I nonni non li ho mai visti. Solo nonne, in questa famiglia che rassomigliava a un gineceo, dove però le donne avevano compiti da uomini, affari compresi.

A far la parte un po’ da nonni c’erano i prozii, i fratelli della mamma di mio padre.

Persone che temevo, per l’età non più giovane e perché raccontavano storie atroci.

O almeno da bambina mi sembrava così. Crescendo seppi che erano molto più atroci di come le avevo vissute la prima volta.

Zio Gennaro, zio Salvatore e zio Tonino.

Zio Gennaro era tranquillo, aveva una grande pasticceria e nessun racconto. Lo detestavo a causa delle enormi fette di zuccotto e spumoni con la panna  che mi obbligava a mangiare perché ero emaciata e pallidina. Non ho mai amato i dolci e non riesco a mangiarne nemmeno oggi. Sono intollerante alla panna e per ogni visita dello zio a casa della nonna sapevo che dopo avrei vomitato per ore, diventando ancora più esile e mingherlina.

Su questa storia dei dolci si inseriva zio Salvatore, con un copione sempre uguale cui ogni volta aggiungeva nuovi dettagli. “Sei viziata – mi diceva – mangia, perché c’è gente che è morta di digiuno”

E ci parlava del campo deportati, da cui era fuggito a piedi  nascondendosi in case sconosciute, rubando nelle stalle e negli orti, digiunando per giorni, in compagnia di uno che era diventato matto,  che continuava a ripetere “tre patate…tre patate” e avrebbe pronunciato solo queste parole fino al giorno della sua morte, con l’orrore negli occhi  e una lanugine diradata sul cranio scarno.

Finchè a Cassino, distrutto dalla fame e dalla stanchezza, senza nemmeno più sapere dove fosse arrivato, nascosto a bordo di un carro che lo trasportava dal Veneto, aveva visto gli americani e si era consegnato a loro dicendo ”Non ce la faccio più, fucilatemi”.

Ma loro lo avevano salvato.

E per via di questa cosa mi toccava un babà al rum, o una sfogliatella.

Infine zio Tonino, che comparve tardi nella  mia vita, che esisteva solo in alcune storie di famiglia sussurrate a mezza voce e mai in presenza delle “carte bianche”, come chiamavano noi bambini. L’innominato, il dissacratore, l’uomo che più nessuno avrebbe voluto rivedere.

Lo incontrai per la prima volta quando avevo dodici anni. Lui era sulla cinquantina,  il più giovane della famiglia.

Un uomo tozzo e incerto, strano nell’approccio. Affettuoso ma spaventato.

Fu un incontro preparato a lungo. Zia Maria, la sorella più piccola della nonna Cenzina, lo aveva già rivisto da qualche anno, ma la nonna e i fratelli non volevano saperne di accettarlo in casa loro.

E poi chissà per quale strano motivo, forse una schiuma ribollente che risaliva dallo stesso sangue, fu deciso l’incontro e lui si presentò a casa della nonna con una moglie di nome Lucia e due figli timidi e spauriti, balbuzienti e inverosimilmente infantili.

Così zio Tonino l’innominato uscì dal mio immaginario e diventò reale. Un agnello che per anni mi avevano presentato vestito da lupo…o forse un lupo era stato davvero…lo seppi molto tempo dopo, avevo superato la ventina, quando la nonna perse ogni briglia, mandò a riposo il suo censore interno e ogni traccia di riserbo e finalmente iniziò a raccontarci come era stata davvero la sua vita, dietro la fatale patina del perbenismo.

Era il più giovane, aveva solo 17 anni quando fece l’esperienza della droga. Che droga poteva esserci negli anni ’40? L’oppio? L’eroina? La nonna non lo sapeva, ma per questa droga e per le donne aveva rubato tutti i quadri che c’erano in casa e li aveva rivenduti, insieme alle porcellane di Capodimonte.

Una delle donne di strada l’aveva poi  sposata e anni dopo, scoprendola con un altro, l’aveva ferita alla pancia con tre coltellate.

Era stato per qualche tempo dentro, mentre lei sparita chissà dove.

Poi zia Lucia, una tenera maestra elementare che lo aveva seguito in carcere, se ne era pian piano innamorata e gli aveva visto dentro qualcosa di buono, al punto da aspettare che uscisse per sposarlo e metter su famiglia con lui.

Così il figliol prodigo tornava a casa pentito, un agnello ferito.

E la storia di per sé sarebbe finita qui, se non fosse che qualche anno fa, non più di  cinque o sei, a casa di zio Tonino e zia Lucia e dei due figli che nel frattempo sono diventati  ingegneri, arriva una strana telefonata dall’America.

“Papà – dice la voce con un marcato accento americano – sono John, Giovanni. Tu non mi hai mai visto, papà, ma io ho sempre avuto desiderio di conoscerti. Sarò in Italia per lavoro…papà..passo a Napoli..ho voglia di abbracciarti”

Inizia il panico. E il senso di colpa.

In quella pancia ferita c’era una vita. C’era suo figlio. Un figlio di oltre quarant’anni che per lui è appena nato. Un figlio di una donna che nonostante il dolore e la violenza lo ha educato ad amarlo, tanto da fargli venire desiderio di incontrarlo.…zio Tonino non ci crede…e allora deve per forza di cose immaginare il lato oscuro di tutta la storia. Sarà qualcuno che viene a bussare a soldi, magari non è nemmeno suo figlio…ma intanto i demoni lo corrodono e alla fine mette a posto la vecchia 500 blu, lavaggio interno ed esterno, fa un consulto con la moglie e Peppino, il figlio maggiore, e tutti e quattro decidono di andare a prendere John all’aeroporto.

Ma John dice di no, che lui ha affittato una macchina, che sarà a Napoli con la moglie, che non vuole disturbare.

Arriva su una macchina blu, grande grande che sembra quella della scorta di un ministro, con una moglie non bella ma bionda, che non dice una parola in italiano ma ringrazia tutto e tutti.

E si abbracciano, sotto il sole di Napoli nel mese di luglio.

John è alto e leggermente pingue, zio Tonino è tarchiato.

Vanno a cena tutti insieme da Ciro a Mergellina. John paga il conto e distribuisce i regali che ha portato ai fratelli.

Fratelli. Sì, sì…li chiama proprio così, Peppino e Gennaro, i suoi fratellini napoletani.

La mamma è ancora viva, si è risposata, ma non ha mai voluto che il nuovo marito desse il suo cognome a Giovanni.

“Giovanni è figlio mio e di Tonino – ha ripetuto spesso – se non ha il suo cognome avrà il mio. O nessun altro”.

“Così, papà – dice Giovanni alla fine dei due giorni, dopo i saluti, i regali, l’album fotografico che gli offre in dono e che raccoglie tutte le tappe della sua vita americana – anch’io sono ingegnere, come i miei fratelli. Ho fatto un buona carriera, sono ricco. Se avete bisogno di soldi, di una macchina, di far studiare i ragazzi in America ci sono io. C’è solo una cosa che non abbiamo avuto ancora: un figlio nostro. Così, papà, se tu volessi…io sarei fiero di poter avere il tuo cognome”

E sotto il sole del mese di luglio si abbracciano ancora e piangono.

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24 Risposte to “”

  1. glider Says:

    povero zio tonino, sembra una storia di silone. bella, quanta umanità, sana, vera.

  2. ghita Says:

    Vedi? Sono qui e “cammino” e sorrido e mi commuovo e mi emoziono leggendoti 🙂
    Che poi lo faccia di notte,perche’ il sonno non viene mai, e’ un’altra storia….
    Ti abbraccio
    ghita

  3. broono Says:

    ci ero passato presto, stanotte, qui da te.

    “troppo lungo, ripasso dopo”
    mi son detto.
    dovevo piegare maglioni e rimettere a posto qualche valigia.

    ora sono le quattro e mezza, la camera è a posto e mi son detto
    “Ora si”
    e l’ho letto tutto.

    ti racconterei tante cose, se fossi qui adesso.

    oppure no, forse no.
    forse ascolterei le tue.

    e solo dopo ti racconterei del mio papà, odiato e allontanato da tutta la sua famiglia, e della mia mamma, che si è risposata, e del suo nuovo marito che mi ha cresciuto dicendomi “Io non sono tuo padre, tuo padre è un altro ed è giusto che continui ad essere lui. Io ti sto solo crescendo, che è un’altra cosa. E non voglio prendere il suo posto perchè non sarebbe giusto”, e del mio cognome conservato con cura, e di quello di mia mamma che un giorno ha chiesto se poteva aggiungerlo a quello di mio padre perchè altrimenti con lei finisce la storia di quel mio nonno che non ho mai conosciuto, e della mia sorellina cinese mai vista, scappata in america da un padre un po’ più buono del nostro.

    e ti racconterei di me.
    e dell’effetto che fa leggere le storie degli altri, così vicine a te.

    e ti racconterei del piacere che si prova a tornare qui alle quattro e mezza, prima di andare a dormire.

    ma non sei qui.
    e quindi posso solo lasciare un commento del cazzo ad un monitor diciassette pollici che non ha niente a che vedere con il tuo volto, facendo finta che quell’occhio la sopra stia guardando davvero me, prima di andarmene a dormire con la tua famiglia negli occhi.

    o forse è la mia.

    non so.
    domani ti dico cosa ho sognato.

    per me,
    e per te.

    sei una bella persona.

  4. fuoridaidenti Says:

    dovresti inviarla alla Mazzuccato questa lectio magistralis, che ancora mi rode la sòla di “Vita” che preso solo perchè ancora non avevo cominciato a frequentare i blog.

  5. e.l.e.n.a. Says:

    ..non ti piaceranno (e neanche a me piacciono troppo per la verità), ma questo racconto ha il sapore di un dolce buono, sano, genuino, di buoni ingredienti, soffice, profumato e fragrante… di quelle ricette tramandate proprio dalle donne… in cui ognuna ci aggiunge un qualcosa di segreto..in grado di dare quel tocco di “specialità” ad una cosa semplice..
    è bello mangiarti/leggerti 🙂

  6. Flor Says:

    mi sono commossa… è una storia bellissima raccontata con dolcezza. Un bacio

  7. BiancaRaffa Says:

    E pensare che credevo, che solo la mia famiglia, fosse strana e complicata.

  8. Flounder Says:

    broo’, che hai sognato?
    comunque se fossi stata lì, alle 4 e tot della mattina, avrei dormito.
    è l’ora in cui si fanno i sogni più belli.
    fino a verso le 5 e mezza, quando due piedini freddi freddi entrano nel mio letto e si infilano dappertutto.
    e una vocina mi fa: sapessi che ho sognato, mamma…

  9. glider Says:

    uhm, alle cinque e mezza suona la sveglia e mi ritrovo un numero variabile (tra 0 e 2) di “angioletti” che dormono tra la mia area del letto, molto borderline, e mia moglie. tenerissimi, se non avessero passato le due ore precedenti a scalciare le coperte (quando va bene solo quelle) con il sottoscritto a raccoglierle ogni volta son certo che lo sarebbero ancor di più.
    chissà cosa sognano di prendere a calci.
    flo, ma cosa sognano i bambini?

  10. broono Says:

    in genere li ricordo molto bene… e invece questa volta i dettagli non li ricordo.

    però so che girano sempre tutti intorno allo stesso sogno.

    due piedini freddi che si infilano nel letto e mi dicono
    “sapessi che ho sognato, papà…”

  11. glider Says:

    bro’ vedo che è un tema ricorrente.

  12. broono Says:

    Glà, è un sogno, ricorrente.

  13. Flounder Says:

    glider
    non so cosa sognano i bambini. per certo so che mentre sognano si incazzano. e anche parecchio. la mia digrigna i denti in un effetto tipo guanto di acciaio su ardesia.

    ho poi il sospetto Рrecentemente confermato Рche facciano microsogni erotici. qualche mattina fa mi ha raccontato che nel sogno aveva baciato Ghish (il cattivo schifoso delle Mew Mew). ma che nel sogno le era piaciuto molto. poi ̬ arrossita.

  14. Flounder Says:

    broono
    ho paura.
    tra qualche mese dovremo attrezzare il blog a sala parto.
    ce lo scodellerai qui, tra un post e l’altro.
    fammi sapere per tempo, che gli regalo la camicina della fortuna. e un orsetto. e un carillon. e il ciuccio coi campanellini.
    e non farti fare l’epidurale, che ti perdi tutto il bello. ti insegno il training autogeno.

  15. broono Says:

    non temere.
    a me chè tu non ti stia proponendo, al momento mi manca un dettaglio abbastanza importante per portare a termine il sogno.

    in ogni caso, quando accadrà, dai regali togli pure la camicina della fortuna.

    non ne avrà bisogno.
    ci sarò io.

    😉

  16. broono Says:

    a meNO chè…

    naturalmente.

  17. Flounder Says:

    era più bella la frase di prima.
    lasciava un che di insoluto. che magari uno ci pensava tutto il pomeriggio: ma che avrà voluto di’?

    io al massimo mi posso proporre per farmi riscaldare i piedi: è un difetto genetico 😀

  18. broono Says:

    siete fatte con lo stampino.

    per quello, quella proposta, ormai viene accettata senza problemi.

    a volte è “solo per scaldare i piedi”, altre solo “qualcuno con cui guardare un dvd”, altre ancora “solo perchè in casa si sta più comodi a parlare”.

    la partenza, tanto sempre quelle tre sono, è sempre lasciata in mano a voi e da noi accettata spesso con (finta) sufficienza.

    è l’esito, che poi va nella direzione che vogliamo noi.

    anche perchè, da che mondo e mondo, se riesci a scaldare i piedi di una donna, l’80% del “percorso” è compiuto.

    il restante 20% è pure più semplice.
    Visto che se ci arrivi, ad averla accanto a piedi nudi, è perchè lei ha già deciso che è si.

    😉

    sono un po’ stronzo, lo so.
    ma non ci posso fare molto…
    anche il mio, è un difetto genetico.

    🙂

  19. Flounder Says:

    ahahaha, carajo!

  20. Climacus Says:

    Magistrale. Una prova davvero magistrale. Ho solo due o tre appunti da muoverti: i figli di Tonino sono definiti ‘inverosimilmente infantili’. Dato che il lettore non ne conosce l’età ma suppone che siano infanti o al massimo adolescenti, userei un altro aggettivo.
    Ricorda sempre che i puntini di sospensione sono tre e che, quando si riprende a scrivere, occorre lasciare lo spazio e ripartire con la lettera maiuscola.
    Eccellente la scelta di passare all’indicativo presente quando John telefona dall’America.
    La frase che John pronuncia nel finale, “C’è solo una cosa che non abbiamo avuto ancora: un figlio nostro. Così, papà, se tu volessi…”, può essere fraintesa in modo orridamente demenziale: “se tu volessi dare una bottarella alla mi’ moglie…”
    Ti sollecito a prendere ogni precauzione contro letture di questo tipo.
    Qua e là lavorerei di lima, per esempio in corrispondenza del moltiplicarsi degli epiteti di Zio Tonino: innominato, figliol prodigo, agnello, lupo, agnello ferito. Eliminerei l’agnello ferito.
    Ciao

  21. Flounder Says:

    clim, sei prezioso.
    pur volendo essere forzatamente litigiosa, hai ragione.
    cazzo!

  22. Climacus Says:

    Molto bella la chiusura, quel ‘cazzo’ quasi urlato, sintomo di umanità e indice di passione mai sopita.

  23. .kri Says:

    a me è piaciuta moltissimo, mi piace leggerti, mi stai viziando!

  24. UnAnimo Says:

    Forse, e dico forse le persone o i personaggi della storia meritavano un post individuale … per soddisfare la mia curiosità … però, ognuno racconta come gli pare …
    un sorriso

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