L'amico della Cina del Nord

Yan Jun si innamorò di me il giorno del suo ventiquattresimo compleanno. O, più probabilmente, è a partire da quel giorno che ne ebbi contezza. Era un ragazzo alto come una montagna e il viso danneggiato da un acne che gli aveva lasciato segni simili a quelli del vaiolo.

Alto come i cinesi del Nord, di cui testimoniava con una pelle bianchissima e spalle forti,  corporatura solida e uno sguardo fiero.

Ci eravamo parlati altre volte, per quel tanto che il suo riserbo glielo consentisse.

Sentivo il suo sguardo che mi accoglieva quando la sera rincasavo, parcheggiavo la bicicletta e mi fermavo per ritirare la posta. Mi salutava da lontano e soltanto se dal mio viso non deduceva la stanchezza di una giornata impegnativa, si assumeva il rischio di avvicinarsi per due chiacchiere. Due, non una di più. Nessuna confidenza, mai un sorriso eccessivo. Se tornavo da una lunga assenza si offriva di portarmi la valigia fino al terzo piano.

A volte pensavo a quel suo modo delicato di farsi notare e mi veniva da sorridere, come a una specie di angelo custode.

Poi mi stupì con l’invito a cena per il suo compleanno. Tenne a precisare che ci sarebbe stata tutta la comunità e che ero l’unica straniera. Lo disse senza fronzoli, come era suo costume, ma compresi di essere stata onorata di qualcosa.

Primo scoglio di disagio: sedere alla tavola di una casa in cui le donne, benché giovani studentesse come tutti noi, restavano in cucina a friggere e lessare quantità enormi di ravioli. Io sola ammessa al tavolo degli uomini, con divieto assoluto di muovere anche un solo dito per aiutare e servire.

Secondo scoglio di disagio: leggere nel fondo di quegli occhi a mandorla la curiosità silenziosa per l’ospite straniero e insieme la fiducia verso il padrone di casa, che, se si era arrischiato a tanto, sapeva il fatto suo.

Alcuni li conoscevo di vista, soprattutto tra le donne: per la maggior parte di Pechino, qualche studente di Shanghai. Nessun taiwanese, nessuno da Hong Kong. Con questi ultimi avevo più dimestichezza, erano meno cinesi degli altri, abituati da sempre al contatto con l’esterno. Un terreno più facile.

E fu così che per spezzare l’imbarazzo mi infilai in un tunnel pericoloso. Avrei dovuto parlare del tempo o delle abitudini alimentari del mio paese, lo so. Ma la diplomazia non è mai stata il mio forte.

Allora chiesi di raccontarmi dei giorni delle barricate. Erano passati da poco, ne conservavamo tutti il ricordo bruciante. Io in special modo, perché  Maria Consiglia era partita subito prima. Sapevamo che anche lei era stata a Piazza Tienanmen insieme agli studenti, fino a che non se ne persero le tracce. Quella domenica di aprile io a Paola avevamo guardato il telegiornale a casa di mia nonna, piangendo incredule.

Cadde il silenzio. Poi Yan cominciò a parlare.

Che non era un caso che tutti loro in quel momento fossero lì, all’estero. Del senso di colpa per essere figli di qualcuno che contava e anziché finire a marcire da qualche parte fosse stata offerta loro una borsa di studio per tenerli lontani. Parlava con lentezza e dolore, con la vergogna che è il più bell’ornamento degli orientali.

Un po’ alla volta cominciarono a parlare tutti, ognuno aveva un dettaglio, un ricordo, una perdita da colmare. E io mi sentivo distante migliaia di anni, per ciò che non sapevo, per ciò che possedevo senza averne mai avuto pieno sentore.

E poi di colpo si fece di nuovo silenzio. Era arrivato l’ospite necessario, quello non desiderato.

Di lui ricordo lo sguardo cattivo e il viso affilatissimo. Magrolino e basso, con i tratti del delatore. Del bambino spione che tutti abbiamo incontrato a scuola e che un giorno ritroveremo sul lavoro, o altrove. Il nome lo ripescherò un giorno da qualche piega della memoria.

Scoppiò a ridere, sicuro di aver interrotto una conversazione proibita.

Io presi coraggio e dissi: parlavamo dei fatti della primavera scorsa.

Lui rise ancora e aggiunse: nessun fatto, nessuna primavera. Voi occidentali avete buona fantasia.

Yan abbassò la voce e mi disse in francese maldestro: sta’ zitta, ti prego, non rovinarci tutti.

Io tacqui, mentre l’ultimo arrivato intimò: you speak chinese, english or japanese, please.

Con un please che non ammetteva repliche, almeno da parte loro. Io conservavo ancora la mia immunità.

La serata passò. Centinaia di ravioli, silenzi pesanti.

Porsi le mie scuse a Yan il giorno seguente e lui mi spiegò che quel tipo era figlio di un ambasciatore, nipote di un ministro, che la sua famiglia contava più delle loro, fedelissima al regime, e la sua presenza tra noi non era casuale.

Ci penso spesso, nonostante sia trascorso tanto tempo. Mi piacerebbe averlo qui, quel figlio di puttana e chiedergli se Maria Consiglia si sia tirata giù dal balcone per eccesso di fantasia o per l’orrore del ricordo di un anno e mezzo passato in una prigione cinese. Tornò piena di cicatrici, i segni evidenti di bruciature di sigaretta, anche sul viso.

Non ne parlò mai, ma al terzo tentativo riuscì finalmente a farla finita.

Yan Jun si innamorò di me ma non varcò mai più la soglia della dissidenza, nemmeno affettiva.

Ogni parola, ogni ombreggiatura delle ciglia diventò una carezza. Ogni invito a cena portò in sé un piccolo germe di rischio e un avvicinamento che non sconfinò mai in nulla di proibito.  Ho una foto bellissima che ci ritrae su una scalinata, la sera degli addii, la mia testa poggiata sulla sua spalla e il suo faccione sorridente. E un’altra, ad una festa di soli occidentali, con un bicchiere in mano e un’allegria un po’ triste.

Poi le nostre strade si divisero.

Per un paio d’anni mi telefonò una volta al mese, puntuale come il plop di una goccia. Mi chiedeva cose semplici, del tempo, dello studio, della mia vita. Telefonate brevi, di un’intensità che si trasmetteva oltre le parole e non necessitava dettagli. Poi smise.

Today is a good day to refresh ancient amours.

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30 Risposte to “L'amico della Cina del Nord”

  1. anonimo Says:

    Anche se detesti gli anonimi (e ci tracci) ti leggo lo stesso.
    Fai da brava.

  2. brezzamarina Says:

    brividi!!!

  3. Flounder Says:

    ieri sera un uomo mi ha detto una delle più belle cose che abbia mai sentito. una storia ebraica in cui si racconta che Dio, dopo gli animali, abbia creato l’Uomo perché si annoiava. per farsi raccontare delle storie.

  4. gurb Says:

    Se è cosi’, cara Flou, anche Lui come noi, passerà tutti i giorni di qua. Certo che tracciarlo non dev’essere cosi’ semplice. La traccia che lascio io dev’essere invece bella evidente, cosi’ sai che ti leggo sovente e raramente commento. Questa mattina mi sono commosso. “E io mi sentivo distante migliaia di anni, per ciò che non sapevo, per ciò che possedevo senza averne mai avuto pieno sentore.” Tra una ventina di giorni tornero’ in Italia a lavorare per qualche mese. Ci torno con il presentimento di non avere più lo stesso sguardo sulle cose, sulla gente, con l’impressione che aver varcato la soglia di un altro mondo abbia mutato qualcosa in profondità.
    *Gurb

  5. fuoridaidenti Says:

    Con la stessa delicatezza e discrezione ce l’hai presentato. Grazie Flou.

  6. Flounder Says:

    c’è una cosa che mi sorprende sempre ed è il momento perfetto in cui una storia decide di essere raccontata. una storia personale, intendo, di quelle seppellite da anni, che in fondo si sarebbero potute raccontare in qualsiasi istante.
    questa è venuta fuori l’altroieri sera, a seguito di un evento preciso.
    è come se fossero le storie ad accettare di venire esposte e mai una nostra scelta.
    e questa è la cosa che più mi emoziona dello scrivere, l’essere in balìa assoluta di una forza che si impone.
    stamattina sono in modalità [romantica]

  7. fuoridaidenti Says:

    di chi è ‘sto pezzo?

  8. Flounder Says:

    Yann Tiersen, Comptine d’une autre été. (titolo azzeccato)
    E’ nel CD di Amélie.
    Volevo mettere un’altra colonna sonora, drammatica assai.
    Poi mi sono data un contegno 😀

  9. fuoridaidenti Says:

    me lo passi? Ti mando un pvt

  10. Flounder Says:

    al blogger del quore ci posso mai dire di no? 😉

  11. fuoridaidenti Says:

    ma non era un altro? mah!

  12. Flounder Says:

    sono tre, per ragioni e stili diversi.
    e mica posso spiegare tutto!

  13. contrabasso Says:

    Pretendo la parità uomo-donna!
    Quote rosa per i bloggher del cuore!
    Qui i tre son tutti maschi, mica è giusto!

  14. Flounder Says:

    su questo ci ho pensato a lungo.
    per le donne ci sono le blogger delle ovaie. con una rosa decisamente più ampia di quella prevista per gli uomini.
    il flounderometro si basa su quelli di cui non potresti fare a meno, che se ti venissero a mancare ti sentiresti come se ti avessero tolto un pezzetto.
    in realtà sono molti più di tre, di sei o dei multipli.
    poi ci sono i commentatori/rici del cuore, che è un altro capitolo ancora. 😀

  15. charm Says:

    e’ vero, le storie ci chiamano e decidono loro quando vogliono farsi raccontare.

    Flo, questa storia mi ha commosso.
    Tu mi commuovi sempre, d’altronde.

  16. Flounder Says:

    se fosse accaduto qualcosa tra noi avrei potuto scrivere L’amante della Cina del Nord, la Vendetta 😀

  17. charm Says:

    Flo, vieni qui, mi metti a letto, mi prepari il latte caldo, mi dai qualcosa per la febbre, e intanto mi racconti un’altra storia? Va bene pure Il cinese 2 la vendetta, anche se non c’e’ mai stato seguito.

  18. Flounder Says:

    oh, charm, non so se ti conviene.
    ti farei piangere, con la storia della donna che si tolse il cuore per regalarlo all’uomo senza gambe.

  19. agrodolce Says:

    L’intensità dei tuoi contenuti e del tuo stile fa impallidire il vissuto e la scrittura di molti. Ti leggo sempre emozionandomi.

  20. Flounder Says:

    ciao agrodolce, era tanto che non ti leggevo qui.
    siete troppo gentili con me, davvero.
    mi costringerete a scrivere la storia della donna che rinunciò alle parole per…(non lo posso dire, sorpresa)

  21. charm Says:

    Mi faresti piangere? Almeno proverei delle emozioni.
    Ci sto.

  22. Flounder Says:

    charm, guarda che la storia della donna che rinunciò al cuore e alle parole è proprio tristissima.
    così triste, ma così triste che non ce la faccio nemmeno a scriverla 🙂

  23. NinaCheVola Says:

    sottovoce… solo per dirti che passo e leggo… e che la storia della donna che si tolse il cuore per regalarlo all’uomo senza gambe vorrei ascoltarla io 🙂
    assunto prima di dormire, il tuo blog favorisce i sogni teneri. grazie!

  24. Flounder Says:

    quanto sei bella, Ninachevola.
    ci vorrà tempo per questa storia. ha bisogno di dormire ancora un po’.

  25. Bustrofedon Says:

    Sulle pareti interne c’erano ancora i buche lasciati dalle pallottole sparate dal carramato verso le finestre del grattacielo sulla Yangwomenway (si scriverà poi così?), il grattacielo degli stranieri da dove, agli ultimi piani, qualche temerario fotografava il lento avanzare dell’esercito verso la piazza occupata dalla protesta.
    Guardai il mio accompagnatore e, quasi per sfida, domandai: “quei buchi cosa sono?”
    “Quali buchi”, mi rispose.
    “Quelli lì, sul muro” ripetei con maleducata insistenza.
    “Non ci sono buchi sul muro. Si sbaglia, come si sbagliano spesso gli stranieri quando sono qui” rispose annoiato

  26. Flounder Says:

    bustro, mi hai fatto venire alla memoria una serie di episodi analoghi, non solo con i cinesi.
    avere a che fare con gli asiatici è una cosa difficilissima.

  27. manginobrioches Says:

    Flo, dio ha inventato le donne, per farsi raccontare le storie. e poi i blog. e il tuo è uno di quelli che legge spesso, lo so per certo.

  28. Flounder Says:

    sì, però passa prima dal tuo per il cappuccino e la brioche. 🙂

  29. manginobrioches Says:

    dio è pieno di vizi, per fortuna.

  30. cyrano56 Says:

    bellissimo post, flo. mi ha fatto inumidire gli occhi e io non sono tipo da lacrime in tasca.

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