La gita scolastica

(troppo lungo da leggere su schermo, lo so. ma così è) 

La sera del 18 maggio 1987 mi caddero gli occhi a terra. Me ne accorsi perché, pur trovandomi in piedi al centro della stanza, le palme che premevano le tempie, il naso all’insù come se il setto nasale fosse stato preso all’amo e una lenza me lo stesse tirando verso il soffitto, fissavo con un certo orrore uno scarafaggio che strisciava lungo la parete del mio letto.

Orrore e sgomento.

D’improvviso però il cerchio alla testa svaniva, come per incanto, e la mano che guidava la lenza abbandonava finalmente la presa, cessavano gli strattoni e lo scarafaggio schizzava via dalla stanza.

Alla mia età la presbiopia diventava incalzante, gli occhiali una necessità. Dovevo dunque smetterla di strizzare le palpebre e decidermi a inforcare una buona volta un paio di quegli occhiali da mezza età, con le lenti piccole e strette.

E sì che Petrossi, il collega di chimica – lui sì che continuava a portare bene gli anni – aveva di recente acquistato quelle bifocali un po’ camuffate, leggermente azzurrate. Su montatura Ray-Ban gli davano quel tocco di fascino in più. Ma Petrossi aveva anche una moto e dal divorzio gli erano spuntate donnine a destra e a manca, come appendici naturali ai suoi fianchi.

Ad ogni modo dovevo recuperare i bulbi oculari. Impresa difficile, giacché non potevo vederli. Erano piuttosto loro a vedere me. Mi sdraiai sul pavimento, prono, strisciando palmo a palmo fino a che i miei occhi mi avessero rivisto.

Il pavimento era impolverato. Bianca era partita da quattro giorni: accompagnava la sua classe in gita a Vienna. Liceo sperimentale, quarto anno.

Pioggia, vento, umido, freddo. Cripta dei Cappuccini, Schönbrunn, HundertWasser. Tè caldo, Sachertorte, Knödel. Ricordi di un viaggio remoto, commovente, durante il quale meditammo a lungo sulla rovina degli Asburgo.

Giovani. Quanto eravamo incredibilmente giovani. Studenti insaziabili, affamati di corpi.  Il Bacio di Klimt e i nostri baci al Belvedere.

L’anno seguente Bianca  avrebbe proposto Lisbona, ne avevamo già parlato. Niente pioggia, niente nebbia, solo il vento impalpabile dell’Atlantico. Li avrebbe istruiti sul fado, la saudade, il primo Pessoa romantico e ramingo. Ventidue mostri allo sbaraglio: prof, ci porta in discoteca? prof, quando compriamo i ricordini? prof, a che ora costa meno chiamare in Italia?

Fughe notturne da una stanza all’altra, sbornie, spinelli, il viaggio in treno che non finisce mai, le chitarre.

Non accompagnavo una classe in gita da almeno cinque anni.

L’ultima volta, a Firenze, Musella mi aveva accusato di terrorismo psicologico sui minori, dettato da una mia profonda ignoranza del mondo giovanile e delle mode, per terminare sulla mia didattica “deviata”. Non avrei mai più saputo da cosa e soprattutto verso dove.

Grazie a lei mi trovai a riflettere sul fatto che un sano cazziatone avrebbe prodotto “effetti castranti”, “labilità psico-affettiva” e un “peggioramento dei behaviors del giovane, già penalizzato da un debole potere contrattuale nella società dell’immagine e dei consumi che noi abbiamo fabbricato per lui”. La discussione ebbe fine quando di fronte alle mie perplessità mi definì uno stronzo di fattura ministeriale e mi lasciò a pagare il conto dei due cappuccini e cornetto in quel bar dove una prima colazione costava quanto mangiare in trattoria dalle mie parti.

Due giorni dopo, all’altezza di Barberino, la mollai alla cassa dell’autogrill, da sola, a scusarsi per l’esuberanza dei ragazzi e per la “sottrazione sicuramente involontaria” di cassette, cartoline e salame tartufato, mentre tra sé sibilava un misto di stronzetti-me-la-pagherete e carogne-vi-dovrebbero-mandare-in-giro-ammanettati. 

All’improvviso mi vidi. O meglio, vidi le tasche posteriori dei miei pantaloni di velluto. Dovevo solo, con un po’ di attenzione e un abile uso del bacino a mo’ di perno, ruotare su me stesso fino a trovarmeli di fronte, sgranati e umidicci. A quel punto li avrei presi e li avrei messi…sì, dove li avrei messi? L’idea di toccarli mi dava l’idea di un sentore di viscido, albuminoso. Avrei forse dovuto procurarmi n piattino, una qualsiasi cosa per farli rotolare  e lentamente scivolare sulla superficie prescelta. E poi? Li avrei forse infilati nella cintura, perfettamente simmetrici, equidistanti dalla cerniera? O li avrei piuttosto portati in giro nel piattino da caffè, nella penosa riproduzione dell’iconografia cattolica?

Squillò il telefono. Mi lasciai guidare dall’udito e afferrai la cornetta con la mano sinistra. Era mia madre.

         Come stai?

         Benone, e tu?

         Non mi è ancora arrivata la pensione

Mia madre, come tutte le donne che hanno superato la settantina, i figli sposati o come nel mio caso parzialmente autogestiti, il m
arito traghettato a miglior vita, una badante per le faccende domestiche, aveva un’unica occupazione residuale: la pensione.

         Sei passata alla Posta?

         No, puoi andarci tu?

Come dirle, come spiegare la calamità che si era abbattuta su di me, come riuscire a farle capire che tuttavia stavo bene, senza turbarla e impensierirla? Impossibile.

         Ci sono i consigli e tra oggi e domani devo correggere un mucchio di temi…non può andarci Anna?

         Ha il bambino con il morbillo

         E la suocera? Che sta sempre a rompere e dire così e cosà, che si renda utile almeno una volta e resti a casa mezz’ora con Marcello

         E’ partita per Lourdes, in pellegrinaggio con i fratelli carismatici. Andavano a chiedere la grazia per quel bambino che sta nel suo palazzo, quello malato di reni, sai quello che fa sempre l’emografia?

         Ecografia, mamma, ecografia. E poi non fa l’ecografia, fa la dialisi.

         Vabbè, comunque Anna non può lasciare il bambino da solo.

Con una scusa chiusi la telefonata e riflettei su come attrezzarmi per andare anche alla Posta. L’apparecchio squillò di nuovo, questa volta era Bianca, mi chiamava per sapere come stavo, per dirmi che Vienna era sempre uguale: pioggia, freddo, vento, Cripta dei Cappuccini e Sachertorte, che i ragazzi sono indisciplinati ma attenti, che gli altri professori sono una palla, che Petrossi (non sapevo fosse partito anche lui) le faceva discretamente la corte.

Dannato Petrossi senza rispetto, tu,  i tuoi dannati Ray-Ban e la tua  moto! Schiaffo morale per me che non ho mai avuto neanche il motorino e che fino a due anni prima, se non fosse intervenuto mio fratello Guido al compleanno, ancora avrei indossato vecchi costumi da bagno marrone, elastici, alti sui fianchi ma veloci ad asciugare. Invece si era presentato con questi calzoncini tropicali,  cordino da stringere in vita e  retina interna.

Belli, avevo detto, io, forse solo un po’ troppo vivaci.

Non ci devi andare al gran galà, aveva ribattuto lui, sono per farci il bagno.

Grazie.

Dopo due mesi, in riva al mare, mi sentivo un po’ coglione. Ma non peggiore di altri.

Come stai? mi chiese Bianca.

Lei non poteva saperlo, ma la domanda era una classica di quelle a bruciapelo, di quelle che fanno sudare freddo mentre lo sguardo si rivolge implorante alla classe esprimendo un accorato “chi lo sa? presto, aiutatemi!”.

Provai ad azzeccare la risposta. Bene, le dissi.

Ma l’interrogazione non finiva qui, la seconda domanda era decisamente più difficile: qualcosa di nuovo?

Tipica domanda trabocchetto.

Il bluff può risultare controproducente a volte. Non basta imbroccare una risposta verosimile, occorre anche pensare a come questa potrà rivoltarsi su se stessa. E nel pensare alla somma delle variabili e molteplici possibilità non deve passare troppo tempo dal momento in cui la questione viene sollevata. Insomma, è come l’alibi di un delitto perfetto: bisogna riempire tutti gli spazi vuoti, gli interstizi di perplessità, le fessure da  cui il dubbio potrebbe improvvisamente affacciarsi.

Con un imprevedibile colpo di genio azzardai.

– Fino a mezz’ora fa l’emicrania mi distruggeva. Adesso sto meglio, come se all’improvviso i bulbi oculari mi fossero caduti ai piedi. Puoi averne un’idea?

– Vaga . Non so mai se provi sensazioni iperboliche o ne dai semplicemente definizioni assurde.

Ce l’avevo fatta. Breve scambio di inutilità e Bianca
riattaccò. Lasciai la cornetta sollevata, per non essere disturbato nuovamente, per decidere cosa fare, prendere tempo.

Il mio sguardo mi ritrovò. Smarrito lui, tranquillo io. Mi stavo già abituando a questa nuova dimensione. Con Bianca non avevo bluffato, era davvero come se i bulbi mi fossero rotolati ai piedi, ma dolcemente, senza causare grossi traumi, come quelle gocce gelate di pioggia che ti cadono in testa, proprio dove i capelli si fanno più radi e dopo l’impatto iniziale scivolano lungo la nuca, nel collo della camicia, finchè dopo un po’ non le avverti più, la sensazione che procurano quasi gradevole all’improvviso.

Mi dissi che era così. Dal taschino della camicia, gesto antico e abituale, tirai fuori un pacchetto di sigarette un po’ sgualcito, mi sdraiai sul divano e ne accesi una.

Il portacenere era da qualche parte, non potevo vederlo. La cenere poteva finire anche sul pavimento, tanto il giorno dopo sarebbe venuta la donna delle pulizie. Mi sentivo rilassato, tranquillo, come se una  decisione improrogabile si fosse presa da sola, come se qualcuno mi avesse sollevato da un’incombenza insostenibile.

Chiusi gli occhi per cercare di riposare. Con una punta di leggera stizza, ma proprio leggera leggera, mi ricordai che abbassare le palpebre, in questo frangente, non mi sarebbe servito a molto. Pazienza.

Alla fine mi sarei abituato anche a questo. Ne ero certo.

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6 Risposte to “La gita scolastica”

  1. keywords Says:

    ciao vestale :-*

    buon sabato sera…

  2. anonimo Says:

    come se il setto nasale fosse stato preso all’amo e una lenza me lo stesse tirando verso il soffitto

    non negare che nella tua vita da sogliola quest’esperienza l’hai fatta veramente
    s2

    controlla l’ip poliziotta

  3. almavox Says:

    bello scritto bene.
    io la sera del 18 maggio dell’87 compivo 20 anni fantastico.
    comunque potresti scavare anche fino dall’altra parte al di sotto della terra, dipende se scavi per trovare qualcosa e dipende soprattutto se sei disposta ad accettare cio’ che troverai perche’ potrebbe anche non piacerti. se queste due cose combaciano il problema non sussiste.

  4. Flounder Says:

    socio2, ma perché continui a scavare nel mio passato di passera?

  5. IceKent Says:

    magistrale
    ho in cuffia il Sum 41, mi hanno aiutato a visualizzare le scene
    magistrale

  6. Flounder Says:

    si perdoni l’incultura, ma che è il sum 41?

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