Archive for marzo 2006

Heart-climbing

marzo 30, 2006

Ci si muove così sulle alture del cuore.

Tra asperità e pianure. Raffiche di vento e lividure.

Raggiungiamo la vetta e piantiamo un picchetto.

E poi una corsa a ritornare giù: se arrivi ultimo forse non mi ami più.

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Dalla prima lettera di Flounder ai Tessalonicesi

marzo 29, 2006

Bloggheressa di buone maniere, termoautonoma, distinta, cerca chaperon o dama di compagnia di pari requisiti ed estrazione socio-blogghistica per la condivisione di amene attività lavorative su territorio nazionale ed estero nei giorni dall’8 al 13 aprile.

Si offrono vitto, alloggio e trasporti in loco, oltre a gita turistica guidata in noto sito archeologico vesuviano.

Eventuali bonus saranno corrisposti in tzatziki e moussaka,  o, a scelta, in almeno due tramonti sul golfo Thermaico e uno vista Capri. Si prevede, infine, la possibilità di riferire dell’evento su apposito post.

Sono esclusi i trasporti da e per il luogo di provenienza o altri compensi non espressamente pattuiti.

Astenersi perditempo, anoressiche, malintenzionati, colesterolici e astemie.

La selezione consisterà in breve colloquio motivazionale, piccola prova pratica di sirtaki ed esame approfondito delle formule di saluto nelle principali lingue straniere, di cui almeno due extracomunitarie.

Possibilità di candidarsi alla partecipazione complessiva o ad uno solo dei due lotti.

Costituiranno criterio preferenziale l’abbigliamento formale e la capacità di sostenere una conversazione (anche se solo apparentemente) intelligente.

Contropropaganda alimentare

marzo 28, 2006

Nel centro di Roma, in via dell’Anima Umiltà, proprio accanto alla sede di Forza Italia, c’è (?) uno dei due migliori ristoranti cinesi della città.

L’altro è a largo Santa Croce in Gerusalemme ed è notevole per alcune pietanze e ricette non proprio comuni nei ristoranti cinesi in Italia.

Ma dicevo di questo qui in centro.

Ha una particolarità: è l’unico ufficialmente riconosciuto dall’Ambasciata e insignito di una targa bene affissa all’esterno, grazie al fatto che tutti gli ingredienti sono qualitativamente controllati e non entrano in Italia attraverso i canali soliti di importazione, bensì direttamente per vie diplomatiche.

E’ l’unico ad essere sottoposto settimanalmente ad un controllo di igiene e qualità.

E’ l’unico in cui i prezzi sono più simili a un ristorante italiano che ad un cinese.

Viene da chiedersi degli ingredienti impiegati.

Non ci è dato sapere, ma vi assicuro che si mangia benissimo.

Galassia Gutenberg

marzo 28, 2006

Quest’anno odori e sapori mediterranei, e anche l’ambientazione è tutta nuova: Castel dell’Ovo.
Mmiez”o mare, odori salmastri e serate di pizzica e tammorra.
Ci vediamo laggiù.

Spiacenti, a quest’ora non serviamo caffè

marzo 24, 2006

Allora, questa cosa che ogni tanto chiude il blog.

La spiego una volta per tutte e non ne parliamo più. Che – giustamente – qualcuno mi dice e mi scrive: ma non basta non scrivere per un po’?

No, a me non basta.

Perché se ce l’ho lì la tentazione è forte, mi faccio arravogliare dal gorgo dei post e dei commenti. La primadonna che è in me non ammette mezze misure: o si fa lo show alla grande, o il controshow. Ossia l’oscuramento totale.

E questa è la prima cosa.

Poi c’è un’altra questione.

Come una sorta di processo digestivo di qualcosa che mi turba o mi disturba e da cui devo prendere le opportune distanze. Qualcosa che devo riassestare e rimettere in ordine. Può essere un sovraccumulo di tensione, può essere una vicenda personale che irromperebbe in maniera troppo violenta e invaderebbe tutti gli spazi del blog.

O la fine di una fase e l’inizio di un’altra. Un vuoto che non ammette parole.

Come se la chiusura rappresentasse una cesura netta tra il prima e dopo.

Come quando chiude un sipario tra due atti e nella scena seguente sono mutati alcuni dettagli – non si sa bene quali – e anche se sembra tutto identico in realtà pesa un’atmosfera differente.

Ecco, è così: si tratta di allestire una nuova scenografia interiore.

Magari, per chi legge, tutto questo non si vede, non si nota. Ma per me svolge una funzione simbolica molto forte.

Una minuscola metamorfosi in atto.

Perché questo blog respira con i miei stessi ritmi. Mi rappresenta totalmente, anche nei difetti: una certa arroganza, la mania di protagonismo, un pensiero di onnipotenza. Il gusto del melodramma.

E ad essere sincera anche nei pregi: la fantasia, la sensualità, il savoir-faire.

Oppure  potrebbe trattarsi del tentativo di prendere distanza da un legame.

Perché in alcuni momenti si creano dei legami troppo forti, anche se solo virtuali, e allora l’oscuramento serve ad altro, ad impedire che si crei l’ossessione, che si cada in dinamiche tanto perverse quanto fittizie.

Fittizie perché non reali, supportate solo da parole evocatrici.

Cose che non sono niente ma che coltivate su un terreno fertile possono dare l’impressione di essere qualcosa.

E io questo non lo voglio, non lo voglio per niente. Io credo e voglio credere solo alle cose che si toccano, che si nutrono di gesti e concretezza. Mi piace la poesia che si fa sasso e albero, che si perde nel lavaggio dei piatti e in un tramonto visto in autostrada. Cose piccole e pratiche. Essenziali.

Però poi torno, torno sempre.

Come faccio anche nella vita. Accantono apparentemente, quel tanto che basta per guardare da lontano e definire, catalogare. Ammortizzare e metabolizzare.

Poi torno.

Come quei piccoli dolori che non danno mai tregua.

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L’inizio della primavera mi fa sempre male, un po’ di più negli ultimi anni.

Come un’esplosione interna che viene frenata dalla superficie del corpo. Se fossi libera di uscire da me, mi espanderei per centinaia di metri all’intorno. Produrrei scintille, lapilli e fumi.

Questo formicolìo mi è invece doloroso.

Le schegge urtano contro il bordo interno del corpo. Alcune si conficcano, altre rimbalzano nuovamente verso il centro, dove si incontrano in combinazioni incendiarie.

C’è un eccesso di energia che non riesco a smaltire: devo muovermi, saltare, fare.

L’imperativo è fare.

F A R E.

(Forse dovrei propagare il fuoco all’esterno. Incendiare qualcun altro. Farmi torcia umana.)

Sfido, io

marzo 20, 2006

Una volta un amico mi ha chiesto: perché i bambini si dondolano sulle sedie, facendole vacillare su un solo piede, anche se sono già caduti e sanno che è facile farsi del male?

Io ci ho pensato per anni, è una cosa alla quale penso spesso.

E’ per la sfida, per l’adrenalina, ho risposto, per l’emozione di sentirsi invincibili e coraggiosi.

Ma fin dove può arrivare una sfida? Chi lancia la sfida ha sempre l’asso nella manica? E’ già sicuro di vincere? Se è così dov’è il piacere, da dove monta l’adrenalina?

O non ce l’ha e allora il meccanismo di sfida serve solo ad esercitare un tentativo di controllo sulla realtà, per sopprimere la paura e altre vulnerabilità e avere il controllo psicologico su un altro essere umano e sulle proprie emozioni?

O la sfida serve ad essere scoperti? E allora si seminano indizi che permettono di risalire all’origine delle cose, quasi una specie di tentativo maldestro di ottenere una punizione liberatoria.

Oppure dietro c’è solamente una specie di follia, che non tiene conto dei risultati e delle conseguenze?

Perché la gente provoca? Perché la gente alza la posta? E perché ce ne sono altri che accettano la sfida invece di lasciar perdere e cambiare strada?

Anche questa domanda è una sfida, lo so.

Perché l’ho raccolta?

Banalmente

marzo 19, 2006

Ti dico dell’amore e dei suoi gesti riassuntivi.

Poi ci dormo su, ci penso tutta la mattina e anche il pomeriggio.

E’ proprio così. Questa cosa mi macera dentro, è il punto dolente.

Verba non manent. No. Proprio per niente.

Ché di ogni frase la vera punteggiatura è nei gesti. Il suo ritmo è nel tatto.

So' Bammenella 'e coppa 'e quartieri

marzo 18, 2006

Io non sono una patita della canzone napoletana in senso ampio.

Però ce ne sono alcune che mi smuovono il sangue e i ricordi.

Passione, per esempio. Oppure Mmiez’o ‘ggrano, dalla voce di Lina Sastri.

O Dicitencello vuje (ne esiste una versione sublime di Massimo Ranieri e Noa) e Core ‘ngrato.

Tutte canzoni che ho imparato da mia nonna, che era donna del popolo, con una bellissima voce e silenzi pesanti.

E poi l’opera omnia di Viviani.

Che secondo me sta alla poesia come Murillo o Caravaggio stanno alla pittura: questo mondo dei marginali, degli eroi quotidiani. Dei piccoli e dei semplici.

Di Viviani ce ne sono due, in particolar modo. Due canzoni di donne.

Una si chiama Canzone sotto ‘o carcere, ed è la serenata che una donna va a fare al suo uomo recluso per omicidio. Musica passionale e parole che dispensano consigli pratici.

L’altra è Bammenella ‘e coppa ‘e quartieri, dove i quartieri sono quelli Spagnoli, ovviamente, e lei è una prostituta che pur di curare il suo uomo ammalato, violento ma bello, non esita a vendersi a medici e poliziotti.

Mia nonna viveva al quarto piano di un rispettabilissimo condominio, che da un lato affacciava su una bella strada e dall’altro su un reticolo di vicoli.

E lì abitava in un basso una donna giovanissima, che per me era una vecchia. Aveva venticinque anni e sei figli, un marito che entrava e usciva da Poggioreale, bellissimo. Arrivava con un macchinone e un cappotto dal collo di pelliccia. L’aria nel vicolo si fermava, i bambini entravano in macchina e gli smontavano tutto, gli saltavano addosso. Poi le porte del basso si chiudevano e quando si riaprivano lei era di nuovo incinta.

Mia nonna le portava calze e biancheria per i bambini e io la seguivo. La donna ringraziava e piangeva. E mi faceva una carezza sui capelli, con timore e reverenza.

Poi un giorno lui cominciò a portare in casa altre donne, ne ricordo una vistosa, con pelliccia e capelli biondi.

Fino a che lei perse la pazienza, la prese per i capelli e la trascinò per tutto il vicolo.

Lui la picchiò, davanti a tutti, per punirla dell’affronto.

Nessuno che muovesse un dito.

Perché l’ommo è ommo.

E ‘a femmena adda fa’ ‘a femmena. Adda suppurta’.

Ieri sera ho visto un bellissimo spettacolo su Viviani, credo in assoluto il più bello nel suo genere.

Un’ora soltanto, ma di un’intensità totale. E parole così antiche che avevo dimenticato che esistessero. Che nessuno usa più.

E per chi non la conoscesse, Maria Pia De Vito. E’ una delle migliori interpreti attuali. Un approccio molto alternativo e soffuso. Passione e dialetto, sì, ma anche jazz e lirica.

(il brano è tagliato, per esigenze di spazio)

Chi minaccia l'agente Flounder?

marzo 17, 2006

Mi sono arrivate tre mail, una al giorno, nella casella di posta che utilizzo solo per il blog.

Da un mittente che mi risulta del tutto sconosciuto, e si firma con due iniziali.

Tutte e tre contengono un messaggio breve e conciso e portano in allegato un pezzo di disegno. Non so se alla fine, nell’intento del mittente, c’è l’idea di un gioco, tipo un puzzle.

Passi per la prima, che incuriosiva ma era neutra.

Passi per la seconda, che aveva una vena lievemente masochista.

Ma la terza invece è minacciosa. Dice testualmente così:

Quando poi ne avrò voglia, io ti taglierò mani e piedi, e poi impreciso e distratto sarò con le tue estremità. Ora ancora un sorriso per me, forza. E’ un ordine.

Prima che mi faccia prendere dalla paranoia e allerti la polizia postale, ditemi se per caso pure a voi.

Dimmi che fianchi hai e ti dirò chi sei

marzo 16, 2006

Ci sono due cose che si possono fare al mattino, con andatura a passo d’uomo in autostrada.

Una è pensare, ma non riesce sempre bene. Non tutti i giorni.

L’altra è ascoltare la radio.

Che per me è Radio Capital e questa settimana l’ospite dell’intervista quotidiana è Anna Mazzamauro.

L’intervistatrice parla con lei riferendosi alla sua “bellezza atipica”, al modo in cui abbia influito sulla sua carriera e in generale sulla vita.

Ecco: niente più bruttezza. Voilà.

Le donne brutte si (ri)definiscono bellezze atipiche o – forse – diversamente belle. Che non è poi del tutto sbagliato, se si vuol considerare la cosa da una prospettiva più ampia.

Poi ieri sera a casa di mia madre guardavo delle vecchie foto di quando avevo venti, ventidue anni, massimo ventiquattro.

Che bella, mi son detta da sola. Senza compiacimento, come constatazione di fatto.

Ma mentre ero così bella non me ne accorgevo mica, anzi.

Per molti anni ho sofferto di un disturbo un po’ bizzarro, mi pare si chiami dispercezione corporea.

Che vuol dire due cose: da un lato non sentirsi e non vedersi determinate parti del corpo, dall’altro isolare talune parti, spesso caricandole di valori negativi e vedere solo quelle.

Io per esempio ero convinta di avere due coscioni e una pancia esagerata. E anche un brutto naso, ma era comunque meno grave di ciò che vedevo dalla vita in giù.

A differenza degli anoressici io ho sempre mangiato e bevuto senza limiti, non era lì il problema, non nel cibo.

Ma c’era comunque una battaglia ingaggiata per il controllo del territorio.

Non contro il peso, ma contro alcune parti del corpo che si coalizzavano contro di me e offuscavano il resto.

Che dovevano essere combattute, se necessario torturate e passate per le armi senza possibilità di appello.

Ci ho impiegato anni per recuperare un senso coerente del corpo e riuscire a vedere tutte le sue parti nella giusta dimensione. Guardo le foto di quindici anni fa e oggi vedo una ragazza snella, con un bel viso. Mi guardo allo specchio e oggi vedo una signora snella, con un bel viso anche se un po’ invecchiato.

Il peso è più o meno lo stesso, ma oggi è meglio distribuito. Non in senso estetico, quanto interiore.

Ho cominciato eliminando gli specchi. Erano loro a condizionarmi, quelli a figura intera. Peggio ancora quelli fissati nelle due ante dell’armadio, che ti specchi davanti e dietro.

Dal 1992 non ho specchi a figura intera in casa mia, solo quello del bagno. Questa cosa mi ha liberato.

Perché non solo la bellezza è negli occhi di chi guarda, ma anche la bruttezza. Soprattutto se l’oggetto dello sguardo è un se stesso poco amato.

Andavo da una fisioterapista, per via di dolori alla cervicale e ai lombi, che mi costringeva a fare esercizi snervantissimi di focalizzazione e visualizzazione delle parti del corpo. Aveva le pareti tappezzate di carta bianca, mi faceva appoggiare con la schiena e disegnava la mia sagoma per studiarne insieme le proporzioni, con distacco e obiettività, come fosse altro da me.

Oppure mi faceva chiudere gli occhi e descrivere con le mani la larghezza delle spalle o dei fianchi. Poi li riaprivo e dovevo verificare se l’ampiezza percepita corrispondeva a quella effettiva.

E così via.

Poi c’è un’altra cosa che mi ha stupito molto, l’ho verificato parlando con altre persone che hanno sofferto di questo disagio: la riappropriazione del corpo come intero e non somma delle sue parti non solo comporta una ricostituzione della personalità in senso complessivo, ma modifica completamente lo stile di vita.

Un corpo spezzettato è apparentemente più facile da usare, nel bene e nel male, o almeno così sembra, alla superficie delle cose. Avviene una sorta di “cosificazione” delle sue componenti. Si prova meno dolore fisico, ad esempio. O è più facile una certa promiscuità priva di sentimento, per il fatto di non sentirsi globalmente coinvolti, ma solo in parte. Quella famosa parte che non collabora, ma è contro di noi. Che non ci appartiene veramente.

O ancora si rischia di sentirsi poco responsabili di taluni comportamenti perché non li si riconosce come propri, ma solo come conseguenze degli stimoli e dell’azione di alcune parti del corpo che si è deciso di non poter controllare.

Così io sento che, nonostante le apparenze,  Anna Mazzamauro ha ragione: non esistono donne veramente brutte.

Esistono donne spezzettate, che per qualche ragione hanno paura di ritrovarsi intere.

Perché essere interi è una cosa che fa un po’ paura. Come nascere e morire.