quanto una donna.

Non li acquista nessuno, benché il governo continui a passare in televisione spot di informazione contro il male.

Sono messaggi ingenui e imperfetti, che non arrivano a destinazione.

Si vede un bell’uomo di colore, al volante di un a Mercedes, che si ferma e raccatta una donna per la strada e la porta in un albergo a cinque stelle, un po’ come questo in cui vivo io.

E poi, attraverso immagini di una pudicizia spietata, inadatta a questo continente sbrindellato, diventano tutti viola…c’est le SIDA qui vous attrape.

Ma la popolazione non capisce, non può capire. Lo standard dell’informazione è troppo elevato, nessuno si identifica con il bel peul alla guida o con l’albergo di lusso.

Così l’AIDS diventa una malattia da ricchi, mentre il disastro si consuma nei villaggi, nei quartieri di periferia, nelle capanne prive di servizi igienici e di elettricità. E, naturalmente, di televisione.

Dappertutto, lungo la strada che porta al mare, enormi cartelloni continuano la pubblicità: dappertutto, a caratteri cubitali, vedi scritto PRUDENCE, e ti chiedi se non si riferisca piuttosto alla velocità di guida o al rispetto dei pedoni.

febbraio 28, 2005

 

Ho ritrovato una lettera che avevo scritto durante l’estate. Piegata nelle pagine di un libro.

Non lo facevo da tempo. Ora che non si scrivono più nemmeno le cartoline e il mondo viaggia alla velocità senza fili.

L’avevo scritta su un foglio quadrettato strappato da un vecchio block notes che odorava di muffa. L’odore delle case salmastre abitate troppo poco. Con una bic che dispensava inchiostro senza alcuna generosità.

Poi però non l’ho mai spedita.

Le lettere che non si inviano ci fanno da specchio, riflettono le cose che pensiamo ma ci fa paura riconoscere. L’ho riletta fino a impararla a memoria e poi l’ho strappata.

Se mi capiterà la reciterò, come una preghiera, davanti a una scogliera a picco.

(con il passare del tempo)

febbraio 27, 2005

Con il passare del tempo imparai a dimenticare le sue parole-occhi, la grandezza dei suoi aggettivi-labbra, la chiarezza delle sue mani-sostantivi. Con il passare del tempo passò il tempo sui miei passi, e pian piano mi colmai di cose dimenticate che pian piano mi dimenticarono.

La città della quale ho parlato non esiste più, né le strade, né il negozio delle mute, né le cravatte larghe come remi, né le palme nane, né l’atmosfera proustiana senza decadenza.

Tutto è scomparso. La musica, la sala da ballo, il cane chino accanto al grammofono.

Tutto si è perso, l’ho perso. E’ sparito da tempo il gonfiore all’occhio, ma resta il livido nell’anima e manca qualcosa, Mabel, manca qualcosa, ecco perché uno va camminando nella vita come un insetto zoppo, come una lucertola senza coda o qualcosa del genere.

Luis Sepùlveda, Incontro d’amore in un paese di guerra

febbraio 25, 2005

 

La bambina entrò nella stanza del mago, accompagnata dalla sua mamma.
Era piccola e magra e due occhioni grigioverdi sperduti in mezzo alla faccia.
Il mago le sorrise e chiese alla donna: “E allora, signora, qual è il problema?”
“Non mangia”, sussurrò lei, con una voce che rasentava la disperazione e colorata a tratti di rabbia.
E il mago sorrise alla bambina: “Perché non mangi, piccina?”
“Perché non mi piace mangiare, perché non voglio mangiare. E basta”, e di sottecchi guardava i giocattoli nella stanza e i poster alle pareti e i cartelli pieni di lettere colorate.
“Ci sarà qualcosa che ti piace mangiare, una soltanto?
“Sì – intervenne la mamma – una c’è”
Il mago la guardò e la invitò a tacere, e di nuovo si rivolse alla bambina.
“E allora, cosa ti piace mangiare?”
“L’uovo fritto nel tegamino, con il pane dentro. E anche tutte le cose bianche” e gli occhi si allargarono in un sorriso.
“E hai anche un vestito preferito, che vorresti indossare sempre?”
“Sì – rispose la bambina – è quello rosa con le maniche a palloncino e la gonna larga”
“Facciamo così – disse il mago – adesso torni a casa e indossi il tuo vestito, lo indossi tutti i giorni, anche se è sporco, anche se si strappa, non importa. Lo tieni su anche per dormire. E tutti i giorni mangi un uovo fritto al tegamino e tutte le cose bianche. E nient’altro”
La mamma sgranò gli occhi e la attraversò il pensiero che forse avesse sbagliato dottore.
“Poi un giorno – continuò il mago – quando proprio non ne puoi più del tuo vestitino, deciderai di indossarne un altro, ma quel giorno dovrai mangiare qualcosa di nuovo. E così via: ogni volta che decidi di cambiare vestito prendi qualcosa di diverso da mangiare”
“E’ tutto, signora”, disse il mago e preparò la ricevuta.
Tornarono dopo tre mesi. La bambina aveva preso qualche chilo. Nella faccia oltre agli occhi c’erano adesso due guance paffute. La mamma invece era stanca e forse anche più arrabbiata della volta precedente. Solo un pochino più triste.
“Va tutto bene”, disse al dottore, ma si capiva dalla voce che qualcosa era rimasto in sospeso, un conto non saldato, come se le avessero rubato un oggetto e non riuscisse a rendersi bene conto di cosa fosse

febbraio 25, 2005

 

Allora, mi ha scritto Pierrick.

Premessa: Pierrick è un giornalista francese, molto simpatico, molto carino, molto intelligente, molto tutto, con cui due o tre anni fa ho passato una delle settimane più divertenti della mia vita.

Lui si occupa di filiere agroalimentari e fa il giro del mondo. Nel tempo libero scatta foto a destra e a manca e pubblica libri bellissimi sui bar del mondo.

Così durante quella settimana ce ne andammo in giro per caseifici, allevamenti e aziende vinicole.

Un po’ come Sideways, sbevazzando l’impossibile, partecipando a tutte le degustazioni e ridendo come matti.

Per un momento pensammo anche di piacerci.

Ma più che dircelo, non accadde nulla.

Cioè lui infilò a bruciapelo la sua mano nei miei capelli, ma poi ché ero in mode “professional”, ne ricavò uno sguardo al fulmicotone e io non ebbi la prontezza di switchare per tempo ed entrare in mode “dopolavoro dei degustatori”.

Fine della premessa.

Allora Pierrick mi scrive: nel ricordo della meravigliosa settimana trascorsa insieme e della tua inarrestabile pazienza nel farmi da autista-interprete-accompagnatrice-organizzatrice, ti mando un file.

E’ la mia ultima intervista, è tutto ciò che ho appreso da te e per cui non ti dimenticherò mai.

Titolo del file: la magia della bufala campana.

Pierrick, vafancu’

febbraio 25, 2005

Mia nonna Vincenza  è morta  tre anni fa, di ictus, nella notte tra il martedì grasso e il mercoledì delle ceneri, a 80 anni. Per uno strano e bellissimo caso quella sera eravamo tutti a casa sua, figli, nipoti e pronipoti, incluso il ramo piemontizzato della famiglia. Una bellissima serata, eravamo in 29. Mancava solo mia sorella.

La nonna non usciva mai di casa. L’anno del terremoto in Irpinia, 1980, si era trasferita da Napoli a Caserta e da allora non era mai più uscita di casa, nemmeno per i  matrimoni dei nipoti. E mangiava solo cose salutari. Non fumava e non beveva. Ma a dispetto di uno stile di vita così pacato  aveva un senso dell’umorismo innato ed estremamente graffiante che non tutti coglievano e qualcuno scambiava per rincoglionimento.

Per tutta la vita l’abbiamo conosciuta come una donna che amava preservarsi,  che non voleva sprecare energie. Una che non ha mai esagerato. Addirittura al di sotto della soglia minima di azione e pensiero. I figli la ricordano con affetto e con rabbia, a causa della sua inerzia fisica ed emotiva. Donna tutta casa e chiesa, e basta. E da quando smise di uscire veniva il prete a domicilio a confessarla e comunicarla.

Io ero la nipote più grande e un anno prima che morisse ho raccolto le sue confidenze, strabuzzando gli occhi. Ricordi che partivano dalla fine degli anni Venti. La nonna si era sposata tardi per i suoi tempi, dopo i trenta anni, con un uomo più grande di lei di quindici anni. Da lui aveva avuto sette figli, di cui il primo nato morto e l’ultimo a quarantasette anni. Era rimasta vedova a cinquantacinque. Ufficialmente lo aveva sempre amato e la sua perdita era stata inconsolabile.

Oltre la versione edulcorata e ufficiale dei fatti ho conosciuto una nonna trasgressiva e carica di passione. Per alcuni racconti, talmente minuziosi e dettagliati, sono arrossita. Guardava il mio turbamento e diceva: e che vuoi fa’, il nonno era vecchio…

E gli americani erano belli….

E pure quel disertore che tenemmo nascosto in cantina per due mesi…

E  mia figlia Nunzia ce l’ha con me e mi detesta ma faccio finta di nulla, poi vedi la faccia quando legge il testamento…

E la tua vecchia prozia Serafina era una donna odiosa, ma le ho rubato per tutta la vita i soldi dal cassetto, anche quelli della pensione, e suo marito era impotente….

E mio marito non capiva niente di niente e l’ho dovuto sopportare per venticinque anni…

E non volevo mica sette figli, ma mi piaceva fare l’amore….

E ho pregato per tutta la vita e sono andata in chiesa, ma ‘stu fetente e ‘ddio secondo me non esiste…

Ultimamente, in una megaconvention di famiglia si è parlato di lei. Sempre le stesse parole, sempre la stessa immagine riproposta, questa donna a cui tutto era indifferente, spenta negli slanci, incapace di vivere e reagire

Ho dovuto difenderne la memoria, mi sembrava giusto. Mi hanno dato della letteraria e raccontapalle. Mia sorella e mio cugino sono scoppiati a ridere e hanno aggiunto altri dettagli.

Noi giovani abbiamo avuto diritto a conoscere, la nonna era sicura che avremmo capito senza giudicare. Gli altri ci hanno guardati perplessi e increduli. E quello della nonna è diventato adesso un argomento tabu.

febbraio 24, 2005

 

Sono notti che resto a guardare il soffitto, gli arabeschi di ombre che si trasformano ogni volta che un’auto attraversa la notte. Poi da un certo momento più nulla, solo lo sferragliare dei treni merci. Ce n’è uno alle tre e diciassette, va verso la Germania. Poco prima passa quello per Genova. Mi tengono compagnia, tagliano i pensieri con rette parallele.

Quelle che non si incontrano mai, nemmeno all’infinito.

febbraio 23, 2005

 

Siedono, adesso. E guardano.

Guardano in lontananza, come se tutto fosse molto al di là dei loro sguardi, come se ci fosse qualcosa oltre il mare che gli altri non riescono a intravedere. Qualcosa a venire che forse tarderà, ma di cui è atteso anche il ritardo.

Non parlano, ma se parlassero la risacca coprirebbe le loro voci e finirebbero per ammutolire di nuovo, annichiliti dalla paura di esprimere e non capirsi.

Il giorno prima la loro attenzione era stata magnetizzata dal fumo di un incendio lontano, che si era via via schiarito fino a confondersi con il cielo.

Forse pensano ancora a questo, guardando oltre il mare cose che nessuno riesce a vedere.

E pensano. Forse. In silenzio, senza distrarre lo sguardo, per quel tanto che è possibile.

Solo a tratti, come distolta da un rumore, lei si volge a lui per brevi istanti punteggiati di attesa, e lo guarda, ripercorre in un unico sguardo i suoi lineamenti, come a volerli fissare per sempre nella memoria.

Poi ritorna a guardare il mare.

Sto per partire, gli dice a un tratto, sorprendendolo senza preavviso. Partirò per il luogo più lontano che esista e resterò via molto tempo. 

Lui le chiede cosa sia a spingerla verso quei luoghi. Se non siano piuttosto i santuari della sua immaginazione ad attrarla con immagini velate e al tempo stesso avvincenti. Le chiede cosa si aspetti di trovare laggiù.

Niente. Gli risponde niente. Ci sarà il mare anche lì, si siederà e guarderà il mare. E la fascia più scura alla linea dell’orizzonte.

Lui tace.

Non ama partire, lui. Riesce ad andare solo quando sa di poter ritornare, quando svanisce ogni prospettiva di perdersi e tutto ridiventa quotidiano.

Lui non riesce a guardare il mare più di quanto lei faccia. O semplicemente come lei fa.

Partirò nel giro di pochi giorni, gli dice. Soffrirò a non trovare nessuno all’aeroporto ad aspettarmi. Poi ci farò l’abitudine, come a tutte le cose, fino a credere di aver guardato il mare sempre da quella angolazione e a non ricordare le notti trascorse altrove. 

Lui è lacerato dall’ansia di voler trattenerla, dall’ansia di vederla partire, dall’ansia di voler partire con lei, dall’ansia di non saper restare, dall’ansia di non saper tornare indietro, dall’ansia di ricordare com’era il mare altrove, dall’ansia di dimenticare tutto prima del previsto. Dall’ansia che è la somma, la risultante di tutte queste piccole ansie che lo lacerano.

Allora le chiede se davvero è così necessario.

Sì, risponde lei, distraendo per un attimo lo sguardo dalla linea stagliata davanti ai suoi occhi.

Così lui prova a ripercorrere i momenti appena trascorsi e a cercare di leggere ciò che prima non aveva notato, i dettagli sfuggiti da cui poter estrarre la mappa del percorso che lei si prefigge.

Scava accuratamente nella memoria fino a trovare un paesaggio di dune sabbiose, che avevano a lungo rincorso in moto.

Il sole era accecante, riflesso dall’acqua e dalle rocce. Il vento spingeva la sabbia ovunque e le onde perdevano ogni logica.

Si erano seduti come adesso, sulla rena vulcanica, davanti a un capanno di palma.

Lui ricostruisce il ricordo per brevi frammenti recuperati a fatica e la rivede nella sua bellezza, il profilo muto e i capelli in un’agitazione senza tregua, in una sorta di disordine trascinante e voluttuoso che in quei momenti non aveva rimarcato.

L’aveva guardata come si guarda un oggetto o qualcosa di infinitamente noto.

Senza sorpresa e senza turbamento. Senza il minimo accenno di commozione.

Forse non c’era altro. Più nulla da scoprire. Più niente da decifrare.

Lui adesso avverte una paura strana.

Di non farcela, di vederla andare via senza riuscire a fermarla, senza nemmeno tentare di persuaderla, per timore che lei rifiuti.

O per timore che accetti, che in fondo è la stessa cosa.

Prova la pena di non saperla amare e di non trovare i mezzi per impararlo.

Lei vuole andare e lui non ha scelta: dovrà riempire questo vuoto, colmarlo fino ad essere pieno di lei e desiderarne ancora, mettersi in condizione di non riuscire a sopravvivere senza.

Oppure lasciarlo ampliarsi a dismisura, fino ad esserne inghiottito e scomparire.

Come se qualcuno gli avesse seminato dentro, in un tempo che non ricorda, il germe della distruzione, il seme della disfatta che ormai lo abita in ogni espressione di sé.

Non posso più restare, dice la voce di donna. Non posso sopportare la tua pena, i tuoi incubi. Voglio finire ai margini, pur di non pensare che sia tu a lasciarmi sola.

Intanto la furia del mare cresce.

Lui adesso pensa a una casa. E’ la  casa in cui  non la seguirà mai, per timore che la porta non lo lasci più uscire, che si serrino le finestre intorno alla sua libertà.

Per timore che le mura gli succhino l’aria. Che al mattino, ritrovando questo corpo di donna,  resti definitivamente avvinghiato, invischiato nelle trame delle sue stesse voglie.

La notte precedente aveva sognato una nave, incastrata tra le case di pescatori. Si era svegliato con uno sapore di sale e metallo in bocca.

Si gira a scrutare il suo profilo, i capelli in disordine.

Gli sembra che tutto questo sia incredibilmente grottesco.

febbraio 23, 2005

 

Te ne stavi lì, con l’aria bastonata e afflitta, come se fossi all’improvviso rimasto solo al mondo.

Intorno c’era il fragore dei fuochi di capodanno e i brindisi della festa, baci e abbracci, visi da sfiorare, mani da stringere e trattenere per un istante.

E tu sedevi senza nemmeno una parola, come se ti avessero condannato a morte, o a rivivere quel momento infinite volte fino a non poterne più.

Così quando mi sono avvicinata per gli auguri non ho potuto far finta di nulla e ho chiesto, come una che non sappia.

– E’ partita per Limoges, mi hai risposto col tono della disperazione, come se l’universo fosse imploso in quello stesso istante.

– E vabbè, tanto torna fra due mesi.

– Eh..due mesi, due mesi…e poi magari trova un altro, e poi magari ci ripensa, e poi magari si distrae, e poi magari….

Poi magari dopo un mese e mezzo esci con mia cugina e di Limoges ti sei bello e che scordato. E ci hai pure rovinato il capodanno, razza di idiota. E ti abbiamo anche creduto, tutti quanti, preoccupati dal tuo stato d’animo e di salute. Che quando lei è tornata da Limoges ci è toccato pure consolarla e convincerla che eri stato di un male, ma di un male…, perché tu sei il nostro vecchio amico, quello per il quale si parteggia sempre e comunque.

Ma come fate a essere tutti così mostruosamente uguali?

febbraio 23, 2005

 

Conto i lividi. Li tocco per sapere quanto sono duri, per riuscire a sentirmi.

Un po’ alla volta il dolore passa. Accade contro la mia volontà. Prego che duri il più a lungo possibile, mi serve per imparare. Perché quando saranno sbiaditi dimenticherò di nuovo. Tutto tornerà uguale a prima.

L’odio devasta e poi si dissimula. Le cicatrici sull’anima non riesco a vederle, i lividi sì.

Una volta dentro, il male non chiede più di essere riconosciuto. E’ indistruttibile.

Quella bambina attaccata al vetro dell’auto e il terrore dipinto sul volto mentre assiste impotente e intanto grida, grida. Ma io non la sento, sono in un posto in cui il dolore non esiste.

E’ l’unico modo per sopravvivere.

Non  sento nulla,  resto immobile finché tutto finisce. Il rumore sordo degli schiaffi è lontano, non mi riguarda. Mi trasformo in una statua.

Me ne accorgo solo dopo, guardando le chiazze violacee che sbiadiscono nel corso dei giorni. Quel grido e un volto segnato. Dietro scorrono in sovrimpressione altri volti, tutti con la stessa espressione.

Il terrore rende uguali tutte le facce.

Adesso tocca a me, io ce la farò, ti prometto che io ce la farò. Romperò il  vetro e ti salverò.

Il livido sullo zigomo mi dà forza, il dolore mi ricorda che sono ancora viva.

E poi dimentico. La memoria è una stanza vuota, dove il male conosce tutti i nostri segreti.

Non so estirparlo, non so più riconoscerlo. Il male ha la strada tracciata e  non ho riparo. Mi schiaccia

Sono di nuovo in mezzo al nulla e il dolore mi passa addosso come pioggia. Tra poco finisce, lo so. Resteranno le impronte.

Non sento niente, dalle mie labbra non una parola, non un grido. La bambina dietro i vetri continua a urlare, il suo sguardo mi lacera. Chi sei?  Ti ho dimenticato.

Aiutami a ricordare, insegnami ad aver paura. Poi mi occuperò di te, oltre il vetro che ci separa.