Archive for dicembre 2005

Rosso di sera bel tempo si spera

dicembre 29, 2005

La donna siede al bordo del letto e continua a spingere avanti e indietro con la punta del piede la maniglia del cassetto. Con noncuranza apparente.

Un po’ sorride anche, le viene in mente uno di quei test da rivista femminile: mostrami il tuo cassetto e ti dirò chi sei.

Sorride solo un poco, il resto del viso è stanco e tirato.

Poi lo apre, definitivamente. Il cassetto.

E lì, nell’angolo destro, c’è un involto di velina.

E dentro l’involto le famose mutande rosse e reggipetto rossi. E una giarrettiera, una sola.

L’uomo non c’è, è uscito.

La donna pensa che per una volta tanto le piacerebbe che lui fosse andato a comprarsi dei boxer rossi.

Non sono mica cose importanti, è vero.

Però magari questa volta sì. Solo per questa volta.

Con la biancheria rossa ci si traghetta nel nuovo anno come protetti da un talismano, da un amuleto.

Ciò che si fa al primo dell’anno accadrà per tutto l’anno.

Non è così che si dice?

Mentalmente sfoglia i Capodanni passati, come un album di foto.

Stronzate, i proverbi.

Richiude il cassetto e dimentica l’involto. Si asciuga una lacrima.

Qui nulla è più lo stesso.

Che Dio ce la mandi buona.

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Grazie dei fior, tra tutti gli altri li ho riconosciuti.

dicembre 27, 2005

Ho avuto in dono un battito di cuore.

Ma io lo rendo, lo torno indietro al padrone.

Io voglio un cuore intero, mica solo un pezzetto.

Mi dite che ci faccio con un tac e uno sfrusccc?

Dove lo appoggio, dove lo metto?

Indossarlo al  mattino quando esco 

così mi vibra al centro del petto?

Portarlo a spasso con il silenziatore

per un po’ d’aria, giusto un paio d’ore?

(Si è solo travestito da battito di cuore,

ma è bocca affamata, cordone ombelicale, mazzo di rose

lamento masticato, destino digerito, futuro trascinato

imbroglio claudicante, segreto malcelato).

Lui dice: sono un battito, null’altro. Un regalo da poco.

Puoi tenermi vicino, tra il letto e il comodino.

Ma un battito da solo risuona in casa con un’eco tremenda.

Batte il tempo e lo strozza.

Dopo un po’ muore di noia. Si avvelena di nostalgia.

E poi gli altri, chi ti vive vicino

s’accorgerebbero di come perdi il passo, come non marchi il ritmo.

Di quel piccolo affanno

che ti trascineresti per il nuovo anno.

Verrebbero da me, pensando che l’ho rubato.

Come spiegare che me l’hai regalato?

Riprenditi il tuo battito, sarà per un’altra occasione.

E adesso pensa a un altro dono.

Per il mio compleanno. Per la festa del patrono.

Per quando andrò in pensione.

Per il Santo Natale.

Per il giorno in cui non sarà più necessario farsi male.

Un dono semplice, banale. Un dono che assomigli a un giorno al mare.

Auspici ed àuguri

dicembre 23, 2005

Siccome ho un caratteraccio che tanto lo sapete pure voi che siete virtuali, allora saprete che sono brusca e schiva, poco incline alle smancerie, che non mi perdo nelle selve d’auguri.

Andando sul concreto, se vi augurassi ciò che auguro a me non so se lo vorreste: cambi di città, di lavoro, di casa, di vita, gambe che miracolosamente ricrescono e imparano a camminare.

E magari imparano da sole la strada che vorrei, senza che io abbia a spiegarla.

Per cui non ve lo auguro.

Stanotte ho sognato di perdere un sacco di sangue: so che è un sogno di rinnovamento e porta bene.

Sognatelo pure voi.

A molti di voi mi sento legata e spero di approfondire. Spero di continuare a leggere e scrivere belle cose.

Per finire: detesto gli sms di auguri.

Una poesia

dicembre 22, 2005

Io non mi commuovo facilmente. E nemmeno – di solito – ho bisogno di prendere parole in prestito dagli altri, ché le mie fanno il bello e il cattivo tempo e sono quattro stagioni. Ma oggi ho trovato una cosa da rubare.
Ho chiesto il permesso, però.

Grazie, Pispa. Magari stasera te la recito.

Ti scrivo

ti scrivo,
per dirti che sono ancora io
dopo la notte
la quiete la tempesta il sonno agitato
la sveglia a un’ora presta
ti penso
perché scrivere qui non può bastare
ad acquietar gli umori
le onde il mare
potremmo passeggiare
chiusi nella stanza
e spiegare i reciproci amori
poi, ridere di noi

Il cappone

dicembre 21, 2005

Ci hanno regalato un cappone.

Giuro, non avevo mai visto un cappone intero, è una bestia infinita.

Ce lo guardiamo in continuazione, io e mia moglie, perplessi sul da farsi.

Ci hanno detto che andrebbe farcito, ma non sappiamo da dove si comincia. Dovremmo portarlo a disossare, ma chi ha il coraggio di uscire di casa con il cadavere in braccio? Non entra in un sacchetto della spesa, forse entrerebbe in uno di quelli neri per le immondizie, ma ci fa un po’ senso metterlo lì.

Oppure potremmo fregarcene di farcirlo e tagliarlo a pezzi e congelarne una parte, ma è così grosso che forse ci vorrà una sega elettrica.

Io poi non ho cuore, non parliamo di mia moglie che non pulisce nemmeno le alici.

Potremmo a nostra volta regalarlo a qualcun altro, ma le domande imbarazzanti sull’origine della bestia farebbero capire che si tratta di un riciclo e che volevamo semplicemente sbarazzarcene e non risolveremmo comunque il problema dell’uscire di casa con la salma.

Sediamo afflitti intorno al tavolo della cucina, non riusciamo nemmeno a guardarci per timore che ognuno scopra i pensieri dell’altro.

Ci svegliamo in piena notte come in preda a un’illuminazione.

Ancora in pigiama ci tiriamo addosso un giaccone pesante e scaviamo in giardino come due forsennati. Lo seppelliremo in quell’angolo dove abbiamo deciso di sistemare la panchina.
All’alba finalmente torniamo a letto.

Buon Natale, amore, le dico infilandole la mano ancora fredda sotto il pigiama.

(è un riciclo, l’ho già detto)

Io t’amo. Tu, fa’ chello che vvuo’.

dicembre 20, 2005

Se tu fossi il mio regalo di Natale io ti scartoccerei con cura, affondando il naso nei nastri per respirare l’odore di sorpresa.

Lo farei lentamente, come quando si spoglia un amante.

Ti disporrei dei fiori dentro, come se fossi un vaso di Murano. Li osserverei sbocciare e nell’acqua metterei zucchero e sale, per farli durare.

Ti appenderei in camera da letto, come un quadro olio su tela, ti indosserei come una stola di seta nelle sere in cui mi porti a teatro. Ti riempirei di spezie e odori buoni, come un set di pentole Lagostina. Ti osserverei presidiare la cucina.

Poi ti sfoggerei come zaffiro cabochon, come parure di smeraldi. E da solitario ti farei compagnia.

Mi stenderei su di te, come un tappeto Isfahan 320 x 240 mai messo a terra, tenuto in ottimo stato, mi creda, signora, un altro così non lo trova.

Se tu fossi il mio regalo di Natale non guarderei se c’è rimasta attaccata l’etichetta col prezzo.

Lo vedrei stampato intorno ai tuoi occhi, in notti di attesa e insonnia.

E piano lo staccherei con acqua calda e sapone, per non far restare il segno né farti male.

Poi leggerei il biglietto e ti darei un bacino.

Piccino piccino, tra il vischio e il camino.

La sfortuna non esiste. Ve lo giuro.

dicembre 19, 2005

Perché è vera questa cosa della sfortuna che, in definitiva, è solo un atto mancato. Il risultato di un momento di disattenzione, di leggerezza.

A me capita così: dimentico di chiudermi dentro mentre sono in auto e mi aprono la portiera per derubarmi. Dimentico di chiudere il balcone e mi salgono i ladri in casa. Ometto di spegnere il gas sotto la pentola e brucio il pranzo. A causa di una telefonata che mi interrompe il ragionamento non trascrivo una voce di spesa e sballo un budget per la bella cifra di 22.560 euro.

In tutta onestà posso dire che la quasi totalità degli accidenti che mi sono capitati tra capo e collo me li sia più o meno coscientemente procurati.

In generale. Poi ci sono anche i casi particolari.

Ma anche lì non è sfortuna, è leggerezza o disattenzione di qualcun altro. O è comunque colpa tua, che ti sei fidata ciecamente di qualcuno che non meritava. Anche in questo caso l’errore di valutazione non ti autorizza a lamentarti.

Poi pensavo l’altro giorno alle pubblicità televisive dei farmaci da banco, che nei primi tre minuti ti dicono quanto bene fa e negli ultimi sei secondi, senza nemmeno prender fiato, lo speaker si esibisce in un monocorde:

siricordacheèunfarmacoevausatoconcautelanonsomministrarealdisottodeisedici

annipuòindurresonnolenzasiraccomandadinonmettersialvolanteincasodi

complicazioniconsultareilmedicodifiducia.

Ecco, io credo che mi sia accaduto qualcosa di simile: un giorno devono avermi fatto firmare un contratto. E sotto, nelle clausole scritte piccolo piccolo, doveva essere riportato qualcosa come: con la presente lei si impegna a garantire almeno tre ricoveri ospedalieri l’anno per ciascuno dei suoi familiari, preferibilmente in prossimità di vacanze o feste comandate. In caso di contemporanea malattia di almeno due componenti il nucleo le verrà garantito un bonus in visite specialistiche da usufruire entro e non oltre i tre mesi dall’ultimo ricovero e totalmente a suo carico.

Dovevo essere distratta anche quel giorno, sovrappensiero. Non è questo che mi importa.

Quello che non mi ricordo e vorrei sapere è: cosa mi avranno venduto con quel contratto li?

(E comunque questa volta abbiamo sfruttato in pieno l’offerta: figliola con timpano perforato e visto che già si era in ospedale mi son procurata una piccola emorragia interna, così, per mantenere l’allenamento. Se qualcuno pensa: poverina, giuro che chiudo il blog. Fate un’offerta a Telethon, piuttosto, che ci studiano come caso genetico di sfiga. Sì, quella, quella che non esiste, proprio quella.)

La tradizione è tradizione

dicembre 15, 2005

(è molto lungo, ma è il racconto di Natale)

Quell’anno don Gaetano Savanelli si fregava le mani e pensava.

Pensava al Natale e alla sorpresa che avrebbe tirato fuori. E chi se lo sarebbe mai aspettato?

L’avrebbe presentato dopo l’Immacolata, più o meno verso la metà di dicembre.

Un biscotto così non si era mai visto.

Perché non era proprio un biscotto, era quasi un pasticcino. Ma nemmeno. Nemmeno.

Una specie. Una via di mezzo, con quel profumo di pasta di mandorle e quell’aroma lontano di vaniglia.

Friabile e morbido, ma buono anche un po’ secco, da inzuppare nel latte al mattino per sprigionare un aroma ancora più intenso e un po’ diverso.

E già si immaginava una confezione di dolci natalizi: al centro gli struffoli e tutt’intorno i mostaccioli ricoperti di cioccolata, alternati a questi cosi. Questi cosi qua.

Che il problema suo adesso era trovare il nome giusto.

La ricetta segreta gliel’aveva data suo fratello che faceva il pasticciere a Stoccarda e che a sua volta l’aveva imparata da un pasticciere viennese che aveva lavorato per un tempo lungo a Parigi.

Don Gaetano si fregava le mani e sorrideva.

Sorrise fino alla fine di novembre quando, a ridosso dell’Immacolata, nemmeno tre giorni prima della festa, qualcuno fece girare la voce nel vicolo che qualche centinaio di metri più avanti, nella pasticceria di don Calogero Ravone, stavano succedendo cos’e pazze.

E che sono queste cose di pazzi?, chiese don Gaetano.

Glielo spiegò una signora che era vecchia cliente: vendono un biscotto che non è un biscotto, è quasi un pasticcino. Una cosa che non si può spiegare, con questo senso di pasta di mandorle e un odore di vaniglia. Che si scioglie in bocca e dopo qualche giorno, quando è già un po’ secco, si può pure inzuppare nel latte e piglia tutto un altro sapore.

Ma voi che state dicendo?, disse don Gaetano ai suoi clienti. Ma voi, voi, l’avete assaggiato?

E certamente, don Gaeta’, è ‘na cosa speciale. Pare che è una ricetta tedesca.

Don Gaetano servì gli ultimi clienti, si tolse il camice con lentezza. Infilò cappotto e cappello. Prese il bastone e dette voce alle ragazze che lavoravano nel laboratorio: torno fra poco.

Con passo fermo si portò fino alla pasticceria di Calogero Ravone. Entrò.

Don Calogero non c’era. Al suo posto il figlio Masino, rubicondo e sorridente.

Buon giorno, sorrise a don Gaetano, con quel viso bello e franco che si portava dietro da bambino.

C’è poco da sorridere, giovanotto. Voi questo non lo dovevate fare, e lo sapete. Fatemi parlare con vostro padre.

Papà non c’è, don Gaeta’. Da quando è morta mamma – lo sapete – non scende più di tanto. Ma in ogni caso lui non c’entra niente. E’ con me che dovete parlare.

Vuje site ‘nu guaglione. Cheste so’ cose e ‘uommene, gli rispose don Gaetano.

E uscì dalla bottega senza nemmeno salutare.

Per strada si accorse che nella rabbia non aveva nemmeno chiesto come li aveva chiamati. I cosi.  Questi che biscotti non erano e neppure pasticcini.

Anzi, decise che non lo voleva proprio sapere. Che li avrebbe preparati pure lui, tali e quali. E poi avrebbero deciso i clienti: o lui o don Calogero, con tutto quel che ne sarebbe conseguito.

Però. Però vedete se dopo tanti anni di onesto vicinato e di amicizia si fa una cosa così. E no che non si fa. Don Gaetano Savanelli si fregava le mani, ma già non sorrideva più.

Quella stessa sera la moglie di Masino Ravone, guardando il profilo dell’uomo che conosceva da quando era bambina, indovinò che qualcosa lo turbava. Gli accarezzò i capelli e si chinò a mordergli il lobo. Lui si fece da parte. Lei strinse di più e sussurrò: Masi’, che c’è?

Masino era uno che non si tirava dietro davanti a niente.

Guardò la moglie dritto in faccia e rispose: oggi al negozio è venuto don Gaetano.

Per il fatto dei cosi, dei biscotti?

Sì, per il fatto dei biscotti. Marì, ma nun so’ biscotti, come te lo devo dire?

Ho capito, Masino. I cosi, come si chiamano?

Non lo so. Io li ho chiamati i Cartoccetti di don Calogero.

Eh vabbe, i Cartoccetti di Don Calogero. E mo’ chi  lo sente?

Appunto.

Masi’, ci parlo io?

No, Mari’, cheste so’ cose e ‘uommene.

La discussione si arrestò in quel punto esatto. E i denti di nuovo strinsero il lobo e le mani scesero a cercare il dolce. Più giù.

Ma le donne si sa. Si sa come sono fatte.

La mattina seguente, di buon’ora, passeggiando quel corpo e quel ventre che ancora non lasciavano intuire l’imminente rotondità, Maria si affacciò alla pasticceria di don Gaetano Savanelli e lo salutò a gran voce, incontrandolo che dava le spalle alla porta.

Buongiorno. E sul viso le si aprì uno dei suoi sorrisi migliori.

Buongiorno. Rispose burbero don Gaetano.

Ho parlato con Masino, ieri sera.

Cheste so’ cose e ‘uommene, piccere’. Troncò brusco l’uomo.

Maria sorrise ancora, conosceva i suoi toni e sapeva che non era il caso di insistere.

Allora vado, disse appoggiandosi istintivamente la mano sulla pancia.

Don Gaetano notò il gesto e per un attimo fu tentato di farla sedere, di offrirle qualcosa da mangiare. Ma mentre recuperava aplomb e un tentativo di voce gentile, Maria era già uscita.

Mannaggia a me, e si dette uno schiaffo sulla guancia rasata. Mannaggia a me!

E ci pensò tutto il tempo.

Il quindici dicembre preparò anche lui le confezioni regalo: struffoli, mostaccioli e pasticciotti.

I pasticciotti Savanelli, così li chiamò.

Morbidi, che si scioglievano in bocca. Con questo sentore di vaniglia e il gusto di mandorla, che non erano biscotti e nemmeno pasticcini. E quando li inzuppavi nel latte, dopo tre o quattro giorni, sprigionavano un aroma indefinibile.

Cartoccetti e pasticciotti andarono a ruba. I clienti non facevano differenze, e grazie a Dio pure il prezzo era uguale, che fosse di qua o di là. Un biscotto così non si era mai visto. Ma non era proprio un biscotto. Una specie. Un coso così, insomma.

I due pasticcieri non si parlarono fino a Natale. Fino alla vigilia.

La sera del 24 la pancia di Maria spuntava appena appena e già si intuiva sotto la camicia. Il viso era radioso.

Sedetevi qua, papà, disse a don Calogero.

E tu invece qua, papà, rivolgendosi a don Gaetano. Mamma si mette accanto a te e vicino a don Calogero sistemiamo Ersilia e zio Renato. Io e Masino invece di qua, dal lato della cucina, che ci dobbiamo alzare in continuazione.

Don Gaetano strinse la mascella e sibilò alla moglie: io vicino a Calogero nun me voglio assetta’.

La moglie di Don Gaetano, Teresa,  era una donna pratica.

Gaeta’, noi questi siamo. Io e te. Calogero. Tuo fratello Renato che mo’ è arrivato dalla Germania e sta stanco. La moglie e i ragazzi nostri. Tu mo’ che vvuo’ fa?

Ma tu ti rendi conto? Ti rendi conto che nostra figlia si è sposata a un traditore?

Ma che traditore e traditore, Gaeta’. Ancora con questo fatto dei biscotti?

Tere’, ti ho spiegato mille volte che nun so’ biscotti. Sono una via di mezzo.

Sì, sì, ho capito, una via di mezzo. E comunque la ricetta della via di mezzo chi te l’ha data? Te l’ha data tuo fratello su indicazione della moglie, o no? E tuo fratello si è sposato la figlia di Calogero o no? Mo’ senti a me: la figlia di Calogero, Ersilia, è o non è la sorella di Masino? Lavora o non lavora col marito, il pasticciere austriaco e pure quello australiano? E allora ‘sta benedetta ricetta è di tutti quanti. E mo’ basta.

Con la coda tra le gambe don Gaetano si sedette tra sua moglie e don Calogero. Alla destra di Calogero, Ersilia e Renato.

A sinistra di sua moglie Maria e Masino.

E che so’ ‘ste facce? chiese Renato appena si sedette a tavola. Ma come, la vigilia di Natale voi state con questa faccia appesa? E io che vi volevo  far fare una risata con due, tre ricette nuove che vi avevo portato da sperimentare per Carnevale. Ersi’, diglielo, diglielo pure tu.

Rena’, ti voglio bene, disse alzandosi di scatto Teresa. A noi ci piace la tradizione. Queste ricette tedesche non le vogliamo nemmeno sentire. Mo’ facciamoci le feste in grazia di Dio. Buon appetito.

To: Babbo Natale; cc: amici e conoscenti; ccn: intelligenti pauca

dicembre 14, 2005

Il post dedicato a Babbo Natale ci vuole, è scritto nel “Decalogo del blogghèr omologato”.

L’anno scorso era andata così.

Poi all’ultimo momento gli  avevo scritto una letterina appassionata nella quale chiedevo un regalo – quale che fosse – di "elevato e significativo impatto".

Questi gli eventi a seguire: in data 25 dicembre 2004,  intorno alle ore 13.00 e nei dintorni del pranzo, in una strada di campagna resa sdrucciolevole dalla pioggia e in prossimità di una curva, un cane mi tagliava la strada.

Rallentavo onde consentirgli l’attraversamento, quando un’auto di media cilindrata,  proveniente dalla direzione opposta, sbucava ad altra velocità dalla curva e trovandosi il cane sulla sua corsia, sterzava rovinosamente sulla mia vettura, provocandone danno irreparabile e successiva rottamazione, prognosi di un mese al conducente, sottoscritta signora Flounder,  contusioni e ferite da suturare, ma guaribili in quindici giorni, agli altri passeggeri.

A causa dell’impatto le due automobili di famiglia che seguivano quella della signora Flounder venivano coinvolte nell’incidente, riportando danni complessivi  per oltre tremila euro. Per alcuni passeggeri, lievemente contusi e in stato confusionale a causa della tenera età, si rendeva necessaria medicazione al pronto soccorso.

Allora quest’anno non chiedo niente, ma proprio niente niente.

Al massimo  una padella antiaderente. (dietro consiglio di  e.l.e.n.a.)

Ma come ho già scritto in un blog amico, caro Babbo Natale, se tu portassi tanti giocattoli (soldatini, carriarmati, guantoni da boxe e bambole gonfiabili) a  chi ha pensato o pensa di poter giocare in un certo modo con me, io te ne sarei tanto ma tanto grata.

Mi basterebbe.

Tariffa mista chilometri/tempo. Per le corse notturne è previsto un supplemento.

dicembre 12, 2005

Quel giorno andò così: c’era il sole.

Allora la polaroid (ma forse era un 35mm, quella volta lì) la si poteva scattare in esterni.

Andò così, e a voi non resta che leggerlo qui.