Archive for gennaio 2006

Ma il latte non dovevi prenderlo tu?

gennaio 31, 2006

Cominciò con piccoli gesti, innocue fissazioni. Perché la pazzia, quella grande, come la intendiamo noi, non si presenta tutta in una volta.

E’ una dosata epifania di dettagli sui quali si passa con noncuranza. Minuscole stranezze da diluire nel turbinio dei giorni.

Adesso, ad esempio, cominciava a percorrere la strada che lo conduceva al lavoro camminando esclusivamente sul marciapiede di destra e ritornando su quello di sinistra. E nulla, nulla, avrebbe potuto modificare intenzioni e direzioni.

Ancora qualche settimana prima si rimboccava le coperte a letto, badando che il lembo del lenzuolo gli sfiorasse il labbro inferiore, non un millimetro sopra o sotto. E tutte queste nuove abitudini, si incastravano alla perfezione nella rete di quelle solite, sì che solo un conoscente che non lo incontrava da lungo tempo avrebbe potuto scorgere la differenza.

Non la madre, non i figli, non i colleghi al lavoro.

Lei se ne accorse subito. Quando abbracciandolo al loro incontro, lui mal sopportò il bacio sulla guancia destra e si affrettò a chinare il capo in avanti perché la seconda volta le labbra di lei ne incontrassero la fronte.

Lei rise, inizialmente. Di un riso infantile al pensiero che forse lui fosse intimidito dalla lunga assenza e che fosse un modo per ristabilire un contatto perduto, una sorta di ingenuo preliminare.

Ma già all’entrare in automobile il riso cedette spazio a una muta osservazione.

Lui non era più lo stesso, e nemmeno cercava di occultare questa nuova condizione.

Ti porto a casa, disse lei. Come sperando che ricreando una situazione familiare, potesse finalmente sciogliersi e ritrovare il posto esatto dei suoi sentimenti, la fluidità dei gesti.

Per tutto il tragitto la conversazione fu pressoché inesistente.

All’entrare in casa si lasciò sprofondare sul divano, come improvvisamente a suo agio, e per un attimo lei credette che fosse tutto a posto, che avesse bisogno semplicemente di tempo per ricucire gli strappi e permettersi di essere nuovamente quell’uomo sorridente che aveva conosciuto.

Poi lui disse: stanotte arriverà la fine del mondo, entrerà dalla finestra del bagno e non avremo latte per domattina.

Lei lo baciò, incapace di parlare.

Andò tutto nel modo esatto in cui lo immaginava, nemmeno una stonatura.

Solo, al mattino, si accorse di non aver comprato il latte. Non sarà certo la fine del mondo, disse allora ridendo.

Lui sorrise abbracciandola e le disse: no, per oggi no.

Poi la guardò in un modo che le fece paura.

Perché la punteggiatura è importante. Tenetelo a mente.

gennaio 30, 2006

Allora?, chiese lei. Credevo che ci avessi messo un punto, con quella lì.

Lui deglutì a fatica.

Poi si armò di tutto il suo coraggio e rispose: pensavo anch’io. Invece era una virgola.

Craquelé

gennaio 26, 2006

La donna si alza svogliatamente al trillo della sveglia.

Sono giorni che sanno di acque morte, del grasso di rossetti comprati e dimenticati sul fondo di una borsa. Sono giorni di sale sulle piaghe e vento dai Balcani.

Ma l’uomo è sveglio da tempo.

Come ogni mattina si muove di soppiatto, esce dal letto prima di lei.

Fugge silenziosamente per i corridoi della casa, svicola tra gli stipiti.
Si nasconde a qualcosa.

Lo trova in cucina con la fronte tra i palmi, come se la coperta gli bruciasse addosso.

Anche a quest’ora che la casa è fredda, con una tazza di caffè bevuta a metà e lo sguardo opaco di argenteria inutilizzata.

Ma è lì, e tanto basta ad acquietarla.

Lei lo accarezza con frange di pensieri, tenendosi a distanza.

Sono due gusci d’uovo. Fragili.

Ricoperti di crepe, come in un’antica ricetta cinese.

(Rassodare le uova per sette minuti, aspettare che si raffreddino e rotolarle dolcemente sul ripiano di marmo della cucina perché il guscio si incrini. Poi metterle a bagno in tè nero, anice e cannella per circa quarantotto ore, preferibilmente in frigorifero. Asportare i gusci e servire.)

Sono orribili da mangiare. Un gusto che allappa. Ma l’arabesco disegnato sull’albume resta impresso a lungo nella memoria, è di sicuro effetto.

Col tempo.
Col tempo.

Tornerà tutto in ordine.

E se non sarà così poco importa.

Il craquelé è di sicuro effetto, gli ospiti ne saranno impressionati.

Cambio di consonante (4) – Livello principianti

gennaio 25, 2006

Era un castello di sabbia.

Ma lei ci aveva messo a guardia dei giannizzeri armati di tutto punto, lo aveva circondato con un fossato di acque torbide e coccodrilli.

Ogni tre ore il cambio della guardia.

E antifurti sonori, tagliole e mine antiuomo.

Dove lei immaginava il …., gli altri bagnanti vedevano solo il …..

Piccole affezioni quotidiane

gennaio 24, 2006

Mi piace molto Salinas.

Poi però non vuol dir nulla. La frase, voglio dire, l’affermazione. Come dirsi se c’è il sole o piove, ad esempio. Molte cose vanno così, tanto per dire.

Tanto per fare.

Abitudini e surrogati di abitudini. Reliquie emotive.

Da qualche parte conservo un cordone ombelicale, quando saranno finite le staminali ne farò una cravatta. O una fune da equilibrista.

Vedrai, vedrai che piroette.

Come il senso di colpa. Continuiamo a imboccarlo, sì, a farlo crescere forte e robusto. Abituiamolo ben benino a vivere con noi, sì che non ci lasci mai.

Vedo che sei esperto,  lo indossi come un mantello, con cappello e bastone. Con eleganza e stile. E’ segnalato anche nel tuo CV, tra la voce hobby e technical skill.

Ti dona, ti fa far bella figura. Lo scambieresti con due fustini dixan?

Ma che dice, signora? questo mai.

E con un bacio? Secondo me sì, ma non diciamolo a nessuno, facciamo finta di niente.

Zitto, zitto, che ci sentono, fa’ finta di non conoscermi. Allontanati.

Poi vieni, vieni ad abbracciarmi. E non andare mai più via. Adottami. Assorbimi.

Grammatica della Notte

gennaio 23, 2006

(post su istigazione)

En Arché en o Logos. E corpi senza ombre, accalcati al bordo del crepuscolo, che scompaiono alle soglie dell’alba, ogni notte uguali a se stessi, in un eterno presente con la fermezza di avverbio.
Come quelle bambine che avete visto tornare dai bordelli di Pat Pong col trucco sfatto e il sorriso che non si consuma mai. Indelebilmente, permanentemente.
Non fate domande, che non avrete risposte.

La morfologia della Mirabilis, che si nasconde al sole e invade fin dove trova spazio. La bellezza segreta che si ritrae solo davanti allo splendore del fuoco.
Ayn e Anì, l’Io e il Nulla. Il segreto di nomi e numeri, di parole e lettere che si agitano nel buio della testa e di notte si combinano ai ricordi per formare ologrammi.
Le riflessioni di Isacco il Cieco, che non distingue i colori.
Le luci su New York e i drugstore ventiquattr’ore su ventiquattro, il grido di chi viene al mondo e il lamento di chi se ne va, amplificati dal silenzio. Senza aggettivazione.
Uno iato tra i sensi. Una copula.
Scopare, Vivere, Morire: le tre desinenze principali. Due sono irregolari: non sarà facile coniugarvi.
All’inizio c’era il Caos, che aveva generato se stesso.
E il Caos generò cinque creature : Erebo, l’oscurità, che diede vita al giorno, per assurdo contrasto, e all’aria soffocante. Poi Tartaro e Gea. E ancora Eros, che dal padre ereditò disordine e ardore e infine Notte.
E poi fu toccò a Notte di generare i suoi figli, da sola, senza che uomo né dio potesse conoscerla.
Da essa nacquero Tanato, il primogenito, che tagliava ai mortali ciocche di crini e Ipno, che soffiava sugli occhi degli uomini.
Poi venne Momus, il biasimo e Nemesi, la vendetta.
Eris, la discordia e Gera, la vecchiaia.
E poi ancora i gemelli, le Moire, padrone dei destini mortali,  e le Chere, le privazioni. Oneiroi, i sogni, che sempre smarrivano la strada di casa.
Infine fu la volta di Oyzis, il dolore, che venne da solo, poiché nessuno volle accompagnarlo.
E dopo Oyzis vennero gli altri, in silenzio, portandoci il male, gli affanni e il conforto.
Notte è la vostra signora e voi gli schiavi o i discepoli eletti. Tu, il primo uomo che essa conobbe per desiderio di imparare la luce. 
E con te volle generare altri figli, dare loro il tuo nome, tentarti e infine possederti, da sola.
Uno stridore di freni e uno sferragliare di rotaie, si va verso la porta del giorno.
Poco più un là sono uomini, sono donne, sono strane vie di mezzo. Corpi intricati in complicate perifrastiche. Attive e passive.
La lama di un coltello che si pianta in un costato.  Una vecchia che rabbrividisce.
Una donna che accende il gas per preparare il caffè. Un uomo non ancora tornato. Il rumore boato lontano di un mortaio. Piedini freddi che trovano riparo tra le cosce. Le onde sotto il faro di Crotone. Il camion che tritura immondizie e desideri non riciclabili.
Questo è il mio nome, Adonai.
Questo il mio libro: Grammatica della Notte.
Indice ragionato e glossario, lessico colloquiale e sintassi destrutturata.
Il libro di esercizi si prenota a parte: non basterà una vita per terminarli.

E non so darvi risposte.

L'inconfessabile

gennaio 21, 2006

Ci sono giorni che hanno la consistenza di acqua e sabbia, che scivolano via lisci, facilmente, privi di intoppi. Che si ha un po’ la tendenza a sottovalutarli, come se non ti insegnassero nulla.

Giorni privi di immediatezza, ecco.

E poi giorni che ti fanno rimpiangere quelli di prima, o giorni in cui impari improvvisamente qualcosa di nuovo. Qualcosa che spesso già sapevi, solo che in quel giorno lì lo impari meglio, definitivamente. Ti si fissa in vari punti del corpo e diventa certezza.

Ieri era uno di quei giorni. Forse il più impegnativo della mia vita.

Più impegnativo degli esami di maturità, più della prima volta in cui ho fatto l’amore, più della mattina in cui ho messo al mondo mia figlia. Più denso di tutta la somma dei giorni che lo hanno preceduto e forse di quelli a venire. O così mi sembra, in questo momento.

Forse un giorno, quando si sarà trasformato in patina, in scaglia di passato, riuscirò a raccontarne.

Oggi no.

Ieri ho imparato che tutte le storie abitano dentro di noi, intrecciate a qualcosa. Che si nutrono di desideri e sogni e di quelle paure che non possono essere pronunciate mai. Di quelle paure che solo a menzionarle con il loro nome ti trasformano in lacrime e polvere.

Allora un braccio non è un braccio, una casa non è ciò che mostra, un pensiero si traveste da clown.

Ieri ho imparato la consistenza e lo spessore di un foglio bianco.

Il bianco non esiste, è pura illusione.

Il bianco ha una storia dentro, o un’assenza, ma anche questa, a suo modo, è una forma di storia.

Ci sono giornate in cui qualcuno ti ascolta stupito e chiede: ma quante storie possiedi?

E tu rispondi: tutte. Tutte quelle che esistono.

Così che chi ti è di fronte e ascolta si asciuga gli occhi ai tuoi racconti. E finalmente le cose hanno un nome, per interposta persona, per mediazione e trasposizione. Diventano statue e quadri, incroci di strade che avevi dimenticato di aver percorso.

Ci sono giorni in cui anche un cavalluccio marino può nascondere un segreto.

Inconfessabile.

Poi si ha solo bisogno di dormire.

(e mai colonna sonora fu più pertinente)

Que quieres de mì?

gennaio 19, 2006

Scusate, questo ferma pure alla Ferrovia?

gennaio 18, 2006

(Sarebbe stato un commento al post di Herzog, ma poi le dita si sono mosse per conto loro…)

Il nuovo avanzò sotto l’amministrazione Bassolino, o almeno così mi pare di ricordare, giacché io non sono donna da trasporto pubblico. E non per snobismo o spocchia, ma il fatto è che mia mamma mi ha concepito con un centauro e di questo non posso attribuirmi colpa alcuna.

E poi l’altra faccenda è il trasporto pubblico a Napoli, che io vivo come una lesione personale, una sorta di stupro collettivo.

Insomma, accadde che il 185 fu ribattezzato, sicché oggi credo si chiami CA, ma anche su questo non potrei giurarci, giacché l’unica volta che negli ultimi sei anni sono salita su un bus o una metro è stato per colpa (o forse merito) di Calma Fuoridaidenti.

E anche qui solo in andata, che già al ritorno optai nuovamente per un tassì, per non disperdere il buonumore e i ricordi piacevoli tra centinaia di anime focose che si accalcano sul mezzo.

Io so che voi non potete rendervi conto della portata del gesto, ma ribattezzare il 185 è stato come distruggere un mito, come abbattere una certezza nella quotidianità di milioni di napoletani.

Perché salire sul 185 non era come prendere un pullman qualsiasi (che si badi bene, a Napoli non si dice autobus ma pullmànn, e la compagnia di trasporti si chiama ATAN e c’è sempre qualche bigliettaio buontempone che su richiesta di un biglietto dell’ATA’NN, risponde: spiacenti, teniamo solo i biglietti ‘e chist’ann).

Il 185, con i suoi incontri di patta e portafogli, era una scuola di vita.

Era un viaggio dal quale non si ritornava mai uguali a se stessi. Ci si modificava, seppur impercettibilmente, e non sempre in senso migliorativo. Anzi.

Sul 185 o ti imparavi o soccombevi.

Nessuna via di mezzo possibile, perché quello non era un pullmànn, ma una metafora dantesca.

Vi bastino due episodi di cui fui testimone oculare nella mia infanzia.

Che quel giorno che zio Peppino aveva portato la gloriosa Bianchina in carrozzeria e la nonna doveva improrogabilmente recarsi dal commercialista, si optò per il mezzo pubblico. Ed era una cosa nuova, inusuale, e la nonna si chiuse i soldi in una borsetta di tela che appuntò all’interno della cintura con una spilla da balia e mi disse: dammi la mano stretta stretta.

Alla fermata l’afa di fine luglio montava dall’asfalto liquefatto, creando quell’effetto visivo così simile a un miraggio e una vedova che a definire procace si farebbe torto all’immaginazione, si sventolava e si tergeva il sudore tra i seni. E vedova lo era per certo, considerando il possente catenone d’oro dal quale pendeva un grosso medaglione contenente l’effigie del defunto, che – come forse in vita – si produceva in un incessante rimbalzo su tanta abbondanza, quota non trascurabile di forse ottanta chilogrammi complessivi.

Ebbene la vedova, all’appropinquarsi del suddetto pullmànn pensò bene di tutelare lo scomparso, facendo sparire catena e medaglione all’interno della scollatura.

Ma ecco che sforzandosi di salire sul gradino, due scugnizzelli alti meno di un metro le infilavano le mani sotto la gonna e le tiravano giù le mutande. Sì che la vedova, per recuperarle, si piegava più del necessario, facendo fuoriuscire nuovamente il monile.

E qui avveniva lo scippo.

Frisc’all’anema e tutti i muorti vuoste, aggiunsero i ragazzini fuggendo.

Il secondo fatto pure vide protagonista una signora alquanto prosperosa, che nella calca apostrofò il giovane che la seguiva e un poco si addossava: giuvino’, che state facendo dietro a me?

Nulla, signora, nulla, rispose il giovane arrossendo e totalmente in buona fede.

E allora levateve e facite mettere a’n’ato.

Proprio come dice Effe: che sui mezzi pubblici a volte si perdono buone occasioni. E forse non si ritrovano mai più.

In lontananza vedevamo brillare le lucciole. Nell’ora morta. Nelle ore piccole.

gennaio 16, 2006

Dapprima venne Benito a far da mediatore. Disse che era inutile  tenere il locale sfitto, che di questi tempi, vedova  con un figlio a carico, un’entrata in più poteva sempre fare comodo.

Poi le parlò di don Carmine, ‘o masto d’ascia, che anche lui era rimasto vedovo, senza nemmeno la compagnia dei tre figli maschi: uno stava in America, uno in Belgio e il terzo non si doveva proprio nominare, come se fosse morto. Per via del matrimonio con quella là, la lucciola.

Il bambino ascoltava e registrava. La lucciola. E non capiva.

Che dopo qualche giorno chiese ai ragazzini del vicolo se sapevano qualcosa della moglie del terzo figlio di don Carmine, e quelli iniziarono a ridere e a sbeffeggiare, e facevano gesti con le anche.

‘a zoccola, ‘a zoccola.

E il bambino ne seppe meno di prima, confuso in questi nomi di animali. Però non fece più domande.

Allora Carmela ci pensò qualche giorno e poi gli dette un catenaccio e una chiave brunita, che lui la sera doveva spostare il maniglione e chiudere, e questo era tutto.

Cinquecento lire al mese e non dovevano entrare femmine.

Questo non me lo dovete nemmeno dire, disse don Carmine abbassando gli occhi.

E Carmela rispose: ‘on Carminie’, patti chiari e amicizia lunga.

Il bambino ci buttava un occhio ogni volta che passavano. Quattro metri per sei di trucioli e segatura. Ogni tanto una sigaretta, fumata solo a metà.

Quando passava Carmela il falegname abbassava lo sguardo per non darle soggezione e tornava dentro.

Poi c’era il retrobottega, ma là lo sguardo non arrivava e il bambino era curioso. Di spazi e lucciole.

A una cert’ora Carminiello accostava gli scuri e non faceva entrare più nessuno.

Poi un giorno disse: picciri’, vuo’ trasi’?

E il bambino rispose: non lo so, devo chiedere a mamma’.

Però in cuor suo già gli aveva detto sì e due giorni dopo approfittò del fatto che la mamma era andata a messa e si affacciò timidamente, mentre gli veniva un po’ di tosse per via della polvere.

Quanti anni tieni?, chiese don Carmine.

Ne faccio otto a marzo, rispose Luigi.

Lo sai leggere l’orologio?

Il bambino arrossì. Rispose: tengo quello di papà, ma non me lo posso mettere, devo aspettare che mi faccio grande. Quello con la catena lunga. Però lo so vedere, sì.

E intanto allungava l’occhio in fondo, per vedere se c’erano le lucciole.

Stai qua senza permesso, è ove’?, rise don Carmine, e il bambino arrossì di nuovo.

Ma voi, chiese allora recuperando coraggio, voi che ci tenete qua dietro? Che ci fate?

Costruisco orologi, rispose don Carmine, ma tu non lo devi dire a nessuno. Promesso?

Promesso, annuì Luigi, e si incrociò le dita sulle labbra e schioccò un bacio, come si faceva coi compagni. Voleva chiedere perché, ma poi se ne scordò, all’istante.

Vieni, vieni a vedere, guaglio’, e Carmine accostò gli scuri e lo spinse verso il fondo.

E all’improvviso lo stanzone prese luce, dovevano essere le lucciole.

Luigi strizzò gli occhi e vide dei fili stesi come per il bucato. E appesi c’erano orologi ad asciugare, tenuti dalle mollette di legno. I più grandi appoggiati per terra, dove si dilatavano e ancora sgocciolavano in rivoletti dorati.

Il bambino deglutì e un poco era pure spaventato, ma don Carmine non gli faceva paura, no.

Era solo che non capiva e se poi tornava mamma’ passava un brutto quarto d’ora.

Ma questi li fate voi?, chiese così, tanto per rompere il ghiaccio.

Sì, rispose don Carmine, questi sono gli orologi delle ore perse, stanno tutti ammosciati. Per terra invece ci stanno quelli che dilatano il tempo, quando stai facendo una cosa bella e vorresti che non finisse mai.

E in un angolo certe clessidre piene d’acqua che scendeva goccia a goccia e man mano cambiava colore, che don Carmine gli spiegò che quello era l’orologio delle femmine sole, che cambiavano colori e umori secondo la giornata.

Poi su una mensoletta un cucù che non trovava pace e ogni volta si inventava una canzone nuova, che segnava il tempo e i cattivi pensieri.

Mo’ si è fatto tardi, me ne devo andare, disse il bambino, che già pensava a che scusa inventarsi per giustificare il pomeriggio

E sulla soglia gli voleva chiedere il fatto delle lucciole, ma don Carmine gli accarezzò la testa e disse, come parlando a se stesso: l’orologio pe’ nun crescere mai, chillo no, nun ‘o saccio fa’.

Che a Luigi un poco gli veniva da piangere, ma doveva essere per via della segatura. Che gli pizzicava nel naso e in gola.