Archive for aprile 2005

Prendi l'arte e mettila da parte

aprile 30, 2005

L’arte è come le ciliegie: un’opera ne chiama un’altra. Così che quando ho visto l’ormai discusso “Ricciolo di donna” di Silla Ferradini ho pensato che avrei voluto scrivere una grande storia d’amore tra un pelo pubico e uno del naso.

Solo che era molto difficile l’incipit: come e dove si erano incontrati? Quando si erano visti per la prima volta? Quali erano state le tappe della conoscenza?

Il resto sarebbe venuto da sé, con tutte le difficoltà degli amori a distanza, le gelosie, il peso dell’assenza, le piccole gioie strappate alla quotidianità, il dramma degli addii, la fine prematura dell’uno o dell’altro.

Ho chiesto consiglio a Marina e mi ha suggerito la possibilità di un apporto eterologo.

Ma che sei matta? Io voglio scrivere una storia d’amore, mica un trattato di erotismo. Una cosa romantica, culturale, una trama dai risvolti psicologici.

Allora ho provato a immedesimarmi nei due peli e a cercare posizioni che permettessero l’incontro.

Ho concluso che la vicenda poteva assumere credibilità  solo a patto di ambientarla nel corpo di un’acrobata del Circo di Pechino.

Sarebbe cominciata per esempio così: a quattordici anni ero ormai capace di far roteare sedici piattini per lato tenendomi in equilibrio su un solo piede. Non immaginavo che di lì a poco la mia schiena flessuosa mi avrebbe resa complice e  testimone di un amore destinato a seminare scandalo alla  corte del saggio Imperatore Li-shih-min…

So che questa storia mi avrebbe preso dei mesi, forse degli anni. Poi nessuno l’avrebbe mai pubblicata, come è nel destino delle grandi opere.

Per sradicare ogni velleità letteraria sono andata a farmi fare la ceretta.

Nello strappo inguinale ho versato qualche lacrima.

Ho fatto male?, mi ha chiesto l’estetista.

No, non tu, ho risposto. E’ solo il mio Ego sconfitto.

Signo’, siete l’unica cliente che parla così. Si vede che avete fatto le scuole grosse, io tengo la licenza media.

E per un attimo ho sentito la voce dell’Ego che mi sussurrava: io non ti conosco, vedi che figure mi fai fare, cretina!

aprile 29, 2005

Oggi sono ospite di Zop.

 

aprile 29, 2005

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano

una volta un faccia a faccia

in qualche porta girevole?

Uno “scusi” nella ressa?

Un “ha sbagliato numero" nella cornetta?

ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio tempo

il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

tagliava loro la strada

e soffocando una risata

si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o lo scorso martedì

Una fogliolina volò via

Da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

Tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli

Su cui anzitempo

Un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

È solo un seguito,

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborska, Amore a prima vista

(in genere uno posta una poesia quando non ha nient’altro sottomano. Ma ce l’avevo in mente, tornando a casa dal lavoro, mentre guidavo. E stasera la primavera ha un odore così dolce che prende tutto)

aprile 27, 2005

A volte la sognava.

Che non era esattamente come desiderarla. Un po’ di meno, giusto quel che serve a placare la coscienza.

E però un poco ci assomigliava al desiderio, quanto meno negli sforzi che compiva al mattino per ricordarsi i dettagli. Allora si sentiva un po’ in colpa, come se l’avesse sognata a bella posta. 

Che in fondo equivaleva a desiderarla.

C’erano giorni in cui glielo avrebbe anche raccontato, fingendo di lasciar cadere la cosa senza alcuna importanza, come si fa tra vecchi amici. Però poi si fermava e non glielo raccontava più.

Un po’ per vergogna, un po’ perché sotto sotto  temeva che lei gli avrebbe sorriso e tra loro sarebbe nato qualcosa. E non era questo che voleva. Un po’ sì, però.

Ma non in quel modo che lei dopo sarebbe rimasta malissimo e lui male con lei. No, non così.

E nemmeno in quell’altro modo che avrebbe dato un sonoro scossone alla sua vita. No, neppure così.

Ecco perché non le diceva del sogno.

Anche perché dire a una persona che la si è sognata e non  raccontarle come, dove ed eventualmente perché, non significa molto….ah, sai  che ti ho sognato? Punto. E poi?

L’avrebbe lasciata a immaginare. Che forse era la cosa migliore.

Ma lui aveva paura che a un certo punto la sua immaginazione potesse diventare incontrollabile, si sa le donne come sono fatte, cominciano da un dettaglio e poi ingigantiscono, chiedono, pretendono, circuiscono, seducono. Lui ci si sarebbe trovato giusto in mezzo, senza neanche sapere come.

E non sapeva se lo voleva. Cioè sì, un po’ sì. Se non l’avesse voluto non l’avrebbe nemmeno sognata.

Invece l’aveva proprio sognata, che ballava vicino a un albero. Era estate e aveva i capelli sciolti. Vicino a quell’albero secolare al bordo di una città di cui non ricordava il nome. Cioè sì, ma faceva finta di nulla.

Che se non dava un nome alla cosa era sicuro che sarebbe rimasta solo un sogno. Però poi continuava a pensarci e il nome della città se lo ricordava benissimo. Allora rideva da solo.

Giusto un poco, perché poi gli tornava qualcosa che assomigliava a un senso di colpa.

E per riscattarsi si ripeteva che era stato solo un sogno. Però poi non ne era più tanto sicuro.

 

(le vicende descritte in questo post sono frutto dell’immaginazione dell’autore. Ogni eventuale riferimento a fatti realmente accaduti o persone in vita è puramente casuale. Puramentissimo. A meno che non mi si dimostri il contrario)

aprile 26, 2005

Ci sono cose di cui non ho mai scritto. Di Fidel occhi neri, ad esempio.

O di Craig gambe di fenicottero.

Sono dolori grandi, cose che non so raccontare. Che a stento provo a supporre.

Di come affrontasse la notte, ogni notte, con quel corpo che sembrava di vetro. Fragile e invecchiato. E un viso da bambino intelligente con troppe rughe per essere vero.

Si incamminava lungo il viale che costeggiava il college, Craig gambe di uccello.

In compagnia dei suoi occhiali sporchi che creavano un mondo a scalini, un prima e un dopo, un forse e un mai più. Restava fuori fino a notte inoltrata, passeggiando come per smaltire i ricordi, fino a stancarsi e avere male dovunque.

Poi rientrava e studiava.

Lo spiavo a volte nelle serate in biblioteca, seduto da solo. Così alto da doversi curvare sul dizionario. Così magro da doversi piegare oltre il limite del dolore.

Lo guardavo nelle domeniche pomeriggio, quando le madri ci affidavano i loro bambini e con la sua parlata a scatti riusciva a farli ridere a crepapelle, nonostante la lingua diversa.

Col tempo imparai a parlargli, quando il mio inglese divenne meno maldestro e il suo  sguardo meno sfuggente. Sedeva in punta alla sedia e si dondolava con un moto continuo, tormentandosi le mani, aggrappandosi a volte alla pelle del viso come a strapparla giù, con gli occhi stretti e la bocca tirata in una smorfia.

In alcuni momenti solo, con i palmi appoggiati alle orecchie, come a proteggersi da boati di guerra.

Solo. Sminuzzando il cibo con precisione maniacale, quasi a disegnare una mappa, come a isolare pezzi di pensieri perché restassero fuori di lui. Mangiava pochissimo.

Ci sono storie che non so raccontare, per quanto i visi e le voci non smettano di tornarmi alla memoria.

Come quando mi invitava da lui e mi mostrava la foto di una bambina. Capelli neri e occhi come stelle. Fogli di carta zeppi di disegni infantili, tratti maldestri. La scuola, un ananas, lei che fa pipì, i bagliori nel cielo, chicchi di riso. La bambina con cui parla francese. Con cui impara i nomi della frutta, delle piccole cose di ogni giorno, seduto sulla terra battuta che gli resta appiccicata dovunque.

La bambina che lo hanno mandato a uccidere.

Giorni passati tra le macerie della scuola, nel villaggio, per recuperare quel poco che restava di lei.

Con la voce simulava le bombe, con le mani disegnava la coltre di fumo.

Poi scoppiava a piangere e tremando intonava una nenia. Era il momento di metterlo a letto, di accarezzargli la testa ispida e dirgli che era tutto finito. Che non era più a Saigon. Che era tutto finito.

Mentre in realtà era appena cominciato.

aprile 26, 2005

Eugmistica

Il piccolo clone, ancora incapace di leggere e scrivere parole di senso compiuto,  alle 11.00 della mattina mi ha presentato questo:

 

 

– Cos’è?

– Un problema di eugmistica

– Bello, e cosa vuol dire?

– La soluzione devi trovarla tu.

Ecco.

Si accettano suggerimenti (quello a destra è un coniglio in tutù da ballerina).

L'amore nel pomeriggio (da Feltrinelli)

aprile 25, 2005

E’ da anni che accarezzo un sogno. Un desiderio. Che a volte prende anche le tinte della fantasia erotica, lo confesso. Non molto hard, questo è vero, ma ognuno ha le sue predilezioni.

Sogno di incontrare l’uomo della mia vita alla Feltrinelli.

Che non è una cosa casuale o romantica, tutt’altro. Richiede un impegno sovrumano, una pianificazione strategica precisissima che ovviamente varia in funzione del target identificato.

A cominciare dalla scelta del giorno e dell’ora (assolutamente da evitare la pausa pranzo, in cui la ristrettezza dei tempi può preludere solo a fugace scambio di sguardi o a una sveltina nemmeno troppo letteraria. Sconsigliati i festivi tardopomeridiani, quando frotte di famigliole e pischelli invadono i tre piani seminando morte e distruzione). Favorevole il sabato dalle ore 13.30 a poco prima delle 17.00.

Interviene successivamente la scelta dell’abbigliamento.  La minigonna ben portata è di rigore. Non serve tanto ad attrarre, quanto a pesare la qualità dello sguardo. Come scivola dalla coscia al titolo del libro che si tiene con nonchalance in bell’evidenza. Quanti passaggi percorre dall’una all’altro, e quante frazioni di secondo dedica ai due. Una precisa formula matematica permette di ponderare i due fattori e stabilire le conseguenze dell’eventuale approccio. Sulla base dei valori ottenuti si effettuano due test di riscontro. Il primo consiste nel cercare lungamente un volume al primo ripiano, in posizione semi-inginocchiata. Il secondo nel volerne recuperare uno all’ultimo scaffale, avvalendosi degli sgabellini gentilmente offerti dalla casa.

I due test non devono essere assolutamente effettuati nel reparto narrativa. Sono consigliati per il primo: classici latini e greci e per il secondo: agiografia cristiana e storia delle religioni.

Ma il vero punto di difficoltà è proprio questo: il reparto.

Dopo anni di osservazione sono giunta a interessanti conclusioni.

Reparto poesia: scansare quelli che sfogliano Hikmet, Neruda e in generale antologie di liriche amorose, a meno che non lo facciano guardando esclusivamente il testo in lingua originale. Se qualcuno si azzarda a chiedere un parere o un consiglio, giusto per attaccar bottone, nominare la Szymborska e poi valutare le reazioni a 15 e 30 secondi, nonché il diametro pupillare.

Reparto informatica: è il più inutile. Il visitatore tipico è bruttissimo, mal rasato. Chiede informazioni accompagnando la frase con moti delle dita a simulare una digitazione. Con un po’ di attenzione si riesce a scorgere un palmo della mano calloso, testimone di frequenti e proficui incontri con se stesso. Se prendendo libri che parlano di blog lo sguardo si posa concupiscente in area scollatura e quello è il vostro punto debole, sorridere e asserire che il template non è tutto.

Reparto lingua originale: si incontrano solo donne, spesso tradite dai mariti. Leggono letteratura sudamericana, come è noto, alternando la Serrano alla Mastretta. Gli uomini quasi non esistono. I pochi sono giovanissimi e spesso comprano Tolkien. Di tanto in tanto un uomo oltre i settanta sceglie poesia tedesca. E’ tempo speso male.

Ci sono poi tre reparti tremendamente a rischio: cucina, spiritualità e psicologia/medicine alternative. In teoria sarebbero i migliori, sono il regno dei single. Sono quelli in cui è più facile attaccare bottone. Con le dovute differenze.

In psicologia si trova l’uomo leggermente in crisi, quello che pensa di poter ancora recuperare la situazione personale cercando di capire chi è lui, chi è lei, chi sono loro. Se solo volesse avrebbe la soluzione a portata di mano. Ma non la vede. Bisognerà aspettare il momento in cui il suo sguardo si poserà su un testo che parli di pensiero laterale. Spesso occorrono mesi.

In spiritualità e medicine alternative la situazione è più grave: è l’uomo che ha perso se stesso ma pensa di essersi ritrovato in Osho Raijnesh o Anthony De Mello. Lo vuole comunicare, far sapere al mondo, che lui non è depresso, non soffre, che ha sofferto ma ora sta bene. Di nascosto consulta anche Kamasutra e Tao dell’Amore per sapere dove ha sbagliato. Può soffrire di psoriasi, dispnea psicogena e temporanei deficit erettivi. I Fiori di Bach non sevono a niente, col tempo lo scoprirà da solo.

In cucina c’è il single autoconsapevole, che ha trasformato la difficoltà in atout. Che attacca discorso con sapienza, umorismo, savoir-faire. Da tenere in considerazione. Può riservare piacevoli sorprese. Valutare l’esubero del giro vita prima di farsi coinvolgere in discussioni troppo impegnative sull’uso dell’anice stellato e del pepe di Giamaica.

Reparto viaggi e hobby creativi: belli, ricchi e irraggiungibili. Momentaneamente sottovalutati per indisponibilità personale di tempo libero.

Reparto economia e marketing: fuori dal target e dagli interessi personali. Non ho dati a riguardo.

Reparto umoristici e affini: barzellette di Totti, le migliori battute dei Fichi d’india e simili. Passare ostentando disprezzo. Valutare le reazioni e decidere in base al singolo caso.

Le migliori soddisfazioni, in termini di osservazione, vengono dai reparti filosofia, arte, scienze sociali e storia. Peccato che i visitatori siano veramente interessati ai libri e a quasi null’altro. Occorre una strategia d’approccio ben articolata. Una parola di troppo può essere fatale. Un’ostentazione inopportuna vanificare mesi e mesi di attesa. Pochi ma ponderati gesti: seguire lo sguardo di lui e allungare la mano sullo stesso libro, battendolo per una frazione di secondo. Poi lasciarglielo, con un sorriso.

Inciampare e cadergli addosso con una pila di libri accuratamente selezionati. Non deve mancare un saggio su architettura e società o uno studio sulla storia del cinema. Spesso non funziona comunque. E’ bene saperlo in anticipo per evitare delusioni e crisi di autostima.

Reparto bambini: andarci solo se si è in compagnia del proprio figlio. In questo caso preferire il mercoledì pomeriggio al sabato. Inutile che vi spieghi il perché. Consigliato solo se si amano i bambini, anche quelli altrui. E’ anche un banco di verità: impossibile mentire di fronte ai propri figli, raccontando che ci si sta separando o che si è sul punto di, quando i bambini gridano: andiamo, papà, mamma ci aspetta qui fuori per andare a cena dai nonni. In questo senso è un reparto assolutamente sicuro, anche se penalizza notevolmente il coté erotico della faccenda.

Per ora basta. Ammetto di avere parecchie lacune, sono dati e informazioni frammentarie e incomplete.

Ma il punto è che non posso continuare a comprare libri su libri che non leggerò mai solo per condurre i miei studi sul campo. E poi troppa teoria uccide la pratica.

Me l’ha detto anche uno alla Feltrinelli, stamattina, mentre sfogliavo il libro di una  francese sul rapporto tra sesso e filosofia.

Aveva una bella talare, e il collarino bianco gli illuminava il sorriso.

aprile 24, 2005

La domanda è: il falso in bilancio il giorno del compleanno è reato penale, gode delle attenuanti generiche o è totalmente depenalizzato?

Zampogna Connection

aprile 23, 2005

La colpa è dei miei amici musicisti, quelli che fanno ricerca etnomusicale. Che ogni tanto mi caricano in auto e mi portano in quel tale posto perché c’è una cosa che si può sentire solo lì e non voglia Iddio che ce la perdiamo.

Tipo il festival internazionale della zampogna, dove mi hanno costretto moralmente ad andare verso novembre.

Carino, eh. Un micropaese arroccato su un pezzo di roccia sul mare, basso Lazio.

Balli, conferenze, canti liturgici, jam-session di cornamuse e ciaramelle, non mi hanno fatto mancare nulla.

C’era anche un banchetto dove regalavano un libro sulla zampogna con tante belle figure, che io non avrei saputo davvero cosa farmene, ma loro insistevano, che tanto era pure gratuito. Ma a me non andava di portarmi ‘sto malloppo in giro per tutta la giornata, nemmeno gratis, però alla fine mi ci sono sentita obbligata.

Invece erano terminati.

Ma che non si preoccupi, signora, ci lascia il suo indirizzo e glielo facciamo recapitare, a spese nostre. Evvabbè. Che in una casa ci fa sempre la sua bella figura, denota apertura mentale e curiosità. Lo prendo. E scrivo tutto, anche l’e-mail.

Sono passati mesi e me ne sono dimenticata. Fino a tre settimane fa, quando arriva ‘sto pacchetto tutto bello, con una confezione rural-chic, cordini, spighette di grano. Ho sfogliato il libro e l’ho fatto sparire da qualche parte, ripromettendomi di tirarlo fuori per Natale.

Poi l’altroieri questa mail. In cui si scusano, ma proprio tanto tanto, che si sono dimenticati di comunicarci che c’era un contrassegno di 9,60 euro, da pagare comodamente con bonifico bancario entro e non oltre il.

Io nemmeno gratis lo volevo, figuriamoci a pagare.

Per un momento la vena pusillanime si è impadronita di me, ho chiamato e ho chiesto: e se ve lo rimando?

A spese sue, mi hanno risposto.

Maledetti. Nove euro e sessanta centesimi per un libro sulla zampogna.

Allora ne ho parlato con Edo. Gli ho chiesto: ma secondo te, se non pago che succede?

Mi ha detto che gli zampognari sono terribili. Ne sono rimasti pochi, ma cattivissimi.

Che sono capaci, a Natale, di ricordarselo e venirmi a pignorare il Presepe.

O, peggio, mettere i sigilli alla grotta. O rapire il Bambino Gesù e restituirlo solo a Befana passata.

Allora ho avuto paura.

Lunedì vado a pagare il pizzo alla Zampogna Connection.

Poi però mi leggo il libro. Per principio. Non fosse altro che per i 9 euri e rotti.

aprile 21, 2005

Dopo circa venti minuti nella sala d’attesa tra pensionati e vecchiette, finalmente arriva il mio turno dal medico di base.

Ci vediamo raramente, ho una salute di ferro e non prendo farmaci. Così quelle rare volte in cui mi vede si spaventa sempre un po’, d’altronde ci conosciamo da quindici anni.

Gli dico: credo di avere tutti i sintomi della graforrea.

Lui assume quella posa un po’ cattedratica che me lo fa odiare, nonostante sia un ottimo cardiologo e sentenzia: per le malattia con la –rrea, generalmente le signore si recano dal ginecologo.

E’ un maniaco dell’iperspecializzazione, e poi ha sempre un sacco di amici dottori da sistemare, a cominciare dalla moglie psicologa che voleva a tutti costi persuadere mia zia che il suo diabete era psicosomatico e a conferma ci aggiungeva l’infiammazione del tunnel carpale.

E gli dico: vabbè, intanto lei è medico e deve sapere il fatto suo, almeno in via generica. Qualcosa l’avrà pur studiata. E non è neppure vera questa storia di ginecologi: diarrea, piorrea, otorrea, gnè gnè.

Mi avvicina la faccia un po’ segnata dalla varicella e comincia a indagare sui sintomi.

         Perdite bianche?

         No, direi piuttosto perdite nero su bianco, si accentuano la sera.

         Prurito?

         Alle mani, quando vedo uno che si chiama Paolo.

         Dolori al basso ventre?

         No

         Cattivi odori?

         E’ stato lei? Si dice che chi la sente l’ha fatta.

         La cura va somministrata anche alla sua metà

         Non ho metà, sono tutta intera

         Credo che possa bastare un gel.

         Per umettare la tastiera?