Archive for marzo 2005

marzo 31, 2005

La giornata qui è quasi terminata. Una di quelle infinite, che squilla il telefono ogni due per tre.

E il capo che chiama. Chiama in  continuazione. E dice scrivi questo e scrivi quello.

Poi corregge le virgole, l’unica cosa su cui riesce a esercitare un minimo di potere.

Gli ho chiesto spazientita: ma le correggi perché vanno male o per ricordarmi che sei il capo?

Mi ha risposto: la seconda che hai detto.

Impossibile da contestare.

Detesto che le cose facilmente risolvibili al telefono si debbano trasformare in incontri e appuntamenti estorti. Idiota di un agente pubblicitario, ma se la tariffa del tuo annuncio è di 8.000 euro per quarto di pagina e io ti dico che ne ho solo 4.000, che pensi di fare venendo qui da me domattina alle 9?

Che operi la moltiplicazione degli euri?

Che sballi il budget per i tuoi occhioni belli?

Che ti paghi 4.000 euri in contanti e il resto in natura?

O forse è primavera e anche tu – agente pubblicitario – vuoi uscire dall’ufficio e andartene un po’ a spasso nel vento della città. Qualunque scusa è buona.

Sono così stanca.

Mi piacerebbe che arrivasse qualcuno e mi dicesse: preparati, che stiamo per passare una settimana da dio.

Bisogna prendere i biglietti e prenotare.

Già fatto.

Preparare i bagagli.

Già fatto.

Non ho il passaporto per la bambina.

Sistemato anche questo.

Devo negoziare con il padre.

E’ assolutamente d’accordo, ci ho parlato io.

Innaffiare le piante.

Ho montato l’irrigatore automatico.

Stilare una cinquantina di contratti, organizzare una fiera e due convegni.

Lo farà Elena, me l’ha assicurato.

Mmmmhhh…la ceretta.

L’hai fatta qualche post fa, “a prescindere”.

Vero.

 

Ma questa non è una settimana da dio, questa è una settimana CON Dio.

Dove devo firmare?

Annunci

marzo 31, 2005

La giornata qui è quasi terminata. Una di quelle infinite, che squilla il telefono ogni due per tre.

E il capo che chiama. Chiama in  continuazione. E dice scrivi questo e scrivi quello.

Poi corregge le virgole, l’unica cosa su cui riesce a esercitare un minimo di potere.

Gli ho chiesto spazientita: ma le correggi perché vanno male o per ricordarmi che sei il capo?

Mi ha risposto: la seconda che hai detto.

Impossibile da contestare.

Detesto che le cose facilmente risolvibili al telefono si debbano trasformare in incontri e appuntamenti estorti. Idiota di un agente pubblicitario, ma se la tariffa del tuo annuncio è di 8.000 euro per quarto di pagina e io ti dico che ne ho solo 4.000, che pensi di fare venendo qui da me domattina alle 9?

Che operi la moltiplicazione degli euri?

Che sballi il budget per i tuoi occhioni belli?

Che ti paghi 4.000 euri in contanti e il resto in natura?

O forse è primavera e anche tu – agente pubblicitario – vuoi uscire dall’ufficio e andartene un po’ a spasso nel vento della città. Qualunque scusa è buona.

Sono così stanca.

Mi piacerebbe che arrivasse qualcuno e mi dicesse: preparati, che stiamo per passare una settimana da dio.

Bisogna prendere i biglietti e prenotare.

Già fatto.

Preparare i bagagli.

Già fatto.

Non ho il passaporto per la bambina.

Sistemato anche questo.

Devo negoziare con il padre.

E’ assolutamente d’accordo, ci ho parlato io.

Innaffiare le piante.

Ho montato l’irrigatore automatico.

Stilare una cinquantina di contratti, organizzare una fiera e due convegni.

Lo farà Elena, me l’ha assicurato.

Mmmmhhh…la ceretta.

L’hai fatta qualche post fa, “a prescindere”.

Vero.

 

Ma questa non è una settimana da dio, questa è una settimana CON Dio.

Dove devo firmare?

marzo 30, 2005

Tienes la misma edad que yo tenía
cuando empecé a soñar en encontrarte.
Entonces no sabía, igual que tú
no has aprendido aún, que llega el día
en que el amor es esta arma cargada
de soledad y de melancolía
que está apuntándote desde mis ojos

Joan Margarit, La muchacha del semàforo

marzo 30, 2005

Per un certo momento della sua vita la mia amica Laura si ritrovò a stare con un tipo che si chiamava Lino. Che non era cattivo, tutt’altro, ma in sua compagnia dovevamo limitare il frasario a pochi ed essenziali vocaboli, che come sgarravamo con parole tipo “delibera” o “anagramma” o “dislessico”, subito ci diceva: ahò, ma parlate come magnate.

L’altra contingenza è che io amo i pappagalli. Non quelli vivi, ma le loro riproduzioni. Ho la casa infestata da pappagallini di ogni materiale. Pietra, paglia, legno, calzascarpe, cannucce da bibita, magneti da frigo, orecchini, collane, tende, asicugamani. Ognuno ha le sue manie, non è il caso di ricordarlo ogni volta.

Così  successe che una sera di tanti anni fa Lino ci chiamò improvvisamente, saranno state le nove, per dirci che di lì a mezz’ora sarebbe passato per portarci a una festa a tema. Genere tropici e caribe.

Laura tirò fuori dall’armadio pareo, infradito e collanine. Io invece non avevo nulla e per di più detesto i parei.

Così mi ricordai di un abitino elasticizzato, fucsia, con le bretelline, atto allo scopo.

Mi legai i capelli in uno chignon e ci infilai quei cosini per girare i cocktail, con annesso pappagallino in punta. Poi orecchini e collane rigorosamente pappagallati. E per terminare, con un improvviso colpo di genio, presi tutti i magneti dal frigo e me li sistemai sul vestito. Il colpo di genio era nella soluzione che avevo elaborato per tenerli attaccati: una serie di monete da 200 lire posizionate dall’interno in corrispondenza di ogni magnete.

Il risultato era meraviglioso, se non fosse che non avevo tenuto conto dell’”effetto movimento”.

Allora partimmo per questa festa, in un locale di Roma accanto alla fontana di Trevi, ricavato in una vecchia chiesa sconsacrata.

Io, Laura e Lino. E lì il caso volle che ci imbattessimo in un amico di Lino, che aveva un nome tipo er secco, er patata..non mi ricordo più…insomma er quarcosa.

Vabbè. Cominciamo a ballare e le monetine cominciano a scendere, mentre io le rincorro per tutta la pista e cerco di risistemarle ogni volta, con la manina che sale e scende sotto il vestitino, cercando di non dare nell’occhio, con tanta gente chi vuoi che se accorga.

Deve essere stato questo, ora che ci penso, perché a un certo punto er quarcosa disse che era troppo fico e che ci voleva offrire un cocktail. Una roba terribile, che si faceva flambé e se non stavi attenta ti incendiava anche le sopracciglia.

E nel sospingerci verso il bar appoggiò una manona sui fianchi di Laura.

A quel punto io cercai di dirgli: Lino è geloso.

Ma era una festa molto movimentata, con musica a tutto volume, e il tipo continuava a chiedermi. Ahò, ma che sta’ a ddi’?

Che Lino è geloso.

Che? Nun te sento.

Fino a che Lino gli disse  qualcosa all’orecchio e il tipo si illuminò.

E mi gridava: ahò, ma davero? Ma dici davero davero?

Sì, sì, rispondevo io di rimando

E lui: ahò, ma che dolce che sei.

(non dolce, dorce. Come borza, carza, per intenderci)

E poi spostò la manona dai fianchi di Laura ai miei.

Da lì si cominciò a degenerare e la situazione  diventò così insostenibile che mi toccò dire: o andiamo via o chiamo un taxi.

Ma pensa te, disse Lino nel tragitto di ritorno, nun te facevo così.

Così come?

Così sfacciata, sembri bona bona, e invece…

E invece?

E invece ammappa, manco l’hai visto e subbito glie gridi trottolino amoroso. E se restavi ancora che glie dicevi: ti preteeeeendo, è l’unica raggione che ho?

Dopo due mesi Laura lo lasciò. Ancora oggi riesco a farle fare ciò che voglio, semplicemente ricordandole quel triste periodo.

marzo 30, 2005

Los cuerpos.

Despuès del amor

Huelen a alma

 

Luis Eduardo Aute, Poemigas

marzo 29, 2005

Mi aveva chiamato al telefono con la voce concitata, quella delle cattive notizie. Eppure al momento si era rifiutata di darmi qualsiasi dettaglio. Aveva solo detto: vieni, prima che puoi. Cercando tuttavia di non trasmettere ansia o una gravità che potesse paralizzarmi.

Ci conoscevamo da tempo. E tanta premura non mi era necessaria. Riuscivo a leggere dietro le sfumature della sua voce ogni minima traccia, fino all’odore dei suoi pensieri.

Vedendomi arrivare da lontano mi corse incontro e mi abbracciò, offrendomi il cavo morbido tra la spalla e il collo perché potessi appoggiarmi. Ma io sono una di quelle persone che di fronte all’emergenza non si ferma. Io voglio guardare, devo toccare, sprofondarmi immediatamente nell’inferno e poi riemergere. Solo dopo c’è tempo per la tenerezza. Quando tutto è finito, perfettamente compiuto. Per quanto orribile possa essere.

Mi passò il braccio sulle spalle come per sorreggermi, mentre io cominciai a lanciare il mio sguardo sulla cosa per cui mi aveva chiamato. Quell’incredibile massa gelatinosa che si stendeva davanti  ai miei piedi, verdastra e informe. La guardai  nuovamente senza comprendere. Poi finalmente capii e  la massa gelatinosa sembrò  trasferirsi nella gola, comprimendomi la tiroide.

Nel frattempo erano  arrivati anche il medico legale e il commissario, mi avevano preceduto.

Il primo mi rivolse uno sguardo compassionevole. Disse: non è uno spettacolo gradevole, in queste condizioni sarà difficile anche accertare l’ora del decesso. Il secondo raccolse le mie generalità e mi porse maldestre condoglianze. Ebbe la delicatezza di non informarsi circa i rapporti che intercorrevano tra noi.

Recuperai il mio abituale distacco per chiedere come potesse essere accaduto.

Il medico mi rispose che si trattava di un evento molto raro, di quelli che si studiano sui libri e che a quasi nessuno capita di incontrare nel corso di una lunga carriera.

 E’ un caso evidente di implosione dell’ego.

Ha sofferto molto, secondo lei?

Non al momento del decesso. Ma pare che nelle ore che precedano l’implosione le sofferenze siano atroci.

 

Prendemmo un lungo momento di pausa. E poi fui di nuovo io a parlare.

 Era un gran bel pezzo di fisico.

 

So che la mia frase risultò stonata, ma era esattamente ciò che volevo dire. Non c’entra nulla il verbo avere. Sì anche quello, è vero, ma ormai era del tutto irrilevante. Ad essere precisi era un bel pezzo di fisico con un gran fisico. Ma di fronte alla morte alcune cose perdono la loro importanza.

 Un fisico?

Sì. Aveva anche interessi in astronomia. Un po’ superato, a onor del vero…sa di quelli che pensano ancora che tutto giri intorno alla Terra ravvisando nell’impostazione tolemaica il richiamo all’uomo quale centro dell’universo? E poi si era occupato a lungo della fissione nucleare, l’aveva sperimentata su stesso, sul suo toro vuoto.

 

Il medico legale e il commissario abbassarono lo sguardo per non incrociare il mio. Non sono sicura che capissero esattamente cosa stavo dicendo, ma a modo loro erano accorti, delicati.

Avrei voluto chiedere tante cose, ma non era necessario. Sapevo esattamente come e perché fosse accaduto.

Un lievissimo senso di colpa mi strinse la bocca dello stomaco, ma lo respinsi con un coraggio inconsueto. In fondo nessuno può dirsi davvero responsabile dell’implosione dell’ego di un altro. E’ un male oscuro, che cova, si annida per anni senza presentare sintomi apparenti. E poi un giorno il collasso improvviso, un pretesto. Per esempio accorgersi che la Terra è solo un pianeta, con tutto ciò che ne consegue.

Staccai un rametto di mimosa per deporlo su quello che una volta era stato il corpo del Grande Seduttore.

Abbracciai la mia amica e accettai il passaggio del commissario, ero ancora troppo sconvolta per rimettermi alla guida.

Per strada scoprii che abitava a 200 metri da me e che aveva un sorriso luminoso.

Non portava fede al dito e non odorava di borotalco per bambini.

Mi chiesi stupidamente come avessi fatto a non notarlo fino a quel momento. Sembrò leggermi nel pensiero. Mi rispose: ero in servizio a Gallarate, sono qui da soli due mesi.

marzo 29, 2005

Ogni giorno mi arriva una mail in inglese che puntualmente cestino, senza nemmeno aprirla. La cestino dopo aver letto il nome del mittente, che tuttavia varia ogni giorno. Come pure il titolo. Ma non è difficile riconoscerla. Oggi per la prima volta l’ho aperta. Mi era stata inviata da una certa Mrs. Hysterectomy I. Carryout. E lì non ho saputo resistere. Questo il testo:

"There is one principle that can keep a man in everlasting ignorance. That is contempt prior to investigation.
Before we blame we should first see whether we cannot excuse.
People may doubt what you say, but they will believe what you do.
Idleness is an appendix to nobility.
Evil is nourished and grows by concealment. If happiness could be brought, few of us could pay the price.
Each new generation is a fresh invasion of savages.
Humor is laughing at what you haven’t got when you ought to have it.
When I have fears that I may cease to be, Before my pen has gleaned my teeming brain.
The cross of the Legion of Honor has been conferred on me. However, few escape that distinction.
Remember that the faith that moves mountains always carries a pick. The dream crossed twilight between birth and dying. Kindness in words creates confidence. Kindness in thinking creates profoundness. Kindness in giving creates love.
Success is 99 percent failure. Nothing is so strongly fortified that it cannot be taken by money.
Everything changes, nothing remains without change.
Call for the grandest of all earthly spectacles, what is that? It is the sun going to his rest.
Neither should a ship rely on one small anchor, nor should life rest on a single hope."

Ora io lo so che voi già sapete a cosa serve questa mail. E’ la solita offerta speciale di Viagra, Xanax, Valium e Vicodin, che vi verranno consegnati direttamente a casa in pacchetto anonimo etc. etc.. (ps: il Vicodin è una droga travestita da potente analgesico).

Quello che non riesco a capire è il perché di tanta enfasi spirituale nel fraseggio. E soprattutto di tutti ‘sti richiami alla kindness…

Kindness de che?

marzo 29, 2005

Ogni giorno mi arriva una mail in inglese che puntualmente cestino, senza nemmeno aprirla. La cestino dopo aver letto il nome del mittente, che tuttavia varia ogni giorno. Come pure il titolo. Ma non è difficile riconoscerla. Oggi per la prima volta l’ho aperta. Mi era stata inviata da una certa Mrs. Hysterectomy I. Carryout. E lì non ho saputo resistere. Questo il testo:

"There is one principle that can keep a man in everlasting ignorance. That is contempt prior to investigation.
Before we blame we should first see whether we cannot excuse.
People may doubt what you say, but they will believe what you do.
Idleness is an appendix to nobility.
Evil is nourished and grows by concealment. If happiness could be brought, few of us could pay the price.
Each new generation is a fresh invasion of savages.
Humor is laughing at what you haven’t got when you ought to have it.
When I have fears that I may cease to be, Before my pen has gleaned my teeming brain.
The cross of the Legion of Honor has been conferred on me. However, few escape that distinction.
Remember that the faith that moves mountains always carries a pick. The dream crossed twilight between birth and dying. Kindness in words creates confidence. Kindness in thinking creates profoundness. Kindness in giving creates love.
Success is 99 percent failure. Nothing is so strongly fortified that it cannot be taken by money.
Everything changes, nothing remains without change.
Call for the grandest of all earthly spectacles, what is that? It is the sun going to his rest.
Neither should a ship rely on one small anchor, nor should life rest on a single hope."

Ora io lo so che voi già sapete a cosa serve questa mail. E’ la solita offerta speciale di Viagra, Xanax, Valium e Vicodin, che vi verranno consegnati direttamente a casa in pacchetto anonimo etc. etc.. (ps: il Vicodin è una droga travestita da potente analgesico).

Quello che non riesco a capire è il perché di tanta enfasi spirituale nel fraseggio. E soprattutto di tutti ‘sti richiami alla kindness…

Kindness de che?

marzo 29, 2005

E’ una giornata che si preannuncia triste. Forse mi arresteranno. Ho violato il regolamento di Altervista. Il reato che mi si attribuisce è spaccio illegale di mp3.

marzo 28, 2005

E’ stata bella la Pasqua.

Di quelle che non ti aspetti, con i flussi al contrario. Che forse a causa del cattivo tempo nessuno è partito, ma sono addirittura rientrati quelli che non vedi mai, gli emigrati. Quelli che stanno a Roma, a Viterbo, a Siena, a Milano, a Trieste. Bum, tutti in un colpo solo, in quelle giornate cariche di novità e inciucio.

A casa di Stefania, che ormai è diventata la nostra casa, quella in cui bivacchiamo più spesso. Di quelle cose che ti incontri a mezzogiorno per cucinare insieme e alle quattro sei ancora a scandire il tempo a colpi di limoncello e in un momento ti ritrovi all’ora di cena e senza nemmeno dover parlare capisci che è arrivato il momento di farsi du’ spaghi. E lei te li fa.

E poi la casa di Stefania è bella, bellissima. Perché lei è architetta. Quelle case in cui lo spazio ha contorni geometrici diversi da quelli che siamo abituati a conoscere e tutti gli oggetti hanno un nome e un papà. Non come a casa mia che si chiamano letto – divano – cucina.

No.

Cappellini, Cassina, Bulthaup, Pincopallo Jr. Tutto, anche i piatti hanno un nome e una storia, anche la cappa della cucina, anche il cavatappi.

Ma Stefania è bella, perché usa tutto. Senza ritegno, come fossero anonimi. E se si rovescia un bicchiere di coca cola sul parquet di wengè lei si fa una risata. Ha riso anche quella volta che abbiamo rotto una ciotola di ceramica raku che non so quanto costava. Perché lei è così, una tipa pane e salame. Che si è trovata architetta non sa nemmeno perché, di suo voleva fare la casalinga.

Però ogni casa custodisce il suo mistero, il suo orrore segreto, inconfessabile.

Quello di Stefania è un soprammobile. Atroce, anche per me che non conosco tutti i nomi delle cose.

E’ una scarpetta in porcellana, sarà lunga 12 cm, tutta dorata. Con dei fiori di porcellana neri e dorati e un tacco a rocchetto  dorato e tempestato di strass. Che gliel’ha regalata la sua domestica ucraina il giorno del matrimonio, gliel’ha portata apposta apposta da Kiev e Stefania non avrebbe mai il coraggio di metterla via. E’ l’unica cosa che ha il potere di toglierle il sorriso perenne dalle labbra. Scatena una lotta intestina tra il suo senso estetico e un Super Io troppo strutturato.

Così sono anni che ci prova, ogni volta che mettiamo piede in casa sua, a fare in modo che il disastro si compia in modo inevitabile.

Scarpetta a portata di bambina.

Il punto è che mia figlia non ha mai rotto nulla, nemmeno un bicchiere di Ikea. E’ di quelle creature aggraziate che si muovono su piedini di fata. Prende la scarpetta in mano con aria trasognata, così piccina che solo Cenerentola potrebbe calzarla.

Si siede sul tappeto, si sfila lo stivaletto e tenta inutilmente di farsela entrare.

Poi la rende a Stefania con una raccomandazione. Mettila in alto, su uno scaffale, che è delicata e si può rompere.

Non c’è riuscita nemmeno questa volta.

L’alternativa sarebbe  darla in mano al figlio di Laura, che è più piccino e  maldestro. Ma il padre è stato tassativo: non vi azzardate a mettergli in mano ‘sta cosa, che poi gli viene un trauma infantile e da grande mi fa lo stilista.