La marchesa di Pietrarsa

La marchesa di Pietrarsa era brutta. Ma proprio brutta brutta che non ne salvavi nemmeno un pezzo. Del resto guardando i discendenti non si possono nutrire dubbi, una di quelle facce borboniche da pinacoteca di Capodimonte, con quei nasoni bitorzoluti su un viso cavallino. Se la portano dietro da duecento anni una faccia così, e hai voglia a dire che con gli anni le generazioni migliorano, che sono nutrite meglio, che lo sport, che l’evoluzione della specie.

No. E’ una famiglia con il gene della bruttezza e non c’è niente da fare.

La marchesa rimase orfana di madre a nemmeno sei anni, figlia unica cresciuta dalle balie mentre suo padre dilapidava l’intero patrimonio di famiglia con le donne e il gioco.

Dilapida oggi e dilapida domani andò a finire che, brutto com’era e impossibilitato nelle conquiste galanti a causa della subentrata povertà, decise che così non valeva la pena vivere. E favorito da un resistente pezzo di corda si trasferì nel mondo parallelo dei giocatori, governato da quel Dio che a suo dire giocava con i dadi truccati, con il quale le partite non potevano offrire alcuna soddisfazione e che il giorno in cui l’avesse incontrato gli avrebbe detto fuori dai denti che era un baro.

Senza madre, senza padre, senza balie e senza quattrini, la marchesa a diciassette anni fu presa sotto l’ala protettrice di una vecchia zia. Ufficialmente a fare la dama di compagnia, in realtà a farle da schiava.

E quando la zia morì, dopo una decina d’anni, l’avvocato che ne curava i possedimenti lesse il testamento e scoprì che la vecchia aveva lasciato tutto alla Chiesa. Qualcosa per la marchesa c’era pure: un crocifisso d’argento con un’acquasantiera e una lunga lettera con le benedizioni della vecchia, che sperava con questo dono di tenerla tutta la vita lontana dalla tentazioni del Maligno.

L’avvocato, che era un uomo preciso, si toccò i nervi e presi due forzieri pieni d’oro decise che dovessero andare a finire nelle mani della marchesa.

La quale, dal canto suo, si risentì non poco: Avvoca’, io so’ marchesa, secondo voi mi posso perdere per due cascette d’oro?

Signora mia, le disse l’avvocato, con queste due cascette, come le chiamate voi, vi comprate tre quartini di tutto rispetto e ricominciate a fare la vita che facevate prima.

Ma non ci fu verso e la marchesa di Pietrarsa che come tutta la nobiltà vicina a Franceschiello si esprimeva solo in purissimo vernacolo, rispose: Avvoca’, penzate a sta’ ‘bbuono.

L’avvocato, che aveva ventidue anni più di lei, vedovo e senza figli, si commosse. All’improvviso realizzò di non avere nemmeno cinquant’anni e che se la marchesa era d’accordo quasi quasi rinasceva a nuova giovinezza. Lei si disse onorata e nel giro di due mesi convolarono a nozze.

A sentire i racconti successivi, ricostruiti in tarda età quando la marchesa aveva tolto ogni freno alla lingua, ammettendo che in gioventù ne avesse mai  avuti, pare che  l’ avvocato tenesse una foja che ci voleva la mano di Dio. Il matrimonio durò appena quaranta giorni, poi il brav’uomo finì improvvisamente a causa della spagnola.

Secondo i malevoli non fu la spagnola a ucciderlo, ma l’eccesso di zelo profuso con la sposa.

Secondo quelli ancora più malevoli una mattina l’avvocato si svegliò e ritrovandosi accanto alla bruttezza in persona, fu colto da colpo apoplettico. Vai a sapere.

Quando il notaio lesse il testamento si scoprì che la marchesa era stata nominata erede universale, ma poiché la signora era di cuore e l’avvocato aveva due fratelli, stabilì che per quaranta giorni di matrimonio non se la meritava una simile ricchezza. Chiese che fosse diviso tutto in tre parti uguali e lasciò ai cognati la scelta delle terre.

E quando finalmente gli affari furono conclusi, la marchesa disse al notaio: ma quel bel giovane che vedo uscire sempre dalla vostra casa, quello bello, alto, col mantello..chi è?

Il notaio non nascose un sorrisetto, era il fratello dottore. Che con il tempo sarebbe diventato uno dei più importanti medici della città, amico intimo dell’altro dottore, Moscati, quello che faceva i miracoli.

Intorno al dottore, che era una specie di Raoul Bova dell’Ottocento, si costruiva ogni sorta di congettura. Quando andava in visita nei quartieri popolari le donne se lo mangiavano con gli occhi, qualcuna simulava mali immaginari pur di farsi sfiorare, ma il dottore non dava retta a nessuna.

Gli uomini dicevano che secondo loro era un poco ricchione, ma si capiva che la loro era solo invidia. E ricordiamoci che la marchesa era brutta, brutta assai. Ma quando vide il sorrisetto del notaio non si fece minimamente impressionare. Aspettò il dottore all’uscita, gli si piantò davanti e gli disse: dotto’, primma o poi io e te ce spusammo.

Con un tono che non ammetteva repliche.

Come fu e come non fu, dopo sei mesi la marchesa si sposò con il dottore e dai lui ebbe due figli.

Immaginatevi la scena del dottore con la marchesa a via Toledo, lei brutta con un pancione smisurato. Una donna corre giù dai quartieri spagnoli coperta da uno scialle, si pianta davanti alla coppia, scosta i lembi e gli mostra il seno nudo e grida: Dotto’, te voglio.

Il dottore la guarda come se osservasse un paziente, poi guarda la marchesa. E la marchesa senza scomporsi dice alla donna discinta: nenne’, l’urdema ca dicette “te voglio” jette ‘o ‘spitale e nun ascette cchiu’.

Questa era la marchesa di Pietrarsa, più brutta della fame ma con una simpatia e una forza che le salivano da chissà dove.

Tant’è che quando anche il dottore morì, gli spasimanti non le dettero tregua. E non era per le ricchezze, perché aveva le mani bucate e si trasferì a vivere in un modesto appartamento a via Foria, nemmeno al piano nobile.

Che in tarda età ancora ci pensava e si diceva: se non ero marchesa potevo fare la zoccola. Ma tanto o zoccola o marchesa, che cambiava?

 

L’avvocato mi guarda. Sono avvolta dal bozzolo di chiacchiere in cui mi ha avvolto, un po’ inebetita.

Lo conosco da sempre, è uno dei primi uomini ad avermi presa in braccio quando sono nata. E’ cresciuto praticamente in casa nostra, salendo e scendendo le scale dal terzo al primo piano. E questa storia della marchesa io l’avrò sentita decine di volte, da mia nonna, dalla bisnonna, dalla vecchia prozia Serafina. Se chiudo gli occhi rivedo la fisionomia della marchesa in una vecchia foto sbiadita. Quant’era brutta. Ma proprio brutta brutta.

Sono seduta nel suo studio da due ore, per discutere di faccende delicate e tristi.

Mi verrebbe da chiedergli dove vuole arrivare, se tutto quello che mi sta raccontando abbia pertinenza con ciò che gli ho detto e devo ancora dirgli.

Poi mi legge nel pensiero e scoppia in una risata senza fine, che imprime un tremito dal naso all’enorme pancia.

Quello che volevo dire, figlia mia, è che la fortuna non tiene preconcetti. E nemmeno la sfortuna.

Perciò fai come la marchesa, mia nonna: futtatenne. O fai ‘a marchesa o fai ‘a zoccola, tanto chello ch’ha da succedere, succede.

Saggezza partenopea.

Annunci

10 Risposte to “La marchesa di Pietrarsa”

  1. anonimo Says:

    Da antologia. CalMa

  2. Flounder Says:

    il sabato è il giorno delle storie di famiglia 😀

  3. brezzamarina Says:

    ..interessante “attitude” quella della signora marchesa! 🙂

  4. marcosoriano Says:

    che dire? futtatenne… del resto non mi ricordo chi diceva che l’amore è proprio brutto, ma brutto brutto

  5. Flounder Says:

    ah.
    ma non si parla mica d’amore, qui 😀

  6. marcosoriano Says:

    ma neanch’io.

  7. gurb Says:

    Se trovo una pagina cosi’, tra i blog che seguo, mi spiego il perchè, ultimamente, leggo sempre meno narrativa contemporanea su carta stampata 🙂 Quelle robacce passate tutte sotto lo stesso editor.
    *Gurb

  8. Flounder Says:

    gurb, sei troppo gentile

  9. Detroit Says:

    ci sono riuscita!!!
    l’ho letto a rate…
    non ho capito una frase, ma è splendido.
    e sottoscrivo il finale. quello che deve succedere succede

  10. Flounder Says:

    immagino cha la frase sia quella in corsivo: bambina, l’ultima che disse “ti voglio” finì all’ospedale, dove terminò i suoi giorni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: