Archive for agosto 2005

Vado, mi ammazzo e torno

agosto 27, 2005

L’estate è finita. Devo tornare sotto la sabbia.

Ci sono posti in cui il mare è blu. Blu. Completamente blu.

A dispetto delle apparenze, di una spiaggia sassosa e scura, di un fondo che lascerebbe presagire altro, di onde lunghe che si abbattono in sequenza costante.

In un racconto che ho scritto un po’ di anni fa raccontavo proprio di questo stesso mare che ho in mente adesso. Era una storia dolorosa, parlava di una coppia un po’ avanti negli anni e senza figli, distante emotivamente e in senso geografico. Di un medico perennemente impegnato in congressi e ricerca all’estero e di una donna molto sola che percorreva periodicamente centinaia di chilometri per andarlo a raggiungere in un posto preciso, dove lui le dava appuntamento ad ogni suo rientro. In un albergo in cui  erano stati insieme tanti anni prima. Quando ancora erano felici. Dove forse erano stati felici.

La fatica e il disperato tentativo di ricreare una circostanza formale laddove tutti gli eventi avevano contribuito alla sua modificazione sostanziale.

Ogni volta che si  incontravano lei sperimentava una piccola delusione, tanto parente e simile  alla morte, e solo il blu di quel mare, nel passaggio del treno che la riportava a casa, riusciva a distrarla un poco e a restituirle un brivido di vita.

Assolutamente nulla di autobiografico.

Solo la storia di due destini tenuti insieme da ragioni inspiegabili, una lacerazione chiamata a fronteggiare una sicurezza. Una necessità non mediata dalla ragione. Forse era solo una storia che avevo sentito e mi era piaciuto ambientare lì, in quel momento.

Ho rivisto lo stesso mare, dopo oltre dieci anni. E di nuovo il colore è riuscito a rapirmi e a farmi immaginare storie. A ipotizzare seguiti, a sognare trame. A risvegliare desideri assopiti.

I miei, questa volta.

Risucchiata dall’acqua, io che temo il freddo come la morte, anche quando freddo non è.

In alcuni luoghi, reali o virtuali che siano, vengono marcati l’inizio o la fine di capitoli esistenziali. Alcuni ritorni non hanno nulla di casuale. E’ come l’idea di un passaggio evolutivo che crea un confronto: ciò che ero, esattamente in questo posto, tot anni fa. Ciò che sono qui, nello stesso posto, oggi. Il confronto tra i due momenti dà la misura esatta dell’impegno che è stato profuso nel vivere.

Perché la vita non è bella o brutta. E’ bella e brutta. Una volta compreso questo passaggio chiave tutto diventa un pochino più facile, più lieve.

Un utente anonimo ha scritto in un commento a qualche post precedente che Flounder non c’è, è andata via, forse fatta a pezzetti e chiusa nel freezer insieme al suo peperone rosso. Di non cercarla perché non tornerà più.

Questo blog chiude. Questa volta per davvero.

Così deve essere. Perché quando il mare è così blu ci si deve immergere, non basta osservarne il colore. Perché non si può restare sempre alla superficie delle cose.

Forse ce ne sarà un altro. Non ne sono ancora certa.

Ho un bisogno feroce di imparare a parlare, di suoni. Di muovermi. Di trovare la confidenza per  riuscire a non scivolare sulle rocce. Di tuffarmi e perdermi. Di scrollarmi di dosso queste piccole manie.

Inizia la rivoluzione.

Copincollatevi quello che vi pare, se qualcosa vi è piaciuto in particolar modo.

Poi tiro giù la saracinesca. Flounder resta al banco surgelati.

agosto 23, 2005

L’acqua e’ arrivata. E nemmeno poca. Cinque giorni di pioggerelina che poi e’ diventata goccioloni e poi grandine e temporale, vento, lampi, fulmini e saette.

Poi ancora pioggerelina.

Ogni tanto un timido sole pallido si affaccia e si nasconde di nuovo dietro a plumbei nuvoloni.

E’ arrivato anche il terremoto (addirittura!) che piu’ “scossa” di cosi’….

Forse qualcosa sta cambiando.

Per ora solo un gran mal di testa.

Ma sto elaborando, ah se sto elaborando….

agosto 19, 2005

 

La sensazione più forte, più bruciante, più insopportabile è quella che ti porta a credere che non stai vivendo abbastanza. Che resti fermo mentre intorno tutto continua a girare.

E’ l’amore intrappolato, una goccia d’acqua che evapora, risale al cielo e poi torna giu, non più da sola ma insieme a miliardi di altre gocce.

Quand’è che finisce la siccità?

 

agosto 18, 2005

 

Ieri pomeriggio, uscendo dall’ufficio ho incrociato una signora alta, distinta, vestito a fiori bianco e blu, borsetta al braccio, occhiali scuri, elegante nel portamento.

Mi ha colpito la classe che sprizzava da tutti i pori di un corpo ormai più che sessantenne, quella classe che supera i limiti del tempo che passa e che si svela per quello che è.

Mi ha colpito ancora di più visto che, al contrario, ultimamente sento tutta la stanchezza dell’anno passato gravare sulle spalle, quasi ad incurvarle.

La osservavo da lontano mentre camminava verso di me.

Si avvicina piano e mi sorride poi esclama: “Sei stanca, vai a casa. Ti devi rilassare. Vai da mamma e papà.”

 

En passant

agosto 5, 2005

Sono passata per caso in questo blog, per due ragioni. La prima è che aspettavo una mail (che aspetto in realtà dal 31 maggio) che non è arrivata. La seconda è che mio padre mi ha chiesto se per piacere gli andavo a scivere una mail al suo amico pinco pallino. Mi ha dato un foglietto con su scritto l’indirizzo, qualcosa tipo pincopallino chiocciola pincopallino punto it, mi ha fatto imparare il testo a memoria e ingoiare il pezzo di carta. Il contenuto era riservatissimo, robe di motociclette che non posso dirvi.

Per venire a scrivergli questa benedetta mail sono salita sulla bicicletta e ho percorso 13 km su una specie di pista ciclabile mezzo sterrata. Poi ne farò altrettanti per tornare. Questo sfata l’idea che la tecnologia e l’uso del pc inflaccidiscano le cosce: tutt’altro. Questo sfata altresì l’idea che la posta elettronica sia un mezzo moderno, giacché stamattina mi sento una specie di messo a cavallo.

Io sono molto impegnata, impegnatissima. Ci sono da compiere una serie di operazioni routinarie noiosissime e faticose: togliersi il pareo, spalmarsi la protezione, aprire il lettino, stendere il telo, sdraiarsi. Di tanto in tanto una nuotatina. Poi tutto all’inverso per il pranzo. Poi si ricomincia con la stessa corvée al pomeriggio. La sera si è costretti ad andare a cena con delle persone simpaticissime e un sacco di bambini. Vigono ancora usanze tribali e primitive come quella di accendere dei fuochi domestici per cuocere carni e pesci. Del resto paese che vai usanza che trovi, non c’è che da adattarsi.

Di tanto in tanto giungono delle telefonate di cordoglio e solidarietà da parte di amici che sono ancora in città e dalle loro voci si intuisce che sono sinceramente addolorati. Cerco di rassicurarli sul mio stato di salute fisica e mentale, non amo essere compatita. Per un po’ sembra che se ne convincano. Due volte alla settimana c’è un bambino che compie gli anni. Finora abbiamo già partecipato a un tot di festine, nel corso delle quali i bambini si scalmanano, le mamme cercano di far eseguire faticosamente tutti i bei giochini che hanno organizzato e i padri si spazzolano il buffet di patatine, pizzettine e cornettini alla nutella.

Potrebbe sembrare una situazione drammatica, qualcosa di molto simile a Buchenwald. Invece stiamo bene, forse perché dopo un po’ ci si assuefa anche alla prigionia. In alcuni momenti mi sembra di essere addirittura felice. Ecco, ecco cosa contraddistingue quest’estate dalle precedenti. Ho come l’impressione di essere felice. Per timore di perderla faccio finta di nulla e risalgo sulla bicicletta.