Archive for febbraio 2006

In mancanza di un tutto mi accontento di pezzetti.

febbraio 27, 2006

E mi mancano oggi, ad esempio, quella voce. O la certezza di uno dello sguardo posato fisso su di me.

L’attenzione alle pieghe dei miei scritti.

Quella pausa. O un piccolo tormento.

Un Il tuo respiro che so essere indice di ascolto.

(a scanso di equivoci ho apportato le dovute correzioni)

E lui mi regalò un'arpa tutta d'oro, per quando mi sentivo triste, sul fondo del mare

febbraio 26, 2006

Allora io tanti anni fa ho letto questo libro, in cui era riportata un’antica leggenda che non ricordo più tanto bene, di una donna pesce che per amore si trasferisce sulla terraferma e dopo un poco comincia ad appassire, a morire lentamente. A trascurare marito e figli, richiamata dalla voce interna del mare. Fino a che il  marito la lascia libera di andare e di seguire la sua vera strada.

Ieri sera ho ritrovato questa storia a teatro e non è stata una passeggiata.

Dove si parlava del Terribile, che mi ricorda molto il Perturbante di cui Caracaterina parlava tempo addietro, questa voce onnipresente che attrae e spaventa, questo richiamo dell’ignoto in nome del quale si è tentati di fare carte e quarantotto della nostra vita.

A me piacciono moltissimo questi nordici e il modo in cui affrontano il dilemma esistenziale, in barba alla distinzione a tavolino che vorrebbe il genere umano equamente distribuito tra Gente d’amore e Gente di libertà.

In realtà siamo tutti situati in qualche punto dell’intersezione tra le due rette, tra l’ascissa del dovere e l’ordinata del piacere, ufficialmente legati dalla realtà, ma intimamente condizionati dal presagio e dal desiderio dell’ignoto

Acclimatati – come dice Ibsen – al mondo della regola, e tuttavia stranieri. Nel perenne tentativo di far coincidere il tempo esterno con quello interno.

La donna del mare, come pure Qualcuno arriverà, di Jon Fosse, si basano sul senso dell’attesa di qualcosa che non è dato sapere a priori se e quando giungerà, se e come sconquasserà la nostra esistenza tranquilla.

Ma il dilemma è altrove, nel situare la scelta e la responsabilità che comporta.

Il saggio dottor Wangel che decide di rescindere il contratto matrimoniale per lasciare Ellida libera di scegliere tra la vita coniugale supinamente accettata e la potenza di un ricordo carico di sensualità che viene a tormentarla ha in mano la chiave del successo.

Solo così l’immaginifico torna reale e può essere correttamente riposizionato.

Solo nell’assoluta libertà di scelta, non condizionata da sensi di colpa e doveri imposti dall’esterno, si può trovare il proprio posto.

Più facile a dirlo che a farlo, me ne rendo conto.

Ma tant’è.

1 + 1 fa 2, non ci si può sbagliare

febbraio 24, 2006

E’ una donna risolta.

L’hanno detto loro, quelli che di queste cose se ne intendono.

Risolta come un cruciverba, per solutori più che abili. Per esempio il 23 orizzontale, inizia per in– e termina per –za, dodici lettere.

Insofferenza?

Indifferenza?

Indipendenza?

Non ha importanza, l’importante è che si incastri a meraviglia con il 18 verticale. Unite i puntini e apparirà un disegno.

Risolta come una sciarada, un anagramma. Come un sistema di equazioni in due incognite.

Niente zone oscure, niente punti d’ombra. Ha elaborato, digerito, metabolizzato.

Valori interni strutturati, figure di riferimento introiettate.

Le danno il patentino di: mamma buona, amica di fiducia, guidatrice affidabile, collega responsabile, amante che non si può scordare, condomina impeccabile (senza schiamazzi dalle 14.00 alle 16.00, differenzia la spazzatura).

La pietas non le manca, si vede che compra i fazzoletti agli immigrati.

Lucidità complessiva, come un piatto ripassato col Sidol.

Sa sublimare (e anche congelare e liquefare).

Contraddizioni ricomposte, uso discreto di pronomi e articoli possessivi. Nessuna ossessione.

Smorzi un poco il rigore, non le fa bene.

E la domanda si attorciglia sulla punta della lingua, la trattiene. Come uno starnuto.

La mamma va al mercato e compra cinque uova, qualcuno la strattona e cade la busta della spesa.

Se si rompe tutto quante uova le restano?

Nessuna.

Anche questa è risolta, adesso vada.

The Very best and Ultimate Masterpiece of the Unique Truly Original Flounder – Seconda puntata

febbraio 23, 2006

Oggi vi tocca rileggere questo. E’ il giorno giusto.

(e ci aggiungo ex post una colonna sonora. Si intitola Distractions. E pensare che fino a una settimana nemmeno sapevo esistesse questa meraviglia)

Oddio, è occupato? Presto, che mi scappa.

febbraio 22, 2006

Ooops..scusate, scusate, ma questo post mi scappa, non posso proprio farne a meno.

Il blog è una metafora fallica, ne sono certa.

Quello che ancora non so è come si gestisce: chi ha il post più lungo o più corto?

Gli intervalli tra l’uno e l’altro?

Illuminatemi.

The Very best and Ultimate Masterpiece of the Unique Truly Original Flounder

febbraio 21, 2006

Per esempio oggi ho deciso che vi rileggete questo.

Zoo di vetro

febbraio 18, 2006

Mettiamola così: sono in crisi creativa

(per tacere del tarlo nel cervello, del rospo in gola, della bestia nel cuore, del grillo parlante nelle orecchie, degli artigli che spuntano dalle mani, della memoria da elefante, del coniglio spaurito che trema sotto pelle, dell’aquila reale che mi invita a volare più in alto di quanto io possa.)

Vado a domare le mie bestioline, a ridurle a miti consigli.

Arrangiatevi un po’ da soli, rileggete i vecchi post.

Fate un po’ come vi pare, tanto poi torno.

A che gioco giochiamo?

febbraio 17, 2006

In verità questa passione per la psicologia è stata una dannazione precoce. Ma non solo per la psicologia.

Verso gli otto o nove anni mi ricordo che mi allenavo per cercare di spostare gli oggetti con la forza del pensiero. Poi ho capito che era più facile che mi spostassi io.

A quattordici mi esercitavo nel tentativo di far squillare il telefono grazie alla potenza del desiderio. Attività che – a onor del vero – a tutt’oggi mi procura non poche soddisfazioni.

E comunque avrò avuto circa sedici anni quando sulla spiaggia sentii una signora che riferiva a mia madre di aver superato la depressione da divorzio grazie a un libro. Mia madre si segnò il titolo e a settembre lo comprò. Caso mai si fosse inciampati in un divorzio tardivo.

Lo lessi anche io, nonostante tutte le parole difficili. C’erano scritte cose come: analisi transazionale, oggetto interno, teoria dello script, pattern esistenziali.

Ma io ero testarda e andai fino in fondo. Poi l’ho ripreso negli anni, nonostante sia in parte superato.

Ho conosciuto campioni internazionali di “Ma davvero tu credi che io…?, ho trascorso appassionanti serate con giocatori di “Sì, è vero, ma…”(quest’ultimo è giocato molto meglio dalle  donne che dagli uomini). Ho sposato uno che tutta la vita si era esercitato nel “E’ tutta colpa tua se…” e nelle sue numerose varianti, per poi specializzarsi nel “E ricordati che comunque sarà sempre tutta colpa tua se…”. Ancora prima frequentavo un’intera squadra di “Goffo pasticcione (non è colpa mia se combino solo disastri)”.

Io stessa ho giocato con estrema soddisfazione diversi tornei di “Patata bollente” e “Io ti salverò”.

Si gioca quasi sempre in tre: Persecutore, Salvatore e Vittima.

L’abilità di un buon giocatore consiste nel mutare prontamente di ruolo e sconvolgere gli scenari per poi rientrare al suo posto come se niente fosse.

In realtà per vincere bisognerebbe riuscire a  non entrare nel gioco.

Negli anni ho imparato a farlo abbastanza bene e a sottrarmi. Perché il gioco, anche questo tipo di  gioco, è un azzardo, una droga. C’è gente che si è giocata la famiglia, il lavoro e la reputazione.

Forse l’anno prossimo mi invitano come arbitro al campionato di “Giochiamo a non giocare”.

Sto studiando nuove strategie e schemi. Sono piena di cartellini gialli.

Che mani grandi, che hai. Per accarezzarti meglio, bambina mia.

febbraio 16, 2006

Se questo post potesse parlare vi racconterebbe stasera una storia di paraventi cinesi, con piccoli fiori dipinti su carta di riso e ombre che si sovrappongono.

Vedreste uscirne una donna in vesti da principessa.

Con luci e  colori  impressi sulla pelle, anche guardandola in bianco e nero. Anche attraverso lo spessore di una lente affumicata.

Nessuno poteva toccarla, nessuno poteva baciarla. Si limitavano a guardarla, sperando che prima o poi comparisse un peccato. Avrebbero amato il peccato.

Ciò che li attrae e non spaventa, ciò che li tenta e si accontenta.

Quell’odore familiare da lasciar andare e poi dimenticare. Da ricordare una volta all’anno, quando si ha solo voglia di sognare.

E vi racconterebbe la storia di una bambina che sognava di essere un alberello su cui crescevano delle mele piccoline, ma così piccine che nessuno dei passanti le raccoglieva. Allungando un ramo l’albero le staccava e nei giorni cupi le mangiava.

E c’era una casa così lontana che per raggiungerla bisognava attraversare un mare e una pianura, scalare una montagna e affrontare un viaggio di nove giorni che nessun essere umano poteva compiere. Ma chi superava tutte le prove diventava una mamma e un papà.

Erano esseri invincibili, con ali enormi, una vespa e un carrello per la spesa.

Se questo post avesse una voce vi canterebbe di un corpo in fiamme che si nasconde dietro paraventi di parole e non riesce tuttavia a ingannare nessuno, di un abbraccio che scioglie la neve, di pensieri che giocano a inghiottire e nascondere il resto, di un corpo che si fa spada e fuoco e per timore di ferire e bruciare chi gli passa accanto si addormenta.

Di una bambina  che sogna di farsi piccina, di riaccoccolarsi in un ventre e ricominciare il percorso infinite volte. Ed ogni volta rinasce e offre al suo mondo la possibilità di ricominciare a esistere, in modo migliore. Del potere segreto e taumaturgico della seconda possibilità.

Di un treno a tre vagoncini, tre lettini, tre piccoli porcellini, tre quadernini, tre uccellini. Un mondo ordinato e compatto, tutti in fila per tre e per resto nessuno.

Della lunga e tortuosa via per riempire il cestino dei propri pezzetti dispersi e di un traguardo non contrassegnato dove vincono buoni e cattivi e anche chi i pezzi li ha perduti o non li ha mai posseduti. Di un cacciatore nel bosco che non sa distinguere i lupi e di una donna con denti e baffi messi lì per scherzare e non farsi conquistare.

Se questo post potesse parlare, a tratti avrebbe la voce rotta e un respiro affannato. Racconterebbe una storia di animali che sotto la guida di una domatrice minuscola imparano una lingua comune per smettere di azzannarsi, di un corpo che si fa casa e tempio ma ha paura di raccontarselo. Di un corpo chiesa che di notte sogna di ospitare il peccato. Di un desiderio che riempie gli spazi e fa fiorire anzitempo le viole.

Di paraventi cinesi e illusionismi, di stanze trascurate, di mappe ritrovate.

Di cose che a dirle così sembrano niente ma invece sono tante.

Passato il santo, passata la festa. Ovvero: come si rientra nei ranghi.

febbraio 15, 2006

Come dici? Che dovrei smetterla di tenerti il muso e inveirti contro?

Ma se stiamo litigando…cosa ti aspetti, che ti sorrida?

Lo so, lo so, sei stufo che io continui a ripeterti che non prendi mai posizione, che sei immaturo, che aspetti che le cose della vita ti piovano addosso. Sei stufo delle mie lamentele continue, del fatto che ti ricordi che in questa casa devo far tutto io.

Sei arcistufo che ti dia dell’irresponsabile, del bugiardo, di quello che va sempre al traino senza mai prendere un’iniziativa.

Okay, ammettiamo pure che stia esagerando, per un istante te lo concedo e abbasso la voce.
Però tu questa volta rispondimi, e rispondimi a tono, che anche io sono stufa dei tuoi giri di parole.
E allora? La mela chi l’ha rubata? Su, dimmi, l’hai presa tu, per caso?

Che c’entra? Come che c’entra?

Fosse stato per te saremmo ancora a romperci l’anima in quel cazzo di paradiso, mai che ti fosse venuto in mente di portarmi a fare un giro fuori e a mangiare qualcosa di diverso da ananas e papaye.
Ah sì, ci avevi pensato anche tu? Prima di me? E volevi farmi una sorpresa?
Bel tipo che sei! Ma se quando è venuto il padrone dell’albero con serpentello al guinzaglio l’unica cosa che hai saputo dirgli è stata: è stata un’idea di mia moglie, io non c’entro, sa come sono le donne…
Vabbè, tanto è inutile parlarne. Tanto hai sempre ragione tu.

Vai a lavorare, va’, che sei in ritardo. Ne riparliamo stasera.

E aggiustati la foglia che hai la riunione col CdA.

E non ti scordare di prendere il latte per Caino e Abele.

E smettila di toccarmi il sedere, che non è proprio il momento.