Chiedete e (forse) vi sarà dato

Lorella vorrebbe che Giacomo si ricordasse che a lei non fanno piacere alcuni comportamenti, tipo ruttare a tavola. Però ha paura di chiederlo, perché teme di urtare la sua sensibilità. Lo ha fatto solo una volta, proprio all’inizio della loro relazione, ma in modo lieve, scherzoso. Così Giacomo ha pensato che a lei non dia fastidio e continua a farlo ridendo. Lorella non sa più come andare avanti, se si blocca su una cosa così semplice come farà a  parlare di cose più importanti? Ogni volta che sta per parlargliene le viene una specie di tremarella e si convince che in fondo c’è di peggio. Allora sta zitta, ma c’è qualcosa che le pizzica lo stomaco.

Maurizio litiga con l’ex moglie perché secondo lui lei gli nega un rapporto sereno ed equilibrato con i figli. Paola gli dice: non mi piace che mi parli così in generale e che mi dipingi come un’arpia, dimmi cosa vuoi. Vuoi prenderli a scuola il lunedì?, il giovedì? Vuoi passarci delle vacanze più lunghe? Chiedimi, fammi capire quello che vuoi, altrimenti non ne usciamo più. Lui non chiede. Però va in giro a fare la vittima, con parenti e amici,  a raccontare di quanto è sconsolato. Se chiedesse forse correrebbe il rischio di essere accontentato e doversi assumere più responsabilità di quelle che ha. E forse anche quello di dover ammettere a se stesso che Paola tanto stronza non è.

Federica è una donna sensibile, abituata all’attesa. Lo è per carattere e anche per aver vissuto accanto a dei genitori anziani e malati che hanno richiesto molte cure. Non si è mai lamentata, non ha mai preteso nulla per sé, pur continuando a lavorare ogni giorno. Non è sposata e non ha figli. In ufficio la stimano molto, ed è per questo che le affidano incarichi importanti. Lei vorrebbe dire: basta, fermatevi, sono oppressa. Ma non l’ha mai fatto e non sa come reagirebbero. Un giorno sbotta e ha una crisi isterica: a casa, sul lavoro, per strada. Tutti pensano che sia impazzita. Non essendo abituata, lo pensa anche lei e dopo si sente tremendamente in colpa.

Luigi sente le punture della delusione, ma non lo vuole ancora ammettere a se stesso. E’ una piccola scoperta negativa che gli brucia da qualche parte. Il fatto è che si è innamorato di Mariella, una donna che gli piace molto.  Ma da qualche tempo lei gli chiede un coinvolgimento più serio, un impegno maggiore, parla con più pesantezza. Se lei fa delle richieste lui sarà costretto a prenderne atto. A rispondere adeguatamente o a respingerle. Se accetta le sue richieste si sentirà come uno che ci sia stato costretto, gli verrà un’oppressione. Se le respinge forse la perderà, lo sente. Ma non è colpa sua, la colpa è di Mariella. Come le viene in mente di fare certe richieste?

 

Potrei continuare all’infinito. Estendere la casistica a tutti i tipi di relazioni interpersonali esistenti.

Nell’atto di chiedere, ma chiedere sentitamente e non tanto per farlo, sono incorporate delle piccole bombe a orologeria. Si rischia di ferire l’altro, di deluderlo, di portare allo scoperto la sua confusione, di provocare per questa stessa ragione la sua rabbia, di richiamarlo a delle responsabilità, di inchiodarlo fortemente alla realtà per evitargli la fuga. Oppure si rischia che l’altro vada via, perché spaventato dalle richieste.

Il non chiedere comporta gli stessi rischi, in modo speculare.

Se non ti chiedo è perché temo la risposta, temo che tu mi deluda, temo di dover prendere atto di una realtà che non mi piace, temo che la tua risposta possa essere così chiara e netta da gettarmi nello sconforto, nella necessità di una scelta precisa che potrebbe anche farmi soffrire. Se non ti chiedo è anche perché forse ho paura di essere accontentata e di sentirmi obbligata nei tuoi riguardi, di perdere quel fantastico posto che mi sono conquistata sul piedistallo dell’autosufficienza e dovermi mostrare anche io nel mondo dei bisogni, uguale a tutti gli altri, meschina, deludente, banale. Vera.

Vera.

 

Le domande e le richieste oneste sono la misura della verità, sono i pesi della bilancia dell’esistenza. Sono alla base di qualunque negoziato. E senza negoziato non si va scientemente da nessuna parte, si scivola solo lentamente nel campo dell’estorsione o in quello del vittimismo.

E’ che ci hanno insegnato l’esatto contrario, che bisogna essere buoni, beneducati, non avere pretese e perdonare.

La prossima volta vi spiego perché bisogna imparare anche a NON perdonare.

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26 Risposte to “Chiedete e (forse) vi sarà dato”

  1. brezzamarina Says:

    mi chiedo quand’é quel momento triste (ma forse necessario) in cui un sentimento, un amore, un’amicizia, diventa scambio..forse tu sapresti scriverne..

  2. Flounder Says:

    so solo una cosa. se il padreterno avesse voluto che comunicassimo con la lettura del pensiero, non ci avrebbe dato la parola.
    se ce l’abbiamo, allora bisogna usarla. preferibilmente in modo sensato.
    perché tanto non è la parola che cambia la sostanza delle cose. se uno rutta a tavola, rutta. se non ci piace abbiamo solo due possibilità: chiedergli di smetterla o andare a mangiare altrove.

    io non vedo nulla di triste nel negoziare bisogni o nell’esporre desideri e chiedere che vengano accontentati, nei limiti del possibile, del lecito e del realistico.
    trovo molto più triste non farlo e permettere che mi monti dentro la frustrazione, la rabbia o lo scontento.

  3. brezzamarina Says:

    razionalmente riconosco che hai ragione, sono anche gli argomenti di terapisti, psicologi etc.., comunicare le proprie esigenze, motivi di disappunto etc.., e negoziare con l’altro..tutte cose sensate..ma in fondo in fondo…non ci credo troppo..ovvero si tratta di meccanismi che sicuramente molto meglio mettere in gioco piuttosto che, come dici tu, lasciar montare la rabbia dentro..peró, per come la vedo io, quando si arriva al punto di riflettere tra sé se sia il caso o meno di dire o chiedere all’altro una determinata cosa..qualcosa si é giá spezzato, forse irreparabilmente, il rapporto puó essere ancora di gran valore, ma non é piú quell’intesa totalmente spontanea che era prima..

  4. Flounder Says:

    l’ho detto anche altre volte. io non credo alla spontaneità come valore. è solo la somma di meccanismi e modalità apprese. e uno può avere anche appreso delle cazzate e farle spontaneamente. ma sempre cazzate rimangono.

    è chiaro che se uno si trascina una cosa per un lungo periodo e poi pretende di modificarla su due piedi si rompe un meccanismo, si altera un equilibrio.
    ma ciò non vuol dire che l’equilibrio precedente fosse migliore di quello che si andrà a stabilire.
    credo molto di più al valore aggiunto che non alle cose che funzionano per grazia ricevuta.

    ma non obbligo nessuno, eh! 😀

  5. Flounder Says:

    ovviamente tra Hobbes e Rousseau preferisco Hobbes.

  6. Nekokuma Says:

    “Se non ti chiedo è perché temo la risposta, temo che tu mi deluda, temo di dover prendere atto di una realtà che non mi piace, temo che la tua risposta possa essere così chiara e netta da gettarmi nello sconforto, nella necessità di una scelta precisa che potrebbe anche farmi soffrire.”

    Cara Flounder, non lasciarti fagocitare anche tu in quel bunjee jumping che è il “ti vedo come ti voglio vedere”. Buttati senza corda, se trovi il mare sotto ti tuffi e stai da dio, se trovi la terra non fa niente, non si muore per amore, al massimo si parte per un altro posto.

    Mammeta ci dà fastidio che pateto mette la forchetta nel piatto suo.

  7. brezzamarina Says:

    capisco cosa vuoi dire (per quanto riguarda i riferimenti filosofici ho delle lacune tremende quindi faccio meglio a passare ;-)..io invece non riesco bene a spiegarmi..mi viene da pensare a quel passaggio da quando un rapporto é prevalentemente vissuto (insieme ovviamente) a quando é prevalentemente pensato (nella testa dei singoli)..ecco..quello é un passaggio che non mi piace..forse cosí mi sono spiegata meglio, ma sono andata fuori tema ;-D

  8. sevensisters Says:

    Ciao, sono Francesco
    Leggo e ti linko.
    Ma spero di non essere sempre d’accordo con te^_^.

  9. Flounder Says:

    nekokuma, ma io non parlavo solo d’amore. per esempio ho una collega che tutti gli anni si rifiuta di prendere parte alla programmazione, si rifiuta di chiedere le iniziative che le piacerebbero, poi scrive ai sindacati per dire che viene trascurata.
    ne facevo un fatto complessivo.

    io sono stata educata a non chiedere mai, peggio del Denim. però poi ho scoperto che si creavano equivoci mostruosi, misunderstanding di ogni tipo. sicché alla fine mi forzo, soffro moltissimo, ma chiedo.

    perché chiedere costa assai.

    Mammeta sa che se chiede poi tutti si accorgono che le manca qualche cosa e scoprono che non è Wonderwoman

  10. Flounder Says:

    poi c’è anche un altro fatto, che è l’intelligenza complessiva.
    se qualcuno mi chiede di non ruttare a tavola io posso viverlo in due modi: o come un insulto alla mia persone, limitazione delle mie possibilità.
    o, se poco poco guardo avanti, come un trampolino di lancio per accedere ad altre tavole dove probabilmente non sarei mai invitato per il fatto stesso di essere uno che rutta a tavola.

    perché a volte quello che rutta a tavola, e lo fa in modo spontaneo, come dice brezza, probabilmente non sa proprio che esista un altro mondo. è la sua stessa spontaneità a precluderglielo.

    scusate se ho preso l’esempio più triviale, ma è quello che rende meglio. 😀

  11. broono Says:

    Il rutto a tavola è tutt’altro che un esempio triviale.

    Io ci ho fatto una vacanza con questo “post” in testa.

    Ero l’unico che a tavola non ruttava e venivo per questo preso per il culo in quanto represso, pieno di limiti, “principino educato”.

    Ero in realtà l’unico del gruppo che vive da anni da solo in mezzo a amici che a 35 anni ancora vivono a casa con i genitori, per i quali quindi “vacanza” significa “vacanza dai limiti di mammà“.
    E non capivano semplicemente che chi non ha i genitori che gli impongono come stare seduto a tavola, mangiare con i piedi sul tavolo non è una libertà finalmente conquistata.
    Avrei voluto tanto dirglielo, ma voglio loro un sacco di bene e so che per loro quella era l’unica vacanza degna di tale nome.

    Ho sopportato in silenzio.
    Era solo una settimana, in fondo.

    Ma se mi chiedi se sono contento di non aver parlato, la risposta purtroppo è no.
    Anche perchè la prossima vacanza, se dovesse durare di più, non potrò che dirglielo e qualcuno troverà strana questa mia improvvisa insofferenza verso una roba che mi è stata bene in precedenza.

    Dentro un rutto, anche se sembra assurdo, ci sono interi rapporti umani.

    Come, se non ho capito male, sostiene questo post.

    Per quanto riguarda il NON perdonare…non vedo l’ora di leggere il post.

    Io ho imparato a NON perdonare quando ho subito cose imperdonabili.
    Quel giorno ho contemporaneamente imparato a perdonare me stesso.

    Due conquiste di cui sono abbastanza contento.

  12. Flounder Says:

    Anche perchè la prossima vacanza, se dovesse durare di più, non potrò che dirglielo e qualcuno troverà strana questa mia improvvisa insofferenza verso una roba che mi è stata bene in precedenza.

    broono, hai centrato il punto esatto. l’assuefazione.
    poi il giorno che hai da dire la tua restano tutti sbigottiti, che proprio non se l’aspettano. quando per esempio a una riunione di lavoro chiedi che gli incarichi vengano distribuiti diversamente.
    quando dici ai tuoi amici che non ti va più di essere quello che sistematicamente usa la sua auto per prendere e accompagnare tutti e chiedi che ci si alterni.

    e alla fine l’unica cosa che capisci è il tragico gioco dei ruoli.
    e la fatica che ne consegue per modificare i rapporti e farti vedere in una dimensione oltre quella ideale.

  13. Flounder Says:

    brezza, sul commento 3.
    nemmeno io credo alla bontà delle terapie di coppia o delle mediazioni familiari. e lo dico con ampia cognizione di causa.
    perché è vero che tra due persone possono sussistere dei malintesi e magari un terzo può aiutarli a esprimersi e incontrarsi.
    ma è vero anche che la comunicazione, prima ancora che da una corretta modalità, origina dalla buona volontà.
    di farsi capire, ma anche di ascoltare.
    e queste sono cose che nessun terapeuta ti può dare.

    ma il senso del mio post era piuttosto sul “come mi vedi e come sono realmente”, sul “cosa vorrei ma ho paura di chiedere”, esteso a tutti i settori.

    Hobbes era quello che diceva che siamo una massa di fetenti e allora dobbiamo ricorrere a un patto sociale per non scannarci. però poi a casa nostra la possiamo pensare come vogliamo e anche girare nudi, basta che non turbiamo l’ordine esterno.
    che mi sembra la soluzione esistente anche in natura, nelle logiche di cooperazione batterica. mi contraddica se sbaglio.

  14. brezzamarina Says:

    comunque in nome della spontaneitá non volevo appoggiare il rutto libero..solo pensavo che se una non puó dire al proprio uomo che le dá fastidio che rutti e deve stare a tormentarsi con il dubbio se dirglielo o non dirglielo..allora forse ci sono problemi di fondo ben piú gravi nel rapporto..comunque io con uno che rutta a tavola non mi ci metterei proprio ;-p

  15. brezzamarina Says:

    poi so benissimo di dovermi sforzare per smussare la mia indole che sarebbe quella del genere “se non riesci a capire é anche inutile che te lo spieghi e quando non ne posso piú, sparisco”…quindi alla fine anch’io, facendo una gran fatica, chiedo e cerco di negoziare etc..,

  16. brezzamarina Says:

    grazie per la sintetica spiegazione su Hobbes…meglio di De Crescenzo eh 😉

  17. Flounder Says:

    vabbè, brezza, mo’ non ti scusare 😀

    comunque porto il ricordo di un film della Archibugi, “Verso sera”. in particolare un dialogo tra Sandrine Bonnaire e il suocero, interpretato da Marcello Mastroianni. tra i due c’è un sentimento forte, anche se platonico. lei lo sfida continuamente, sfida il suo mondo di certezze intellettuali e di valori di altri tempi e un giorno, togliendosi il gesso dalla gamba, gli chiede di portargli un rasoio per depilarsi.
    Mastroianni si disgusta, racconta che la sua defunta moglie non aveva peli.
    E la Bonnaire gli spiega con derisione che per il fatto di non averglieli mai mostrati non vuol dire che non ce li avesse.
    ma Mastroianni è tetragono e alla fine sostiene che la grandezza della moglie è consistita proprio nell’essere riuscita a propinargli, per tutta la vita, quest’immagine ideale, senza che la realtà la contaminasse con le sue sozzure.
    è un film bellissimo, in cui un poco alla volta i mondi di entrambi si riempiono di crepe, di dubbi sulle proprie convinzioni. si avvicinano impercettibilmente per la segreta attrazione della diversità.
    lei perde parte della sua aggressiva spontaneità, lui si spoglia del mantello della rigidità.
    il tutto è costellato da contraddizioni di ogni genere che marcano il tormento della trasformazione. nessuno spazio al sentimentalismo.

  18. gurb Says:

    Ciao Flounder,
    la questione di cui parli è al centro delle mie attenzioni ultimamente anche se in una forma leggermente diversa. La domanda che mi pongo è banalmente come si possa amare liberamente. Ovvero come sia possibile vivere un amore che non generi rinunce. A mio avviso quando si arriva alla parola, in un certo senso è già troppo tardi. Sono uno di quei figli educati in famiglie in cui si rinfacciano sacrifici, rinunce e questo ha generato in me un sacco di problemi che non sto a dire. A ben guardare non ce ne sarebbe ragione alcuna visto che sono sempre stato un figlio modello, ho iniziato a lavorare a quindici anni e a diciannove mi mantenevo mentre studiavo all’università. Ma questo non vuol dire nulla, ho passato la mia vita a sentirmi in colpa. Un amico che da giovane è stato in galera mi ha detto di recente: “per anni mi sono sentito colpevole davanti alla mia famiglia, era come se dovessi sempre chiedere scusa, poi ho capito che al massimo erano gli altri a dovermi chiedere scusa, io avevo pagato, me l’ero fatta io la galera e le difficoltà nella vita sono ricadute su di me, non sugli altri”.
    Ma superati i sensi di colpa si impara che un amore profondo non è fatto di rinunce ma di scelte. Se rinuncio a qualcosa oggi prima o poi lo mettero’ sulla bilancia, ti presentero’ il conto. Cio’ che non si dice oggi per timore di ferire, domani sarà solo più affilato dal rancore. Scegliere la libertà è più difficile che accettare lo stato delle cose, ma forse è un viaggio che vale la pena fare.
    Per non smentirmi cito un libro che ho letto questa settimana, Box-Car Bertha – Autobiografia di una vagabonda di Bertha Thompson, dove la madre, libertaria convinta, al momento di dire addio alla figlia la saluta con queste parole “E ricordati che non ho fatto mai sacrifici per voi.”
    ***Gurb

  19. Flounder Says:

    gurb, sapessi come sento le cose che scrivi.

  20. Flounder Says:

    C’erano altri piaceri: devono esserci stati. O forse erano consolazioni. Comunque non posso mettermi adesso a rovistare nella confusione del passato. Certamente ci sono meno piaceri di quanti possa sperare. Non è che me ne vengano in mente molti. Non posso dire che Susan mi abbia mai deliberatamente deluso o sia stata gratuitamente più crudele del necessario con una persona recalcitrante come me. Sarebbe come darle delle buone referenze.
    Davanti a lei mi vergogno. Ma la verità è che non riesco né a divertirla né a stimolarla. Eppure ci siamo scelti fra tutte le possibili persone del mondo. Per cosa? Per un compito pesante e difficile: frustrarci e punirci a vicenda. Ma perché?

    Hanif Kureishi, nell’intimità

  21. AnnaBella Says:

    Aaaargghhhhhhhhhhhhhhhhh!

  22. Flounder Says:

    in generale o nello specifico?

  23. AnnaBella Says:

    dovrei scrivere un fiume di cose in merito, direi entrambi!

  24. Flounder Says:

    splinder si è ammutinato

  25. charm Says:

    Gurb
    ci si arriva tardi, troppo tardi, a capire che amare
    NON E’ SACRIFICARSI e basta, che la liberta’ e’ la sola e
    piu’ giusta via di amare e di amarsi. Amare se stessi,
    indispensabile prima di poter riuscire a dare. Io ho
    avuto l’imprinting di mia madre, vittima sacrificale di
    se stessa in primis, e ci ho messo una vita a capire che
    non e’ cosi’ che deve essere. Ma e’ troppo tardi, e se
    ora cominciassi a chiedere sarebbe devastante.

  26. Bustrofedon Says:

    Nota lieve: l’Hobbes che preferisci a rousseau è, ovviamente, la tigre compagna di Calvin, nevvero?

    Nota meno lieve: molti divorzi, siano essi tra marito e moglie, amici, soci, si consumano su sciocchezze alle quali il passar del tempo ha fatto acquisire peso ed importanza non propria. Dopo ventanni di convivenza, la pipì sulla tavoletta del bagno, i ritardi cronici, i conti che non tornano, i mal di testa sono peggio di un tradimento

    P.S…commento postato 6 volte e per 5 volte rifiutato da Splinder. Chi la dura la vince.

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