Harga Pas (Espressione che chiude ogni tipo di contrattazione e mette fine ad ogni richiesta. Vuol dire: ultimo prezzo)

Ci sono giorni in cui la memoria si dilata e sguazza nelle immagini, negli odori, nelle sensazioni sulla pelle.

Io mi ricordo di un’estate di tanti anni fa, che andavo vestita con un paio di calzoncini a righe bianche e nere, una canottiera e una bandana verde per ripararmi dal sole.

Al mercato degli uccelli in una gabbia enorme c’era un pipistrello di dimensioni spaventose, sarà stato alto più di un metro, mentre l’apertura alare, incommensurabile, era frenata dalle sbarre. Gli davano da mangiare insetti vivi e scorpioncini, che raccoglievano a piene mani da una cesta chiusa da un coperchio di alluminio.

Sulle bianche terrazze dell’antica città, vicino al palazzo dei sultani, i bambini facevano volare un aquilone bianchissimo, rattoppato agli angoli. Un uomo vestito di bianco parlava un italiano perfetto e ci raccontava di questa moglie italiana che era fuggita per non fare più ritorno, lasciandolo con tre figli piccoli e nessuna promessa. Il bianco abbagliava e non lasciava scampo, come una perenne richiesta di innocenza.

Di notte, in un alberghetto in cui scorazzavano i topi – scorazzano dovunque, per via delle fogne a cielo aperto, e non temono nulla – si sentiva frinire nell’armadio un grillo talpa solitario.

E poi un’invasione di cavallette che si schiantavano a sciami sui parabrezza dell’auto e io che corro con una coperta sul capo, per paura che mi finiscano in bocca, negli occhi, che mi si impiglino tra i capelli, potrei morirne.

All’imbrunire sotto il porticato le bancarelle cedevano il posto a piccoli ristoranti ambulanti, sudici e gustosi. Una sera incontrammo un professore di spagnolo e la sua famiglia e finimmo a casa loro a vedere le foto del viaggio di nozze in Europa.

Avevo imparato le parole semplici, è una lingua senza troppi misteri, un idioma fatto di evidenze senza recessi.

Nei paesi in cui tutto può scomparire per una catastrofe improvvisa, spesso le cose sono molto più semplici e dirette. Si bada all’essenziale.

Da Yogyakarta e per tutta Giava a bordo di un motorino smarmittato e con una candela troppo vecchia, che alla prima pioggia si spegneva senza pietà. Una cena offerta da una coppia di agricoltori che avevano una casa con una grande tettoia sotto la quale avevamo trovato riparo. Quando la sera rientravamo in città la gente rideva: eravamo neri di smog, neri nei pori, dappertutto. Particelle di sporco mischiate al sudore.

Avevo comprato una pietra verde screziata d’oro, l’ho fatta montare su un cilindretto d’oro che a volte porto al mignolo.  Il mio compagno soffriva di pressione bassa e nelle ore di massima calura si fermava. Io continuavo, girando di casa in mercatino, osservavo tingere i batik e piegare il giunco delle ceste, mi sedevo nei cortili con i bambini e le donne ad imbastire storie.

Poi rientravo, nel tardo pomeriggio, e mi sforzavo di raccontare.

Ma la sua attenzione era in un altrove che non mi riguardava, in un posto segreto in cui si annidavano tutte le sue paure. Potevo sbirciare solo da lontano, separata dalle sue distanze di sicurezza.

Una volta, nel pieno di quest’ultimo inverno freddo come mai, l’ho incontrato dopo una vita. Gli ho presentato mia figlia.

Mi ha chiesto: e se ci rivedessimo?

Ma ho promesso a me stessa di non diventare mai più prigioniera dell’altrui disamore e gliel’ho detto così, senza belle parole.

Poi ci siamo salutati e ognuno ha ripreso la sua strada, verso la sua memoria.

Nelle vite in cui si impara che tutto può scomparire per una catastrofe improvvisa, spesso le cose sono più semplici e dirette: si impara a dire sì o no senza troppa delicatezza. L’importante è tenersi lontani dall’epicentro del disamore.

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29 Risposte to “Harga Pas (Espressione che chiude ogni tipo di contrattazione e mette fine ad ogni richiesta. Vuol dire: ultimo prezzo)”

  1. e.l.e.n.a. Says:

    brutale come hai detto tu.
    quanto eri lontana tu dalle sue paure? la distanza di sicurezza è [im]posta dalla paura stessa. mai provato tu ad infrangerla?

    scusami ma è che sono un po’ avvinghiata in questa cosa del disamore. e non è affatto facile tenersi lontano.

  2. brezzamarina Says:

    si impara anche a non dire piú niente. (splendide quelle terrazze)

  3. HangingRock Says:

    C’è una foto nella tua camera da letto. Una foto bellissima, con una superficie che racconta delle cose e una profondità che ne racconta delle altre. Quello che hai scritto me l’ha riportata alla mente.

  4. Climacus Says:

    l’epicentro del disamore si trova sotto l’ombelico.

  5. riccionascosto Says:

    L’identificazione dell’epicentro del disamore mi sembra una questione di sopravvivenza. Il guaio è che si sposta sempre… e come si fa a determinare la distanza di sicurezza?

  6. shemale Says:

    Anche essere prigionieri dell’amore altrui è un’esperienza terribile, figuriamoci del disamore…

    p.s.) Riccio! Da te non me l’aspettavo quest’allusione maliziosa allo spostamento del epicentro del disamore. Certo che si sposta. Verso l’alto intendevi dire, no?

  7. Flounder Says:

    elena, a quel tempo credevo ancora che si potesse fare qualcosa per modificare il destino degli altri.
    oggi non lo penso più.
    non puoi forzare porte che non ti vengono aperte, puoi avere solo la pazienza di aspettare seduta e poi andare via quando è il momento di farlo.

    l’epicentro del disamore è mutevole.
    può provocare disastri improvvisi o condurre la sua attività silenziosamente per anni, come una sorta di bradisismo affettivo, che in alcuni momenti inghiotte e in altri restituisce.

    hanging, ci sono due foto. in una faccio gli sberleffi.
    quella che dà il senso di due piani – come dici tu – quella con due profondità, è stata scattata in un altro posto. è in cappadocia.
    ma cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

    shemale, ho mtelefonato all’istituto nazionale di vulcanologia per sapere se si sposta verso l’alto o verso il basso.
    dicono che devono studiare, poi ci fanno sapere.

  8. brezzamarina Says:

    “puoi avere solo la pazienza di aspettare seduta e poi andare via quando è il momento di farlo.” ecco..tu l’hai espresso molto meglio quello che volevo dire con il mio primo commento.

  9. Flounder Says:

    oggi cercavo una foto delle terrazze da mostrarti, ma non ho trovato nulla

  10. Flounder Says:

    il castello d’acqua

  11. cyrano56 Says:

    splendido, è stato davvero un godimento leggerlo. Forma e sostanza, c’è tutto. Grazie 🙂

  12. zaritmac Says:

    Avanzare, questo bisogna. Perché l’epicentro del disamore affonda su una zolla mobile che si sposta e galleggia sul magma della vita profonda. Avanzare, spostarsi, danzare e, se proprio si deve in tondo, che almeno sia a spirale per garantirsi di non ritornare ad inciampare. E avanzando attraversare la folla ridente dei ricordi, ché persino quelli brutti, da lontano, sorridono.

  13. BellaLu Says:

    flo, ma che ci fai alle parole? il bradisismo affettivo te lo ruberò per sempre (se le royalties non sono troppo esose)

  14. Effe Says:

    pensi che, senza neppure aver letto questo post, già ieri questa frase, l’epicentro del disamore, circolava in rete (davvero)
    Ora vorrei sapere se è da questa frase che è partita, costruendo poi a ritroso il post (spero di sì)

    Poi lo sa che mi appassiona la narrativa di viaggio parallella

  15. Flounder Says:

    in verità non so cosa circolasse ieri in rete, io ero dal cardiologo.
    ma so che questo l’avevo scritto l’altro ieri, dopo che mi era stata cortesemente inviata una foto del complesso di Borobudur.

    BellaLu, le impasto, le mischio, le affetto, le trituro, le denaturo, le abbino a le disabbino, le mixo, le stropiccio e le stiro.
    poi la sera sono stanchissima e mi tocca stare mezz’ora con le gambe sollevate.

  16. Flounder Says:

    zarit, mi piace assai questa cosa della spirale. come certe antiche danze greche dedicate al sole e ai raccolti.
    (devo avere un cd da qualche parte, la prossima volta spostiamo i divani e ci proviamo)

  17. aitan Says:

    Forse sono dappertutto i paesi e le vite in cui tutto può scomparire per una catastrofe improvvisa.
    Ma forse non ne siamo sempre così consapevoli.
    Forse solo i popoli e gli individui che sanno, imparano a dire sì e no con tanta semplicità.
    Forse sono io il primo a non aver capito e non sapere.

  18. Flounder Says:

    è così, aitan.
    e tuttavia alcuni posti – visibilmente – sono più vulnerabili di altri e questo finisce con il condizionare lo spirito del luogo.
    il rischio della perdita produce due effetti contraddittori: o un rassegnato laissez-faire o un disperato attaccamento alle cose che davvero contano.
    noi qui vorremmo scegliere le seconde.
    (col vostro permesso)

  19. e.l.e.n.a. Says:

    io non parlavo di “modificare il destino degli altri”. neanche riusciamo a modificare il nostro!
    no, io intendevo stabilire un punto di contatto. da come avevi descritto tu, eravate parimenti in un altrove specularmente diverso.
    lui con il suo starsene al chiuso, quasi scevro di parole e tu nel tuo spazio aperto a spargere parole come petali da un cesto.
    è il contatto che a volte manca.
    due fili che non riescono a riannodarsi dopo uno strappo, due estremità che non si toccano più e non passa la corrente e si rimane al buio.
    è quel passo che nessuno fa verso quell’altrove che riconosce diverso.
    può essere faticoso entrarci, ma non credo impossibile. e, comunque, se si ama qualcuno, credo che il tentativo lo si debba compiere. sempre e comunque. poi vada come vada. altrimenti a che serve aspettare seduti il momento di andarsene?

    e tenersi lontano dall’epicentro del disamore non preserva, in fondo, da nulla. qualunque terremoto può arrivare quando meno te lo aspetti o non arrivare mai.

    (lo so che non sono molto tempestiva nel controcommentare)

  20. Flounder Says:

    il controcontrocommento sarebbe troppo lungo.
    la sintesi è: si possono riannodare i fili spezzati tra due persone, ma non quelli spezzati in altri momenti e altre vite.
    e mi viene un esempio di un’altra cosa e un’altra persona: un amico rimasto orfano da piccino che aveva il terrore di restare solo e in tutte le sue relazioni, anche di amicizia, tendeva ad anticipare quel momento, a dare il peggio di sé, a creare circostanze in cui l’unica scelta possibile che avevi era quella di lasciarlo al suo destino, confermando le sue paure.
    ti sfiancava, con queste richieste d’amore e di attenzione che producevano l’esatto contrario.
    ecco, più o meno era una cosa così.

  21. Zu Says:

    “si possono riannodare i fili spezzati tra due persone, ma non quelli spezzati in altri momenti e altre vite”

    Boh, a me in più di un caso è capitato di ritessere insieme a persone dopo parecchi anni di separazione assoluta: trama e ordito sono stati degni di essere chiamati a esistere.
    Forse dipende dal modo in cui le strade si erano separate.

  22. Flounder Says:

    io per la verità pensavo ad altro, a chi si porta dei fardelli che gli appesantiscono l’esistenza e quando poi potrebbero lasciarli, ci sono talmente legati da sciupare tutto.
    è impossibile sanare le ferite di qualcun altro se questo qualcuno non lo vuole, gli si può solo offrire pazienza e ascolto, ma non fino all’autolesionismo
    (oggi ho il sospetto di essere poco chiara)

  23. Su Says:

    secondo me sei stata chiarissima

    (oggi ho non il sospetto, ma la certezza, di sentirmi telegrafica).

  24. Su Says:

    no, la verità è che questo post, come quello del 25, losento così tanto che avrei troppa roba da dire e allora non mi viene da dir nulla.

  25. e.l.e.n.a. Says:

    io intendevo riannodare i fili allora. non era riferito alla richiesta di quel “e se ci rivedessimo” attuale. mi sembrava che ci fosse qualcosa di spezzato già allora, nonostante, la vicinanza, il condividere uno spazio fisico, contemporaneo.
    per il resto sono d’accordo con zu. dipende dai modi. e poi io, forse, non faccio testo, sono una che di una corda lisa e sfilacciata tenterebbe sempre e comunque di afferrare anche il più sottile dei fili se riuscisse a ricongiungermi in qualche modo. (posto che ritenga ne valga la pena)

  26. Flounder Says:

    in barca e vela e in arrampicata la prima cosa che ti insegnano sono i nodi.
    si vede che deve essere davvero qualcosa di importante 🙂

  27. IceKent Says:

    le persone che si incontrano, coloro che si perdono, chi non riconosciamo e chi non esiste più.
    si vorrebbe avere mani enormi per abbracciarli tutti, almeno un’ultima volta

  28. Flounder Says:

    quand’ero più giovane sognavo di poter vivere in una sorta di falansterio, insieme a tutte le creature che avevo amato, uomini, donne, bambini.
    tutti insieme, per sempre.
    oggi non so se lo vorrei ancora.
    ma riabbracciare qualcuno, quello sì, invece.

  29. alex67 Says:

    veramente avvincente ed emozionante.

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