Archive for aprile 2006

La Femme Noyée

aprile 30, 2006

E’ così.

E’ della mia vita che mi sono stufata, mica delle vostre.

Le vostre mi interessano, le guardo dall’esterno con la curiosità di chi studia un insetto o di chi assaggia un piatto per indovinarne gli ingredienti. Con quella soddisfazione del palato esperto che riconosce anche i sapori meno comuni o la sfida della spezia difficile.

Io oggi mi sono annoiata di me, andando a ritroso e riconoscendomi.

Tocca cambiare i fondali e le quinte. Rinnovare il copione, migliorare il controscena.

Irrompere con forza e distruggere la quarta parete.

Ancora una scena così e mi costringerò al rimborso del biglietto.

Mi licenzio, liquido i comprimari e fuggo in Sudamerica.

Sudamericà, Sudamericà.

Magari con buon gruppo elettrogeno

aprile 28, 2006

Volevo parlare d’amore, oggi. Scrivere una serie di riflessioni, di piccoli morsi dovunque.

Ma il server era fuori uso e mi è sembrata una bella metafora: come si fa a scrivere d’amore con un server che non collabora, ditemi, eh?

C’è sempre da qualche parte e in qualche modo un server in panne.

Una cosa che si aggiusta e una che se ne rompe, una fatta così e una colì. Ogni cosa e il suo contrario.

Sono abbastanza stanca, lo confesso.

Come se ogni pensiero e ogni azione si interrompessero per via di un server insubordinato, che all’improvviso decide autonomamente di rimettersi a funzionare.

Io per esempio al pc ho il salvataggio automatico dei documenti ogni tre minuti. L’ho impostato così perché mi perdevo sempre le cose e ogni volta mi toccava ricominciare daccapo.

Ma mica posso mettere un salvataggio automatico anche alla mia vita, non lo so se si può fare.

E’ solo che in certi giorni vorrei dire: occhei, sono qui, è un punto certo, incancellabile. Da qui in avanti possiamo solo progredire, migliorare.

Invece devo fare i conti con i server in panne.

Stato dell'arte

aprile 27, 2006

Per spiegare come mi sento oggi non ho parole adeguate e sufficienti nel mio vocabolario.

E questo la dice lunga.

Come se avessi una serie di nodi che mi attorcigliano tutti gli organi vitali, in sequenza.

Come se fossi stata aperta, rovistata e lasciata tutta in disordine.

(chi mi conosce bene sa che basta anche lontanamente evocare il concetto di disordine per provocare effetti devastanti)

Come se mi fosse transitata addosso un’intera fila di cingolati.

E infine come se tutto questo – oltre a scombussolarmi totalmente – mi procurasse anche una sorta di piacere indescrivibile.

Alla semplice domanda: ma come ti senti?, credo che tuttavia non saprei rispondere.

Post-liberazione

aprile 25, 2006

Il punto è che io – come altri – sono nata in un’epoca post.

Post nel senso di dopo.

Post-rivoluzionaria, post-femminista, post-un-sacco-di-cose. Mi manca il senso di una serie di battaglie che altri e altre hanno condotto al posto mio. Mi mancano certi dibattiti che hanno lacerato il mondo e il pensiero.

Per dirne una, ad esempio, la storia degli orgasmi.

Questo mondo femminile che si divideva in clitoridee contro vaginali. Questi Master e Johnson che dettavano legge e facevano tremare il mondo. Questa Erica Jong che sembrava saperne una più del diavolo.

Quando sono nata io c’era già la terza via: gli orgasmi utero-annessiali. Il post-orgasmo, per intenderci.

No, non è come sembra, non voglio discettare di questioni femminili. Era per dire che spesso, troppo spesso, si divide un problema in due sottoproblemi speculari, di segno contrario e magari la soluzione è altrove, in qualcosa di inesplorato e sconosciuto. In una sorta di sintesi che trascende.

In realtà nel giorno della Liberazione – in senso lato – mi premeva sostenere un concetto: nessun uomo può liberare una donna dal suo clitoride se lei non vuole.

Mi si perdoni tanta brutalità e franchezza, ma è che le cose stanno proprio così.

(la dea scalza, una delle mie canzoni preferite in assoluto)

100 di questi giorni

aprile 20, 2006

Questo è per dire che qui lunedì sera si organizza una festa di compleanno.

Si festeggia l’ultimo 3. E poi 39 equivale a 13 + 13 + 13 e poi 3 più 9 fa 12 e 1 più 2 fa tre.

E in 39, il nove equivale a un 3 alla terza.

(così mi hanno spiegato che stanno le cose, pur ignorandone le inevitabili implicazioni).

Insomma, sono contenta per chi ci sarà e dispiaciuta per chi non ci sarà.

Se qualcuno si presenta all’ultimo momento, ben venga. Citofonare Flounder.

D’obbligo una bottiglia di rosso, sennò non è detto che vi si apra.

Inutile suonare prima, a partire da domani non ci sono, non vi posso rispondere ho le mani sporche, ho da fare, sono impegnata, ho un meeting con gli alieni, vado a nuotare, mi aspetta il parrucchiere per fare le mèches, c’è l’idraulico,  devo fare la spesa, mi devo esercitare nel tiro al piattello, sono fuori città, ho le scritture di strada che incombono, devo andare a cena con Robert Redford, ho la riunione condominiale…uff, ma insomma!

Sono o non sono l’agente Flounder?

E allora basta, ho da svolgere una missione segreta.

Mica vi si deve dire sempre tutto, in questo blog!

[(a + b) = io che non so dimenticare]

aprile 19, 2006

Filomena della Ventura si innamorò di un solo uomo in tutta la sua vita.

Me lo raccontò in un luttuoso pomeriggio estivo, quando dopo anni ci incontrammo di nuovo e le cose tra noi erano talmente cambiate che sapevo di volerle bene, ormai.

Come quelle persone che si innamorano di una mente e non di un corpo, serbò questo sentimento intatto per cinquant’anni.

E come quelle persone che abitano un corpo orribile alla vista, pur possedendo un animo sensibile e una meravigliosa intelligenza, non le fu difficile mantenersi fedele alla sua idea e ai suoi sentimenti.

Aveva un nome, lui, che quando sentii pronunciare per la prima volta, a quattordici anni, non voleva dire per me assolutamente nulla. Un nome che avrei imparato e riconosciuto anni dopo, in una sala cinematografica: Renato Caccioppoli. Era stato il suo maestro, e poi lei ne era diventata l’assistente, quando il matrimonio tra donne e matematica era ancora assai raro.

Alla fine del quarto ginnasio mi rimandò e a settembre mi avrebbe bocciato, se non fosse intervenuto il corpo docente compatto, a dire che no, non si boccia una con la media dell’otto, no.

Insegnava in un modo assolutamente incomprensibile per noi che venivamo dalla media, abituati a farci dettare alla lavagna cose semplici: apri parentesi graffa, quadra e tonda, a+b chiudi parentesi tonda, c-d, chiudi parentesi quadra, e così via.

Lei no.

La sequenza di parentesi, potenze e binomi era dettata da impercettibili pause nel ritmo della frase. Le parentesi non erano nominate, dovevi intuirle dalla velocità con cui designava i termini da porre all’interno.

Pochi secondi e ti rimandava a posto, con uno sdegno inspiegabile. Era qualcosa che andava oltre la semplice vergogna, un senso di essere totalmente sbagliato e non aver diritto a meritare nulla.

Aveva la voce roca, fumava due pacchetti al giorno, un grembiule nero e una collana di perle. Era piccolissima e magra da far paura e ci faceva tremare.

Ci dava del lei, a quattordici anni. Usava costruzioni sintattiche derivate direttamente dal latino: cercate capire bene questo passaggio, omettendo tutte le di, in tutte le frasi.

Una volta che qualcuno ebbe il coraggio di chiedere il perché, rispose semplicemente: fa parte del superfluo, come questa tua domanda.

Fummo quasi tutti rimandati, per colpa di queste maledette parentesi che non riuscivamo mai ad aprire e chiudere correttamente. Qualcuno per via di alcuni teoremi di geometria, quelli in cui si facevano le somme degli angoli dei triangoli.

Con tutti scuoteva la testa e asseriva: mi spiace, mi spiace molto, ma lei non capisce, non è in grado di stare al mondo. Ciò che le sembra di scarsa e secondaria importanza, come il posto di una parentesi, è il modo esatto in cui trascinerà la sua vita se non riusciamo a correggerla.

Dopo i primi mesi non ridevamo più. Queste parentesi stavano davvero trasformando la nostra esistenza, erano un incubo, dall’apertura e la corretta chiusura dipendeva la nostra salvezza.

Al quinto ginnasio, l’anno seguente,  successero molte cose nella mia vita.

Tutte insieme e tutte negative, al punto che lasciai la scuola, decisa a perdere l’anno e a non farci mai più ritorno. Convocarono un consiglio di Istituto per stabilire che mi avrebbero promosso in ogni caso, sulla fiducia, a patto che continuassi a frequentare, anche facendo scena muta. Ma il mio orgoglio non lo consentiva.

Allora venne lei a parlarmi, con un tono di voce che non le conoscevo.

Parlò di parentesi, anche quella volta. Che se avessi imparato ad usarle, invece di immaginare di buttare tutto all’aria come stavo facendo, ci avrei inscritto dentro tutto il male, invece di sparpagliarlo in giro lasciandogli invadere il resto.

Si offrì di darmi lezioni private al pomeriggio, promettendomi che mi avrebbe rimandato e bocciato, se lo avesse ritenuto opportuno, pur di non mortificare il mio orgoglio. E finalmente mi insegnò a usare le parentesi.

A ventidue anni, quando andai a trovarla per una visita di condoglianze, parlammo ancora di parentesi, sedute su un divanetto vicino a una finestra. Aveva settantaquattro anni ma fisicamente ne dimostrava duecento, ad eccezione della poderosa lucidità mentale e del ricordo di Renato, che nominava come se fosse stato lì, chiuso dentro una parentesi che le graffava il cuore.

Osmosi

aprile 18, 2006

Pensavo spesso – quando ero incinta – a come gli uomini ci trasformino. A livello biologico, intendo dire.

All’embrione nato dall’unione di due cellule che resta in continua comunicazione col nostro corpo di femmine: sangue, cellule, umori. Uno scambio perenne.

Come alla fine lui, l’altro, l’uomo, entri a far parte del nostro corpo e ne resti catturato.

Pensavo come non avvenga invece il contrario, come le nostre femminee cellule non entrino mai così in profondità nel circolo dell’uomo. Come egli resti dunque sempre avulso, separato. Distinto.

(poi magari scopro che mi sono fatta un film su come vanno queste cose della biologia, e allora forse mi rassereno)

aprile 17, 2006

Giornate intime, di cibo e sonno. Trascinate con mollezza e languore da una stanza all’altra, tra il piumone rosso carminio e la penombra sul divano, tra un prato e una panchina lungo la pista ciclabile.

Senza nemmeno abbellirsi, senza infiocchettarsi. Una tuta e via, piccoli respiri all’aria aperta.

Qualche dilemma sottocutaneo, che formicola e fa sorridere la pelle.

Tanta morbidezza, tutta morbidezza.

A volte la pigrizia è la migliore cura di sé.

Una piccola felicità discreta. Solitaria.

Come un dito che scorre lungo la schiena e provoca un brivido di cui nessun altro – oltre te –  si accorge.

Dimmi tu: dove si annida il Bello?

aprile 16, 2006

Non so davvero se si amino gli scrittori più per i contenuti o per gli stili. Sicuramente non per le trame, almeno per quanto mi riguarda.

So però che quando un po’ più di un anno fa ho cominciato a interessarmi ad Amélie Nothomb è come se mi fossi specchiata, ritrovata in qualcosa che mi appartiene e mi descrive.

Un’identica visione del mondo e un identico male che ci consuma perché incurabile: la ricerca ossessiva della grazia, in tutte le cose.

C’è qualcosa in lei che mi ricorda un’altra scrittrice che ho molto amato.

La Yoshimoto di Lucertola o Sonno profondo.

In parte è il Giappone che le riempie e le anima, un Giappone che le permea sottilmente e incessantemente, in tante piccole cose che mi è difficile spiegare ma che pure riconosco.

La contemplazione della bellezza, ad esempio. Oppure l’osservazione del male, ma solo in superficie, senza la necessità di scavare a fondo.

Mi piace molto il modo in cui entrambe non vadano a rovistare dietro le quinte dell’esistenza, ma descrivano una forma che è insieme una sostanza e non ha bisogno di essere dettagliata o teorizzata.

Eppure non è solo questo.

Ci sono cose nella scrittura che rivelano profondamente di chi scrive, lo fotografano.

Il malessere e la fame della Nothomb avvolgono ogni singola pagina, ogni rigo. E’ quella fame che vede il mondo separato in grandi categorie opposte e non si placa fino a che non trova una risposta atta a riconciliare le  parti.

Due di tutto, in modo speculare e irriducibile.

Una scrittura che rivela l’alternarsi di bulimia e anoressia, di vomito e privazione, di ribellione e ricerca di perfezione. E’ qui che mi ritrovo e mi conforto, in questa ricerca incessante.

Anche

la Yoshimoto ha fame, ma la sua cultura è più fluida e le permette di comporre le contraddizioni in un mosaico che pur non fornendo risposte drastiche, riesce a rappresentare con delicatezza tutti i termini opposti dell’universo entro uno stesso confine. Non ha violenza, lei. Oppure riesce a controllarla molto bene.

Molti trovano che siano due scrittrici senza profondità e senza spessore.

Io non sono d’accordo e anzi trovo che la capacità di rappresentare la frammentazione del mondo in modo così lieve e solo apparentemente indolore le renda piene e complete.

Mi fa molta tenerezza il modo brusco e improvviso in cui terminano le loro storie, come se si trattasse ogni volta del tentativo di fornire la risposta definitiva alla dualità senza ammettere repliche.

E mi piace il posto che offrono alla Bellezza, la sola cosa in grado di riscattare il mondo. L’unica risposta possibile.

Imperiosa, osmotica, dirompente. Roba da gente coraggiosa.

Gli altri ripieghino pure sul Brutto: è più facile da gestire e tutto sommato costa meno.

Se questo è un uovo

aprile 14, 2006

A differenza del Natale, che mi deprime da sempre,
la Pasqua
mi euforizza.

Ma è in realtà è tutto merito del sole e del cambio di stagione, lo so.

Divento più morbida e faccio anche gli auguri. Mi trasformo in un uovo fondente nocciolato, con un fiocco sul cuore e una carta iridescente.

Forse, se venissi divisa delicatamente in parti uguali, al centro si troverebbe anche una sorpresa.

Oggi ho riflettuto un po’ su una serie di cose, sui microcambiamenti e le trasformazioni interiori.

Un solo concetto semplice semplice: possibilità.

L’idea che per le cose importanti, per quelle che vogliamo, esista sempre la facoltà di poter scegliere, la libertà di farlo senza falsi condizionamenti e senza paura.

Con coscienza e fatica, ma sinceramente.

E’ ciò che io voglio per me, per la mia vita. Ciò cui aspiro.

Scrollarci di dosso inutili dispiaceri che non servono a nulla, ma che siamo abituati a usare per proteggerci dalla vita e dalla bellezza.

Sradicare abitudini tenaci e improduttive.

Trovare qualcosa di bello e coltivarlo.

Lasciar perdere quei sogni che non si avvereranno mai ma che ci teniamo stretti come alibi.

Ecco, questi sono i miei auguri.