[(a + b) = io che non so dimenticare]

Filomena della Ventura si innamorò di un solo uomo in tutta la sua vita.

Me lo raccontò in un luttuoso pomeriggio estivo, quando dopo anni ci incontrammo di nuovo e le cose tra noi erano talmente cambiate che sapevo di volerle bene, ormai.

Come quelle persone che si innamorano di una mente e non di un corpo, serbò questo sentimento intatto per cinquant’anni.

E come quelle persone che abitano un corpo orribile alla vista, pur possedendo un animo sensibile e una meravigliosa intelligenza, non le fu difficile mantenersi fedele alla sua idea e ai suoi sentimenti.

Aveva un nome, lui, che quando sentii pronunciare per la prima volta, a quattordici anni, non voleva dire per me assolutamente nulla. Un nome che avrei imparato e riconosciuto anni dopo, in una sala cinematografica: Renato Caccioppoli. Era stato il suo maestro, e poi lei ne era diventata l’assistente, quando il matrimonio tra donne e matematica era ancora assai raro.

Alla fine del quarto ginnasio mi rimandò e a settembre mi avrebbe bocciato, se non fosse intervenuto il corpo docente compatto, a dire che no, non si boccia una con la media dell’otto, no.

Insegnava in un modo assolutamente incomprensibile per noi che venivamo dalla media, abituati a farci dettare alla lavagna cose semplici: apri parentesi graffa, quadra e tonda, a+b chiudi parentesi tonda, c-d, chiudi parentesi quadra, e così via.

Lei no.

La sequenza di parentesi, potenze e binomi era dettata da impercettibili pause nel ritmo della frase. Le parentesi non erano nominate, dovevi intuirle dalla velocità con cui designava i termini da porre all’interno.

Pochi secondi e ti rimandava a posto, con uno sdegno inspiegabile. Era qualcosa che andava oltre la semplice vergogna, un senso di essere totalmente sbagliato e non aver diritto a meritare nulla.

Aveva la voce roca, fumava due pacchetti al giorno, un grembiule nero e una collana di perle. Era piccolissima e magra da far paura e ci faceva tremare.

Ci dava del lei, a quattordici anni. Usava costruzioni sintattiche derivate direttamente dal latino: cercate capire bene questo passaggio, omettendo tutte le di, in tutte le frasi.

Una volta che qualcuno ebbe il coraggio di chiedere il perché, rispose semplicemente: fa parte del superfluo, come questa tua domanda.

Fummo quasi tutti rimandati, per colpa di queste maledette parentesi che non riuscivamo mai ad aprire e chiudere correttamente. Qualcuno per via di alcuni teoremi di geometria, quelli in cui si facevano le somme degli angoli dei triangoli.

Con tutti scuoteva la testa e asseriva: mi spiace, mi spiace molto, ma lei non capisce, non è in grado di stare al mondo. Ciò che le sembra di scarsa e secondaria importanza, come il posto di una parentesi, è il modo esatto in cui trascinerà la sua vita se non riusciamo a correggerla.

Dopo i primi mesi non ridevamo più. Queste parentesi stavano davvero trasformando la nostra esistenza, erano un incubo, dall’apertura e la corretta chiusura dipendeva la nostra salvezza.

Al quinto ginnasio, l’anno seguente,  successero molte cose nella mia vita.

Tutte insieme e tutte negative, al punto che lasciai la scuola, decisa a perdere l’anno e a non farci mai più ritorno. Convocarono un consiglio di Istituto per stabilire che mi avrebbero promosso in ogni caso, sulla fiducia, a patto che continuassi a frequentare, anche facendo scena muta. Ma il mio orgoglio non lo consentiva.

Allora venne lei a parlarmi, con un tono di voce che non le conoscevo.

Parlò di parentesi, anche quella volta. Che se avessi imparato ad usarle, invece di immaginare di buttare tutto all’aria come stavo facendo, ci avrei inscritto dentro tutto il male, invece di sparpagliarlo in giro lasciandogli invadere il resto.

Si offrì di darmi lezioni private al pomeriggio, promettendomi che mi avrebbe rimandato e bocciato, se lo avesse ritenuto opportuno, pur di non mortificare il mio orgoglio. E finalmente mi insegnò a usare le parentesi.

A ventidue anni, quando andai a trovarla per una visita di condoglianze, parlammo ancora di parentesi, sedute su un divanetto vicino a una finestra. Aveva settantaquattro anni ma fisicamente ne dimostrava duecento, ad eccezione della poderosa lucidità mentale e del ricordo di Renato, che nominava come se fosse stato lì, chiuso dentro una parentesi che le graffava il cuore.

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28 Risposte to “[(a + b) = io che non so dimenticare]”

  1. amabeth Says:

    chiuso dentro una parentesi che le graffava il cuore.

    POESIA

  2. amabeth Says:

    posso metterlo nelle mie parole rubate? se non vuoi poi lo cancello
    http://parolerubate.splinder.com/

  3. Flounder Says:

    ma se son parole rubate mica si chiede il permesso, no? 😀

  4. cf05103025 Says:

    Flòu, te lo dico di brutto:
    tu hai scritto una bella cosa,
    però, a queste persone qui bisognerebbe impedire di insegnare!

    Mario

  5. Zu Says:

    Dev’essere la sorella di quello che al commissariato mi puntò la luce in faccia intimandomi: avanti, sputa il rospo, fuori i binomi!
    Mi rifugiai nella saggezza popolare, ricordandogli che è meglio una parentesi di una paresi e che le parentesi tonde son belle e gioconde. Mi rimandò a casa perplesso (lui o io?), e mi congedai raccomandandogli: niente parentesi con i parenti.

  6. Flounder Says:

    forse sì, mario. ma a suo modo era brava, lei. ho impiegato anni per capire che il problema non era la matematica, ma un concetto più ampio di rettitudine. in quei pomeriggi che mi spiegava le cose diventava incredibilmente umana. forse aveva solo paura delle folle.

    mi accorgo solo adesso che c’è qualcosa che mi ricorda quell’altra lì, quella rimasta nello specchio. su questa filomena potrei scrivere per giorni, in effetti.

    e per piacere, quando uscite, chiudete delicatamente le parentesi, che gli spifferi possono uccidere.
    (piano, ho detto piano..)

  7. hobbs Says:

    …lascio le parentesi aperte, da sempre. i numeri così si sparpagliano in giro…

  8. Flounder Says:

    le parentesi non si devono mai lasciare aperte. MAI.
    mi sono spiegata?

  9. riccionascosto Says:

    E invece secondo me sì, doveva insegnare. Forse non al ginnasio, forse addirittura all’università.
    Perché, se non ti ha insegnato matematica, ha lasciato in te una traccia più profonda, e più importante, a parer mio… il giusto posto delle parentesi (e il modo corretto di aprirle, ma soprattutto, di chiuderle. O di tenerle spalancate, ad ingoiare anche il tempo).

  10. brezzamarina Says:

    devo dire la veritá che alla fine hai ‘graffato il cuore’ anche a me..

  11. Flounder Says:

    chi ama scrivere dovrebbe sempre riservare una parte delle sue parole ai maestri che ha avuto, quali che siano stati e nonostante i limiti.
    ne escono storie vibranti, che scuotono e risvegliano tutta una parte di memoria.

  12. Effe Says:

    son ben d’accordo che questa è scrittura vera.
    Dico la scrittura, proprio, non la storia.
    La storia può esserlo, penso lo sia, ma non importa, potrebbe anche non esserlo e non cambierebbe nulla.
    E’ la scrittura che è vera.

  13. Flounder Says:

    è che in fondo – lo dicevo ieri – la vita si svolge tutta all’interno di una parentesi, dall’atto di nascita a quello di morte.
    anche le cose apparentemente più bizzarre e incompiute trovano una loro precisa collocazione.
    quando si studiava italiano ti spiegavano che le cose che metti tra parentesi sono quelle non necessarie, che possono essere elise senza nulla sottrarre al filo portante.
    ma non credo di essere d’accordo, anzi: trovo che la parentesi sia una specie di scrigno.

  14. broono Says:

    Anche io ero stato rimandato, in quella materia lì e di cose che graffiavano perchè non impacchettate in sicuri pluriball ne avevo diverse.

    Poi però ho studiato e ho capito.

    Credo che lei sarebbe orgogliosa di me.

  15. brezzamarina Says:

    io il pluriball lo metto, ma poi, un po’ alla volta, non so resistere alla tentazione di scoppiare tutte le palline..molte mie parentesi sono tutte bucherellate..

  16. didolasplendida Says:

    Alle medie una specie di suora, zitella, portava finanche il grembiule nero bravissima. A ragioneria uno che diceva trentase quarantase e non si capiva se era sei o sette. Ho rivisto in metrò, tempo fa, il mitico Prof. Ciliberti col suo braccio offeso.
    Pensare che proprio per l’esame di matematica non mi sono laureata.
    Comunque Flou apro e chiudo parentesi proprio bello questo racconto.

  17. Flounder Says:

    broono, inutile che te lo dica. mentre scrivervo, ieri sera, mi risuonava proprio quel tuo post lì.

    dido, la matematica viene sempre insegnata dalle persone meno adatte. voglio dire che se uno ha un taglio umanistico occorrerebbe un docente con la capacità di veicolare quei contenuti ma in una forma facilmente accettabile dagli amanti delle lettere.

  18. Matho Says:

    la matematica è un linguaggio descrittivo sintetico della realtà e come tale è specialistico solo nei segni.
    non credo, mia cara flounder, che possa esistere una matematica per gli umanisti come ritengo non possa esistere una ‘letteratura’ per i matematici.
    ciò che a volte i docenti dimenticano colpevolmente di dire il primo giorno del primo corso della prima lezione è, a mio modo di vedere, questo:
    a partire da oggi inizieremo a descrivere il mondo che voi conoscete e di cui avete una percezione sensoriale fin da quando siete nati.
    per riuscire in questo intento useremo linguaggi di diverso tipo: il greco, la matematica, il latino, la storia, la biologia.
    linguaggi diversi per un’unica realtà. tutto qui.
    la tua prof amava gli studenti ma viveva (per vostra sfortuna) una realtà diversa dalla vostra e descriveva solo quella.
    tra parentesi.

    matho
    (umanista con devianze matematiche)

  19. rosadstrada Says:

    Douglas R. Hofstadter

    Godel, Esscher, Bach:
    un’eterna ghirlanda brillante

    (matematica per umanisti, letteratura per matematici)

    Ciao Flo

  20. rosadstrada Says:

    Mi è scappata una “s” in + in Escher…
    …a lavorare con gli anziani
    si sviluppano problemi di incontinenza precoce…

  21. riccionascosto Says:

    Vi dirò, io una netta separazione tra lettere e numeri non la vedo.
    Sarà che il mio lavoro ha a che fare con entrambi, oppure il fatto che vedo nei numeri un linguaggio diverso, ma sempre un linguaggio (vi risparmio l’autocitazione, visto che di lettere e numeri scrissi tempo fa, ma ribadisco la mia simpatia per il 7).

  22. almaserena Says:

    che dire, se non che ti ringrazio: il cuore lo hai graffiato anche a me!

  23. Su Says:

    Le parentesi sono importanti. Nella vita fatico a chiuderle perché per farlo dovrei prima riconoscerle e non è facile ( c’è mai qualcosa di facile? ). Forse perché ci aspettiamo sempre che ci vengano dettate chiaramente da qualcuno e invece bisogna far caso alle (impercettibili? ) pause. Nella scrittura tendo ad abusarne. Che ci posso fare, le amo.
    Allora copierò Salinger e te ne lascio un fiorito bouquet tutto per te. Ecco qua :

    (((((([:)(:]))))))

  24. Flounder Says:

    matho, per la mia esperienza credo che l’errore risieda altrove. sono stata una pessima studentessa, sempre. nel senso che studiavo solo ciò che mi interessava.
    se qualcuno fosse riuscito a farmi capire che nella matematica o nella fisica risiedevano chiavi per la lettura del mondo, mi sarei appassionata, come ad altre cose. a tutt’oggi non so a cosa serva la trigonometria, ma mi sarebbe piaciuto avere esempi vivi, concreti, legati alla quotidianità.

    rosadstrata, adesso mi hai incuriosito. nei prossimi giorni vado a vedere di che si tratta.

    Le parentesi non erano nominate, dovevi intuirle dalla velocità con cui designava i termini da porre all’interno.
    ho riletto questa frase con una certa attenzione, sebbene l’abbia scritta io. mi sembra che contenga una metafora non irrilevante.
    (ho paura delle metafore, sono sempre in agguato e suggeriscono cose che lì per lì non sono evidenti)

  25. cyrano56 Says:

    splendido, splendido, splendido! e lo scrivo con l’occhio lucido (il che non è poco…:-)

  26. AnnaBella Says:

    le parentesi sono fondamentali nella vita. Racchiudono la nostra esistenza, si aprono e si chiudono in continuazione, contengono periodi piu’ o meno lunghi. Il momento piu’ difficile sta proprio li’, quando se ne chiude una vecchia e se ne apre una nuova. Non ho ancora capito se il passaggio fra “apertura” e “chiusura” sia compreso o no tra parentesi, (e se si, di che tipo? Quadre, tonde, graffe?), se sia una specie di limbo rigeneratore dove ti fermi a riflettere e a metabolizzare quello che stai per chiudere o se vada inscritto tra parentesi anche lui. (E allora dove si mette? Prima della parentesi di chiusura o dopo quella di nuova apertura?).
    Forse il “dramma” sta proprio in questo limbo. Se ti ci soffermi troppo ti perdi, la nuova parentesi tarda ad aprirsi oppure si apre e tu nemmeno te ne accorgi troppo assorto a tentare di capire ancora com’e’ che si e’ chiusa la precedente…. Poi quando magicamente assorbi e metabolizzi ti rendi conto che fa solo parte del gioco e la matematica della vita diventa se non piu’ comprensibile quanto meno piu’ stimolante.

  27. Effe Says:

    l’ho ben detto che le persone vere son pericolose

  28. HangingRock Says:

    L’anno scorso mio padre mi ha chiesto di vedere insieme Morte di un matematico napoletano. Sono andata a fittarlo. Mentre lo guardavamo, mi ha raccontato di aver sostenuto l’esame di analisi (credo) all’università con Renato Caccioppoli. Il racconto della seduta d’esame è simile alla descrizione dell’atmosfera tesa che si respirava durante le interrogazioni della tua professoressa: in tre minuti alla lavagna si giocava ben più del destino dell’esame: ci si giocava la propria dignità. Tre minuti alla lavagna, solo tre minuti, davanti a tutti, le tue debolezze messe a nudo al cospetto di un’aula terrorizzata in cui non volava una mosca e di un professore dall’aria sprezzante che nemmeno ti guardava negli occhi.
    A mio padre toccò dimostrare un teorema che non faceva parte del programma (a nulla valse farglielo presente). Un minuto di riflessione, la scintilla di un’idea, e mio padre partì nell'”invenzione” della sua dimostrazione: un collage, una staffetta tra dimostrazioni di altri teoremi, in una convergenza finale sulla soluzione di cui non era nemmeno certo quando, dopo quel minuto, aveva messo il gesso sulla lavagna per lanciarsi senza paracadute nel vuoto del ragionamento.
    Terminata la dimostrazione, Caccioppoli se ne restò in silenzio. Dopo un po’ si alzò dalla cattedra, si avvicinò a mio padre, gli strinse la mano e gli disse: “Insegnare è un onore, quando si hanno allievi come Lei”.
    Dopo ben trentasette anni di conoscenza, mio padre mi ha raccontato questa cosa talmente bella che non potevo credere che ci avesse dato così poca importanza da non dirmela prima che un film gli avesse dato lo spunto per raccontarmela.

    [Flou, tu sei un genio (mi hai fatto venire la pelle d’oca)]

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