Archive for novembre 2005

Viene giù a catinelle

novembre 30, 2005

E’ che il cielo sopra Napoli ultimamente ha la consistenza e il colore di quello sopra Berlino.

Né denso né pastoso. Solo cupo (e metallico). Impossibile da bucare.

Chiuso in entrambe le direzioni.

Perché uno certe cose se le immagina sempre con un senso univoco.

Invece no.

Le nuvole le puoi forare da sopra, con un raggio di sole. Le puoi stracciare da un lato, con un colpo di vento.

Ma puoi anche dissolverle dal basso, con un soffio che si infila in un buchetto nascosto e a partire da quello dà origine a un vortice d’aria che fa tana libera tutti.

Piove. Da mercoledì della passata settimana. Ininterrottamente da sette giorni, centosessantotto ore, diecimilaottanta minuti.

La città si sfalda, si annacqua. I cornicioni si polverizzano educatamente educatamente e si sparpagliano sui marciapiedi come lo zucchero a velo del pandoro e dalle voragini che ogni giorno si ampliano e approfondiscono sbucano mani che al passaggio ti sfiorano le caviglie, con sensualità.

L’acqua arriva ormai nelle case, ha inzuppato i libri e ucciso i gatti. Lunghi fiumi carichi di oggetti inutili riempiono le strade fino ai tombini: una pendola e uno stivale ostruiscono una feritoia di scolo e lì, in quell’angolo, s’ammassa di tutto. Ho perso padre e madre, figli mai nati e antichi amori. L’acqua me li ha lavati via, come ricordi inopportuni e tracce di fango sulle scarpe.

Piove. E la città e abitata da omini grigi con impermeabile e bombetta. simili a quelli di Magritte. Mi hanno detto che sono angeli, ma non ci credo. Ora basta parlare di angeli e creature fatate. Semmai siano esistite, sotto questa pioggia è impossibile che sopravvivano.

Piove. Ma già la temperatura è nuovamente aumentata. Questa mattina dalle crepe nei palazzi spuntavano fiori tropicali, liane e gigantesche rafflesie che ingombravano le strade cariche di immondizie e topi morti. Nella luce livida che sporgeva obliqua dalle fessure dei vicoli, le pozzanghere riflettevano ricordi del dopoguerra e scene di fame. Salivano dall’acqua e si proiettavano sulle facciate delle case, si intrecciavano con le fondamenta corrose. Uno spettacolo di morte.

Piove. Lungo l’autostrada ho visto braccianti stagionali vestiti con muta e boccaglio. Raccoglievano ortaggi con retini da pesca. Uno gridava. Ho rallentato e aperto il finestrino, le sue parole arrivavano a tratti, spugnate. Sono musulmano, io, non so nuotare. E per protesta voleva darsi fuoco. Si è cosparso di benzina ma i fiammiferi in tasca erano fradici. Così si è salvato, nel nome di Allah.

Avevo dei pensieri. Ne erano almeno cento, ma con quest’acqua si sono diluiti. Ne conto due o tre, non di più. E i capelli dell’uomo che forse è mio marito – chi lo direbbe più, così scolorito e umido – si fanno più radi, trascinati dal risucchio dell’acqua nei tombini. Ogni giorno l’acqua ne stacca via un pezzetto, raccolgo pezzi di braccia e gambe e li asciugo con cura con il phon. Poi li imbottisco di carta di giornale perché mantengano consistenza.

Piove anche in casa. Così tanto che nessuno si accorge se piangi.

Ho messo dovunque piante da idrocoltura e la sera dormiamo su letti galleggianti, cullati dallo sciabordio.

Ci perseguitano (o forse ci confortano) sogni aridi e visioni di deserto.

Grammatica dell’oblio

novembre 29, 2005

Considerando che ho passato quasi cinque giorni chiusa in casa da sola senza mettere il naso fuori dalla porta e che in questi frangenti mi siedo e scrivo l’impossibile, stasera potrei postare qualsiasi cosa.

Invece non lo farò.

Perché è arrivato il momento in cui, cari bloggher and bloggherèss, devo denunciare un refuso che incontro sempre più frequentemente nelle vostre scritture, qualcosa su cui mi inciampano anche i migliori.

Prendete una frase tipo: allora lui mi disse che mi avrebbe amata per sempre.

Oppure: lui mi aveva dimenticata troppo in fretta.

Non si dice così. Il participio passato va accordato al maschile, in ogni caso.

Si scrive: lui mi avrebbe amato per sempre

Lui mi aveva dimenticato in fretta.

Perché sta per: lui aveva amato me, lui aveva dimenticato me.

Scusate, ma negli ultimi giorni lo incontro così spesso che non riesco a sopportarlo.

Adesso ve l’ho detto, senza mezzi termini.

Amici come prima.

BodyMind

novembre 27, 2005

Un fatto ricorrente è che tutti gli americani di un certo spessore intellettuale ed emotivo,  arrivati a un certo punto della loro carriera, si vendono al business aziendale o, nella migliore delle ipotesi, iniziano a produrre a raffica manuali di self-help con sostegni audiovisivi, seminari on-line e cazzate simili.

In realtà non sono solo gli americani, è il fenomeno ad essere di tipo americano: la salvezza di massa, la spiritualità venduta senza ricetta al bancone del drug-store. Tentativi di medicina dell’anima che si chiamano Deepak Chopra, Carlos Castaneda, Alejandro Jodorowski e compari.

Tra loro c’è anche un signore che si chiama Ken Dychtwald, molto meno noto al grande pubblico.

Questo signore qui a metà degli anni settanta ha scritto un libro interessante, che per una serie di ragioni è finito all’indice, e solo negli ultimi anni, dopo che anche lui si è consegnato a braccia aperte al sistema, è stato riabilitato, tanto che anche nel nostro paese ne è stata prevista la ristampa.

Per anni ha circolato solo in forma di fotocopia eversiva tra addetti ai lavori: psicologi e fisioterapisti di un certo tipo, scuole un po’ alternative, genere Mézières,  Rio Abierto o reichiani di seconda generazione.

Il libro si chiama Psicosoma e nonostante sia abbastanza naif, con qualche tratto di memoria lombrosiana, resta comunque un buon trattato di partenza per chi decida di affrontare la questione degli scompensi psicocorporei.

Io l’ho avuto come testo di studio in un corso che ho frequentato un bel po’ di anni fa e dal quale ho ricavato un bel diplomino di conduttrice di gruppi di antiginnastica e rieducazione posturale.

Da questo corso, che è durato un paio d’anni, più una serie di prima e dopo, ho acquisito una sorta di deformazione mentale: l’osservazione minuziosa di chi ho davanti, in senso posturale, per conoscere tratti caratteriali che non vengono immediatamente rivelati.

Si perviene a definizioni abbastanza precise. Anche molto intime, per certi versi.

E’ molto facile diagnosticare a vista una patologia articolare e il suo collegamento psicologico, una disfunzione sessuale da una certa rotazione del ginocchio o una mancanza di autostima nascosta dietro una determinata conformazione toracica.

Che uno può anche non essere d’accordo, ma di fatto negli ultimi vent’anni è stato enormemente ridotto l’utilizzo di gessi e busti per la correzione delle scoliosi. Perché raddrizzavano forzosamente qualcosa che poi non riusciva a restare dritta da sola.

Per qualche anno, insieme ad amici psichiatri e fisioterapisti, abbiamo un po’ volgarizzato tutta la faccenda, organizzando serate e seminari sulla comunicazione non verbale, sulla seduzione, sulla persuasione occulta. La gente si divertiva e noi pure. A volte qualcuno piangeva, e noi pure.

Poi io non ho più avuto tempo e ho lasciato perdere.

Resta il fatto che continuo ad osservare. Certe piccole manie, appunto.

Evidenti a fior di pelle.

Abiti mentali che è quasi impossibile dismettere, anche se passano di moda. Esistenze che si fondano su un dettaglio corporeo e viceversa, in una sorta di prigione autoinflitta.

Come la storia dell’uomo che aveva perso le gambe o della donna che aveva perso la voce e le braccia.

Voglio dire: metafore sì, ma fino a un  certo punto.

Bene, avevo in mente questo post da giorni.

Today is a good day to meet Piero Angela.

L'importanza di sognarsi Ernesto

novembre 26, 2005

Io qualche notte fa mi sono sognata Ernesto.

Ma la cosa bella è che io Ernesto non lo conosco. Cioè, lui esiste, di lui so un sacco di cose.

E’ una di quelle figure irreali che popolano la nostra esistenza, una delle più antiche, per quanto mi riguarda. Lo conosco da almeno quattro anni. Conoscere, poi.

Vabbè, ci siamo capiti. E’ lingua da blogger, da mondo virtuale.

Simpaticissimo, brillante. Chi lo conosce di persona conferma e mi riferisce anche che sia un bell’uomo.

Io non ho mai avuto l’occasione.

No. Non è vero. L’ho avuta, in realtà.

Ma è che io non amo invadere, e lui è un signore molto discreto. Non mi piace presentarmi in carne ed ossa e senza invito nella vita delle persone che conosco solo in modo virtuale. Non mi interessa nemmeno vederne le foto. Mi piace sapere di loro, questo sì, ma mantenere una certa distanza. Mi piace anche incontrarle, beninteso.

Lo faccio, quando posso. Anche in megaraduni festosi in cui ti presenti con un nick e solo successivamente dici il nome. A me una volta mi è capitato di baciare tutti e pretendere che mi riconoscessero, che quando mi chiedevano: scusa, ma tu chi sei? (perché non mi avevano mai visto nemmeno in foto) io ci restavo malissimo: ma come chi sono? E chi dovrei essere? Dopo che sapete anche quanti capelli ho!

E allora tutti ridevano e dicevano: ma sei Flounder.

Eccerto che sono Flounder, ma chi altri potrei essere?

E dopo un po’ asserivano: ma certo che sei proprio Flounder, come abbiamo fatto a non riconoscerti subito?

Però l’incontro deve discendere da un’esigenza condivisa, lieve, da qualcosa che non celi secondi e improbabili fini, e neppure venga vissuta alla stregua di un’amicizia simile a quelle coltivate dal vivo per anni. Perché è cosa diversa.

Non di più e non di meno. Non più bella e non più brutta. Diversa.

Perché caso mai al blogger o al forumista dopo tanti anni tu gli hai raccontato cose che i tuoi amici di una vita non sanno, o sanno in modo differente, nel senso che le vivono insieme a te, te le leggono addosso, senza parole. Con parole parlate.

Vabbe.

Dicevo: io mi sono sognata Ernesto.

Che lo andavo a trovare. Viveva in un albergo da quindici anni. Però aveva anche una casa, ma per ragioni di praticità preferiva stare in albergo.

Nel sogno condivideva temporaneamente la stanza, per due o tre giorni, con un calciatore famoso di cui non so il nome. Che nel sogno era Bettarin, ma non aveva la faccia di Bettarin, che quella la conosco, invece. Somigliava un po’ a Ramazzotti, invece. Che si era appena separato dalla moglie e non sapeva dove ospitare il bambino, così Ernesto gli aveva fatto aggiungere un letto nella sua stanza.

Che era tutta bianca e dava su un viale alberato. Mi ricordava un po’ un centro di cura mentale, come si vede in certi film americani, con quei bei parchi dove mandano i malati a passeggiare

Allora Ernesto mi ha chiesto se lo accompagnavo a comprare un regalo di compleanno per la figlia e così siamo usciti. Abbiamo preso un bel vestitino per la sua bambina, perché Ernesto nella vita ha una bambina. E quando io gli ho chiesto perché non si faceva accompagnare dalla sua donna, giacché Ernesto nella vita reale ha una compagna, lui non ha risposto. Anzi,  mi detto: uè, ma tu mi vuoi accompagnare o no?

Poi nel sogno è successa una cosa strana.

E cioè che mentre sognavo io sapevo che era un sogno, ma sapevo anche che di lì a poco, nella vita reale, mi sarei fidanzata con Ernesto. E nel sogno mi dicevo che non era possibile che sognassi in questo modo, visto che mancavano completamente tutti i presupposti, a cominciare dal fatto che dopo quattro anni di frequentazione “eterea” non ci sia mai venuto in mente di prenderci nemmeno un caffè insieme, pur avendo la possibilità di farlo, visto che siamo anche vicini ma invece non ci ha mai sfiorato neppure l’idea.

Cioè a me una volta sì, ma solo perché mi trovavo a passare dalle parti del suo ufficio e allora ho detto: magari vado a dirgli buongiorno. Però poi in portineria mi hanno detto che quel giorno lui era in ferie e tutto sommato mi sono sentita sollevata. Che quando gliel’ho scritto lui ha detto peccato, però non è che si sia stabilito un altro appuntamento. Perché oltretutto non ci siamo mai scambiati nemmeno il telefono, per quanto potremmo tranquillamente telefonarci in ufficio, visto che sappiamo dove lavoriamo e come ci chiamiamo. Ma è ovvio che se in quattro anni non lo abbiamo mai fatto, è perché non abbiamo mai ritenuto opportuno farlo. Ma se vogliamo dirla proprio tutta io ed Ernesto non ci siamo mai scritti neppure un’e-mail.

Però poi è successo che quando mi sono svegliata e mi son detta: perbacco, che razza di sogno, mi è anche venuto in mente che io Ernesto non lo leggevo da tanto, almeno diverse settimane. Né avevo sue notizie da altri.

Però poi la sera stessa ho saputo da conoscenti comuni che era un po’ giù.

Ma siccome Ernesto è un uomo veramente discreto, ma molto, come ce ne sono pochi su questa terra, non è che si sapesse bene perché era un po’ giù. Però si intuiva che avesse a che fare con la sua compagna. Almeno così mi è stato detto. In modo scarno. E io neppure ho approfondito.

Poi mi sono ricordata di una cosa.

Che un bel po’ di anni fa avevo incrociato di sfuggita un uomo. Mi aveva colpito qualcosa. Un certo guizzo nello zigomo. Io con quell’uomo non ci avevo mai parlato e neppure detto buongiorno o buonasera. Però la notte stessa avevo sognato di sposarlo e mi ero svegliata dicendo: ma che cazzo di sogno, manco so come si chiama. Manco mi piace, saranno stati i peperoni.

Poi sono partita e sono andata a lavorare all’estero, poi sono tornata e sono successe un sacco di cose. E dopo l’estate un giorno l’ho incrociato di nuovo, per puro caso. Solo che quella volta lui si è presentato e dopo dieci mesi l’ho sposato.

Mi sento preoccupata.

Non una, ma due volte. E non ho nemmeno mangiato peperoni.

Il calcolo dell'età

novembre 25, 2005

Non appena scivolava nel sonno, l’uomo che aveva perduto le gambe iniziava a ringiovanire.

Il suo tempo si srotolava all’indietro come una guida rossa, di trama e ordito in seta.

Si stendevano i lineamenti, si ammorbidiva la piega della bocca, piano piano dalle gambe spuntavano due gemme e rifioriva in guisa di fromboliere entusiasta.

Invece a me accadeva il contrario.

Non appena mi addormentavo iniziavo a invecchiare, invecchiavo sempre più, con precisione e metodo. Con angustia e costanza.

Quella ruga tra le sopracciglia si contraeva con forza, sulle mani sbocciavano i piccoli fiori della morte e mi rannicchiavo in posizione fetale, come per rimpicciolirmi e tornare da dove ero venuta.

– Un utero un seme una voglia un pensiero un nulla infinito –

In un punto esatto della notte ci sfioravamo e avevamo la stessa età.

Avveniva un poco prima del risveglio, quando lui cominciava ad arrotolare nuovamente il tappeto e io mi accingevo a far scomparire le autostrade di solchi scavati nel sogno, a nascondere alla vista dei ladri le collane di Venere.

In quel punto preciso della notte ci prendevamo per mano e ci alzavamo in volo.

Quando tornavamo era già mattina.

Ci abbracciavamo come se avessimo percorso il mondo.

Ignari, immemori. Storditamente felici.

 

(Empiti di me. Desiderami, stremami, versami, sacrificami. Chiedimi. Raccoglimi, contienimi, nascondimi. Voglio esser di qualcuno, voglio esser tuo, è la tua ora. Sono colui che passò saltando sopra le cose,il fuggitivo, il dolente. Ma sento la tua ora, l’ora in cui la mia vita gocciolerà sulla tua anima, l’ora delle tenerezze che mai non versai , l’ora dei silenzi che non hanno parole, la tua ora, alba di sangue che mi nutrì di angosce, la tua ora, mezzanotte che mi fu solitaria.)

Variante di canzone

novembre 24, 2005

 

 

Erri De Luca

 

"Io te vurria vasa’ ", sospira la canzone
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare,
io te vurria abbasta’,
come la gola al canto come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.

E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare,
io te vurria abbasta’.

"Io te vurria vasa’ ", insiste la canzone
ma un pò meno di questo io ti vorrei mancare
io te vurria manca’,
più del fiato in salita
più di neve a Natale
di benda su ferita
più di farina e sale.

E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei mancare,
io te vurria manca’.

 

 

(io lo so che la conoscete già, ma a me mi piace assai. c’è il solito file per ipo-vedenti. mi raccomando, in versione originale e mai in stream)

Vanno a due a due i poeti

novembre 23, 2005

Io ci pensavo stanotte, mentre il vento faceva tremare tutta la casa e devastava i fiori in terrazza. Ad essere precisi pensavo a un sacco di cose, visto che non riuscivo a dormire.

Questa era solo una delle cose, la più lieve.

Pensavo che di uomini poetici, in tutta la mia vita, io ne ho incontrati solo due. A distanza di circa quindici anni l’uno dall’altro.

E’ anche vero che quello che per me è un uomo poetico, magari non lo è per voi, e viceversa.

Uno tipo il protagonista de “Il marito della parrucchiera”, per intenderci. O un Antonio Albanese in alcuni dei suoi film, volendo esagerare. Se non trovassi intollerabile Benigni, ci metterei anche lui negli esempi.

Insomma, un uomo delicato e surreale, con la capacità inconsapevole di scompigliare il mondo soffiandoci sopra. Senza malizia, trasparente. Essenziale, capace anche di farti del male per il fatto di non saper nascondere nulla. Uno capace di toccarti con il potere della fantasia, ma senza arroganza, senza compiacimento. Insomma, non lo so spiegare, ma so com’è.

Non è che se ne incontrino tanti.

Io ne ho incontrati solo due, appunto. Oddio, ce ne sarebbe anche un terzo, ma era proprio troppo poetico, sconfinava quasi nel primitivismo. Ma quella è un’altra storia, la storia di Mario Brasil che fino a diciotto anni visse nella giungla.

Per cui valgono solo quegli altri due.

E di tutti e due mi sono innamorata, non in modo capriccioso o passeggero. Proprio per sempre. Sempre sempre. Definitivamente.

Anche se loro non mi amano, anche se non mi vogliono, anche se non li dovessi sentire e vedere mai più in tutta la mia vita.

Il fatto che esistano mi riempie di gioia, anche se non esistono per me.

Perché danno pienezza al mondo.

L’esatto contrario di chi lo sporca il mondo, giusto per capirci.

Ne ho incontrati due, come dicevo. Entrambi più grandi di me. A distanza di quindici anni l’uno dall’altro.

Voglio ipotizzare che non ci sia due senza tre.

Voglio anche mantenere inalterate le periodicità.

Il prossimo dovrei incontrarlo, ad occhio e croce, tra i miei cinquanta e cinquantacinque anni.

Lui potrebbe averne tra i sessanta e i settanta.

Non so se sedermi ad aspettare o fare finta di nulla.

E’ che in certi giorni mi sfugge un po’ il limite esatto tra poesia e idiozia.

No Title

novembre 22, 2005

Perché vedi, il problema non sono i soldi. Non sono questi ultimi duemila e cinquecento euro che mi sono fatta spillare ieri sera. E nemmeno i  quattromila che ho dato fino ad oggi all’avvocato e che costituiscono solo un acconto.

Il problema non sono neppure gli altri mille che dovrò dare alla signora che curerà la consulenza tecnica d’ufficio e neppure quei sei o settecento che mi hai fatto tirar fuori per costringermi in una stanzetta a chiacchierare con due signore tanto gentili che alla fine si sono dovute arrendere all’evidenza dei fatti. Ti assicuro che non metto nel conto neanche quelli spesi per la fisioterapia dopo che mi hai spolverato la schiena.

Come ti dicevo, il problema non è economico. Arriverei a prostituirmi, se fosse necessario a farti sparire dalla nostra vita, in modo lecito e indolore. Lo farei con il massimo della dignità, come ogni cosa che mi appartiene.

E’ solo una questione di opportunità, di impiego corretto di risorse.

Sono abituata a pianificare e gestire budget di un certo spessore. In quello della mia vita tu risulti come voce in perdita, non riesco nemmeno a trovare la voce contabile esatta per definirti.

Con quello che mi hai costretto a spendere nelle ultime tre settimane io ci avrei pagato la scuola della bambina per i prossimi due anni, tutti i suoi controlli medici fino a dieci, i costumi per i saggi ginnici, le recite scolastiche, le vacanze. Non parliamo poi di quello che ho dilapidato negli ultimi anni.

Magari ci avanzava anche qualcosa per me e potevo farmi, che so, dei colpi di sole.

O dei massaggi per la pelle che comincia a cedere nell’interno coscia o sotto le braccia. E perché no? Passare un pomeriggio in libreria e riempirmi un cestino di emozioni e parole senza dovermi fare i conti in tasca.

Ma non è nemmeno questo il problema, credimi.

E’ che spendere tanti quattrini per mantenere il tuo diritto a esistere e a vaneggiare mi fa davvero perdere le staffe. E’ immorale.

Pago per entrare e uscire da studi di psicologi, psicoanalisti, neuropsichiatri in cui tu mi trascini e dai quali fuggi a gambe levate quando ti mettono alle corde, ti chiudono in un angolo e ti dicono che le tue sono pretese insensate. Quando ti chiedono di sottoporti a dei test e ti rifiuti.

Sai qual è il vero problema?

E’ che la tua vita vale molto meno di ciò che mi costringi a spendere, ma proprio molto di meno.

Vale molto meno di tutto ciò a cui mi hai fatto rinunciare in tutti questi anni.

Lo sai anche tu che vale così poco, altrimenti non l’avresti ridotta così, non ti saresti boicottato fino al punto di ritenere che distruggere gli altri possa essere l’unico motivo sufficiente per restare al mondo.

Più distruggi e più ti viene il dubbio di valere poco. Più te ne rendi conto e più hai voglia di distruggere. Indiscriminatamente.

La verità è che tu sei uno zombie, e più che darmi piccole noie, incubi notturni e conti da pagare non puoi.

Io non sono fragile come speri, e non appartengo nemmeno alla schiera di chi indossa il mantello della tolleranza e dice: nessuno tocchi Caino.

Certe volte non c’è spazio per la riabilitazione: il male si incancrenisce e non può essere sradicato. Il sistema chiede rieducazioni, terapie, riallineamenti, correzione dei comportamenti sociopatici. Ma io non sono il sistema, non posso sprecare ancora  la mia vita così, ad assecondare le tue bizzarrie.

Il mondo deve essere ripulito dalla merda e io mi sento in colpa a pagare per farti esistere.

Mi sento stupidamente in colpa, perché non ho altra scelta.

E quando l’ennesimo psichiatra ieri sera mi ha detto: signora, quello che mi stupisce è che lei non provi rancore né desiderio di vendetta, che non entri futilmente in polemica. Lei è talmente lucida e rigorosa, talmente pacata nei toni, talmente intelligente da schivare le provocazioni gratuite, talmente equilibrata da non farsene sopraffare. Stia tranquilla, signora, abbiamo a che fare con un idiota, con un demente totale, ebbene, io ieri sera ho avuto voglia di piangere.

Non un pianto di tristezza come mi accade altre volte.

Un distillato di rabbia.

Tutti quelli come te dovrebbero morire, lo dico senza rancore, senza attaccamento personale. Morire senza sofferenza, in un colpo solo. Una bella morte serena, di notte.

La vostra presenza è inutile, non serve nemmeno a rimarcare il bene per contrasto. O a rafforzare il carattere di chi vi subisce.

Oggi il cratere del Vesuvio è innevato e c’è una spessa coltre di nuvole basse e bianchissime. Potresti morire oggi e un giorno io scriverei una storia per nostra figlia.

Le direi: tuo padre morì nel giorno della prima neve…

E poi solo cose belle, così come si dice dei morti.

Chi semina vento raccoglie tempesta

novembre 20, 2005

Tutto quello che vorrei scrivere qui, nello spazio e nei tempi di questa musica.

Che forse sarebbe la colonna sonora esatta del modo in cui mi muoverei, se potessi.

Del modo in cui –  quando posso –  mi muovo e sogno.

Non stasera, no.

Nemmeno domani. Neppure dopodomani.

L’inverno improvviso mi avvizzisce, mi brucia le foglie.

Alla scuola dalle suore mi legavano la mano destra dietro la schiena per imparare a usare anche la sinistra, per fronteggiare le situazioni di emergenza. Il risultato è che non so usare bene nessuna delle due.

L’uomo che aveva perso le gambe mi avrebbe disegnato biglietti d’auguri tenendo il pennello tra le labbra. Piccoli cerchi e pesci, alghe maurizio. Banchi di coralli.

Cose di mare, per sconfiggere il freddo.

Oltre alle gambe a volte si possono perdere anche le braccia, meglio attrezzarsi per tempo. Meglio imparare.

Anche lui lo sapeva, una volta aveva smarrito un braccio per diversi giorni. Lo aveva ritrovato per puro caso, era rimasto nella manica di una giacca che gli avevano prestato.

Succede.
Succede di smarrire qualcosa di sé quando si indossa un abito mentale che non ci appartiene.

Però i suoi piccoli baci depositavano un semino in ognuno dei miei pori, in profondità.

E con il caldo mi trasformavo in tappeto erboso, in fiore di campo, in dichondra repens.

Forse d’inverno mi avrebbe costruito una serra.

MediterranEating

novembre 19, 2005

E’ un sacco di tempo che non vi racconto del favoloso mondo della pubblica amministrazione nel quale volteggio con sapiente grazia e dissimulata noia, dispensando doni e pareri.

Mi sorprende molto la coincidenza di alcuni eventi e mi convinco sempre più che prima di esprimere un desiderio ci si debba riflettere a lungo, perché il rischio principale è proprio quello di essere accontentati.

Ma andiamo avanti.

Stamattina mi telefona il Capo e mi dice: vestiti, Flounder, che dobbiamo andare in un posto.

Son già vestita, Capo. Passo a prenderti io, però.

Non è servilismo da parte mia, è aderenza al principio di realtà. Come ho già raccontato, il Capo non ha grande dimestichezza con l’automobile, è di quelli che in autostrada si piazza sulla destra a 80 km/h fissi. E poi non sa parcheggiare, il che a Napoli ti trasforma immediatamente in qualcosa di simile a  un disabile costretto a girare senza rampe d’accesso per le carrozzelle.

Lungo il tragitto mi informa sulla nostra missione: dobbiamo dare il nostro parere tecnico a un Salone specializzato.

Dare il nostro parere tecnico, per chi non fosse addetto ai lavori, significa: andare in fiera, valutare quanti e quali espositori ci sono, intervistarli qua e là per conoscere dimensioni e spessore aziendali, livello di apertura internazionale e motivazioni. Se il parere è positivo, interverremo sull’edizione successiva finanziando l’ospitalità di buyer stranieri e giornalisti specializzati.

Se il parere è negativo, ciccia.

Al massimo spieghiamo all’organizzatore quali sono i requisiti necessari, auspicando che riesca a raggiungerli nella successiva edizione che noi sopralluogheremo in funzione di.

Arriviamo al Salone. Che, nel nostro caso, è un salone agroalimentare.

L’agroalimentare c’est moi.

Ovviamente, ad eccezione delle aziende note, i cui rappresentanti salutiamo con simpatia o acrimonia secondo i pregressi rapporti, giriamo un po’ in anonimato. Perché l’imprenditore è fatto così: se sente che provieni da un Ente che in qualche modo, seppur indirettamente, finanzia qualcosa, foss’anche la pubblicità di pomodori pelati su riviste pornografiche, ti dice che lui è d’accordo, è felice di partecipare al salone, non aspettava che te per crescere.

Invece noi, furbacchioni furbacchioni, abbiamo girato come bisognava: assaggiando questo e quello in ordine confuso e facendo domande trabocchetto.

Vi riporto nota delle seguenti buonezze: liquore di mela annurca, liquore di cioccolata al peperoncino, formaggio stagionato in grotta di tufo con gemme di cacao all’interno, formaggio simil-roquefort con miele incorporato in fase di lavorazione, salsicce e salsiccine aromatizzate ai tartufi, ai porcini e quant’altro, sott’oli pugliesi, nduje calabresi, gnocco caprese contenente caciotta, pomodoro e basilico, grappe di limoni biologici, marmellate di cipolle e zucca, sale marino aromatizzato con cannella, zenzero e cardamomo.

Solo per dirne alcune, eh. Ho assaggiato tutto, ma proprio tutto tutto.

Anche la cucchiaiata di risotto pere, ortiche e porri. Quando si dice tutto.

Doc, Dop e Igp, senza esclusione di colpi.

Ovviamente il parere tecnico sul salone è stato negativo. Difficile spiegarlo all’organizzatore quando sulle labbra hai ancora i corpi del reato e tra i denti ti è rimasto appiccicato un pezzo di friariello sott’olio.

In ogni caso glielo abbiamo spiegato, abbiamo identificato il target e gli abbiamo promesso che valuteremo per il prossimo anno, se verranno soddisfatte determinate condizioni. Non era molto felice.

Ora, ci terrei a ricordare che è sabato.

Che di solito il sabato io non lavoro. Me ne sto stravaccata mollemente in casa, mi infilo nella vasca da bagno, mi spalmo gli unguenti di bellezza, curo le piante, preparo manicaretti di un certo spessore gastronomico, mi taglio le unghie dei piedi, scrivo storie.

E che insomma tutta questa vicenda  è solo il pretesto per dire che in definitiva, a volte, il fatto che  l’ordinario si trasformi in straordinario non è che convenga. Non lavorativamente, almeno.

Non per altro: può impattare negativamente sul colesterolo. Oltre alla rottura di palle, beninteso.