Spiacenti, a quest’ora non serviamo caffè

Allora, questa cosa che ogni tanto chiude il blog.

La spiego una volta per tutte e non ne parliamo più. Che – giustamente – qualcuno mi dice e mi scrive: ma non basta non scrivere per un po’?

No, a me non basta.

Perché se ce l’ho lì la tentazione è forte, mi faccio arravogliare dal gorgo dei post e dei commenti. La primadonna che è in me non ammette mezze misure: o si fa lo show alla grande, o il controshow. Ossia l’oscuramento totale.

E questa è la prima cosa.

Poi c’è un’altra questione.

Come una sorta di processo digestivo di qualcosa che mi turba o mi disturba e da cui devo prendere le opportune distanze. Qualcosa che devo riassestare e rimettere in ordine. Può essere un sovraccumulo di tensione, può essere una vicenda personale che irromperebbe in maniera troppo violenta e invaderebbe tutti gli spazi del blog.

O la fine di una fase e l’inizio di un’altra. Un vuoto che non ammette parole.

Come se la chiusura rappresentasse una cesura netta tra il prima e dopo.

Come quando chiude un sipario tra due atti e nella scena seguente sono mutati alcuni dettagli – non si sa bene quali – e anche se sembra tutto identico in realtà pesa un’atmosfera differente.

Ecco, è così: si tratta di allestire una nuova scenografia interiore.

Magari, per chi legge, tutto questo non si vede, non si nota. Ma per me svolge una funzione simbolica molto forte.

Una minuscola metamorfosi in atto.

Perché questo blog respira con i miei stessi ritmi. Mi rappresenta totalmente, anche nei difetti: una certa arroganza, la mania di protagonismo, un pensiero di onnipotenza. Il gusto del melodramma.

E ad essere sincera anche nei pregi: la fantasia, la sensualità, il savoir-faire.

Oppure  potrebbe trattarsi del tentativo di prendere distanza da un legame.

Perché in alcuni momenti si creano dei legami troppo forti, anche se solo virtuali, e allora l’oscuramento serve ad altro, ad impedire che si crei l’ossessione, che si cada in dinamiche tanto perverse quanto fittizie.

Fittizie perché non reali, supportate solo da parole evocatrici.

Cose che non sono niente ma che coltivate su un terreno fertile possono dare l’impressione di essere qualcosa.

E io questo non lo voglio, non lo voglio per niente. Io credo e voglio credere solo alle cose che si toccano, che si nutrono di gesti e concretezza. Mi piace la poesia che si fa sasso e albero, che si perde nel lavaggio dei piatti e in un tramonto visto in autostrada. Cose piccole e pratiche. Essenziali.

Però poi torno, torno sempre.

Come faccio anche nella vita. Accantono apparentemente, quel tanto che basta per guardare da lontano e definire, catalogare. Ammortizzare e metabolizzare.

Poi torno.

Come quei piccoli dolori che non danno mai tregua.

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L’inizio della primavera mi fa sempre male, un po’ di più negli ultimi anni.

Come un’esplosione interna che viene frenata dalla superficie del corpo. Se fossi libera di uscire da me, mi espanderei per centinaia di metri all’intorno. Produrrei scintille, lapilli e fumi.

Questo formicolìo mi è invece doloroso.

Le schegge urtano contro il bordo interno del corpo. Alcune si conficcano, altre rimbalzano nuovamente verso il centro, dove si incontrano in combinazioni incendiarie.

C’è un eccesso di energia che non riesco a smaltire: devo muovermi, saltare, fare.

L’imperativo è fare.

F A R E.

(Forse dovrei propagare il fuoco all’esterno. Incendiare qualcun altro. Farmi torcia umana.)

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