Ieri pomeriggio, uscendo dall’ufficio ho incrociato una signora alta, distinta, vestito a fiori bianco e blu, borsetta al braccio, occhiali scuri, elegante nel portamento.

Mi ha colpito la classe che sprizzava da tutti i pori di un corpo ormai più che sessantenne, quella classe che supera i limiti del tempo che passa e che si svela per quello che è.

Mi ha colpito ancora di più visto che, al contrario, ultimamente sento tutta la stanchezza dell’anno passato gravare sulle spalle, quasi ad incurvarle.

La osservavo da lontano mentre camminava verso di me.

Si avvicina piano e mi sorride poi esclama: “Sei stanca, vai a casa. Ti devi rilassare. Vai da mamma e papà.”

 

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20 Risposte to “”

  1. fuoridaidenti Says:

    era la Rita Levi Montalcini?

  2. anonimo Says:

    mmm non ho visto il satellite di sky rotarle intorno…

  3. broono Says:

    Era Virna Lisi.

  4. AnnaBella Says:

    insomma quello che mi ha colpito è quello che ha detto.
    Era pazza?
    Mi si legge in viso la stanchezza?
    Era un’allucinazione e l’ho vista solo io?
    ?

  5. AnnaBella Says:

    sarà che la libertà del folle mi ha sempre affascinato. Parlo del folle “positivo” non dei pazzi criminali ovviamente, ma di quelli che incontri per strada noncuranti di come va il nostro mondo e che vivono una loro dimensione assolutamente libera da legami e pregiudizi, che li fa cantare e ballare dove e quando vogliono, che fa dire loro quel che pensano senza filtri che tanto nessuno dirà mai loro nulla per riprenderli. Quelli che poi ti sparano frasi come questa che ci stanno proprio a puntino in quel momento e in quella situazione e ti fanno chiedere “chi è che ancora non ha capito in realtà, lei o io?”

  6. broono Says:

    quei pazzi lì, quelli che vivono liberi di essere ciò che vogliono, sono poetici e romantici, ma solo nei racconti di chi li guarda da fuori.

    è un po’ come quando si guarda un barbone e a tavola con gli amici si parla di lui come di uno che vive meglio di noi perchè vive in libertà e se ne frega di tutti i vincoli ai quali siamo costretti noi.

    quasi mai è così.
    spesso, quel modo di parlare di chi “è libero” serve a noi per dichiararci lontani dalla vita che NOI conduciamo.
    è un modo di usare la libertà altrui per descrivere la nostra (desiderata) e quaisi mai è un parlare della loro perchè ci si è fermati davvero a pensare alla loro.

    anche perchè se lo si facesse, si scoprirebbe che è tutt’altro che gente felice.

    Ci sono anche i casi, naturalmente.
    Ma quei casi di consapevole felicità li trovi tra i barboni, appunto, non tra chi “è pazzo”.
    chi è pazzo, quasi sempre vive male, davvero male.

    Siamo noi che gli disegnamo intorno la poesia perchè gli invidiamo la capacità di non porsi problemi che noi invece ci poniamo.
    ma quella poesia la disegnamo solo intorno a quella loro unica caratteristica.
    Perchè se guardassimo anche tutte le altre, sarebbe difficile invidiarli o comunque descriverli come “più liberi di noi”.

    non lo sono.
    non lo sono affatto.
    lo sembrano a noi, ripeto, perchè noi quando li guardiamo guardiamo in realtà noi.
    Come quando parliamo con invidia della libertà di un barbone in realtà stiamo parlando del nostro non voler andare in ufficio ogni mattina e della consapevolezza di quanto sprechiamo di bello ogni giorno.
    ma loro sono anche altro.
    E quell’altro non li fa vivere felici, credimi.

    Non hai avuto un’allucinazione.
    L’hai sentita davvero perchè davvero ci sono persone che ti dicono le cose così, apparentemente senza motivo.
    E spesso ci fanno sembrare il tutto un’incredibile coincidenza perchè le cose che dicono si adattano a qualsiasi persona.
    Chi non si sente un po’ stanca, all’uscita dal lavoro?
    Chi direbbe “mai!” a qualcuno che gli suggerisce di andare dai genitori?

    Lei probabilmente ti ha guardata, ti ha trovata sanca e non avendo (è vero) quel limite che a noi impedisce di parlare con gli sconosciuti, te l’ha voluto dire come l’avrebbe detto a sua figlia.

    Ma questo non la rende una persona magica, nè felice.

    Molto probabilmente ti ha, infatti, scambiato per la figlia, da lì il suggerimento di tornare dalla mamma.

    e quella, di conseguenza, non è una persona felice.

    La prima parte del commento nasce da esperienza diretta.
    l’ultima, la spiegazione dell’episodio, è pura ipotesi.

  7. broono Says:

    naturalmente il commento superiore vuole essere soltanto un contributo e in alcun modo una critica alle tue parole.

  8. AnnaBella Says:

    si bruno ho capito quel che vuoi dire. Non ho mai pensato che fossero felici, ecco perchè non ho mai usato nel commento la parola “felicità“. E’ anche vero quel che affermi sulla nostra necessità di staccare da quei meccanismi che ti portano alla routine quotidiana. La visione poetica (non solo in questo contesto) è un mio mezzo per vedere le cose, so che non è il solo, nè il più veritiero ma non mi nascondo dietro ad un dito: cerco di addolcire la pillola per centellinare il dolore, che forse, ma dico forse, a piccole dosi è più sopportabile. In qualche maniera i “pazzi” di cui parlo li avvicino ai vagabondi ai quali accenni tu. Non credo siano felici. Non credo nemmeno che abbiano trovato l’elisir per vivere meglio. Ma non credo che siano meno felici di noi “gente normale”. Cerco di spiegarmi. Mi rendo perfettamente conto che fanno una vita dura, che molti di loro rischiano di morire di freddo, che possono passare anche giorni senza mangiare, che raccattano quello che trovano dall’immondizia e non disdegnerebbero certo un bel piatto di minestra calda. Senza considerare le angherie che ancora sono costretti a subire da vndali, gruppetti di sbandati e altri non meno pazzi di loro. Mi rendo contop anche del fatto che, probabilmente, sono soli. E’ tutto maledettamente vero.
    Non affermo che tutti dovremmo essere barboni e/o matti per essere felci, ma loro saltano un processo. E’ di liberazione “mentale” che parlo, dell’abbattimento di alcune barriere proprio del nostro secolo e del nostro modo di vivere. Quello che per l’appunto ti porta a tirar fuori quel che hai dentro senza filtri nè preconcetti, che ti porta a fergartene se guidi un macchinone, un utilitari o un monopattino. E per la solitudine, quella non credo sia una loro prerogativa. E’ un male comune. Ma forse, (poesia?) loro sono più “abitutati” di noi.

  9. AnnaBella Says:

    ah e per favore piantala di giustificare i tuoi post e di sottolineare che non mi stai criticando! Lo so.
    😀

  10. broono Says:

    è un discorso lungo e difficile.

    e mi rendo conto che certo non fa parte di quelli affrontabili “via commenti”.

    E il fatto che sia difficle è dimostrato proprio dal fatto che tu mi chiarisci che “è di liberazione “mentale” che parlo”

    La differenza, quella che impedisce di definirli “gente che vive meglio” è proprio in quella frase.

    Di liberazione, come inizio di un percorso felice, puoi parlare quando è una scelta, quella liberazione.
    Ma per fare una scelta di liberazione devi essere in grado di vedere la gabbia.

    Tu vedi la gabbia, ogni giorno, e sogni il giorno in cui avrai il coraggio di liberarti.

    Chi ha disturbi di quel genere, quelli che vengono chiamati “matti”, non è libero prchè ha deciso di uscire dala gabia, ma perchè quela gabbia non la vede.
    ma purtroppo c’è.
    Ed è il contesto in cui vivono tutti, noi e loro.
    Il loro sembrare liberi è dato dal fatto che tu quella gabbia la vedi e quindi quando li vedi fregarsene riconosci in loro quell’inizio di percorso che tu chiami “felicità“.
    Loro in realtà in quel ragionamento non c’entrano nulla, perchè loro non hanno scelto nulla, semplicemente non vedono nessuna gabbia.

    E questo, in un mondo nel quale quella gabbia realmente non esiste, sarebbe sintomo di reale libertà e di conseguenza felicità, ma in un mondo nel quale invece quella gabbia esiste eccome ed è intorno a noi quanto intorno a loro, il loro non saperla vedere, invece che consentirgli di vivere meglio, in realtà li condanna semplicemente a vivere in un’ulteriore gabbia ancora più grande della nostra.

    La fiamma che brucia il dito di un bambino è la gabbia.
    Il bambino la vede, la sa riconoscere dopo la prima volta e saprà scelgiere da quel momento in poi.
    Crescerà, in una parola.
    Se vedrai un bambino continuare a mettere la mano su una candela, perchè i suoi centri nervosi non gli trasferiscono il dolore, non lo vedrai come uno che ha superato i limiti della paura ma come uno da aiutare a riconoscerla, quella paura.

    I “matti” non hanno paura.
    Noi si e spesso significa “gabbia”.
    Ma altrettanto spesso significa “salvezza”.

    per vivere felici bisogna saperla vedere quella gabbia, per poi scegliere con intelligenza quando uscire e quando starne all’interno.
    Non saperla, o non avere gli strumenti per vederla, non è felicità.
    Lo è solo per chi guarda da fuori.

    Chi ci sta dentro, in realtà, passa la sua giornata a bruciarsi le mani.

    Non è un caso se il comportamento di certe persone, viene definito, per spiegarlo, come quello “di un bambino”.

    Anche i bambini sono felici.
    Ma senza la loro mamma accanto che insegna loro a non sporgersi dalla finestra non supererebbero due giorni di sopravvivenza.

    I “matti” credono di saper volare.
    Se li fai vivere in un bosco, sopravviveranno molto meglio di noi perchè non avranno paura degli scarafaggi.
    Se li incontri in città, non dimenticarti che a meno che non abitino al primo piano, non è detto che il giorno dopo li rivedrai.

    perchè non vedono la gabbia.
    anche se da fuori appaiono felici.

  11. broono Says:

    “dala gabia” lo festeggiamo come l’errore del giono, eh?

    😉

  12. broono Says:

    E, ultima precisazione doverosa… quello che appare come “non aver paura di nulla” spesso è l’opposto.
    Lo dico perchè prima ho scritto “i matti non hanno paura”
    Non l’hanno come dovrebbero, intendevo dire.

    proprio perchè non sono in grado di dare una dimensione ai limiti, quando hanno paura, e ce l’hanno come tutti, hanno una paura inimmaginabile per chiunque sia “normale”.

    Una paura devastante, lacerante, anche solo di attraversare la strada, o di un tuono, o di una luce forte.

    E fidati, nota personale, è brutto non poter far altro che starli a guardare incapace di rassicurarli quando hanno paura di morire per un bicchiere d’acqua, perchè sai che non capirebbero ciò che stai dicendo loro.

    Non è gente felice.
    Non è affatto gente felice.

    Nè loro nè, purtroppo, chi sta loro accanto.

    l’argomento mi tocca, ovviamente, e si capisce.

    è che di gente che scrive “matti” e accanto scrive “felici” ce n’è tanta.
    e quando li incontro non riesco a non tentare di spiegare, se non altro, che ci vuole cautela.

    e anche questa non è una critica.
    so bene che questo è un argomento, come tanti, che se non ci si passa non si sarà in grado di capirne la potenza e io per primo non pretendo di trasferirla con un commento, anche perchè giustamente non vedo perchè tu dovresti viverla al posto di chi ci passa.
    Questo è solo un blog e tu certo non pretendevi lezioni in merito, giustamente.

    è che il tuo post dimostra che la possibilità di incontrarli c’è, ed è pure frequente, e allora quando mi capita io ne approfitto per raccontare che quella è una realtà e magari cerco di dare quei due o tre piccoli suggerimenti per saperla affrontare nella maniera giusta.

    è solo un tentativo di spiegare, quando appunto mi capita, che quando se ne incontra uno che sorride, se lo si scambia per uno felice, si rischia di fare tutto, tranne che quello che potrebbe aiutarlo ad attraversare la strada.

    per me il discorso si chiude qui.
    per evidenti motivi, naturalmente.

    diventerei un noiosissimo saccente rompicoglioni.

    più di quanto non lo sono già stato, intendo.

    🙂

  13. fuoridaidenti Says:

    Ho molto riflettuto prima di aprire il becco sicchè abbiate la pazienza di raccogliere anche il mio pensiero. Non so se il post di Annabella debba necessariamente sfociare nel tema-voragine della follia. Per me la signora poteva benissimo aver avuto i suoi saggi e nobili motivi (nonchè una buona dose di sensibilità) per intromettersi nella privacy di un altro individuo (una donna) che magari presentava con una sua certa evidenza segni esteriori di fatica, stanchezza e quel che si vuole. Ho una madre (che fortunatamente è savia) che mi ha abituato a considerare molto ma molto elasticamente i confini dell’altrui riservatezza; magari così rischio di passare per una persona invadente, lo so, ma meglio che vivere facendosi i fatti propri (a Napoli si dice: Nun vo’ scuccià pe’ nun essere scucciat’, e la traduzione IMHO è pleonastica). Riguardo al presumere i pazzi gente felice… beh, che dire? questo è uguale al ritenere i marocchini superdotati e i biondi teutonici con occhi azzurri come il cielo gli eletti di una razza ariana. In pratica sono tesi sostenibili solo da chi non si rende conto di essere un ignorante. Scusate la prolissità (ma c’è quella folle della mia dolce bambina che reclama che le racconti qualcosa nel dopocena).

  14. AnnaBella Says:

    il concetto da me espresso non era folle=felice, tant’è che l’ho sottolineato, più di una volta. Nel caso specifico della signora, non so se lo fosse o meno, è stato solo uno spunto di riflessione nato da un incontro di 30 secondi.
    Il discorso si è ampliato, entrando nel personale per qualcuno, per altri motivi che mi sembrano chiari rileggendo i commenti e che a questo punto suppongo non necessitino di altre parole.
    Lungi da me, ribadisco per l’ultima volta, il pensare che queste persone siano felici.

  15. fuoridaidenti Says:

    e le tesi da me sostenute erano:
    – non necessariamente signora=folle
    Рnon ̬ mai folle=felice

  16. AnnaBella Says:

    si lo so avevo capito

  17. fuoridaidenti Says:

    io no. e facevo chiarezza per l’appunto.

  18. AnnaBella Says:

    ora e’ piu’ chiaro?

  19. fuoridaidenti Says:

    sì, ma mica mi va tanto giù che per asserirlo m’è toccato il commento numero 17. E’ pura follia.

  20. anonimo Says:

    😀

    è scaramantico
    AB

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