Archive for maggio 2006

Harga Pas (Espressione che chiude ogni tipo di contrattazione e mette fine ad ogni richiesta. Vuol dire: ultimo prezzo)

maggio 30, 2006

Ci sono giorni in cui la memoria si dilata e sguazza nelle immagini, negli odori, nelle sensazioni sulla pelle.

Io mi ricordo di un’estate di tanti anni fa, che andavo vestita con un paio di calzoncini a righe bianche e nere, una canottiera e una bandana verde per ripararmi dal sole.

Al mercato degli uccelli in una gabbia enorme c’era un pipistrello di dimensioni spaventose, sarà stato alto più di un metro, mentre l’apertura alare, incommensurabile, era frenata dalle sbarre. Gli davano da mangiare insetti vivi e scorpioncini, che raccoglievano a piene mani da una cesta chiusa da un coperchio di alluminio.

Sulle bianche terrazze dell’antica città, vicino al palazzo dei sultani, i bambini facevano volare un aquilone bianchissimo, rattoppato agli angoli. Un uomo vestito di bianco parlava un italiano perfetto e ci raccontava di questa moglie italiana che era fuggita per non fare più ritorno, lasciandolo con tre figli piccoli e nessuna promessa. Il bianco abbagliava e non lasciava scampo, come una perenne richiesta di innocenza.

Di notte, in un alberghetto in cui scorazzavano i topi – scorazzano dovunque, per via delle fogne a cielo aperto, e non temono nulla – si sentiva frinire nell’armadio un grillo talpa solitario.

E poi un’invasione di cavallette che si schiantavano a sciami sui parabrezza dell’auto e io che corro con una coperta sul capo, per paura che mi finiscano in bocca, negli occhi, che mi si impiglino tra i capelli, potrei morirne.

All’imbrunire sotto il porticato le bancarelle cedevano il posto a piccoli ristoranti ambulanti, sudici e gustosi. Una sera incontrammo un professore di spagnolo e la sua famiglia e finimmo a casa loro a vedere le foto del viaggio di nozze in Europa.

Avevo imparato le parole semplici, è una lingua senza troppi misteri, un idioma fatto di evidenze senza recessi.

Nei paesi in cui tutto può scomparire per una catastrofe improvvisa, spesso le cose sono molto più semplici e dirette. Si bada all’essenziale.

Da Yogyakarta e per tutta Giava a bordo di un motorino smarmittato e con una candela troppo vecchia, che alla prima pioggia si spegneva senza pietà. Una cena offerta da una coppia di agricoltori che avevano una casa con una grande tettoia sotto la quale avevamo trovato riparo. Quando la sera rientravamo in città la gente rideva: eravamo neri di smog, neri nei pori, dappertutto. Particelle di sporco mischiate al sudore.

Avevo comprato una pietra verde screziata d’oro, l’ho fatta montare su un cilindretto d’oro che a volte porto al mignolo.  Il mio compagno soffriva di pressione bassa e nelle ore di massima calura si fermava. Io continuavo, girando di casa in mercatino, osservavo tingere i batik e piegare il giunco delle ceste, mi sedevo nei cortili con i bambini e le donne ad imbastire storie.

Poi rientravo, nel tardo pomeriggio, e mi sforzavo di raccontare.

Ma la sua attenzione era in un altrove che non mi riguardava, in un posto segreto in cui si annidavano tutte le sue paure. Potevo sbirciare solo da lontano, separata dalle sue distanze di sicurezza.

Una volta, nel pieno di quest’ultimo inverno freddo come mai, l’ho incontrato dopo una vita. Gli ho presentato mia figlia.

Mi ha chiesto: e se ci rivedessimo?

Ma ho promesso a me stessa di non diventare mai più prigioniera dell’altrui disamore e gliel’ho detto così, senza belle parole.

Poi ci siamo salutati e ognuno ha ripreso la sua strada, verso la sua memoria.

Nelle vite in cui si impara che tutto può scomparire per una catastrofe improvvisa, spesso le cose sono più semplici e dirette: si impara a dire sì o no senza troppa delicatezza. L’importante è tenersi lontani dall’epicentro del disamore.

Superstition

maggio 28, 2006

Il prete si schiarì la voce.

“Sia lodato Gesù Cristo”

“Sempre sia lodato”

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Figliola, confessa a Dio onnipotente i tuoi peccati”

La donna disse: non ho peccati, padre. Non nel senso che conosciamo, voglio dire.

Nessuno di noi può essere esente da macchie, figliola. C’è invidia nella tua vita? Ci sono pensieri impuri? Omissioni?

Niente, padre, niente di tutto questo.

Hai bisogno allora di chiedere consiglio a Dio? Di confidargli una pena e riceverne conforto?

Sì, sì. Forse è così.

Ti ascolto.

Si ricorda, padre, quando morì la vecchia Anna, la maestra della scuola elementare?

Sì.

Quella notte, quella stessa notte, avevo sognato di ucciderla. La strangolavo con le mie stesse mani. Non che le volessi del male, questo no. Era stata la maestra di mia sorella, e per un anno anche la mia. Ma nel sogno le stringevo la gola con tutta la forza possibile, fino a impedirle di respirare. Al mattino si seppe che un fiotto di sangue proveniente dallo stomaco le aveva invaso i polmoni ed era morta nel sonno, soffocata.

Il prete tacque e per un momento pensò alla solita donna isterica, a quella che insoddisfatta dalla vita quotidiana affonda nella fantasia fino a costruirsi un mondo parallelo. Una di quelle donne senza macchia, che desiderano il Male per noia, per incapacità di praticarlo.

Ma Agnese continuava: si ricorda, padre, quando trovarono sfracellato il garzone di Armando di ritorno da una consegna? L’auto perse il controllo e si schiantò contro un albero. Il ragazzo morì sul colpo. Pare che quella notte avesse bevuto, o che lo avesse lasciato la sua ragazza.

Mi ricordo.

Quella notte, padre, in sogno avevo fabbricato la sua morte.

Come, figliola?

Nel sogno avevo manomesso i freni del furgone e poi lo avevo accompagnato alla porta, sebbene quella mattina non volesse uscire per le consegne. Aveva ancora mal di testa dalla sbornia della sera precedente.

Il prete sbuffò.

Mi stai forse dicendo che sei stata tu a uccidere queste persone?

No, non sto dicendo questo. Ma è come se una forza dentro di me avesse il potere di farlo. Lei può assolvermi, padre?

Ma non hai fatto niente, figlia mia.

Io no, padre, io no. Ma la mia mente che vaga di notte, quella sì, è colpevole.

Il prete si grattò il mento. La donna non aveva tutti i torti. Forse era uno stato di possessione demoniaca. Avrebbe fatto meglio a parlarne con il vescovo.

Disse alla donna: facciamo così. Non pensarci più. Nel frattempo io provo a parlarne con il vescovo e vediamo cosa si può fare.

La donna lo ringraziò e uscì dalla chiesa: mi venga in sogno, Padre. Salvi la mia anima.

Il prete chiese un appuntamento con il vescovo e gli illustrò il caso.

Mi faccia venire qui la donna, disse il vescovo. A volte si tratta di banali coincidenze, casi di suggestione. Vedrà che con una buona chiacchierata sistemiamo il tutto.

Ma quella notte il vescovo vide per l’ultima volta la luna levarsi sulle colline ed ebbe a stento il tempo di chiedere a Dio perdono per tutte le volte in cui aveva dubitato di lui.

Al mattino Agnese partì di nuovo a confessarsi.

Il prete l’aspettava nel confessionale dalle colonnine ritorte, giocherellando nervosamente con il rosario.

Ho peccato, Padre, disse la donna inginocchiandosi.

Cos’altro hai sognato stanotte, figliola?

Nessun sogno. Ma ho lasciato che le mani di Alfonso scivolassero su di me senza oppormi. E più sentivo il senso della disgrazia che si abbatteva su di me, meno il mio corpo si ribellava.

E poi?

E poi ho mentito, raccontando a mia sorella che eravamo stati a prendere i bambini a scuola, io e suo marito.

Nessun sogno?

Nessuno, Padre. Ho dormito come non accadeva da anni. Credevo che il peccato avesse il potere di togliere il sonno e squassare i pensieri, ma la mia coscienza è davvero così nera?

Ego te absolvo, iniziò il parroco.

E in cuor suo benedisse la donna per averlo risparmiato.

Il castello dei fantasmi incrociati

maggio 26, 2006

Vi lascio nel fine settimana in compagnia dei fantasmi.

Buona lettura.

Uno sguardo dal ponte

maggio 25, 2006

Certi equilibri sono così delicati che basta un niente a distruggerli, un soffio d’aria. Ci sono volte in cui si può perdere il mondo per un gesto di disattenzione.

Lo so, lo sappiamo.

Mia figlia si muove con grazia tra cose e persone. Non ha mai rotto niente, non ha mai disturbato nessuno. Conosce il senso del limite, in ogni singola cosa.

E’ in assoluto la creatura più lieve che conosca.

A scuola le maestre sono meravigliate da questa dote naturale alla mediazione. Dal modo preciso di sistemare le situazioni, anche le più difficili.

Lo ha imparato da lei? mi chiedono.

Lo ha imparato da me, rispondo. Da una me che agisce a mia insaputa, che fiuta odori e spia gesti, che raccoglie toni e respiri, ricomponendo il tutto in un disegno. A volte prima ancora che si manifesti.

Si tratta di aver imparato a ricordare le cose nella loro potenza emotiva, nel bene e più spesso nel male.

E’ la cristallizzazione di un modo autoprotettivo, di un’attenzione esasperata al dettaglio. Così si può prevedere la tempesta prima che arrivi, si può individuare la scintilla di violenza prima che scoppi la polveriera.

Si isolano i dettagli spaventosi e ci si appresta alla difesa, si stringono i denti e si tendono i muscoli.

Dove gli altri non vedono nulla noi già sappiamo cosa accadrà e cerchiamo di prevenirlo.

Siamo sicure che così non ci accadrà alcun male.

Invece non è vero, è solo che possiamo anticiparci il lavoro, soffrire un po’ prima del tempo e diluire un dispiacere. Perché alla fine quella strada la segui lo stesso, anche se sai dove porterà. Perché a volte speri di sbagliarti, che il tuo sguardo non sia così acuto.

Barbara mi chiama la nutrice.

Credevo fosse per via del cibo, di questa cosa che in casa mia potrebbe arrivare d’improvviso un reggimento e sfamarsi. Invece dice che è per il fatto di anticipare i desideri, di sapere esattamente un attimo prima di cosa ci sarà bisogno e cercare di provvedere per tempo.

In alcuni momenti i panorami futuri sono così chiari che si possono toccare. Non se ne può parlare con nessuno, dicono che sei visionaria, che pecchi di eccesso di fantasia, che vedi tristezza dove non ce n’è, che il tuo è solo pessimismo e sfiducia.

Allora deglutisci e sorridi: sì, forse è così, forse mi sto sbagliando.

Lo dici per acquietare gli altri. Non tutti amano vedere il futuro da un cannocchiale. Non tutti amano intuire il finale di un thriller. Lo dici per acquietare te stessa, per pensarti in uno spazio diverso e provare a regalarti una prospettiva migliore.

Ma sotto sotto sai che chi non sa guardare lontano forse è più felice.

L'esibizionista

maggio 24, 2006

E venne il giorno che Enrico disse: adesso tocca a voi.

Ma noi lo guardammo con un’espressione di sorpresa e scherno che lui d’un tratto rabbrividì e si curvò nelle spalle, vergognoso, e da quel giorno non ebbe più il coraggio di chiedere o proporsi. E neppure di continuare quel gioco finto innocente e finto no che portava avanti da anni, quando io e Milli studiavamo latino nella stanza stretta e lunga ed Enrico passava davanti alla porta aperta, rientrando dal bagno alla sua camera, con i piedi bagnati, la testa gocciolante e un accappatoio liso di colore azzurro.

Poi si fermava, slacciava la cintura e lo spalancava. Spostava lo sguardo dal suo sesso piccino ai nostri occhi, cercando meraviglia, stupore, foss’anche disgusto. Qualcosa che non ci avrebbe lasciato indifferenti, quella era la segreta speranza di adolescente goffo e brufoloso, incapace di ballare e timido con le compagne.

Ma noi nulla. Neppure la minima attenzione.

Solo un rosario di rosa rosae rosae, ma quando si allontanava ci scrivevamo un bigliettino.

“Tuo fratello è matto e depravato”

“Hai visto quanto ce l’ha piccolo?

“Tu che ne sai che è piccolo, ne hai visti altri?

E un rossore sfumato sul viso di Milli.

In quella casa ci si muoveva secondo regole non dichiarate, ma deducibili dai silenzi incastrati nelle porte, dalla tensione che nel tardo pomeriggio si impossessava di tutti e li rendeva nervosi, spaventati, ostili agli ospiti e ad ogni mutamento d’aria.

La chiave nella toppa era il segnale convenuto, che faceva cessare ogni riso, ogni parola. Che accomiatava i compagni alla soglia, la nonna nell’appartamento di fianco, che isolava il telefono fino all’indomani.

Circolava una leggenda metropolitana.

Perché la mamma di Milli, un giorno che era ancora giovane a Capri aveva incontrato Alain Delon e pare che ci avesse passato insieme la notte. Allora il papà di Milli non esisteva ancora nella sua vita, era arrivato solo dopo, quando la madre, smarrita per l’eco della leggenda, s’era fatta in quattro per trovarle un fidanzato. A questa ragazza qui dai capelli cortissimi e i pantaloni di pelle,  quando le donne nemmeno indossavano i pantaloni. La sigaretta in bocca e gli occhiali da cattiva.

Perché così era la mamma di Milli. Ancora oggi che vira sulla settantina ed è vedova da un decennio, la vedi incedere fiera per la strada, come una uscita da un film, tipo un West Side Story.

Io sono sicura che il marito non l’avesse mai amato davvero, ne parlava con un’indifferenza che rasentava il disprezzo. Ma l’amore ha a volte percorsi che mi sfuggono, mi confondono, ammantati di cattiveria e ricatti e silenzi.

Lo sopportava.

Però era  forse l’unica persona al mondo che temeva e di fronte al quale in qualche modo si piegava.

Una volta, qualche anno fa, gliel’ho chiesto a Milli. Mi ha risposto che il padre non amava la confusione e il rumore, che di nascosto a volte la notte piangeva e la loro vita intera s’era creata intorno a questo segreto, a questo nucleo indicibile. Una prassi non modificabile che poco a poco li aveva modificati tutti.

Che tutto il resto era passato in second’ordine, di nessun interesse. Anche Alain Delon se del caso.

Ma era vero, poi? Ho chiesto

Ma certo che era vero, e non fu l’unico. Era una donna da scandalo, mia madre.

Poi casualmente ho rivisto Enrico, ci siamo salutati al supermercato. Con questa moglie che ricordo vagamente dai tempi del liceo, scialba e buona. Una tragedia in atto: il primo figlio con una sindrome rarissima, senza trachea, con più dita del necessario a mani e piedi e un tumore raro. Che per curarlo occorrono le staminali di un altro figlio e loro continuano a provarci e dallo stress lo perdono.

Quel sesso piccolo che sbuca dall’accappatoio azzurro, sono passati venticinque anni.

Un nucleo indicibile. Come tutti, del resto.

E intorno si addensano grumi di sopravvivenza.

Da mercoledì sono a dieta. Lo giuro.

maggio 22, 2006

Quest’anno era meglio dell’anno scorso, questo è sicuro.

E tuttavia ho commesso una serie di errori strategici, ebbene sì. Benché non irrimediabili, come si è dimostrato a seguire.

Il primo è stato aprire la mattinata con una serie di aglianici del Vulture. Di fronte a questo stand qui c’era però lo spacciatore di formaggi del cuneese e accanto a lui un chocolatier di tutto rispetto che hanno bilanciato il potente impatto alcolico di mezzogiorno.

Il pusher caseario mi ha vezzeggiato e coccolato, mentre mi bombardava il giro coscia che aumentava impietosamente a vista d’occhio, assaggio dopo assaggio.

Non c’è stata pausa pranzo perché gli eventi ci hanno travolto ed è toccato rifare tutto lo schema degli appuntamenti con i buyer che erano saltati per varie ragioni indipendenti dalla nostra volontà.

Assolutamente indipendenti, lo giuro sulla fillossera e il mio capo.

Uno di questi aveva un turbantone turchese e come ogni sikh che si rispetti si chiamava Singh, che credo voglia dire leone, l’ho imparato una volta tanto tempo fa, e aveva anche due baffoni che inquietavano e un panzone illimitato.

E poi c’era un cinese che di nome faceva Cui e a me veniva sempre da chiamarlo Prodest, solo che non rideva nessuno.

Poi nel pomeriggio sono arrivati i blogghèr delle scritture di strada e lì è iniziata una mescita selvaggia, senza alcuna logica né regola.

Ma nonostante questo siamo rimasti tutti decorosamente e scandalosamente sobri fino alla fine, senza nemmeno fare affidamento sugli anacardi.

Pensavamo dipendesse da noi, dal sorprendente livello di tolleranza acquisito durante tutta la preparazione e il seguito dei nostri incontri delle passate settimane, ma ci hanno invece spiegato che era tutto merito del fatto che i vini bevuti avevano un bassissimo livello di anidride solforosa.

Certo che a far seguire un Taurasi da un bianco di Donnafugata e poi uno spumante di Falanghina e ancora un Lacryma Christi ben strutturato e poi un Barbera e un Bue Apis da quarantacinque euro e ancora un bianco friulano del Conte Pincopallino di Maniago, completando con liquore di cioccolata al peperoncino e a seguire un piatto di affettati e vari assaggini di bruschette con olio dop e un Asprinio non è bello.

Però è buono.

Buono come il signore dell’Accademia del Peperoncino, che propone la donazione del 5 per mille a loro, che si sa, il peperoncino è una fede e i suoi adepti sono una chiesa.

Certi giorni io amo veramente questo lavoro, nonostante il mal di piedi e la cellulite come rischio professionale.

Nonostante tra qualche mese mi toccherà occuparmi della Fiera della Bomboniera e di Raffaella Carrà come testimonial.

Ecco, l’ho detto. Forse anche la Lecciso.

E adesso non invidiatemi. Non è necessario.

Piuttosto, se invece dovete sposarvi, fatemi sapere che ci metto una buona parola: magari viene al ricevimento e vi fa ballare il Tuca Tuca.

Hic (et nunc)

maggio 17, 2006

Ultimi dettagli di una serie di giornate che necessiterebbero del doppio del tempo.

Intanto il telefono squilla a ripetizione. A quanto pare alle comunali si sono candidati tutti e anche qualcuno in più. Ognuno ha un parente, un amico, un cognato. Anche le maestre incontrate ieri pomeriggio, perfino il pediatra. Mancavano solo le suore.

Tutti a fare la questua elettorale, perché serio e bravo e onesto come lui non c’è nessuno, credi a me.

Ultimi negoziati con Elena: facciamo che io presidio lo stand e parlo con tutte le aziende e tu vai alla conferenza stampa?

Sì, facciamo.

Facciamo che io lavoro anche sabato e domenica e tu mi procuri un po’ di pass?

Sì, facciamo.

Mi lascio risucchiare dal vortice di aerei, taxi, interpreti e visite aziendali.

In attesa del successivo, vi lascio con il resoconto dello scorso anno,  che non era malaccio.

Per la par condicio questa volta mi dedicherò di più ai bianchi.

(eccezion fatta per il banchetto del Taurasi, dove tributerò la mia devozione al dio dei tannini)

Cambio di stagione/2

maggio 15, 2006

Nel mio cuore, più di qualunque altra amica, ci sono quelle con cui ho condiviso appartamenti e lunghi pezzi di vita. Quelle con cui ho passato notti a chiacchierare seduta sul letto.

E’ bellissimo il modo in cui delle persone, conosciute in diversi momenti, siano poi entrate a loro volta  in contatto tra loro, creando legami stretti.

Tanti anni fa vivevo con Michaela, Martina e Cinzia in una città. Poi ci siamo separate e dopo qualche tempo sono finita in un’altra città, nella casa che in quel momento Cinzia divideva con Milena.

Poi Cinzia e Milena hanno ancora cambiato città e io ho nuovamente cambiato casa e sono andata a vivere con Laura. Dopo qualche tempo Milena è tornata e si è aggiunta Martina, io sono andata via ed è toccato a loro andare a vivere con Laura.

Siamo tutte sparpagliate, oggi.

Abbiamo cambiato case, capelli, destini.

Milena e Michaela a Roma, Laura a Kiev, Martina a Londra, io qui e Cinzia a Matera.

O almeno questa era l’ultima informazione, perché stamattina Michaela mi ha rimbalzato una mail di Cinzia che con tutta la famiglia si è appena trasferita a Tokyo e non trovava più il mio indirizzo.

Ogni volta che una di noi cambia strada, nel bene o nel male, questa cosa coinvolge tutte.

Ci ricorda che il punto di svolta è lì, dietro l’angolo, anche quando sembra tutto fatto e deciso.

Uno di questi giorni avrò finalmente la mia casa con giardino, quella che sogno da alcuni anni.

E‘ lì dietro l’angolo. Mi aspetta.

Cambio di stagione

maggio 14, 2006

Non è stato solo un lavare, stirare, sostituire. Molto di più.

Negli abiti riposti da settembre si annidavano ricordi e rimpianti.

E’ stato molto di più. Si è trattato di arieggiare sentimenti e lisciare le pieghe lasciate dall’inverno, gettare il superfluo e il démodé e conservare solo ciò che davvero è indossabile.

Adesso, tra stoffe lievi e svolazzanti, bretelline e tinte delicate, si  può seriamente pensare di ricominciare a sorridere.

Anche i grilli, nel loro piccolo.

maggio 12, 2006

Gira e rigira, pensa e ripensa, decise che per questa faccenda poteva aiutarlo solo il sindacato.

Così si presentò in una calda mattina di maggio, abbigliato di tutto punto e con le idee che gli sembravano sufficientemente chiare.

Dica, fece con un tono alquanto annoiato il vecchio grillo-sindacalista, che da quando una doppia frattura alle zampe posteriori aveva relegato ai rapporti con l’utenza, era sempre più annoiato.

Ecco, buongiorno. Io sarei qui per denunciare una cosa, un fatto…

Denunciare? Denunciare, ha detto? Vada alla polizia, allora, questo non è il posto giusto.

No, intendevo dire: portare alla vostra attenzione. Si tratta di una circostanza lavorativa.

Giovanotto, non mi dica che la costringono a straordinari non remunerati, perché è una storia vecchia. Da che mondo è mondo il contratto nazionale dei grilli parlanti non prevede emolumenti aggiuntivi o riposi compensativi. Immagino che conoscesse le regole, prima di decidere di iniziare questa carriera.

No, no, signor grillo sindacalista, rispose il grillo parlante arrossendo, non si tratta di questo. Tutt’altro.

E allora? Vuole forse raccontarmi che cercava un impiego di minore responsabilità e che si sente stressato dal lavoro? Vorrà mica richiedere un part-time?

Ma no, no. Mi lasci parlare. E’ tutt’altra faccenda.

Il grillo sindacalista cominciò a tamburellare nervosamente sulla scrivania con la zampina anteriore ingiallita dal fumo.

Vede, continuò il grillo parlante, non vorrei portarla troppo per le lunghe, ma partirei proprio dall’inizio, dai sacrifici fatti dai miei genitori per farmi studiare. Mio padre era un grillo di campagna, gran lavoratore ma senza cultura. Mia madre veniva dalla stessa zona, si erano conosciuti in un campo coltivato a grano. E tuttavia hanno sempre compreso l’importanza di educarci, di prepararci al mondo, me e mio fratello.

Ha un fratello lei?

Sì, ho un fratello. Ma tutto un altro carattere, altre propensioni. Eravamo differenti, sin da piccini. Lui era un tipo estroverso, comunicativo, brillante. Si vedeva fin dal principio che aveva la stoffa del grillo per la testa, sebbene mamma e papà non volessero. Dicevano che era un brutto ambiente. Invece io no. Un grilletto tranquillo, posato. Ho preso da mia madre, sa? Tutta un’infanzia passata a ripetermi: non saltare di qua e non saltare di là. Attento. Prima di fare un salto chiediti cosa c’è al di là della siepe, sii prudente. Son cose che lasciano il segno. Sono nato per fare il grillo parlante, io.

Il grillo sindacalista sbadigliò e si asciugò con il rovescio della zampa la goccia di sudore che gli colava ai lati delle antenne.

Torniamo al punto, giovanotto.

Ecco, sì, torniamo al punto, ha ragione. Dopo gli studi sostenni l’esame per l’iscrizione all’albo dei grilli parlanti, effettuai il periodo di tirocinio e vinsi un regolare concorso, qualifica C4. Lei ha il mansionario sottomano, per caso?

Giovanotto, conosco a memoria il mansionario.

Ecco, appunto. Secondo il mansionario, la qualifica C4 prevede la risoluzione di casi complessi attraverso abilità logiche e tecniche persuasive, il monitoraggio dei risultati raggiunti e la capacità di prevedere con largo anticipo eventuali problemi, apportando tempestivamente i correttivi del caso.

Esattamente.

Il problema è che io mi sento sottoutilizzato. Le dirò di più: io credo di essere oggetto di mobbing.

Il grillo sindacalista gettò un’occhiata fuori dalla finestra, dove due grilletti si contendevano un filo d’erba. Per un attimo gli tornarono in mente scene della sua giovinezza. Poi si riassestò e chiese: più precisamente, di cosa sta parlando?

Io credo – rispose il grillo parlante – di essere stato assegnato a una persona che non ha affatto bisogno di me. Vede, la questione non è quella di non voler ascoltarmi o discutere, è proprio che io lì mi sento inutile. Sono una risorsa sprecata, non c’è mai nulla su cui possa intervenire, fila tutto terribilmente liscio. E capirà bene che dopo tanti anni di studio io abbia anche bisogno di sentirmi valorizzato, di arricchirmi professionalmente.

Il grillo sindacalista raccolse tutta la pazienza di cui disponeva: vede, giovanotto, non è esattamente così. Lei ha superato un concorso da C4, mica da B1! E’ chiaro che le si affidano casi difficili, che ci si aspetti da lei il massimo della vigilanza e dell’attenzione.

Ciò che a lei sembra una perdita di tempo, un’attività superflua, in realtà non lo è: proprio perché non accade mai nulla, lei deve essere lì, presente e attivo, pronto a rendersi utile nel momento in cui si avrà bisogno del suo consiglio. Perché non creda, non creda che la persona alla quale è stato affidato non avrà mai bisogno di lei. Succede a tutti, anche ai migliori. Un giorno, improvvisamente, quando meno è previsto, crollano, si distraggono, commettono un errore, anche minimo, e allora spetta  a lei il compito di migliorare la situazione.

O non mi dica piuttosto che vorrebbe svolgere mansioni da B2, quelle cosette elementari che ha appreso nei primi anni del suo studio: non si rubano i portafogli, non si mettono le mani sulle chiappe delle sconosciute e via discorrendo.

Ma no, mi creda. E per un attimo il grillo parlante si vergognò della sua arroganza. E’ solo che io comincio a dubitare che questo momento possa arrivare. E a questo punto io vorrei…ecco…io vorrei chiedere un trasferimento presso altra sede.

Il grillo sindacalista scattò sulle zampe posteriori. Si sentì un cric e poi un lamento di dolore soffocato: ma cosa dice, giovanotto? Questa è la prima volta che ci viene presentata una richiesta del genere. Ma lei conosce il mansionario? Lo sa che il suo incarico è vita natural durante e non può essere modificato? Ma si rende conto della sua richiesta? Ma si immagina se tutti i grilli parlanti facessero come lei? Vorrebbe dire lasciare quei poveri esserini umani in balìa di se stessi, confonderli. Ma lei, giovanotto, mi spiace dirglielo così brutalmente, lei non ha un minimo di deontologia professionale, lei non è che un povero egoista che si crede al centro dell’universo.

Il grillo parlante tacque, visibilmente imbarazzato.

Vede, provò ad aggiungere il grillo parlante in un ultimo sforzo di persuasione, quando parlo con i miei colleghi, li sento stanchi ma soddisfatti. Ancora motivati. A me invece sta venendo una depressione, passo le mie giornate a rigirarmi le zampette, sperando che accada l’irreparabile. Sperando che arrivi finalmente il giorno in cui anche io potrò mettermi un po’ in evidenza, dire la mia, dirigere in qualche modo i destini del mondo.

Senta, giovanotto, sbottò allora il vecchio grillo sindacalista, io non posso aiutarla in alcun modo. Torni al suo posto di lavoro e porti pazienza. Se proprio non ce la fa, segua un corso di aggiornamento professionale che la tenga impegnato, qualcosa sulle tossicodipendenze, i tradimenti, la prevenzione frodi e lo spionaggio aziendale. Oppure si trovi un hobby creativo, che so, scriva.

Il grillo parlante abbassò la testa sconsolato e capì che era il momento di andarsene. Lentamente saltò fino alla porta e se la richiuse alle spalle.

Che peccato, mormorò tra sé il grillo sindacalista. L’ennesimo grillo per la testa che ha sbagliato mestiere e non accetta il fallimento. Raccolse gli appunti e li infilò in una cartellina verde sulla quale c’era scritto “crisi vocazionali”, tutto in maiuscolo.

Si accese un’ennesima sigaretta.

Lontano, oltre la strada, i suoi colleghi già pensionati accordavano con le cicale gli strumenti per il concerto serale.

(Questa storia dovrebbe avere una morale, come tutte le favole. Il fatto è che da oggi pomeriggio la cerco senza trovarla, ma probabilmente volevo semplicemente dire che prima di farsi in quattro per insegnare agli altri cosa è giusto e cosa no, forse bisognerebbe essere sinceri con se stessi e cercare di capire per quale ragione – veramente – si insiste nel voler a tutti i costi dire agli altri come vivere.)