Archive for luglio 2005

luglio 29, 2005

CIAO!

buone vacanze a tutti. fate i bravi. non importunate anna.

ernesto, fidel, spicciatevi: ho l’auto accesa, parcheggiata in seconda fila. allacciatevi la cintura e smettetela di litigare e tenere il broncio. stiamo andando in vacanza, mica al patibolo!

Llevàme contigo

luglio 29, 2005

Caro Fidel,

quando leggerai questa mia sarò già lontana. In una segretissima località balneare fuori dal controllo della CIA (no, no, non è quel posto lì, tranquillo. Qui al massimo c’è qualche cinghiale).

Perché lo so che la leggerai, approfittando della mia assenza per inforcare quegli occhialetti da presbite riparati malamente col nastro adesivo. Con la scusa ufficiale che lì a Cuba non vi potete permettere altro, mentre la verità è che sei tirchio e basta.

Lo so che ti farà male leggerla, ma ho avuto l’illuminazione stanotte, ripensando alle tue parole.

Quando mi parlavi di moroso.

Credi che non abbia compreso l’antifona?

Credi che sia così ingenua da non aver capito che ti stavi proponendo, con la scusa della napoletana a coppe?

Moroso, certo. Nel senso che toccherebbe a me pagare le bollette, la settimana bianca e la spesa al Carrefour. Che vorresti tutte quelle cosine esotiche che per tutta la vita non ti hanno mai permesso di acquistare, che ti fanno anche venire il colesterolo. Che mi riempiresti il carrello di zollette di zucchero fino a farmi venire il diabete.

Lo so, Fidel, oggi sono dura e tu starai pensando che non meriti questo. Che un rivoluzionario resta pur sempre degno di rispetto, anche quando la nazione cade in rovina.

In fondo lo penso anche io e la durezza serve solo a rafforzare il concetto.

A farti presente che in un futuro luminoso saresti tu a portare le casse d’acqua e a sistemarle nel ripostiglio.

A rammentarti che i meravigliosi accordi con la Cina amica per importare ottocentomila televisori a colori non ti consentirebbero comunque di fare un improbabile zapping televisivo fino alle tre del mattino, perché il Ministero della Controinformazione – da me egregiamente rappresentato – te lo impedirebbe.

A ricordarti infine che non è possibile mantenere intatto l’orgoglio cubano senza imparare due passetti di salsa per portarmi a ballare. In locali del popolo, siamo d’accordo. Bevendo birra del popolo, siamo d’accordo anche su questo. Ma ciò non muta il senso delle mie parole.

Da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni, caro Fidel.

Poi non venirmi a dire che non ti avevo avvertito.

 

(seguirà spedita a parte lista dei bisogni, n. 16 fogli manoscritti recto/verso, formato A4)

Cuanto me quieres, Fidel?

luglio 28, 2005

(perché los Van Van sono sempre los Van Van. E anche Manolito, el medico de la salsa. Ho bevuto, lo confesso. E anche ballato tanto. Serve a scrivere meglio)

E’ malinconico stasera. Glielo leggo negli occhi, per quanto sorrida.

Poi la mano sale a stropicciarseli e tra le pieghe della  pelle abbronzata compaiono strisce bianchissime, simili alla raggiera di stecche di un piccolo ventaglio. E’ un’immagine che racconta di sé.

Allo stesso modo in cui  si conta l’età degli alberi dai cerchi del tronco.

Anche a me sta accadendo. Non ancora tanto da incorniciare lo sguardo, ma in altri piccoli posti. Dove la pelle si appoggia con morbidezza e rifugge il sole. Piccole ostilità non dichiarate che operano silenziosamente.

E allora, Fidel, ti dispiace che le vacanze siano finite?

Cerca la risposta appoggiando il mento sulla clavicola, alzando un po’ la spalla a sostenerlo.

Sì. Ma non per le vacanze, che tanto lì mi annoiavo.

Ti annoiavi? E il chioschetto, il pedalò, la bandana?

Macché. Tornei di tressette che non finivano mai. Ma tu, per esempio, quando hai il due e l’asso  e poi solo un sei e un sette, che cosa cali per primo?

Prima una scartina e poi il due.

Ecco. Io invece l’asso, e quello dopo aveva sempre il tre, così poi mi toccava litigare con Ernesto che mi diceva che sono rincoglionito.

Non sei rincoglionito. Ma non sai giocare, Fidel. Meglio la briscola.

Poi vedo che si rabbuia e non insisto.

Sai che altro? Quando ero bambino le vacanze duravano un sacco. Anche il Natale. Preparavamo l’albero sotto la neve, con le ginocchia rosse e il naso freddo freddo.

La neve a Cuba? Maddài, Fidel.

Sì, cantavamo anche una canzoncina: le sapin de mon jardin. La conosci?

(Quando fa così non so mai se stia scherzando o se debba assecondarlo, oggi gli è presa proprio male)

No, non la conosco, me la canti?

Non canta. E’ li che rimugina qualcosa, tra un po’ la tira fuori, lo so. Devo solo aspettare e lasciar fare.

E’ che pensavo a tante cose. Per esempio a questa storia di dover fare sempre la stessa parte. Ma lo sai quante volte avevo voglia di fare altro? Secondo te io mi diverto a sparare sui gommoni?

La vuoi un’orzata?

No.

Un succo di frutta?

No. Ma tu ce l’hai il moroso?

Che cosa? Che c’entra adesso!?

Così, per dire. Ce l’hai sì o no? Giusto per sapere.

Fidel, ma che dici? Ma lo sai che due giorni fa era la festa della Rivoluzione?

Seeee,

la Rivoluzione ! E chi ci pensa più. Ma tu come lo vorresti il moroso? Un rivoluzionario in pensione? Un post-rivoluzionario? Un revisionista o un imperialista?

Hai qualcuno in mente, Fidel? Vuoi presentarmi un tuo amico?

Uff, no, era per dire. Allora ricominciamo: prima la scartina e poi il due. E se invece ho solo l’asso e le figure?  E se ho due assi e un tre diverso?

E  poi lo sai a che altro pensavo? Che te a guardarti bene da vicino hai delle rughette agli occhi. E anche sul collo. Sono poche, però ci sono. Io le vedo. Mica sei tanto bambina come dice Ernesto.

Ma il moroso ce l’hai? Sì o no? Uff, e rispondi, topina!

Comunicazione di servizio

luglio 27, 2005

Se come a me vi è capitato di non riuscire più ad aggiornare i preferiti o di non riuscire a leggere i pvt, andate sulla pagina incriminata (quella bloccata) e fate refresh utilizzando la combinazione Ctrl+F5.

Dovrebbe ripartire.

Teoremi

luglio 27, 2005

Legge di Murphy dei sistemi elettronici.

La probabilità che il tuo server interrompa la trasmissione della posta elettronica proprio quando stai aspettando quella mail che non può essere sostituita o rimpiazzata da nessun fax o quando hai inviato  un messaggio che desideri venga recapitato quanto prima possibile è in stretta connessione con lo scaricarsi della batteria del tuo cellulare durante una telefonata e successiva impossibilità di ricontattare l’utenza  nel breve periodo a causa del sopraggiungere di eventi imprevisti e imponderabili.

Corollario di Luis Vodafone

Il primo gestore di telefonia mobile a subire una limitazione di ricezione è sempre quello della persona che cerchi di chiamare. A seguire, il tuo. Per la proprietà dei fattori, cambiando l’ordine delle telefonate il risultato non cambia.

Bloggare fa male?

luglio 26, 2005

E’ inutile che vi copriate occhi e orecchie con le mani per non sentire certe cose. Perché esistono comunque, a prescindere da voi.

Sono ormai all’attenzione di tutti, anche sulle riviste femminili che io non le leggo mai se non dal parrucchiere. E siccome ho i capelli molto corti mi tocca andarci almeno una volta al mese, così ultimamente sono informata.

Siamo il prodotto di una società malata, lo hanno detto i sociologi americani. Pure gli psicologi.

Siamo uno study-case. Un  panel. Un abnormal behaviour. Una deriva dell’alienazione capitalistica. Un sottoprodotto della caduta verticale dei valori.

Come quel coglione sociopatico che ha dato l’annuncio sul blog che si sarebbe suicidato. E poi l’ha fatto, per non deludere le aspettative dei suoi lettori. Forse per punire le sue ex che gli avevano detto che scriveva da far schifo.

Toh, beccatevi un senso di colpa grande come una casa. Conviveteci per il resto dei vostri giorni.

Perché i sensi di colpa sono come la gramigna, non li stermini nemmeno con il diserbante e il sale. Ti scrutano dall’alto in basso e ridacchiano maleficamente. Quando si accorgono di essere guardati fanno l’espressione da vittima.

Comunque la malattia si sta estendendo a livello planetario, contagiosissima. Peggio del morbo della mucca pazza.

Per esempio so di un tipo che si era innamorato di una blogger. O meglio, si era innamorato del blog della blogger e non sapeva come fare per contattarla e incontrarla.

Perché lei era una fighissima, con 150mila accessi e oltre. Che aveva pubblicamente dichiarato che non l’avrebbe mai data a uno al di sotto del suo livello. Che invece del 740 voleva vedere lo shinystat. Figurarsi se degnava di attenzione uno che nemmeno aveva il blog.

Allora il tipo ci ha pensato giorno e notte e alla fine ha avuto un’idea colossale. Ha scritto a un blogger piuttosto famoso di cui non faccio il nome e gli ha chiesto se gli vendeva il suo blog. Glielo pagava alla cifra che voleva.

E il blogger, che era uno senza dignità e forse anche un po’ anaffettivo, ha sparato 300mila euro.  Zac, in contanti. Il tipo innamorato si è dovuto ipotecare la casa, vendere l’auto e rubare i gioielli di famiglia. Debiti a destra e a sinistra.

Poi ha cancellato uno a uno i post e li ha sostituiti con qualcosa di suo. Roba pessima, senza né capo né coda.

Quando la blogger fighissima ha ricevuto il suo messaggio è corsa a leggere. In cuor suo le sembrava che fossero una serie di cose insensate, ma poiché c’erano quasi 200mila accessi si è detta che forse era colpa sua, che anche se era fighissima forse non era così intelligente come credeva.

Allora gli ha risposto picche, con una bella letterina garbata nella quale gli spiegava di essere molto impegnata e timidissima. Ma erano tutte scuse, inventate là per là per non dirgli che non si sentiva alla sua altezza.

La storia è finita in modo tragico. Lei ha avuto una crisi creativa e da allora fa psicoterapia due volte a settimane e volontariato in un ospizio per cani sordomuti. Lui continua a fare l’impiegato al catasto ma ha perso quel poco di autostima che gli restava e per di più è in mano agli strozzini che minacciano di uccidergli madre e figlia se non paga nei tempi pattuiti.

Per uno strano caso del destino abitano a due isolati di distanza. A volte al mattino si incontrano, ma poiché non si conoscono non si salutano neppure con un cenno del capo.

Di un giro in motorino

luglio 25, 2005

Di tanto in tanto allontana l’auricolare e coglie brandelli di frasi.

“per una che ha l’età di tua figlia”

“non ha l’età di nostra figlia”

Fa caldo. E’ fuori, con i calzoncini slacciati a scoprire la pancia e un top cortissimo, i capelli legati in una coda alta che le scopre il collo, la musica sparata nelle orecchie come un anestetico.

E’ finita anche la scuola. Sono finiti gli esami.

Fa caldo. E’ l’unica sensazione pressante.

“gli anni migliori della mia vita, la mia giovinezza”

“abbassa la voce”

Le ricorda un gioco che faceva da bambina, quando si infilava la punta dell’indice nelle orecchie e attutiva i suoni. Anche a scuola.

Forse per questo andava così male.

In alcuni momenti ha l’impressione che la sua vita sia così, che funzioni per brevi intermittenze.

Le piace questo pensiero, questa sera lo racconterà a Claudia.

Claudia la guarderà facendo passare lo sguardo oltre il bordo superiore degli occhiali da sole fascianti e dirà: che cazzo significa?

Allora lei risponderà: niente.

E poi salirà sul motorino tenendosi stretta a lei.

Per non cadere, dice. Ma non è vero.

Ride soddisfatta.

“mi fai schifo, schifo”

“adesso calmati, c’è la bambina fuori”

“la bambina! Adesso ti preoccupi della bambina!”

Si alza seguendo un brontolio dello stomaco, senza neppure allacciarsi gli short.

Passando nella stanza guarda sua madre. Vorrebbe dirle: tranqui, mamma, c’è di peggio.

Invece non dice niente.

Sua madre a volte le è simpatica. Soprattutto quando grida. Sembra viva anche lei.

Il padre le è indifferente. Un po’ meno in questo momento, pensa.

Entra in cucina e raccatta un paio di biscotti. Dal frigorifero prende la bottiglia del tè  e beve fino ad aver male allo stomaco, per quanto è freddo.

Claudia non ha seno. Ha il torace piatto e largo come quello di un ragazzo.

Qualche settimana prima degli esami le ha detto che vuole operarsi. Ci vorrà un sacco di tempo, ma è stufa di non avere nulla tra le gambe. Vuole diventare un uomo.

A me piaci così, ha risposto lei.

Poi ti piacerò di più, ha risposto Claudia. Con certezza assoluta.

Come quella volta che studiavano insieme, l’anno prima, e le si era avvicinata soffiandole sulla nuca, all’attaccatura dei capelli legati.

Sei sudata, le aveva detto.

E con la punta della lingua aveva raccolto le goccioline di sudore dal collo.

Di che sa?

Sa di mare, aveva risposto Claudia. E di pulito.

Poi il resto.

“adesso basta, calmati, non ne posso più”

“se continui mi ammazzo”

Ripassa in salotto. Si ferma a guardarli. Mette via gli auricolari e chiede: state litigando?

Suo padre tace e abbassa lo sguardo.

Stiamo solo discutendo, risponde la madre.

Che differenza c’è?

Ma non ha voglia di aspettare la risposta. Aumenta il volume della musica e aggiunge: esco con Claudia.

Metti il casco, dice suo padre.

Torna presto, dice sua madre.

Dove andate?, dicono all’unisono

Non risponde. Si allaccia gli short, si scioglie i capelli. Si toglie le infradito e infila le scarpe da ginnastica. Prende il casco.

Claudia la aspetta fuori. Ha quella maglietta nera che hanno preso insieme, quella con il geco stampato sulla schiena. Prima di salire sul motorino le dice: devi farmi una promessa.

Che?

Non mi dirai mai: i migliori anni della mia vita.

Che cazzo significa?

Niente.

Poi sale sul motorino e si tiene stretta a lei. Per non cadere, dice.

Ma non è vero.

 

Psyco sans frontières

luglio 22, 2005

Credo profondamente nel potere della psicoterapia. Non dell’analisi, attenzione. Ma di quelle belle psicoterapie integrate a sfondo umanistico grazie alle quali si ripristina l’integrità dell’individuo.

C’è una scuola che mi piace molto da queste parti, diretta da un sacerdote con tre o quattro lauree. Era nata inizialmente con una funzione ben precisa, ossia la cura delle false vocazioni e il recupero di quelle persone che avevano preso i voti per ragioni differenti dalla fede e che spesso non lo ammettevano nemmeno a se stesse.

Ovviamente l’obiettivo non era quello di fornire una fede a tutti i costi o tenerle incatenate alla Chiesa. Anzi, nella maggior parte dei casi è accaduto l’esatto contrario. Conosco un prete molto simpatico che ha seguito questo percorso. Si chiama Battista e si occupa di pittura e scultura.

L’ho conosciuto quando aveva già lasciato l’ordine, dopo circa vent’anni di sacerdozio. Aveva scelto di diventare prete per poter coltivare il suo talento artistico senza l’assillo economico. All’epoca non lo sapeva. E il bello del lavoro di Giovanni Ariano è che neutralizza il concetto di morale, isolandolo temporaneamente durante la fase di ricerca della vera motivazione e solo successivamente recuperandolo in modo concreto, senza rigidità, né leziosismi.

Il modello terapeutico di questa scuola ha funzionato così bene che hanno esteso la loro attività e hanno un ampio network di riferimento. Non si occupano di tutte le problematiche psicologiche, ma sono specializzati solo su alcune: le psicosi, in particolare quelle anoressiche, le dissociazioni, i casi di border-line e qualcos’altro. Non si occupano di dipendenze e molto poco di nevrosi.

Ora, si può anche essere scettici su questo genere di cose. Però leggevo ultimamente un articolo su un paese dell’Africa dilaniato dalla guerra, forse Uganda, dove le donne, abbandonate a se stesse con questi orfanelli, in condizioni economiche disastrose, sperimentavano per la prima volta gli effetti della depressione, malattia ancora piuttosto sconosciuta.

Non che gli africani siano geneticamente immuni dalla depressione. Ma è che in genere la vita di comunità li tutela abbastanza. E poi esistono pratiche alternative per la cura. Nei villaggi esiste un vecchio saggio, il maitre à tambours, che organizza periodicamente le cosiddette roues rythmiques: dal mondo in cui la gente del villaggio batte sul tamburo lui  sa cosa va e cosa non va e riesce a risistemare la psiche imprimendo diverse modalità di percussione. Il concetto è quello di agire dall’esterno e creare un’energia che viene reimmessa. Quando tutto il villaggio si accorda e suonano senza intoppi la seduta ritmica si scioglie.

Solo che a volte non basta.

Allora un team di psicologi sans frontières  è andato in Africa a presentare un progetto, pensando di incontrare resistenze rispetto a questa cosa nuova, la talk-therapy. Invece, con loro enorme sorpresa, la popolazione ha accettato con entusiasmo, in particolare le donne anziane che con la guerra avevano perduto figli, nuore e si ritrovavano circondate da nugoli di nipotini.

Non so in verità se si tratti della mera esportazione di un modello occidentale e non mi piacciono le critiche facili sull’eccessiva psicologizzazione della società contemporanea.

So che parlare in un certo modo fa bene. Ascoltare anche.

Unire le due cose e riuscire trasformarle in un percorso pratico è difficile, ma è cio cui dovremmo ambire tutti.

In fondo una psicoterapia funziona in base a un principio ben preciso: la riformulazione dell’ansia e della sofferenza in un linguaggio nuovo che lasci spiragli aperti per il cambiamento.

E’ solo questo, senza trucchi o effetti speciali.

In realtà volevo parlare di tutto un altro fatto, ma non fa niente.

I 45 minuti di seduta sono terminati.

Il raggio verde

luglio 21, 2005

Le notti d’estate sono brevi e la luce del mattino entra obliqua e ferisce.

Questa luce bianca che abbaglia, rimbalza su una pelle che ride. Che l’acquieterebbe, se potesse. Ma non può.

La luce, la pelle.

Tieni gli occhi chiusi, dice lui.

E con la punta di un dito le lascia tracce bianche sulla schiena arrossata dal sole.

Che stai facendo?

Disegno progetti, sperimento formule.

(Quella schiena che assomiglia alle lavagne di cera, abbassi una levetta e tutto sparisce. Lei non dice niente, la luce del mattino è un bavaglio sulla bocca)

La luce, la pelle, i mattini d’estate.

Apri gli occhi, lascia che mi appoggi al davanzale delle tue ciglia, dice ancora lui.

Dove vuoi andare?

A fare provvista di sguardi, ho il frigo vuoto.

(Il freezer è pieno, c’è anche un peperone. Rosso e impietrito. Un peperone in freezer non è mica da tutti. Ma certi pensieri di primo mattino hanno la consistenza del ghiaccio tra i denti)

Adesso lui diventa caffè, le si riversa tra le labbra socchiuse. Caldo, zuccherato. Retrogusto amaro.

E tuttavia la luce del mattino ha qualcosa di gelido.

Nell’attimo esatto in cui sta per sorgere il sole, una specie di folata di vento che dura pochi istanti e ti senti polvere. E’accaduto una volta tanto tempo fa, su un altipiano mediorientale.

Alcuni raccontano del raggio verde, del momento in cui tutto diventa possibile.

Ma non hanno mai sentito il gelo che precede l’alba, altrimenti saprebbero.

La luce del mattino è un’arma da taglio, affilata con sapiente dolcezza.

Ah, questi uomini!

luglio 20, 2005

La mia logica è: se devi parlare di cose da donne parlane con altre donne.

Ma se vuoi  capire le azioni di un uomo, parlane con un altro uomo.

In questi casi ho due referenti: uno è il mio capo, che è ipercinico, vede il male dovunque ed è sostanzialmente fallocratico.

L’altro è il compagno di Silvia, saggio tra i saggi. Si chiama Antonio e non sbaglia mai. Ragiona molto sulla  variabile tempo/distanza, che a suo parere è la cartina di tornasole di qualsiasi azione incomprensibile. Incomprensibile per una donna, ovviamente.

In genere espongo il problema a entrambi, sommo le valutazioni, le filtro, le depuro da orgoglio e senso di competizione, le divido per due e ottengo la risposta.

Certa. Sicura al 100%.

Senza margine di errore, senza ombra di equivoco. Lineare e compatta.

Ma se avete tutta questa scienza impostata geneticamente perché poi non la usate al momento opportuno? Perché certe cose non ce le dite e fate capire in tempo utile e soprattutto in modo chiaro?, chiedo sempre stupita.

Perché la carne è carne, dice il capo.

Perché non ce lo consentite, risponde Antonio.

Che sommato, filtrato, depurato da orgoglio e senso di competizione e infine diviso per due forse vuol dire: perché siamo fatti cosi?