Sally e l'Ambasciatore

Immagino che siamo tutti ragionevolmente d’accordo sul fatto che i destini del genere umano vengano disegnati e stabiliti nel retrobottega della Storia. E non mi riferisco qui ai destini dei singoli, per i quali coltivo ancora la speranza che l’elemento volontaristico possa in qualche modo influire sulle sorti personali. Parlo dei popoli, delle grandi masse nazionali, delle ciurme governate da politici e diplomatici.
Questa terribile e schiacciante verità mi fu sbattuta in viso molti anni fa dalla lettura di un ponderoso testo che in circa duecento pagine raccontava dei giorni che condussero alla firma del Trattato di Versailles, riferendo minuziosamente circa i posti a sedere durante le cene, il menu servito, gli abiti indossati, le chiacchiere di sottofondo che pur non avendo all’apparenza nulla a che fare con la politica la influenzavano inspiegabilmente.
Negli anni mi è stato permesso di verificare e comprovare che le cose spesso vengono modificate da dettagli che al primo apparire non sono pertinenti, che in una commissione mista per il commercio internazionale a volte valgono più i begli occhi dell’interprete di turno che i termini economici di scambio.
So per certo che lo stesso genere di riflessioni animava l’Ambasciatore italiano che non più di una decina di anni fa era a capo della legazione in un paese ex satellite sovietico. Vi posso assicurare dunque che per qualche mese il mondo è stato in pericolo, un pericolo di cui non leggerete mai nei testi di storia o nei quotidiani, ma che pure è esistito, tangibile come la bomba a ossigeno.
Vi posso assicurare di essere stata testimone di un evento che avrebbe potuto scatenare non solo una crisi di governo, ma cose ben peggiori. E forse oggi non saremmo qui e non avremmo nemmeno truppe in Iraq o basi Nato nel nostro paese.
Perché il dilemma che tormentava l’Ambasciatore italiano non era contemplato in nessun manuale di strategia.
Girava in tondo nel suo studio, consultando l’agenda degli appuntamenti e si chiedeva intanto se fosse diplomaticamente risolvibile il fatto che lui, scapolo quarantenne di bell’aspetto si fosse innamorato – e per di più ricambiato – di Sally, moglie poco più che trentenne dell’Ambasciatore americano.
Si badi bene, il fatto di essere ricambiato aggravava pesantemente la situazione, la comprometteva al punto da far ritenere che tra le fila americane esistessero dei dissidenti, dei collaborazionisti.
La circostanza per cui la suddetta Sally non fosse neppure una donna di bell’aspetto o genericamente attraente, complicava ulteriormente le cose, lasciando intravedere un’operazione che non si sarebbe risolta nel rapido e indolore blitzkrieg, ma avrebbe probabilmente condotto a una politica di annessione duratura. L’ambasciatore italiano girava in tondo e ripensava ai primi tempi, quando il collega americano, decisamente più indaffarato di lui, aveva spesso consigliato a sua moglie, laureata in storia dell’arte a Firenze, di accompagnarsi al piacevole italiano negli eventi culturali e mondani che lui tanto aborriva.
E a colpi di cocktail e vernissage si era sancita l’alleanza, dapprima nella forma di un gentlemen’s agreement e poi con pericolose evoluzioni che avevano reso i due paesi sempre più vicini, al punto da richiedere lo sforzo di ridisegnare le mappe geografiche a causa dell’evidente spostamento dei confini.
Per un bizzarro scherzo della sorte l’incidente diplomatico si verificò all’ombra di un’altra piccola tragedia. Fu quella sera del primo gennaio quando il Presidente Havel partecipò al Concerto della Filarmonica presso il Rudolfinuum e sparse pregevoli parole di encomio a favore del Direttore Neumann. A nulla servì la meravigliosa interpretazione del Nuovo Mondo di Dvorak, per quanto lievemente accelerata. Il tradimento del Presidente era palese, laddove in un paese da poco restituito alla sua indipendenza, un’opera percepita come inno nazionale veniva diretta da uno straniero.
Metafora inquietante della vendita della Repubblica. Tant’è che la polemica divampò in fretta e costrinse Neumann alle dimissioni ed espose Havel a pesantissime critiche.
L’ambasciatore italiano, seduto in prima fila, alla fine del concerto, tra gli applausi degli stranieri e il malcontento dei locali, baciò spudoratamente Sally e le piantò definitivamente una bandierina sul cuore. La serata si concluse in una birreria che solo in quei giorni iniziava a diventare famosa e che all’epoca era ancora riservata a chi dimostrava di essere amico di qualcuno.
Sally ingurgitò una quantità di Pilsen impressionante e per qualche ora la nostra Nazione fu esposta alle tragiche conseguenze del gesto.
Non sappiamo esattamente cosa sia accaduto nel lasso di tempo a seguire, se non per brevi voci di corridoio, ma dopo qualche mese l’Ambasciatore americano riempì le valigie dell’aplomb che lo contraddistingueva e fu trasferito in altra sede. Dopo poco la sorte toccò anche a quello italiano, che a tutt’oggi si accompagna alla pingue e ridanciana Sally.
Le basi Nato restano al loro posto, le nostre truppe pure. C’è stato il Cermis e le Torri Gemelle.
La Ragion di Stato sorride, a braccetto della Giustizia bendata. Come una vecchia zitella che ama spettegolare sui fatti altrui.

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13 Risposte to “Sally e l'Ambasciatore”

  1. ^MalediMiele^ Says:

    Letta tutta d’un fiato, con la curiosità immanente di arrivare all’epilogo.
    Scrivi bene, sai? – in quanti te l’avranno già detta, questa cosa qui? –
    Per non parlare delle ultime righe, che sono una vera perla, nel loro genere.

    Con l’happy end da manuale,
    che nelo specifico prefigura scenari alla P. Dick.

    Sottile e puntuale anche l’analisi socio-politica, che condivido in pieno..

    Piacevolissima lettura, dunque, che meritava un commento, per quanto scrauso – il mio.. –

    Riprendo a leggerti e ti linko.

  2. gurb Says:

    Il lavoro l’ha già fatto Male di Miele, io che sono pigro, sottoscrivo 🙂
    Mi ha ricordato La resa del leone di Soriano.
    *Gurb

  3. anonimo Says:

    8/9

  4. Flounder Says:

    8/9 non è male.
    adesso sto scrivendo la vera storia di Ernesto Guevara detto il Che. non è morto, come ci hanno fatto credere per anni. è vivo e vegeto, ne ho prove documentali di prima mano che per doverose ragioni di privacy non posso esibire, ma che non esiterò a utilizzare al momento opportuno.
    lontano dal suo paese Ernesto ha dimenticato lo spagnolo e si serve oggi di forme idiomatiche assai sgrammaticate. di tanto in tanto si rabbuia pensando alla sua motocicletta.
    vive sotto un programma di sorveglianza speciale,anche se ciò avviene per ragioni meno nobili di ciò che si potrebbe supporre.
    interrogato da me sulla rivoluzione ha risposto di non crederci. che in verità non ci credeva nemmeno allora, ma poiché era ciò che si aspettavano da lui, si vide costretto.
    sono contenta di averlo conosciuto. salutandolo l’ultima volta gli ho detto: hasta pronto, comandante . ma lui mi ha risposto: ma quale pronto e pronto, signorina, tengo un’età. mi tolga dallo scaffale del mito, per piacere.
    e poi è tornato sotto il programma di sorveglianza.

  5. Detroit Says:

    :-)))il programma di sorveglianza mi ricorda un racconto.il sorvegliato era un presidente. non avrò pace finchè non l’ho inquadrato nella memoria.
    della minimum fax sicuramente.

  6. Flounder Says:

    vi faccio presente che nel giro di 4 commenti mi avete paragonato a Dick (di cui ho letto solo Ubik) a Soriano (mai letto nulla, però ho un amico che si chiama Mimmo Soriano, per quanto immagino non sia pertinente) e a qualche non meglio identificato autore per minimum fax.
    mo’ basta, eh 😀
    buon lunedì a tutti.

  7. LucaConfusione Says:

    come hai letto solo Ubik?
    non può essere
    non deve essere

    bisogna rimediar

  8. Detroit Says:

    mah tu e dick non so…
    sinceramente se dovessi paragonarti a qualcuno è l’autrice di non ti muovere.
    quando l’ho letto ho pensato che potevi averlo scritto tu.

  9. Detroit Says:

    ma hai cambiato la poesia qui accanto. bella.

  10. Flounder Says:

    detroit, da mo’ che l’ho cambiata!
    tra l’altro una delicata signora triestina dall’incantevole nome straniero ha scritto una poesia di risposta triste e bella. poi faccio un copincolla e la posto.
    non dovevi dire non ti muovere . l’anno scorso ho visto il film di sabato sera e ho passato la domenica a leggere il libro. pianti da morire. mi identificavo con la moglie,con l’amante, pure con il marito. alla fine per evitare il senso di dissociazione mi sono identificata con la mazzantini, ma anche così non riuscivo a smettere di piangere.
    è proprio bello quel libro, così tagliente, così carico di disperazione.

  11. Flounder Says:

    dove si insegna che non esistono amori sbagliati, ma solo persone che hanno paura di sbagliare.
    dove si impara che non si può vivere troppo a lungo nell’inerzia sentimentale senza che qualcosa si ribelli dentro di noi.
    dove si ha la conferma che alcune persone riescono a esistere solo grazie ai sensi di colpa e alle incertezze che le abitano, ma quando svanisce la paura, di colpo nasce l’arroganza dell’amore e le riscatta.

    perché hai nominato quel libroooooo?

  12. Detroit Says:

    ma io me ne sono accorta solo ora. non dirlo in giro ma non mi accorgo subito delle cose. poi però me ne accorgo.

    tagliente no, non mi ha fatto questa impressione. ma la tua scrittura e la sua sono simili. anche la tua spesso rasenta la disperazione . si, è bravissima. non letto altri libri suoi, solo non ti muovere.

  13. ceciliaxls Says:

    Oh, Flou…..bellissimo questo post.. Cmq ciò mi fa pensare a qualche decinaia di “compromessi” tra gentlemen’s agreement a cui assisto e relaziono … deformazione professionale? Forse? Mah! So che l’ho riletto due volte ( e per me è raro) O.T. = la mazzantini mi ha fatto lo stesso effetto…anzi, lo rileggess ioggi mi farebbe piangere ancora.

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