L'esibizionista

E venne il giorno che Enrico disse: adesso tocca a voi.

Ma noi lo guardammo con un’espressione di sorpresa e scherno che lui d’un tratto rabbrividì e si curvò nelle spalle, vergognoso, e da quel giorno non ebbe più il coraggio di chiedere o proporsi. E neppure di continuare quel gioco finto innocente e finto no che portava avanti da anni, quando io e Milli studiavamo latino nella stanza stretta e lunga ed Enrico passava davanti alla porta aperta, rientrando dal bagno alla sua camera, con i piedi bagnati, la testa gocciolante e un accappatoio liso di colore azzurro.

Poi si fermava, slacciava la cintura e lo spalancava. Spostava lo sguardo dal suo sesso piccino ai nostri occhi, cercando meraviglia, stupore, foss’anche disgusto. Qualcosa che non ci avrebbe lasciato indifferenti, quella era la segreta speranza di adolescente goffo e brufoloso, incapace di ballare e timido con le compagne.

Ma noi nulla. Neppure la minima attenzione.

Solo un rosario di rosa rosae rosae, ma quando si allontanava ci scrivevamo un bigliettino.

“Tuo fratello è matto e depravato”

“Hai visto quanto ce l’ha piccolo?

“Tu che ne sai che è piccolo, ne hai visti altri?

E un rossore sfumato sul viso di Milli.

In quella casa ci si muoveva secondo regole non dichiarate, ma deducibili dai silenzi incastrati nelle porte, dalla tensione che nel tardo pomeriggio si impossessava di tutti e li rendeva nervosi, spaventati, ostili agli ospiti e ad ogni mutamento d’aria.

La chiave nella toppa era il segnale convenuto, che faceva cessare ogni riso, ogni parola. Che accomiatava i compagni alla soglia, la nonna nell’appartamento di fianco, che isolava il telefono fino all’indomani.

Circolava una leggenda metropolitana.

Perché la mamma di Milli, un giorno che era ancora giovane a Capri aveva incontrato Alain Delon e pare che ci avesse passato insieme la notte. Allora il papà di Milli non esisteva ancora nella sua vita, era arrivato solo dopo, quando la madre, smarrita per l’eco della leggenda, s’era fatta in quattro per trovarle un fidanzato. A questa ragazza qui dai capelli cortissimi e i pantaloni di pelle,  quando le donne nemmeno indossavano i pantaloni. La sigaretta in bocca e gli occhiali da cattiva.

Perché così era la mamma di Milli. Ancora oggi che vira sulla settantina ed è vedova da un decennio, la vedi incedere fiera per la strada, come una uscita da un film, tipo un West Side Story.

Io sono sicura che il marito non l’avesse mai amato davvero, ne parlava con un’indifferenza che rasentava il disprezzo. Ma l’amore ha a volte percorsi che mi sfuggono, mi confondono, ammantati di cattiveria e ricatti e silenzi.

Lo sopportava.

Però era  forse l’unica persona al mondo che temeva e di fronte al quale in qualche modo si piegava.

Una volta, qualche anno fa, gliel’ho chiesto a Milli. Mi ha risposto che il padre non amava la confusione e il rumore, che di nascosto a volte la notte piangeva e la loro vita intera s’era creata intorno a questo segreto, a questo nucleo indicibile. Una prassi non modificabile che poco a poco li aveva modificati tutti.

Che tutto il resto era passato in second’ordine, di nessun interesse. Anche Alain Delon se del caso.

Ma era vero, poi? Ho chiesto

Ma certo che era vero, e non fu l’unico. Era una donna da scandalo, mia madre.

Poi casualmente ho rivisto Enrico, ci siamo salutati al supermercato. Con questa moglie che ricordo vagamente dai tempi del liceo, scialba e buona. Una tragedia in atto: il primo figlio con una sindrome rarissima, senza trachea, con più dita del necessario a mani e piedi e un tumore raro. Che per curarlo occorrono le staminali di un altro figlio e loro continuano a provarci e dallo stress lo perdono.

Quel sesso piccolo che sbuca dall’accappatoio azzurro, sono passati venticinque anni.

Un nucleo indicibile. Come tutti, del resto.

E intorno si addensano grumi di sopravvivenza.

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18 Risposte to “L'esibizionista”

  1. riccionascosto Says:

    grumi di sopravvivenza, sì.

    (è l’unica cosa che riesco a dire, anche se tante ce ne sarebbero, ma questa ne racchiude molte).

  2. brezzamarina Says:

    pienamente al livello dei tuoi migliori post.

  3. giorgi Says:

    Che storia triste, quella di Enrico. Alain Delon svapora sullo sfondo.

  4. Effe Says:

    qui no, non posso

  5. fuoridaidenti Says:

    ero partito per farmi due risate e poi accidentatté e alla vita cana. brava flou, come sempre.

  6. Flounder Says:

    credo che ci formiamo per stratificazioni, per agglomerati, tutt’intorno a un nucleo centrale che a volte è gelido, altre volte di fuoco e ogni tanto ho l’impressione che le persone si avvicinino per effetto dell’attrazione magnetica che si esercita a partire da questo centro, in modo razionalmente non percepibile.
    c’è un punto esatto, in ogni persona, in cui toccando si rischia di romperla ed è così nascosto che possono passare decenni di vita condivisa senza riuscire a comprenderlo, facendosi del male senza volerlo. inutilmente.
    in quella casa ci si muoveva sempre come se gli spazi fossero stati separati da fili elettrici invisibili e ogni deviazione potesse comportare una scossa fatale.
    alcune famiglie posseggono una tragicità così intensa che nessuno riesce a scamparla.

  7. anonimo Says:

    ecco, ora mi viene da domandare: ma se invece gli aveste dato un po’ di soddisfazione a ‘sto Enrico, quel grumo di dolore avrebbe potuto in parte riassorbirsi?
    (presenti esclusi, ovviamente.
    non sto cercando di scaricare i barili, era giusto per chiedere)

    lisa

    (io non so rispondere di netto, però così di botto mi risponderei che no)

  8. cyrano56 Says:

    bellissimo 🙂

  9. Effe Says:

    sono ancora qui, e dopo un giorno lo posso dire, a dolermi dello schiaffo finale.
    Lei prima carpisce la fiducia del lettore, lo disarma, lo spoglia, e poi lo colpisce.
    Non so che fare: devo osannarla, suppongo, oppure denunciarla per molestie

  10. Flounder Says:

    non era mia intenzione.
    se schiaffo vi è stato, non v’era premeditazione alcuna.

    sul dare soddisfazione alle persone ho imparato invece che occorre un requisito base: non sentirsi minacciati e nemmeno fagocitati.
    altrimenti qualunque tentativo di andae incontro all’altro sarà sempre viziato alla base e privo di spontaneità.

  11. Flounder Says:

    e nemmeno si può dare soddisfazione a qualcuno se ci si sente insoddisfatti.
    è come regalare una scatola vuota.
    (questo mo’ è un altro ragionamento, oggi mi sento un po’ svuotata)

  12. UnaVolpe Says:

    Ciao Flo t’ho ritrovato…
    Le altre che fine hanno fatto?
    Bax

  13. Flounder Says:

    ma ti eri persa tu o mi ero persa io?

  14. UnaVolpe Says:

    Credo io, tu a quanto pare sei rimasta qua….

  15. Flounder Says:

    in tutta onestà potrei dire che in alcuni giorni mi sono persa stando sempre allo stesso posto.
    oggi emano elettricità statica.
    attenti quando aprite il blog.

  16. anonimo Says:

    ma io non mi chiedevo se sarebbe stato il caso di concedergli un po’ di soddisfazione: mi chiedevo, piuttosto, se sarebbe cambiato qualcosa nel caso in cui gliene fosse stata data un po’ nel momento in cui ne aveva bisogno.
    (mi sa che non mi riesce tanto bene spiegarmi)

    lisa

  17. hobbs Says:

    …il mio unico rammarico, è non essere un editore…

  18. Flounder Says:

    sei molto di più

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