Archive for maggio 2005

Suonerà una campanella

maggio 31, 2005

Con una capriola all’indietro il tempo oggi si è arrotolato su se stesso. In un solo balzo è tornato a trentun anni fa.

Abbiamo varcato insieme la soglia della scuola elementare che mi accolse in quella mattina di ottobre. Non è cambiato nulla, identici anche gli odori. Identica suor Maria Rosa alla reception, il giardino fiorito, l’enorme albero di fico.

Siamo entrate fin dentro l’aula, dove il mio ricordo raccontava di un pianoforte verticale coperto da un telo perché non si impolverasse. Non ti ho ingannato, bambina mia, il pianoforte è là. Lo userete ogni lunedì mattina per imparare le canzoncine nuove.

Oggi è il 31 maggio, vi porteranno ogni anno nel primo cortile, in fila per due. Vi disporranno a semicerchio e canterete. Esattamente come accade questa mattina.

Senti il mio amore e di colpo ami già questa scuola, mentre a me sale un magone incontrollabile.

Solo una cosa è diversa. In presidenza c’è una foto di Arturo.

E’ stato seduto davanti  a me per tre anni, paffuto e chiacchierone.

Sovrappeso fino a diciotto anni, come quella sera che siamo andati al compleanno di Chicco e al ritorno voleva accompagnarmi a casa con l’auto nuova. E io gli dissi sì, poi pensai a mio padre che mi avrebbe punito per essere andata in auto con un neopatentato e allora telefonai a casa per chiedergli di venirmi a prendere.

Quella notte, all’incrocio immediatamente precedente quello di casa nostra, Arturo fu preso in pieno da un’auto che correva. Mauro era sceso dieci metri prima, Andrea restò in coma per due mesi e lui finì sul colpo. Accanto ad Arturo ci sarei stata io, se non avessi avuto genitori severi. Severi come le suore. Un’altra volta ti parlerò di Maria Concetta, un’altra volta ancora di Anna. Adesso non è ancora tempo.

Questa scuola ti darà i ricordi più forti che potrai serbare. Per me continua ad essere un nucleo luminoso. Tutto quel che so l’ho imparato qui, tutto quel che sono, nel bene e nel male, l’ho preso qui.

Le altre cose importanti sono accadute così tanto tempo dopo che i venticinque anni nel mezzo pare quasi siano stati invisibili. Poche cose, poche persone sono state così significative. Posso contarle sulle dita di una sola mano, piccola come la tua.

Suor Raffaella era spigolosa, magrissima. Aveva un viso ossuto e mani con nocche che facevano male. Non sorrideva mai. Mai. Tutto quello che mi ha dato lo ha preteso indietro, con l’interesse del 100%. Tutti i libri  che mi ha prestato di nascosto, tutte le pagine che mi ha fatto riempire con la mia grafia ordinata. Nulla mi è stato regalato. Le ho restituito tutto, ancora oggi continuo a farlo. Ogni parola che esce dalla mia penna è sua. Il latino che mi ha prestato prima del tempo è suo. Ha piantato in me il seme della logica e non mi ha mai permesso di distrarmi. Mi ha costruito un mondo di certezze laddove sarei sprofondata.

Iniziai ad amarla solo in quinta elementare, quando mia madre le chiese a quattr’occhi se c’era qualcosa, un regalo che le avrebbe fatto piacere. La regola della scuola era rigorosa, non potevano essere accettati doni personali, ma solo oggetti per la comunità.

Ma suor Raffaella al sabato veniva con noi a Napoli nell’auto di mio padre. Noi a trovare le nonne, lei la sua famiglia. E vergognandosi chiese ciò che una suora non dovrebbe nemmeno avere l’ardire di pensare: calze di nylon velate con la riga dietro. Calze, non collant.

Mia nonna aveva un grandissimo negozio di biancheria e fu facile accontentarla.

Era l’unico legame che avrebbe conservato con il secolo, indossandole da sola, nel riserbo delle mura domestiche.

Anche lei aveva una debolezza e questo riuscì di colpo a farmela amare, oltre che adorare e temere.

Chiedo alla segretaria che fine abbia fatto. E’ morta tre anni fa. Ha insegnato fino all’ultimo giorno, nonostante i suoi ottant’anni.

Se fosse stata lì le avrei detto grazie.

Non sono abituata a farlo e so che alla prima lacrima mi avrebbe dato uno schiaffo con le sue mani legnose.

Abbasso gli occhi mentre sento la guancia bruciare e so che vorrei essere abbracciata. Adesso.

X-Files

maggio 30, 2005

Ta-tààn, esclamò l’agente Flounder rientrando in casa prima del previsto.

(Alcune missioni segrete sono così segrete che se non ve lo dicessero non avreste nemmeno il tempo di accorgervene).

Però in alcuni casi dire ta-tààn non serve assolutamente a nulla.

Perché tu te ne vai, è vero. Ma il mondo continua a girare allo stesso ritmo, sicché torni a casa e sei nel punto esatto di prima, nel momento immediatamente successivo a quello in cui sei partita. Anche se mentre eri via ti sembrava che fosse trascorso tantissimo tempo e che alcune cose avessero preso una forma differente o si apprestassero a farlo.

A volte  sembra proprio così.

Ma questa volta l’agente Flounder non si fece ingannare dall’assoluta assenza di eventi eclatanti, dalla mancanza di dettagli, dall’apparente calma che la circondava.

Uguale la casa, uguali gli odori, solo il caldo sembrava essere aumentato. Visto dall’esterno.

Dall’interno invece stava succedendo qualcosa di terribile, insospettato.

Ma queste sono cose che un’agente ben addestrata tiene per sé, non le scrive nemmeno nel blog. Ci sono alcuni x-files che si tengono segreti anche a se stessi.

Però ha paura di vacillare (questo non ditelo a nessuno), ha paura di perdere quell’aplomb tipico degli agenti segreti, ha paura di commettere passi falsi (a volte anche gli agenti migliori si mettono nei guai).

L’agente Flounder si avvide che qualcuno aveva pasticciato in sua assenza nella blogchat. Il pensiero la fece sorridere. E di nuovo ebbe paura di quel sorriso che tradiva una piccola frattura nella sua mania di controllo, nella sicurezza che le cose stessero andando per il verso giusto.

Si tolse l’uniforme di servizio,  tirò fuori dal freezer un cibo speciale per agenti segreti (la ricetta è così segreta che non la conosce nemmeno lei, lo cucina bendata) e in quel momento ebbe l’assoluta certezza che il caso era ben lungi dall’essere risolto. Era solo al principio.

Non c’è sfida migliore, per un agente segreto, che un caso difficile. E quello lo era.

E l’odore sensuale del gelsomino in terrazza non avrebbe reso le cose più facili. Tutt’altro.

Perché alcuni profumi hanno il potere di annientare anche il più professionale degli agenti.

Sapeva anche questo.

Il primo appuntamento

maggio 28, 2005

Avviarsi in anticipo, con quel fare che non è puntiglioso, ma solo una maschera per nascondersi l’ansia.

Lasciare tutto in ordine, con gesti lenti che servono a dilatare il tempo.
Mettersi in macchina e percorrere la strada più lunga, per il timore di arrivare troppo in fretta.
Fermarsi in autostrada, anche più volte, bere troppi caffè e mangiare un panino non necessario.
Raggiungere una stazione, un aeroporto, una piazza, un luogo qualsiasi d’appuntamento e parcheggiare con cura, un po’ distanti.

Guardare ancora l’orologio e scoprire che è troppo presto e fare un giro dell’isolato, magari due, forse tre.

Nelle pause chiamare un amico per lasciarsi intrattenere, senza mai nulla tradire e rivelare.
Guardarsi allo specchio per controllare l’espressione, la piega dell’abito, il ricciolo che ricade.
Arrivare infine con studiata nonchalance, solo un minuto o due di ritardo e sorridere.
E poi dire in un sussurro: sono così in ritardo, pensavo di non farcela

(L’agente Flounder è stata chiamata per svolgere una missione segreta. Si assenterà dal blog per un imprecisato numero di giorni. Sarà  irreperibile. Spento il Flounderpc, spento il Floundermobile, in garage la Floundercar, nel freezer il Flounderfood. In sua assenza interagite pure, ma con decoro)

Iperemesi incoercibile

maggio 27, 2005

Se non fossi una signora oggi vomiterei. Dappertutto, anche nel blog. Come quando un bambino ha la gastroenterite virale, a spruzzo. Si chiama iperemesi incoercibile, me l’hanno insegnato quando ero incinta. Solo che incinta non sono. Se fossi Forrest Gump sorriderei con una vena di dispiacere, pensando che se le persone fanno del male, in realtà fanno del male prima di tutto a se stesse. Sfortunatamente non sono Forrest Gump. Ma ho il culto dell’amicizia, a qualunque prezzo. Chiuderei un occhio su un uomo che mi tradisce, ma non su un’amica.

Passo e chiudo e corro al bagno.

Nel nome del padre (e della madre)

maggio 26, 2005

Ora, al di là della manifesta idiozia e del palese cazzeggio che pervade questo blog, c’è da dire che anche io, nel mio piccolo, faccio riflessioni serie. Per esempio su una serie di questioni apparentemente dissimili, ma che in realtà gravitano intorno allo stesso centro, la dignità dell’essere umano.

Non è un pensiero ordinato, ma si snoda un po’ come il bersaglio della settimana enigmistica, per salti e affinità logiche: fecondazione assistita, eterologa, aborto, adozione, infanticidio, servizi sociali inesistenti, disagio psicologico, tabù.

Amo due tragedie greche, l’Antigone e la Medea.

Mi piace dell’Antigone il modo in cui si fronteggiano, apparentemente inconciliabili, la Legge e il Sentimento, salvo poi dimostrare che non può esserci Legge o Etica che non sia fondata anche sul Sentimento.

Mi piace della Medea la dolorosa verità sulla labilità emotiva delle donne, su un cordone ombelicale  che non viene mai reciso e può condurre al delirio totale. La donna non più strumento di vita, ma generatrice, di natura divina. E dunque capace di annientare con la stessa potenza con la quale ha donato. Sono verità queste, non favole.

Quando leggo di una donna che uccide il proprio figlio, prima ancora dell’orrore si impadronisce di me la pietà. Che non è giustificazione. E’ solo che alcune persone non hanno la capacità di stare al mondo e su questo si chiudono gli occhi, per riaprirli d’improvviso colmi di sdegno quando il reale tradisce l’immaginazione.

In Spagna ogni anno la violenza domestica produce più vittime dell’Eta. Dell’Italia non conosco i dati, ma so che quando una persona si rivolge alle forze dell’ordine, alla magistratura, ai servizi sociali, viene ascoltata solo se c’è già stato qualcosa di almeno simile allo stupro. Chi sostiene il contrario non si è mai imbattuto in simili circostanze.

Per gli altri casi si rimanda, si archivia, si temporeggia, si propone conciliazione tra le parti.

Poi ci si stupisce del dramma. Come se irrompesse a devastare l’unità di tempo, luogo e azione che si era fittiziamente costruita.

Accanto a casa mia c’è un negozio di pc e accessori. Una volta ho comprato una stampante e il proprietario è venuto a installarmela. Si chiama Edoardo. E’ entrato in casa e ha sorriso a mia figlia. Dopodiché è rimasto due ore, senza mai avermi visto prima, a raccontarmi dell’infertilità del suo matrimonio, dei numerosi, costosi e inutili tentativi di inseminazione artificiale e della sensazione di penosa insufficienza della sua vita a partire da questa disfatta.

Sono passati tre anni e nel frattempo Edoardo ha perso tutti i capelli, è dimagrito, ha una psoriasi invasiva.

Quando percorro la strada con mia figlia attraverso il marciapiede per non passare davanti al suo negozio. Non è per pietà, è solo che ha uno sguardo che ultimamente mi fa paura.

Io sto male all’idea che qualcuno, in questo mondo, si senta inutile solo perché il suo seme non riesce a perforare un ovulo. E nel frattempo il mondo brulica di creature che hanno bisogno d’amore.

Io sto male al pensiero che c’è gente che uccide un figlio perché il marito ha toccato un’altra donna o perché il giorno in cui ha confessato di sentirsi troppo giù di tono, i parenti tutti le abbiano detto di andare dal parrucchiere per farsi bella e di smetterla con queste sciocchezze.

Se potessi realizzare un sogno mi piacerebbe immaginare una scuola per apprendisti genitori, dove fin dall’adolescenza si impara ad aver a che fare con i bambini, dove si misura la stabilità psicoemotiva delle persone e solo a chi supera gli esami si concede una patente di padre e madre.

Dove prima di procedere a una fecondazione assistita si affida alla famiglia un bambino per vedere come se la cavano o li si coinvolge nelle attività di animazione di un orfanotrofio.

E dove si dia agli adulti la possibilità di piangere un poco su se stessi, ogni tanto.

Perché le lacrime lavino la polvere e mostrino loro la dignità smarrita.

E quella cosa che si chiama desiderio, in senso lato.

Se qualcuno ha voglia e tempo legga i libri di Françoise Dolto.

Relazioni inter-blogger

maggio 26, 2005
Un’affezionata (e prezzolata) lettrice di questo blog solleva una questione degna del miglior studio sociologico-comportamentistico circa le relazioni virtuali nella blogosfera. Interessante soprattutto la seconda questione. vi Avverto che la fanciulla, che per comodità chiameremo Anna, è un osso duro, allevata fin dalla più tenera infanzia a pane e raziocinio. Si apra ordunque il dibattito.
dopo aver frequentato questo blog per un pò di tempo (posso dire da quando è nato… :-)azz qui ci va la doppia parentesi, prendo spazio e la metto qui) dicevo, dopo bla, bla, bla… vorrei fare un paio di domande a tutti bloggatrice e lettori/commentatori:

1- perchè di norma accade che la bloggatrice mascherata inserisca un nuovo splendido frutto delle sue fatiche mentali, alchè tutti commentano e partecipano fino a nuovo frutto, lasciando da parte i vecchi scritti? I post vecchi, seppur bellissimi, nessuno li commenta più, e se pure qualcuno ci prova resta il suo solitario commento privo di seguito…

2-perchè, nella maggior parte dei casi, i lettori/commentatori interagiscono con la bloggatrice mascherata e non lo fanno con gli altri lettori/commentatori? (a meno che già non si conoscano o siano reciprocamente linkati?)

sono gradite risposte, non necessariamente nella giornata di oggi… 😉

utente anonimo

Indice TVB

maggio 25, 2005

Investire sembra facile: basta comprare quando si prevede un rialzo e vendere quando ci si aspetta un ribasso. Ma come deve comportarsi un investitore in assenza di una chiara tendenza di mercato?

Prendiamo il caso dei titoli, ad esempio.

L’andamento delle borse ha ormai dimostrato che il titolo “ti amo” è in netto ribasso ormai da molto tempo. Si è incamminato lungo quello che si suol definire un trend negativo.

C’è gente che ha investito tutti i suoi modesti risparmi e adesso si ritrova con un pugno di mosche. Pare che su alcune piazze non venga addirittura scambiato da mesi.

Qualche margine di apprezzamento continua ad averlo sul mercato nero, dove il titolo viene scambiato in assenza di controllo, ma i dati a riguardo sono troppo aleatori e non consentono di ipotizzare un’inversione a breve del trend ufficiale.

Secondo gli studi sulla propensione all’acquisto pare che siano stati penalizzati maggiormente gli investitori di sesso femminile, che avevano intravisto nel titolo la possibilità di concepirlo alla stregua di un bene rifugio.

Gli economisti ritengono che si sia trattato di un chiaro errore di valutazione dettato dall’euforia che spesso si genera intorno a questo mercato, in quanto al momento dell’opzione di acquisto non erano state tenute in debito conto le variabili relative alla mancata copertura dei rischi di cambio. Di conseguenza non si è provveduto alla diversificazione del portafoglio investimenti affettivi.

Il che, come è noto, comporta il rischio di tracollo totale.

Ci troviamo pertanto in presenza delle cosiddette Air Pocket Stocks, ossia quei  titoli che scendono di prezzo vertiginosamente, come se non vi fosse nessun acquirente in grado di rallentarne la discesa,  a causa di notizie eccezionalmente negative.

Un investitore previdente avrebbe preteso l’applicazione della clausola All or none, in modo da permettere all’emittente di ritirare totalmente l’emissione nel caso in cui non fosse sottoscritta integralmente.

Ma si sa, il cuore ha le sue ragioni che la borsa non conosce.

Per comprendere compiutamente come tanti investitori siano riusciti a rovinarsi con le proprie mani i ricercatori rimandano ancora una volta alle teorie del consumo razionale e allo studio delle curve di utilità. L’applicazione della regola di non sazietà condurrebbe pertanto alla scelta di panieri inadeguati sulla base di un comportamento del tutto irrazionale.

Su questo si è innescato un lungo e controverso dibattito tra keynesiani e monetaristi circa le  manifestazioni effusive, pervenendo alla conclusione che la velocità di circolazione dell’unità contabile effusiva genera inflazione, provocando una caduta verticale del potere di scambio del titolo, fermo restando il suo valore nominale. Tuttavia le politiche di stabilizzazione non sono necessarie, poiché nel medio periodo tutto tornerà spontaneamente in ordine, secondo il dettato della Legge di Say.

E da Piazza Affari questo è tutto. L’indice  MIB è molto, molto basso.

Anche le formiche. Nel loro piccolo, però

maggio 25, 2005

Lui la cerca, nelle pieghe del suo dire.

Lei lo scruta, sotto le vesti del suo sentire.

Ma la stanza sembra vuota.

Dopo un po’ si urtano col naso. Riconoscono l’odore e ricominciano a cercare.

Qualcuno dalla finestra li guarda, dall’esterno verso l’interno, come un cannocchiale al contrario.

Sono diventati piccoli piccoli, si affannano a cercare. Sembrano due formichine operose.

Con un po’ di pietà si potrebbe dir loro che la stanza è vuota, non c’è che il loro odore.

Che è tutto lì.

Ma nessuno ha pietà delle formiche, a questo mondo.

No Title

maggio 24, 2005

Ci sono giornate che hanno la quintessenza della discarica abusiva di rifiuti. Questa è una.

Boulevard de la Seine, una sera d'inverno

maggio 24, 2005

Quando mi hai telefonato per darmi l’appuntamento mi hai chiesto cosa volessi mangiare.

Allora io ti ho detto: ma sarai scemo? E tu mi hai risposto che ero sempre la stessa.

Ma insomma, dopo tredici anni che non ci vediamo ti pare che mi interessi cosa mangiare?

Ti ho risposto che andava bene qualunque cosa, a condizione che andassimo in un posto dai tavolini piccoli piccoli, che il servizio fosse lentissimo e che ci servissero del vino rosso.

Mi hai portato alla Brasserie dell’Ile St. Louis, dove quel cretino di cameriere ha fatto lo spiritoso per tutta la serata. In realtà dopo tredici anni non era più un ritrovarsi, sebbene abbia impiegato un anno e mezzo per rintracciarti: avevi cambiato lavori, nazioni, case, numeri di telefono.

Era una specie di addio.

Avevo voglia di vederti in viso, dopo che per anni mi ha fatto male il cuore ogni volta che pensavo a te, dopo le decine di lettere che ti ho scritto e  non ti ho mai spedito. Perché a volte ci vuole più coraggio a soffrire che ad agire, chissà se tu lo sai. E forse anche più follia che saggezza, per rinunciare.

Eri uguale, nemmeno un capello bianco, neppure una ruga. Se c’erano non le ho viste, ero distratta da te. Tu invece mi hai osservato con cura e per tutta la serata mi hai trattato come qualcuno che non si è sicuri di conoscere davvero. Ci siamo seduti di fronte, come ai vecchi tempi, e ci siamo raccontati tredici anni di distanza. Ero vestita di azzurro, con un paio di pantaloni larghi e una maglia di cachemere e per tutta la serata non hai fatto altro che ripetermi quanto ti sentissi emozionato, mentre il servizio lentissimo ci offriva spazio per dilatarci. Dopo cena abbiamo passeggiato a lungo davanti Notre Dame, nonostante il vento gelato. Eravamo sottobraccio e hai iniziato tu il discorso. Che le persone a volte si incontrano nei momenti sbagliati e che allora la differenza di età ti aveva ostacolato parecchio. All’epoca io avevo 22 anni e tu 35. Quella sera io ne avevo 36 e tu 49. Non mi pareva che fosse cambiato un gran che. Ma mi sono morsa la lingua per non dirtelo.

Così ci siamo ricordati di quella volta che avevamo litigato e per oltre un mese non ti avevo rivolto la parola, mentre tu mi riempivi la casa di fiori per farti perdonare. Ogni giorno rientravo e trovavo un fascio davanti alla porta e dalla rabbia avevo anche smesso di fumare. Mi mandavi cioccolatini a forma di pallone, c’erano in corso i mondiali del ’90, e io ho sempre odiato la cioccolata. Avevamo litigato per colpa di quella tua stupida amichetta, Saiko, perché stupida lo era davvero, ci hai impiegato anni ad accorgertene. Non riuscivo a capire perché ti facessi maltrattare da un’isterica che non amavi.

E poi il suono della frase di un  libro che mi avevi letto una notte e mi è rimasta impressa per tutta la vita, credo fosse di Céline: in amore le donne confrontano e gli uomini sovrappongono.  L’ultima cena insieme, nel solito posto in cui mangiavamo a pranzo tutti i mercoledì, quando non andavo all’università. La signora ci preparava la minestra di udon e quando le dissi che sarei partita per tornare a casa le si rabbuiarono gli occhi e ti chiese: perché non la sposi?, mettendoti in un imbarazzo insormontabile. E per toglierti dall’imbarazzo io dissi ridendo: è troppo vecchio, e poi vuole sposare una giapponese. E Fujiko-san non sapeva più cosa dire e mi abbracciò stretta stretta, mentre quel tipo che sedeva sempre al tavolino di fronte al nostro, perennemente ubriaco, disse: ma sposa Silvana, dai. Silvana ero io, perché secondo lui tutte le italiane avevano qualcosa di Silvana Mangano in Riso Amaro. 

Quella sera abbiamo riso, ci siamo raccontati tutto quello che per tredici anni era rimasto in sospeso, ci siamo ricordati di quella volta che avevamo comprato dei dadi rotondi e avevamo passato la serata a giocarci sulla terrazza di un caffè e tu mi avevi baciato tornando a casa, di un bacio così intenso che ancora aspetto di trovarne uno simile. Ci siamo ricordati di quando mi avevi accompagnato all’aeroporto insieme alle mie valige e avevo i capelli così corti che ti pungevano la mano. E io che fino all’ultimo istante ho aspettato che mi chiedessi di rimanere e tu che volevi farlo e non avevi mai avuto il coraggio. Per paura che andassi, forse. O che restassi, non so. Non sai. Non è più tempo di saperlo.

Mi hai accompagnato fino all’albergo, tenendomi sotto braccio sotto la pioggia. Ci siamo lasciati con un sorriso, finalmente con un vero addio. Senza residui e senza strascichi.

La volta seguente, dopo otto mesi, siamo andati a cena come due vecchi amici, abbiamo discusso di frivolezze, sono salita a vedere il tuo appartamento, disordinato come lo immaginavo. Tra noi non è accaduto nulla, e non per la differenza di età. Tutto sotto controllo, sotto anestesia. Per sempre.

E quando davanti all’anatra laccata sei diventato serio e mi hai chiesto se non fosse il caso di sposarci ti ho risposto ridendo che sei diventato vecchio e che ti piacciono le ragazze giapponesi.