Archive for marzo 2006

Carassius auratus

marzo 31, 2006

pescirossiDi suo padre ricordava l’assenza, anche nei rari momenti di presenza. Quell’essere altrove con la testa e il cuore. Di sua madre il pianto secco che sfumava in ostinata rassegnazione.

Tuo padre ha l’indole silenziosa e la coscienza muta, diceva contraendo la mascella.

Il bambino guardava i pesci che boccheggiavano senza inutile vaniloquio. Privi di rabbia.

In quelle domeniche piemontesi quando pescavano le trote, in grandi vasche dal fondo sudicio.

Gli altri bambini sembravano divertirsi. Lui pativa invece il momento in cui, conficcato l’amo sotto il palato, bisognava afferrare quel corpo viscido che cercava di divincolarsi. Quelle fauci che potendo avrebbero gridato allo strazio.

Invece nessun suono. L’indole silenziosa e la coscienza muta.

Credeva fosse questo: l’assenza di lamento, la mancanza di protesta.

Anche ora che era diventato un uomo e del padre portava il ricordo e la condanna dell’assenza. Della madre invece la trasfigurazione in moglie e il pianto secco e la rabbia feroce.

Il bambino, il suo bambino, avrebbe voluto un fratello o un cane. Gli avevano invece comprato due pesci rossi, in una boule di plastica con un ciuffo di erbette, due conchiglie scheggiate, un sasso di origine lavica  e ghiaietta sul fondo.

Anche adesso l’uomo si incantava a guardarli, a spiarne il movimento. Insieme avevano leggiucchiato un manuale, per imparare che la specie Piagnone ha difficoltà a vedere e prendere il cibo, che tutti – posti in isolamento –  perdono il colore e il riflesso dorato delle squame, che vedono ombre indistinte.

E un giorno, finalmente, l’uomo aveva spiccato il salto, tuffandosi nella boule.

Lontano dalle scelte, dal peso dell’aria rabbiosa. Lo aveva saputo da sempre di essere un pesce.

Non di oceano né di fiume.

Un pesce da piccolo acquario, senza necessità di turbamento. Un’esistenza da condurre in circolo o in andirivieni, ovattata. La soddisfazione di portarsi avanti e indietro il lungo filamento di escrementi senza vergogna. Mostrare finalmente anche la propria merda, senza riprovazione.

Il figlio si era abituato dopo poco.

Del resto i bambini si abituano a tutto. Passava e richiamava la sua attenzione, tamburellando con le dita sottili sul bordo della vaschetta.

A volte quel rumore lo faceva impazzire.

Fermati, fermati, gli avrebbe gridato. Ma dalla bocca solo bolle.

Anche sua moglie, vista da lì appariva ormai come una bocca insonorizzata. Distingueva il labiale, di ingiurie note e recriminazione.

Nella sua nuova condizione restava solo un bisogno insoddisfatto: le palpebre. Rimpiangeva ancora certe oscurità rassicuranti, la possibilità di isolarsi definitivamente.

Il resto andava bene.

Ormai era un pesce rosso. Nessun tormento.

L’indole silenziosa e la coscienza muta.

Annunci

Heart-climbing

marzo 30, 2006

Ci si muove così sulle alture del cuore.

Tra asperità e pianure. Raffiche di vento e lividure.

Raggiungiamo la vetta e piantiamo un picchetto.

E poi una corsa a ritornare giù: se arrivi ultimo forse non mi ami più.

Dalla prima lettera di Flounder ai Tessalonicesi

marzo 29, 2006

Bloggheressa di buone maniere, termoautonoma, distinta, cerca chaperon o dama di compagnia di pari requisiti ed estrazione socio-blogghistica per la condivisione di amene attività lavorative su territorio nazionale ed estero nei giorni dall’8 al 13 aprile.

Si offrono vitto, alloggio e trasporti in loco, oltre a gita turistica guidata in noto sito archeologico vesuviano.

Eventuali bonus saranno corrisposti in tzatziki e moussaka,  o, a scelta, in almeno due tramonti sul golfo Thermaico e uno vista Capri. Si prevede, infine, la possibilità di riferire dell’evento su apposito post.

Sono esclusi i trasporti da e per il luogo di provenienza o altri compensi non espressamente pattuiti.

Astenersi perditempo, anoressiche, malintenzionati, colesterolici e astemie.

La selezione consisterà in breve colloquio motivazionale, piccola prova pratica di sirtaki ed esame approfondito delle formule di saluto nelle principali lingue straniere, di cui almeno due extracomunitarie.

Possibilità di candidarsi alla partecipazione complessiva o ad uno solo dei due lotti.

Costituiranno criterio preferenziale l’abbigliamento formale e la capacità di sostenere una conversazione (anche se solo apparentemente) intelligente.

Contropropaganda alimentare

marzo 28, 2006

Nel centro di Roma, in via dell’Anima Umiltà, proprio accanto alla sede di Forza Italia, c’è (?) uno dei due migliori ristoranti cinesi della città.

L’altro è a largo Santa Croce in Gerusalemme ed è notevole per alcune pietanze e ricette non proprio comuni nei ristoranti cinesi in Italia.

Ma dicevo di questo qui in centro.

Ha una particolarità: è l’unico ufficialmente riconosciuto dall’Ambasciata e insignito di una targa bene affissa all’esterno, grazie al fatto che tutti gli ingredienti sono qualitativamente controllati e non entrano in Italia attraverso i canali soliti di importazione, bensì direttamente per vie diplomatiche.

E’ l’unico ad essere sottoposto settimanalmente ad un controllo di igiene e qualità.

E’ l’unico in cui i prezzi sono più simili a un ristorante italiano che ad un cinese.

Viene da chiedersi degli ingredienti impiegati.

Non ci è dato sapere, ma vi assicuro che si mangia benissimo.

Galassia Gutenberg

marzo 28, 2006

Quest’anno odori e sapori mediterranei, e anche l’ambientazione è tutta nuova: Castel dell’Ovo.
Mmiez”o mare, odori salmastri e serate di pizzica e tammorra.
Ci vediamo laggiù.

Spiacenti, a quest’ora non serviamo caffè

marzo 24, 2006

Allora, questa cosa che ogni tanto chiude il blog.

La spiego una volta per tutte e non ne parliamo più. Che – giustamente – qualcuno mi dice e mi scrive: ma non basta non scrivere per un po’?

No, a me non basta.

Perché se ce l’ho lì la tentazione è forte, mi faccio arravogliare dal gorgo dei post e dei commenti. La primadonna che è in me non ammette mezze misure: o si fa lo show alla grande, o il controshow. Ossia l’oscuramento totale.

E questa è la prima cosa.

Poi c’è un’altra questione.

Come una sorta di processo digestivo di qualcosa che mi turba o mi disturba e da cui devo prendere le opportune distanze. Qualcosa che devo riassestare e rimettere in ordine. Può essere un sovraccumulo di tensione, può essere una vicenda personale che irromperebbe in maniera troppo violenta e invaderebbe tutti gli spazi del blog.

O la fine di una fase e l’inizio di un’altra. Un vuoto che non ammette parole.

Come se la chiusura rappresentasse una cesura netta tra il prima e dopo.

Come quando chiude un sipario tra due atti e nella scena seguente sono mutati alcuni dettagli – non si sa bene quali – e anche se sembra tutto identico in realtà pesa un’atmosfera differente.

Ecco, è così: si tratta di allestire una nuova scenografia interiore.

Magari, per chi legge, tutto questo non si vede, non si nota. Ma per me svolge una funzione simbolica molto forte.

Una minuscola metamorfosi in atto.

Perché questo blog respira con i miei stessi ritmi. Mi rappresenta totalmente, anche nei difetti: una certa arroganza, la mania di protagonismo, un pensiero di onnipotenza. Il gusto del melodramma.

E ad essere sincera anche nei pregi: la fantasia, la sensualità, il savoir-faire.

Oppure  potrebbe trattarsi del tentativo di prendere distanza da un legame.

Perché in alcuni momenti si creano dei legami troppo forti, anche se solo virtuali, e allora l’oscuramento serve ad altro, ad impedire che si crei l’ossessione, che si cada in dinamiche tanto perverse quanto fittizie.

Fittizie perché non reali, supportate solo da parole evocatrici.

Cose che non sono niente ma che coltivate su un terreno fertile possono dare l’impressione di essere qualcosa.

E io questo non lo voglio, non lo voglio per niente. Io credo e voglio credere solo alle cose che si toccano, che si nutrono di gesti e concretezza. Mi piace la poesia che si fa sasso e albero, che si perde nel lavaggio dei piatti e in un tramonto visto in autostrada. Cose piccole e pratiche. Essenziali.

Però poi torno, torno sempre.

Come faccio anche nella vita. Accantono apparentemente, quel tanto che basta per guardare da lontano e definire, catalogare. Ammortizzare e metabolizzare.

Poi torno.

Come quei piccoli dolori che non danno mai tregua.

________________________________________

L’inizio della primavera mi fa sempre male, un po’ di più negli ultimi anni.

Come un’esplosione interna che viene frenata dalla superficie del corpo. Se fossi libera di uscire da me, mi espanderei per centinaia di metri all’intorno. Produrrei scintille, lapilli e fumi.

Questo formicolìo mi è invece doloroso.

Le schegge urtano contro il bordo interno del corpo. Alcune si conficcano, altre rimbalzano nuovamente verso il centro, dove si incontrano in combinazioni incendiarie.

C’è un eccesso di energia che non riesco a smaltire: devo muovermi, saltare, fare.

L’imperativo è fare.

F A R E.

(Forse dovrei propagare il fuoco all’esterno. Incendiare qualcun altro. Farmi torcia umana.)

Sfido, io

marzo 20, 2006

Una volta un amico mi ha chiesto: perché i bambini si dondolano sulle sedie, facendole vacillare su un solo piede, anche se sono già caduti e sanno che è facile farsi del male?

Io ci ho pensato per anni, è una cosa alla quale penso spesso.

E’ per la sfida, per l’adrenalina, ho risposto, per l’emozione di sentirsi invincibili e coraggiosi.

Ma fin dove può arrivare una sfida? Chi lancia la sfida ha sempre l’asso nella manica? E’ già sicuro di vincere? Se è così dov’è il piacere, da dove monta l’adrenalina?

O non ce l’ha e allora il meccanismo di sfida serve solo ad esercitare un tentativo di controllo sulla realtà, per sopprimere la paura e altre vulnerabilità e avere il controllo psicologico su un altro essere umano e sulle proprie emozioni?

O la sfida serve ad essere scoperti? E allora si seminano indizi che permettono di risalire all’origine delle cose, quasi una specie di tentativo maldestro di ottenere una punizione liberatoria.

Oppure dietro c’è solamente una specie di follia, che non tiene conto dei risultati e delle conseguenze?

Perché la gente provoca? Perché la gente alza la posta? E perché ce ne sono altri che accettano la sfida invece di lasciar perdere e cambiare strada?

Anche questa domanda è una sfida, lo so.

Perché l’ho raccolta?

Banalmente

marzo 19, 2006

Ti dico dell’amore e dei suoi gesti riassuntivi.

Poi ci dormo su, ci penso tutta la mattina e anche il pomeriggio.

E’ proprio così. Questa cosa mi macera dentro, è il punto dolente.

Verba non manent. No. Proprio per niente.

Ché di ogni frase la vera punteggiatura è nei gesti. Il suo ritmo è nel tatto.

So' Bammenella 'e coppa 'e quartieri

marzo 18, 2006

Io non sono una patita della canzone napoletana in senso ampio.

Però ce ne sono alcune che mi smuovono il sangue e i ricordi.

Passione, per esempio. Oppure Mmiez’o ‘ggrano, dalla voce di Lina Sastri.

O Dicitencello vuje (ne esiste una versione sublime di Massimo Ranieri e Noa) e Core ‘ngrato.

Tutte canzoni che ho imparato da mia nonna, che era donna del popolo, con una bellissima voce e silenzi pesanti.

E poi l’opera omnia di Viviani.

Che secondo me sta alla poesia come Murillo o Caravaggio stanno alla pittura: questo mondo dei marginali, degli eroi quotidiani. Dei piccoli e dei semplici.

Di Viviani ce ne sono due, in particolar modo. Due canzoni di donne.

Una si chiama Canzone sotto ‘o carcere, ed è la serenata che una donna va a fare al suo uomo recluso per omicidio. Musica passionale e parole che dispensano consigli pratici.

L’altra è Bammenella ‘e coppa ‘e quartieri, dove i quartieri sono quelli Spagnoli, ovviamente, e lei è una prostituta che pur di curare il suo uomo ammalato, violento ma bello, non esita a vendersi a medici e poliziotti.

Mia nonna viveva al quarto piano di un rispettabilissimo condominio, che da un lato affacciava su una bella strada e dall’altro su un reticolo di vicoli.

E lì abitava in un basso una donna giovanissima, che per me era una vecchia. Aveva venticinque anni e sei figli, un marito che entrava e usciva da Poggioreale, bellissimo. Arrivava con un macchinone e un cappotto dal collo di pelliccia. L’aria nel vicolo si fermava, i bambini entravano in macchina e gli smontavano tutto, gli saltavano addosso. Poi le porte del basso si chiudevano e quando si riaprivano lei era di nuovo incinta.

Mia nonna le portava calze e biancheria per i bambini e io la seguivo. La donna ringraziava e piangeva. E mi faceva una carezza sui capelli, con timore e reverenza.

Poi un giorno lui cominciò a portare in casa altre donne, ne ricordo una vistosa, con pelliccia e capelli biondi.

Fino a che lei perse la pazienza, la prese per i capelli e la trascinò per tutto il vicolo.

Lui la picchiò, davanti a tutti, per punirla dell’affronto.

Nessuno che muovesse un dito.

Perché l’ommo è ommo.

E ‘a femmena adda fa’ ‘a femmena. Adda suppurta’.

Ieri sera ho visto un bellissimo spettacolo su Viviani, credo in assoluto il più bello nel suo genere.

Un’ora soltanto, ma di un’intensità totale. E parole così antiche che avevo dimenticato che esistessero. Che nessuno usa più.

E per chi non la conoscesse, Maria Pia De Vito. E’ una delle migliori interpreti attuali. Un approccio molto alternativo e soffuso. Passione e dialetto, sì, ma anche jazz e lirica.

(il brano è tagliato, per esigenze di spazio)

Chi minaccia l'agente Flounder?

marzo 17, 2006

Mi sono arrivate tre mail, una al giorno, nella casella di posta che utilizzo solo per il blog.

Da un mittente che mi risulta del tutto sconosciuto, e si firma con due iniziali.

Tutte e tre contengono un messaggio breve e conciso e portano in allegato un pezzo di disegno. Non so se alla fine, nell’intento del mittente, c’è l’idea di un gioco, tipo un puzzle.

Passi per la prima, che incuriosiva ma era neutra.

Passi per la seconda, che aveva una vena lievemente masochista.

Ma la terza invece è minacciosa. Dice testualmente così:

Quando poi ne avrò voglia, io ti taglierò mani e piedi, e poi impreciso e distratto sarò con le tue estremità. Ora ancora un sorriso per me, forza. E’ un ordine.

Prima che mi faccia prendere dalla paranoia e allerti la polizia postale, ditemi se per caso pure a voi.