Dimmi tu: dove si annida il Bello?

Non so davvero se si amino gli scrittori più per i contenuti o per gli stili. Sicuramente non per le trame, almeno per quanto mi riguarda.

So però che quando un po’ più di un anno fa ho cominciato a interessarmi ad Amélie Nothomb è come se mi fossi specchiata, ritrovata in qualcosa che mi appartiene e mi descrive.

Un’identica visione del mondo e un identico male che ci consuma perché incurabile: la ricerca ossessiva della grazia, in tutte le cose.

C’è qualcosa in lei che mi ricorda un’altra scrittrice che ho molto amato.

La Yoshimoto di Lucertola o Sonno profondo.

In parte è il Giappone che le riempie e le anima, un Giappone che le permea sottilmente e incessantemente, in tante piccole cose che mi è difficile spiegare ma che pure riconosco.

La contemplazione della bellezza, ad esempio. Oppure l’osservazione del male, ma solo in superficie, senza la necessità di scavare a fondo.

Mi piace molto il modo in cui entrambe non vadano a rovistare dietro le quinte dell’esistenza, ma descrivano una forma che è insieme una sostanza e non ha bisogno di essere dettagliata o teorizzata.

Eppure non è solo questo.

Ci sono cose nella scrittura che rivelano profondamente di chi scrive, lo fotografano.

Il malessere e la fame della Nothomb avvolgono ogni singola pagina, ogni rigo. E’ quella fame che vede il mondo separato in grandi categorie opposte e non si placa fino a che non trova una risposta atta a riconciliare le  parti.

Due di tutto, in modo speculare e irriducibile.

Una scrittura che rivela l’alternarsi di bulimia e anoressia, di vomito e privazione, di ribellione e ricerca di perfezione. E’ qui che mi ritrovo e mi conforto, in questa ricerca incessante.

Anche

la Yoshimoto ha fame, ma la sua cultura è più fluida e le permette di comporre le contraddizioni in un mosaico che pur non fornendo risposte drastiche, riesce a rappresentare con delicatezza tutti i termini opposti dell’universo entro uno stesso confine. Non ha violenza, lei. Oppure riesce a controllarla molto bene.

Molti trovano che siano due scrittrici senza profondità e senza spessore.

Io non sono d’accordo e anzi trovo che la capacità di rappresentare la frammentazione del mondo in modo così lieve e solo apparentemente indolore le renda piene e complete.

Mi fa molta tenerezza il modo brusco e improvviso in cui terminano le loro storie, come se si trattasse ogni volta del tentativo di fornire la risposta definitiva alla dualità senza ammettere repliche.

E mi piace il posto che offrono alla Bellezza, la sola cosa in grado di riscattare il mondo. L’unica risposta possibile.

Imperiosa, osmotica, dirompente. Roba da gente coraggiosa.

Gli altri ripieghino pure sul Brutto: è più facile da gestire e tutto sommato costa meno.

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2 Risposte to “Dimmi tu: dove si annida il Bello?”

  1. Flounder Says:

    pensavo oggi a tutta questa nostra irrequietezza.
    ho la certezza che sia semplicemente la ricerca di una bellezza che ci contenga e al tempo stesso la paura di non meritarla, di non esserne all’altezza. o il timore di esserne delusi e traditi.
    (stasera esondo, trabocco, mi riverso e mi espando. ho fame di assoluti)

  2. hobbs Says:

    …è una vita che la cerco, tutti i santi giorni, con la pazienza delle mani, che poi, è l’unica che conosco. se la trovo, o almeno se imbocco la strada, sarai la prima a saperlo.promesso…

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