Archive for giugno 2005

"Certe piccole manie": come si genera un’antipatia.

giugno 30, 2005

Ultimo anno di università. Frequentavo un corso in cui eravamo solo tre allievi: io, il mio amico Mauro e una che forse si chiamava Velia. Alle due del pomeriggio, direttamente nella stanza del professore, che per un paio d’ore due volte alla settimana ci faceva riempire blocchi di appunti.

Era bellissimo questo professore qui. Più che altro aveva una bella voce, un modo di esprimersi perfetto e completo, che quando scrivevo entravo in stato totale di trance.

E non staccava mai gli occhi da me, mai, con uno sguardo così irritato che non riuscivo a darmene ragione.

Della sua vita privata sapevo solo che era divorziato e in seconde nozze aveva sposato un’americana di colore, tanto intelligente quanto brutta. Voci di corridoio.

Era talmente arrabbiato e ostile nei miei confronti che mi dissuase dal chiedergli la tesi, sebbene ci tenessi molto. Quando proposi l’argomento gli vidi un guizzo di curiosità illuminargli la fronte. Lo represse all’istante: cerchi qualcun altro, non ho tempo.

Ma se ha solo tre allievi!

Per lei non ho tempo.

All’esame non ebbe un briciolo di umanità e mi tartassò per oltre un’ora su un programma vastissimo. Lì persi le staffe e gli dissi che era ingiusto, che avevo seguito tutto il suo corso,  fatto approfondimenti non richiesti e lui lo sapeva benissimo.

Rispose soltanto: non farò preferenze per nessuno, tantomeno per lei.

Lo incontrai qualche anno dopo, in un corso post-laurea. Alle selezioni fece di tutto per boicottarmi, senza riuscirci. Durante tutto il corso mi trattò con sfida alternata a disprezzo, sempre pronto a umiliarmi pubblicamente nonostante i volti alti.

E poi un giorno un caso strano: in un convegno mi trovo di fronte una persona e ho l’impressione di guardarmi allo specchio. La donna aveva sei o sette anni più di me, ma tra noi c’era una somiglianza fisica impressionante. Più che sorelle. Vedevo me qualche anno dopo: nel viso, nei gesti, nel modo di parlare, la pettinatura, la risata. Una cosa davvero sorprendente.

Ci presentarono, rimarcando la somiglianza.

Poi lei aggiunse con un sorriso: ero la moglie del professor G., ho sentito parlare di lei.

Le avventure amorose di Zuccherino

giugno 29, 2005

Una volta avevo un fidanzato di nome Stanley. Faceva il cartografo.

Si avventurava per sentieri misconosciuti munito unicamente della sua bussola e talvolta accompagnato da una bacchetta da rabdomante. Dalla geografia del mio corpo ricavò mappe strategiche.

Ne custodisco ancora una, incisa in un punto dalla sua elegante grafia: hic sunt leones.

Morì tragicamente rovinando da una scarpata che non aveva previsto, un avvallamento improvviso sotto un’altura spuntata da chissà dove.

Ancora oggi il suono della parola silicone mi provoca un senso di colpa.

 

(In un altro forum avevo inventato un personaggio che si chiamava Zuccherino. Non era una falsa identità, in realtà tutti sapevano che ero sempre io. Zuccherino era molto carina, svampitissima. Interveniva sempre come i cavoli a merenda anche nelle discussioni più serie, per raccontare di un suo ex-fidanzato che avesse qualcosa di vagamente attinente con l’argomento. Tutti questi fidanzati avevano sempre avuto una fine tragica e lei si dispiaceva moltissimo ogni volta. Ultimamente me n’ero dimenticata, ma forse adesso la riesumo.)

Che calore, che calore, comme coce 'o sole

giugno 28, 2005

Il caldo fa diventare pazzi. Lo dicono pure i telegiornali, mica è un luogo comune.

A casa dei miei genitori succedono cose terribili. Loro vivono da vent’anni al quinto piano mal coibentato di un condominio che comprende 15 famiglie. A partire da aprile in casa loro si registrano 40 gradi, iniziano a incattivirsi, a gridare, a tirar fuori aggressività da ogni poro. Mio padre voleva acquistare il terrazzo condominiale situato sull’appartamento per isolarlo meglio, ma il proprietario ha detto no. Allora voleva far installare i condizionatori, ma mia madre ha detto no, che poi le viene la bronchite e l’attacco di cervicale. Allora mio padre esce il pomeriggio in moto e lascia mia madre nella calura e quando torna lei è cattivissima e litigano tutta la sera.

Ma il problema non è solo questo. Il problema ha un nome e un cognome, si chiama Ciro Bennato.

Che l’estate scorsa ha rilevato la licenza di un bar che si trova al piano terra.

Era un baretto tranquillo, dove il massimo della libidine consisteva nell’andare a giocarsi la schedina. Un baretto che aveva conosciuto momenti di gloria una ventina di anni fa, quando la città vinceva gli scudetti di pallacanestro e tutti i giocatori andavano a prendere l’aperitivo lì. Il proprietario si faceva scattare le foto e raccoglieva gli autografi di Oscar, Gentile e di quelli coi cognomi slavi. Poi il proprietario ha avuto l’ictus ed è arrivato Ciro Bennato.

Che ha fatto un bar fighissimo, con la musica techno tutte le sere, du-dùn, du-dùn, du-dùn.

Solo d’estate, quando la gente esce e resta fino alle due per strada.

Il caldo uccide. Ha cominciato il signor Manganaro del primo piano, proprio sopra il bar. Ha chiamato mio padre, che un tempo era anche il suo capufficio, e gli ha detto: dotto’, venite a sentire, qua non si può campare. Mi devo prendere gli psicofarmaci, all’età mia.

Mio padre è andato, ha sentito i vetri tremare, pure i bicchieri nella cristalliera, pure le sedie sotto il sedere si muovevano. Tutto. Allora ha chiamato la polizia, ma loro hanno detto che la licenza è in regola. Allora ha chiamato l’Assessore, che ha confermato. Allora ha chiamato il Sindaco, che abita due strade dopo. Lo ha chiamato tutte le sere all’una, fino a che il Sindaco ha cambiato numero di telefono.

Niente da fare, la licenza è a posto, du-dùn, du-dùn, du-dùn.

Poi è stata la volta del signor Cafarelli, terzo piano. Che da giugno ospita le nipotine treenni che vengono da Roma e con questo caldo non si può dormire con le finestre chiuse, ma col casino della musica le bimbe piangono. Il signor Cafarelli ha chiamato mio padre e gli ha fatto vedere il fucile a canne mozze. Gli ha detto: dotto’, o fate qualcosa o io faccio succedere una disgrazia.

Mio padre ha detto: cercate di restare calmo. E soprattutto: ma perché venite sempre da me che non sono nemmeno l’Amministratore di condominio?

Il signor Cafarelli ha risposto: siete stato l’amministratore per dieci anni, per noi lo sarete sempre. Chillo che sta mo’ è nu strunz’.

E così mio padre si è convinto ed è andato a parlare con Ciro Bennato. Che si è piantato a gambe larghe e gli ha detto: dotto’, avete ragione, qua non si può vivere. Fossi in voi cambierei casa.

E poi per qualche settimana mio padre si è trovato le gomme dell’auto tagliate e ogni volta che passa, Ciro Bennato gli fa un sorriso e gli chiede: dotto’, fa  caldo al quinto piano con le finestre chiuse? Ma perché cambiate sempre le gomme del Kangoo?

Il caldo miete vittime. Domenica sera è stata la volta di mia madre, insieme alla signora Natale.

Sono salite in terrazza con due secchi di acqua gelata e li hanno tirati addosso al dj. Si è fermata la musica, la gente al bar non urlava nemmeno. Poi hanno concordato la linea di azione: ognuna fornirà un alibi all’altra per la serata e tutte e due scagioneranno gli altri condomini. Quella sera il signor Natale, ignaro delle prodezze della moglie, è sceso da Ciro Bennato per supplicarlo di abbassare il volume, poi è successo il fatto dell’acqua e allora Ciro Bennato gli ha tirato un ceffone. Il signor Natale gli ha dato un cazzotto, ma siccome ha 58 anni e Ciro ne ha 27 alla fine si è fatto più male lui.

Il caldo rende sospettosi. Allora il signor Natale con la faccia contusa è salito da mio padre e gli ha detto: dotto’, se scopro chi ha tirato i secchi d’acqua, quant’è vero Iddio gli faccio scontare quello che Bennato m’ha fatto a me. Pure se scopro che è stata mia moglie o vostra moglie.

Le mogli stavano in cucina a farsi una partita di pinnacolo e hanno fatto finta di niente. Poi la signora Natale ha detto a mia madre: signo’, ma voi lo sentite il caldo?

E mia madre ha risposto: eccome non lo sento? E mica so’ sorda!

Almeno stasera non teniamo la musica, du-dùn, du-dùn, du-dùn.

E si sono fatte l’occhiolino.

Y no me pida nada, por favor

giugno 26, 2005

Lo sapevo. Lo sapevo che succedeva un pandemonio.

M’ha telefonato alla spiaggia, Ernesto Guevara detto il Che. Con una voce tutta arrabbiata, che si  sentiva che questa volta non me la faceva passare.

E’ vero che te scrivi nel blog anche le cose di Fidel?, dritto al punto.

Anzi, è vero che te a Fidel gli hai dato un bacio? Che lo racconta da giorni a tutti. E dice anche che la prossima volta gliene dai due. Allora, è vero o no?

Dove si trova adesso, Comandante?, ho cercato di replicare in modo da distrarlo dalla questione.

Bambina, siamo in missione segreta.

Bene, Comandante, e cosa fate in questa missione segreta?

Dobbiamo rimilitarizzare la spiaggia di Igea Marina Le signorine ci hanno dato i secchielli e le palette,  noi li riempiamo e costruiamo delle piccole fortezze.

E’ pericoloso, Comandante?

Pericolosissimo, bambina. Alle 12 e un quarto suona la contraerea e ci chiudono in un rifugio che in codice chiamano Refettorio. Ma non farti ingannare, qui si rischia la vita tutti i giorni.

Poi torna alla carica: allora, questo bacio, gliel’hai dato o no?

Se gli dico di sì è la fine. D’altronde se gli dico la verità quell’altro mi tiene il muso per due mesi. Occorre la terza via.

Comandante, gli dico serissima, il telefono è stato messo sotto controllo dalla CIA. Lo sa cosa rischiamo se le rivelo quest’informazione?

No. Cosa rischiamo?

Abbasso la voce per passargli il segreto: giovedì niente gnocchi. E nemmeno il gelato.

No!

Sì!

No, perdinci.

Sì. Mi faccia tacere.

Mugugna sospettoso. Poi ci pensa e dice: va bene bambina, facciamo come dici. Se però scopro che gliel’hai dato per davvero gli do un pugno in faccia.

Lasci perdere, Comandante, non è carino all’età vostra.

Appunto, bambina. E’ quello che ho detto anche a Fidel: ma ti pare che all’età tua ti dava un bacio? A te che sembri il padre di Matusalemme?

E lui, Comandante, come ha risposto?

Dice che quando finisce la missione segreta si accorcia la barba e se la tinge di biondo. Adesso no, perché le signorine si arrabbiano. Scusa, ma ora devo andare, hasta luego, querida.

Querida? Ha detto querida? Dovrò preoccuparmi?

Tutto quello che sai di me

giugno 24, 2005

L’uomo ha viaggiato tanto, tutto il giorno. E tutta la notte.
Perché ci sono dei posti lontani da raggiungere, per i quali occorre molto tempo. A volte moltissimo.
Ci sono anche altri posti dai quali è difficile ritornare. E’ non è solo questione di tempo, l’uomo lo sa. Lo sta imparando.
Forse è una cosa che sapeva, ma l’aveva dimenticato.

Fine della prima parte

In spiaggia la donna siede incrociando le gambe, su un vecchio lettino in tubolare di alluminio e stoffa blu. Di quelle che fanno sudare se non ci stendi un telo.
E’ questo che mi deprime, dice all’amica indicando quella zona di carne e pelle morbida, rilassata, percorsa da alcune strie. Quella che si trova all’esterno della parte alta della coscia, lievemente strizzata dal costume.
Lo vedi questo punto? indica all’amica. E’ lo specchio dell’anima, è così che ci si raggrinzisce, anche dentro. Non c’è ginnastica o massaggio che possa aiutare. Come un’area periferica che vive di vita propria.
L’amica ride a crepapelle. Tenta un complimento: per la tua età sei uno schianto.
Per la tua età. E’ proprio così che ha detto.
La donna tace. Uno schianto. Sostantivo dal verbo schiantare. Putupùm.

Fine della seconda parte.

Ci sono cose che non sai di me, dice la donna all’uomo. Serissima. Tanto che lui abbassa lo sguardo e quasi ha paura di chiedere. Poi si fa coraggio, non ha molta scelta.
Per esempio?
Per esempio che sono freddolosa.
Questo me l’hai già detto.
Per esempio che potrei ucciderti se mentre cerco di entrare in acqua tu mi schizzassi.
Serissima. E’ talmente seria che l’uomo avrebbe voglia di provarci. Senza leggerezza. Per restarne ucciso davvero. Perché se lei non lo uccide allora viene tutto a cadere, sono cose che si reggono su un filo di lana. Se invece lei lo uccide almeno muore sapendo che diceva la verità, che non gli aveva mai mentito. Mai. Nemmeno quella volta che.
C’è un’altra cosa che non sai.
L’uomo si aspetta il peggio, adesso.
Ho il terrore delle cavallette, l’ho sempre avuto. Ma da quando mi sono trovata al centro di uno sciame, durante un’invasione, so che potrei morire all’istante se me ne saltasse una addosso. Era terribile, si schiantavano a nugoli sul parabrezza del taxi e io dovevo correre a prendere un aereo. Così mi sono coperta con un telo spesso e mi sono fatta condurre dal tassista fino alla prima lounge dell’aeroporto. Gridavo, sentivo le zampe sotto la pelle, nei capelli, le sentivo entrarmi in bocca.
Solo al ricordo le si accappona la pelle del braccio destro e sul volto le si disegna una smorfia di disgusto.
L’uomo sorride. Le parla di climi freschi, dove non ci sono cavallette e nemmeno troppo freddo. Anche lei sorride. Non ci sono molte altre cose che lui debba sapere.
Puoi schizzarmi un po’ se vuoi, faccio una tregua.
L’uomo esita. Si chiede se sia vero tutto quello che gli ha detto finora.
Lei gli legge nel pensiero e ride: sì, è vero, potrei ucciderti. Ma oggi non lo faccio, solo per questa volta.
E se non ti schizzo?
Allora va bene, puoi chiedermi quello che vuoi. Sono tua prigioniera.
Si sorridono.
Ci sono posti dai quali non ha senso ritornare. E non è questione di tempo, nemmeno di distanza.
E’ merito del clima.

Porqué a mì me diò un beso, cabròn

giugno 21, 2005

Terribili ‘sti cubani! Peggio dei ragazzini.

Che non puoi dare confidenza a uno che subito l’altro si adombra, si ingelosisce e mette il broncio.

L’ho trovato che mi aspettava a casa, ieri sera, seduto composto e impettito sul divano.  Si era fatto aprire la porta dalla domestica e ogni cinque minuti le chiedeva: ma quando torna?

E Anna, con quel ritmo di voce sempre uguale: nònzo cuando mia signora torna.

Poi sono tornata.

Si era pettinato come uno scolaretto, con la riga a lato, precisa precisa. E doveva aver passato il pettine sotto l’acqua, perché i capelli gli stavano appiccicati con cura.

Accanto al divano, per terra, aveva appoggiato uno scatolone. Che mi è venuto subito da ridere perché sembrava un reliquiario.

Allora, Fidel, come mai da queste parti?, gli ho chiesto.

E’ arrossito un po’ e ha aperto lo scatolone. Mi ha tirato fuori: una serie di cartoline, conchiglie, delle statuette fatte con il das bianco, un quadernetto, una vecchia montatura di occhiali, una ciocca di capelli tra due vetrini. Ma non finiva lì. In fondo alla scatola c’era un album rilegato in pelle.

E questo?

Si è schiarito la voce e poi ha risposto: questo è il book.

Fidel, ti sei fatto un book? E per far cosa? Poi mi sono morsa la lingua per averglielo chiesto.

No, è che pensavo…ma tu te la metteresti una maglietta con la mia faccia? O sono troppo vecchio? Ma secondo te Dolce e Gabbana  la farebbero una collezione per me?

Come si fa a dire vecchio a Fidel quando il genere femminile di tutte le età ancora sbava dietro a Sean Connery?

Ma che dici, Fidel? Vecchio tu? Ma se sembri un ragazzino, con questi bermuda!

Ernesto dice di sì, che sono vecchio e vanitoso. Dimmi che non è vero.

Mannaggia a te, Comandante. Che chissà in questo momento dove cavolo ti sei cacciato e mi lasci con l’amico tuo a curargli gli scompensi affettivi.

Ma dai, Fidel, che Ernesto scherza.

No, no, lui lo dice sul serio. E allora per dimostrare che non sono vecchio, il book l’ho messo anche su dvd.

Ma davvero?

Sì, cioè non proprio io, è stata mia nipote.

Hai una nipote, Fidel?

Carajo, non te lo dovevo dire. Adesso sì che mi dici che sono vecchio. E comunque è una nipote adottiva. Ecco.

Abbiamo guardato tutte le foto. Alcune erano carine: Fidel che fa i tuffi, Fidel che legge il giornale con gli occhialetti da presbite, Fidel che beve

la Coca Cola al MacDonald (pure questa ha messo nel book!), Fidel che fa lo sguardo sensuale.

Fidel con il dito nel naso non l’hai messa? Gli chiedo per ridere, perché ‘sta storia del book la sta prendendo troppo sul serio.

Cretina, m’ha risposto tutto arrabbiato. Si vede che te ci tieni di più a quell’altro. Solo perché ha la moto e le magliette. Ma tanto è tutto scemo, non lo fanno nemmeno uscire da solo.

Ha rimesso  le reliquie nello scatolone e se n’è andato tutto offeso.

Poi torna, lo so.

E per far arrabbiare Ernesto gli racconta che a lui gli ho dato un bacio.

No Alpitour?

giugno 20, 2005

Domani comincia l’estate. E io sono troppo stanca per scrivere qualcosa di nuovo. Ogni tanto riciclo qualcosa di più vecchio. Come questo.

Siamo tipi che crediamo profondamente nella democrazia, noi. Soprattutto di questi tempi che non è proprio cosa facile, ma ci piace confidare in un futuro fatto di equità e giustizia, dove tutti saranno chiamati a far parte della costruzione delle proprie esistenze, senza prevaricazione né sfruttamento.
E’ con questo spirito che ci siamo riuniti per decidere delle vacanze estive, ora che i ragazzi sono diventati grandicelli e possono a ben titolo dare il loro prezioso contributo alla nostra piccola società familiare.
Ci siamo accordati preventivamente sulle procedure da seguire e abbiamo stabilito di comune accordo i seguenti criteri: ognuno dei componenti, ad eccezione del cane, avrebbe manifestato la propria preferenza, adeguatamente motivata. Per il cane ci è dispiaciuto, avremmo voluto che anche lui fosse incluso nel processo decisionale, ma è stato un anno difficile: ha partorito tre cuccioli che abbiamo dovuto dar via e la castrazione del suo istinto materno l’ha resa sospetta e diffidente nei nostri confronti. Come soggetto fragile abbiamo stabilito che qualunque sia la soluzione che adotteremo dovrà tener conto dei suoi bisogni.
Abbiamo altresì disposto che le decisioni debbano esser prese a maggioranza qualificata e poiché siamo cinque, io, mia moglie, i ragazzi e la nonna, bisognerà arrivare ai 4/5 degli aventi diritto al voto. Non sono ammesse astensioni e procure.
Ciascuno di noi potrà esercitare solo una volta il diritto di veto senza obbligo di motivazione.
Per definire questi aspetti ci siamo incontrati ogni mercoledì sera per tutto il mese di maggio, nell’immediato dopocena. Le riunioni, peraltro molto informali, si sono svolte intorno al tavolo del tinello e a rotazione è stato nominato un segretario di turno. Quando è stata la volta di Giacomo ha delegato la sorella a causa della partita dell’Italia.
Terminati i lavori preparatori siamo entrati nel vivo delle trattative, che si sono protratte per tutto il mese di giugno, sempre di mercoledì, con una seduta straordinaria l’ultimo venerdì del mese per rientrare nei tempi tecnici. Ci siamo procurati dei bussolotti bianchi e neri per esprimere i voti contro e a favore. Le maggiori difficoltà le abbiamo incontrate con quella santa donna di mia madre, che sembrava essere indifferente a qualsiasi proposta. Si è dovuto fare un lavoro di fino per stimolare il suo potenziale di autodeterminazione e convincerla a presentare il proprio progetto.
Alla fine ci ha proposto 15 giorni in un pensionato religioso a Roccamonfina, lo stesso in cui aveva trascorso delle vacanze da giovane, ma i quattro voti contrari hanno smantellato in buona parte il lavoro sulla consapevolezza democratica condotto nelle settimane precedenti. Giacomo ha proposto un itinerario romagnolo, con visite approfondite a tutti i maggiori parchi di attrazione e cena senza orari fissi. Serena, contagiata da trasmissioni televisive di bassa lega e senza quel minimo di controinformazione necessaria a una sana valutazione, ha stabilito che l’unica destinazione finale valida potesse essere una spiaggia californiana, anche in virtù del recente piercing all’ombelico.
Mia moglie, che nonostante l’impegno innovativo profuso in questi anni nelle attività culinarie, si struttura su un forte nucleo conservatore, ha riproposto la villetta in affitto a San Menaio, dove abbiamo trascorso gli ultimi sei anni delle nostre esistenze balneari. Per quanto mi riguarda, mi sono presentato con la proposta di un campeggio iperattrezzato nelle baie cilentane, a seguito di accorta valutazione costi/benefici nonché di un fantasma giovanile che continua a perseguitarmi.
Bocciata la proposta di Giacomo perché non ritenuta in sintonia con le esigenze di Flora (il cane) e quella di Serena, per inadeguatezza del PIL domestico, si è proceduto alle ulteriori votazioni.
In ragione di vecchie alleanze strategiche e per il fatto di aver esercitato legittimamente il diritto di veto sulla mozione Serena, non mi è parso opportuno votare contro la proposta di Michela, mia sposa e compagna da quasi diciotto anni, coltivando in cuor mio il sogno che mi venisse ricambiata la cortesia.
Ma la democrazia non ama i clientelismi e le alleanze sottobanco e il bussolotto nero di Michela, al mio turno, mi ha provocato una certa crisi nonché il dubbio di dover prima o poi ripresentarmi per chiedere la fiducia.
Non siamo approdati a nulla, ma lo abbiamo fatto in modo impeccabile. Assolutamente corretto.
Passeremo agosto in città a causa del mancato raggiungimento del quorum. Potremmo apportare modifiche al regolamento di voto, ma è troppo tardi. I ragazzi passeranno qualche giorno a Fregene con i cugini, questo è dovuto. Mia madre si organizza con la parrocchia per il ferragosto a Pietrelcina, in un agriturismo all inclusive.
Io e mia moglie ci daremo alla verniciatura delle ringhiere e ad altre piccole occupazioni sistematicamente rinviate nel corso degli anni. E quando a settembre mi rinfaccerà la stanchezza e la mancata villeggiatura sul Gargano io chiuderò un momento gli occhi e mi perderò nel ricordo del mio fantasma giovanile. Perché la democrazia si nutre di ideali, talvolta di utopie.

Questo Verbo che si fa Carne

giugno 19, 2005

Leggevo qualcosa da Verdad, oggi, sul virtuale. Ne abbiamo anche parlato, tempo fa. E’ un tema che ritorna spesso, in tutti i blog che incrocio, negli articoli sui nuovi mezzi di comunicazione. E riflettevo sul fatto che il problema non è il virtuale e nemmeno il blog in sé e per sé. Non è questione di strumenti.
Il problema è più in profondità. Risiede nel il pensiero, nel linguaggio, nella parola. Nella loro pretesa di purezza, di un’immobilità asettica laddove invece è l’emotività a muovere il tutto. E di conseguenza ogni asetticità è preclusa a priori.
Si vorrebbe neutralizzarla, questa benedetta emozione.
Sì.
Ma non troppo, però.
Prima contraddizione: addomesticare la scrittura quel tanto che basta per raccontarsi che il tentativo di una perfezione formale riesca ad attenuare il senso della sostanza, di questa forza che irrompe attraverso le parole e trascina.
Quando questa forza vitale esista, ovviamente. Altrimenti la questione non si pone.
Il paradosso di creare con le parole un recinto per contenere il desiderio che la parola stessa incarna e scatena.
Più terra terra ancora: fingere a se stessi e agli altri che la parola non contenga seduzione, che non sia strumento per la creazione di desiderio. La menzogna di credere che la parola non sia fatta di nervi e sangue. Che sia innocente, ignara di sé e delle sue conseguenze. Come se non fosse mai esistito un Cristo a raccontare di essere il Verbo, rimarcando il legame tra parola e carne.
Se si guarda in questa prospettiva si comprende anche la gelosia, la paura che la parola d’altri possa corrompere chi amiamo. Anche se corrompere non è la parola giusta.
Perché se la parola crea un desiderio, ciò avviene in quanto si muove sul terreno dell’assenza, della mancanza. Abbatte quei meccanismi di repressione e censura che abbiamo escogitato per difenderci quotidianamente dall’emozione, da questo evento incontrollabile che ci mette in contatto con il mondo e ci rivela ciò che siamo, ciò di cui abbiamo bisogno, ciò di cui manchiamo. Foss’anche in senso prettamente illusorio, non fa differenza. E’ l’esperienza dell’assenza che conta, non la definizione esatta dei beni da acquisire e inventariare. Nessuno può avere onestamente da ridire sui bisogni di un altro, sulle sue tristezze, sulle fantasie che abitano la sua mente. Sono un patrimonio assolutamente personale e legittimo, anche se cozzano contro il nostro bisogno di sicurezza.
Credo che sia il prezzo da pagare per accompagnarsi a persone vive e non ai fantasmi di ciò che vorremmo.
Anche la gelosia del sesso è questo. Non la paura di un corpo così, di passaggio. Ma il terrore che quel corpo rappresenti altro, un mezzo di conoscenza di sé che porti a scardinare l’ordine costituito. Quello nel quale, in modo segreto, si celebra costantemente il rito dell’assenza.
La paura che all’improvviso la mancanza diventi manifesta e chieda di essere colmata. Oltre il buon senso, oltre la ragionevolezza. Oltre il rispetto della convenienza sociale. In senso lato. Molto lato.
La comparsa del desiderio può essere qualcosa di terribile. E tuttavia si tratta della stessa forza che ci guida anche nel lavoro, nel pensiero. E’ il motore della creatività, dell’azione, della ricerca, della scoperta, dell’amore.
E’ troppo confuso quello che sto scrivendo. Ce l’ho tremendamente chiaro, circola tra le viscere e la testa. E tuttavia non riesco a esprimerlo come vorrei.
Metto il punto e mi autosospendo, rubando l’espressione a Prufrock.
It’s a temporary eclipse of heart.

(Prufrock e Maiko, spero di essere stata chiara almeno a voi due, kamikaze del Verbo, torce umane.Voi che con le parole avete fabbricato un intero arsenale di armi non convenzionali)

Lettera d'amore a uno chef

giugno 18, 2005

Prendi un’idea.
Che sia bella, fresca, nuova, soda al tatto.
Ponila a macerare nel dubbio. Per giorni. Settimane.
Qualche mese, se è molto grossa.
Elimina ogni sfilaccio, pareggia i contorni e dalle forma compiuta. Pesala.
Che la bilancia abbia almeno due pesi e due misure, per misurarne gli odori, i colori, i sapori.
Scarta il superfluo.
Attrezza la cucina, allontana cuochi fatui e tutto quel che non si addice, lascia che circoli l’aria, che non ci siano ristagni, che ogni cosa necessaria sia a portata di mano.
Nel frattempo mi avrai posto a lievitare. Controllami ogni tanto, perché non debordi.
Solleva il bordo della pelle, lieve, ad evitare che le correnti non mi sgonfino.
Lavorami vigorosamente con le fruste, montami a neve, incorporami passione con movimenti delicati
Poi impastami, pizzicottami, elimina ogni grumo. Stendimi con cura, evitando le grinze.
Prendi una pentola ampia, la più capiente che hai.
Atta a contenerci, insieme alla tua idea.
Che sia calda ma non bollente.
Portami piano a ebollizione, mantieni costante il calore, rimestami, assaggiami.
Rosolami nel vino, mantecami nel burro, sfumami a fuoco lento, insaporiscimi con i tuoi aromi mentali.
Non stufarmi, è l’unica cottura che mi guasta.
Apparecchia la tavola. Felicemente.
Forchette tese come gambe di ballerina, svettanti dal tutù dei tovaglioli.
Lame pronte per sfilettarmi accuratamente il cuore.
Cristalli tintinnanti per lasciarmi decantare.
Fammi roteare, osservami in trasparenza, appoggia le narici su di me.
Abbassa le luci, accendi le candele, sistema i fiori.
Scioglimi dal refe della quotidianità, liberami dal budello dell’incomprensione, affettami con sapienza, disponimi elegantemente nel tuo piatto da portata, circondami di una mirepoix di baci, spolverizzami con pensieri speziati.
Glassami con dolcezza, degustami con lentezza, soffermati sul retrogusto e le note di fondo.
Controlla che il sapore sia coerente con l’idea marinata.
Sarò apple-pie, sarò caviale, sarò spuma di tonno.
Sarò cheese-cake, salmone in crosta, filetto all’Armagnac.
Mangiami.
Prima che si freddi il tutto.
Porzione monodose, ma si concede il bis.

Sentàbamos nos en frente de la Revoluciòn

giugno 16, 2005

Ernesto Guevara detto il Che ieri era in vena di confidenze. Si vede che ultimamente si era sentito un po’ solo. O forse non gli avevano dato il sigaro che gli spetta. O non aveva visto il suo programma preferito alla tv. Non so.

Fatto sta che mi ha dato una foto di Fidel, scattatagli di nascosto. Per la verità è solo un pezzo di foto, come se fosse stata strappata una parte per nascondere qualcosa.

E lì Ernesto ammiccava.

Poi l’ha detta: Fidel aveva il dito nel naso e non gli andava di mostrarsi in giro così. E rideva come un bambino mentre me lo diceva. Che Fidel fa le caccole e le appiccica sotto le sedie. E anche le bolle con la saliva.

Ma non è questo.

Mi ha raccontato che in fin dei conti nemmeno a Fidel gliene è mai fregato un gran che della Rivoluzione. Che un giorno che non avevano niente da fare – presente quei pomeriggi torridi a Cuba sotto il sole quando neppure i cani hanno la forza di muovere un passo? – insomma che quel giorno lì non era il caso di giocare a calcetto e allora si erano dati alla Rivoluzione.

Che in realtà se avessero saputo ballare avrebbero preferito imparare il son. Ma erano due tipi un po’ scoordinati.

E poi non sapevano nemmeno baciare, che se a Cuba balli il son come minimo devi essere un grande amatore. Ma faceva troppo caldo anche per quello. Invece la Rivoluzione la potevano progettare a tavolino, poi darla da eseguire agli altri. E quando sarebbe tornato un po’ di freschetto avrebbero ricominciato a giocare a pallone. Poi però la gente ci ha preso gusto e sono stati costretti a continuare.

Che dopo hanno litigato perché a Fidel piacevano i begli abiti, quelli di fattura italiana, con le cravatte di Marinella e le giacche di Brionj, e invece per anni a portare ‘ste mimetiche. E anche che  tutto il mondo aveva le magliette con la faccia di Ernesto e lui no, non se lo filava nessuno.

Ernesto dice che non è colpa sua se era più carino, sono le donne che fanno il marketing di queste cose. E che la storia di essere duri senza perdere la tenerezza l’aveva messa in giro Fidel per screditarlo, per far credere alle donne che lui fosse un mollaccione. Forse anche un po’ gay.

Insomma la Storia sta cambiando. Ernesto me la racconta in tutt’altro modo e io non posso che credergli. Di tanto in tanto si inalbera, quando metto un po’ in discussione le sue parole.

Mi chiama bambina, credo che sia per la differenza di età. O per la miopia. O forse è una tecnica per far vedere che lui non guarda le donne.

Ma non mi azzardo a contraddirlo. Adesso sto aspettando che mi racconti come sono andate davvero le cose a Baia dei Porci. E se mi autorizza anche a mettere le foto sul blog.

Comandante, stia tranquillo, questo è un posto sicuro. E’ in buone mani.

Nel frattempo quelli del programma di protezione speciale lo hanno ripreso. Hanno una maglietta con su scritto Casida de salud mental.  Ma Ernesto mi dice che è un nome in codice e non mi devo preoccupare. E mi faceva gli occhiolini come per dire: poi ti racconto il resto. E mandava bacini con la mano.

 

(lo so che due post nella stessa giornata sono troppi, ma Ernesto mi ha detto che oggi era il giorno che gli facevano leggere il blog, sennò poi deve passare un’intera settimana. Ciao, Ernesto)