Archive for giugno 2006

Burofobia

giugno 30, 2006

Ci sono giorni in cui bisogna farsi forza e affrontare la burocrazia senza timore di esserne schiacciati, con lo stesso ardimento con cui si andrebbe in battaglia.

Per un’intera settimana mi hanno rimbalzato telefonicamente dallo Sportello Unico per l’Immigrazione presso la Prefettura all’Ufficio Immigrati della Questura, all’INPS e alla Direzione Provinciale del Lavoro, dove il centralino faceva tre squilli a vuoto e poi perdeva la linea.

Stamattina mi sono decisa.

Obiettivo: confermare il contratto di lavoro alla nostra ragazza e consentirle di rinnovare il permesso di soggiorno.

Primo step: Direzione Provinciale del Lavoro. Trasferita in altra sede.

Poiché giusto lì accanto c’e l’INPS passo alla seconda tappa, indolore e sbrigativa: signora, a noi non ci importa nulla del contratto. Basta che paghi i contributi e l’INAIL.

Secondo step: monto in auto e mi dirigo nella nuova zona degli uffici, edificata in ex-area industriale, alla ricerca della fantomatica Direzione del Lavoro.

Un ufficio fantasma, dove il funzionario addetto agli immigrati latita. Arriva dopo mezz’ora e mi spiega che le mie scartoffie sono inutili, che la normativa è cambiata e che ne risponde lo Sportello istituito presso la Prefettura.

Ma quelli lì non sanno nulla, dico io. Rispondono che devo parlare con voi.

Il funzionario zelante bestemmia e mi tira fuori dei modelli da Internet, dal sito del Ministero dell’Interno.

Poi mi dice: le anticipo che dovrà pagare una multa tra i 500 e i 2.500 euro, perché questo modulo doveva essere inoltrato sei mesi fa.

Sbigottisco e protesto: ma come faccio a pagare una multa per una normativa di cui non è stata data comunicazione istituzionale? Ma se fino a sei mesi fa la Prefettura si occupava solo di calamità e terroristi! Mi dite come faccio a saperlo?

Brava, signora, risponde il funzionario, cui il Ministero dell’Interno ha tolto ruoli e competenze, ma non la dignità.

Anzi, facciamo così: io la aiuto e lei in cambio va a farsi una passeggiata allo Sportello fingendo di essere una cittadina che non sa nulla, poi viene qui e mi racconta.

Poi la conversazione si sposta, fortuitamente, e per la mezz’ora seguente mi tocca parlargli della Cina e dei progetti regionali, del China Vinitaly e di tutta una serie di cose simili, che da quando lui non ha più ruoli e competenze ha deciso di fare altro.

Si innesta un secondo funzionario che mi propone l’adesione a un progetto di marketing multi-level.

Li ringrazio e vado.

Terzo step: l’ufficio postale centrale per l’invio della raccomandata allo Sportello Immigrazione, che è lì accanto, ma non riceve documentazione pro manibus per una storia fumosa di protocolli.

Ci saranno un milione di persone, ma dopo tre numeri è il mio turno.

Ma allora che ci fate qua?, chiedo a due o tre astanti.

Siamo qui per l’aria condizionata.

Quarto step: la Prefettura, dove sotto mentite spoglie di cittadina all’oscuro di tutto e al di sopra di ogni sospetto, mi presento e spiego che vorrei rinnovare un contratto a una straniera. Una funzionaria gentile mi consiglia di rivolgermi alla Questura. Dico che ci sono già stata, ma declinano ogni responsabilità: sono competenti solo per i permessi di soggiorno.

Panico.

La funzionaria dice: torni lunedì e parli con il mio capo.

Quinto step: la Questura.

Buongiorno, ho una domanda. Mi hanno detto che per ospitare una straniera devo compilare un modulo in cui specifico che si tratta di un comodato d’uso gratuito e pagare una tassa una tantum. Dove lo prendo?

Le hanno detto bene, signora. Lo prende in Comune.

Sesto step: il Comune.

Rispiego tutta la faccenda. L’addetta ride: no, non è qui. E’ la Questura che deve fornirglielo, una volta emesso il permesso di soggiorno. Ma forse anche lo Sportello unico. Si informi. Certo non è qui che deve farlo.

E se non lo faccio?

A suo rischio e pericolo, c’è una multa salata.

Settimo step: ritorno nell’area Questura/Prefettura. Gli uffici sono chiusi per pausa pranzo.

La piazza brulica di nigeriani, senegalesi, ucraini e marocchini. C’è una temperatura da altiforno.

Una volta ho scritto un lungo racconto sulla burocrazia africana. Bazzecole.

Entri in un ufficio anagrafico, tiri fuori una banconota da 5 euro e ti fanno una carta di identità dove puoi scrivere di tutto, anche che sei nato nel 1927.

Torno a casa e la mia polacca mi dice che siamo proprio un paese del terzo mondo, che stamattina uno la stava mettendo sotto sulle strisce pedonali, che in Polonia ci sono uffici dove ti risolvono tutto in dieci minuti.

Per un lungo momento vorrei dirle: e allora tornatene al tuo paese, tra crauti e sloty.

Invece le dico: beati voi. Ma lo penso davvero. E stasera spero anche che vinca l’Ucraina, tiè.

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Italians do it better

giugno 29, 2006

Ho una notizia buona e due cattive.

Quelle cattive – in ordine di gravità – sono: la prima, che ci aspetta un futuro di baciatori aromatizzati ad aglio e cipolla; la seconda: che una volta diffuso il segreto, la concorrenza sarà imbattibile e in qualche modo bisognerà correre ai ripari, lavorando sull’importanza dei servizi post-vendita o individuando nuove strategie di intervento e consumo.

Mi  tocca fare un passo indietro per spiegarvi che nella seconda settimana di luglio a New York si terrà il Fancy Food, che è la più grande fiera agroalimentare del mondo.

Sicché nonostante i trentasette gradi e il tasso di umidità del sessantasei per cento, ho attraversato questa città polverosa e caotica per partecipare a una riunione con tutti gli espositori campani, rispondere a una serie di quesiti e chi più ne ha più ne metta.

Nel corso dell’incontro sono stata messa al corrente di tutte le attività collaterali che accompagneranno il salone a sostegno dell’internazionalizzazione regionale: degustazioni di vini e oli, seminari tecnici, corsi di cucina e per finire – udite udite, che questa è la buona notizia – un workshop scientifico, con tanto di relatori accademici,  dal titolo: “Alimentazione e sessualità: l’importanza della dieta mediterranea”.

Non aggiungo altro, nel timore che si tratti di un bieco tentativo di marketing per far fesso il consumatore finale.

Per sicurezza, coerenza e deformazione professionale, stasera per cena si mangeranno pasta e ceci, a seguire alici marinate in olio di oliva dop, insalata di pomodori e cipolle e pane integrale.

Oh yeah!

(And now kiss me, baby. More and more, again and again)

Kernlose winter

giugno 28, 2006

Forse  se  fossi stata  destinata a  fare l’astronauta  o  la  sommozzatrice,  la visuale  sarebbe mutata. Uno sguardo da lontano, capovolto.

I misteriosi meccanismi che presiedono alla metamorfosi del corpo e dei suoi stati: l’assenza di gravità, la trasformazione dell’ossigeno in azoto. La magia molecolare e la fluidità.

Dal corpo ai pensieri e ritorno, in loop continuo.

Sulla terraferma invece imparai che i calli sorgono come protezione spontanea, a compensazione delle assenze o delle debolezze.

Una superficie callosa estesa sotto il metatarso rivela un cattivo appoggio plantare, il corpo che preme sui talloni ed è facile a sbilanciarsi, a cadere all’indietro.

Fate la prova: irrigidite le gambe e spingete sui talloni, poi chiedete a qualcuno di colpirvi in petto.

Cadrete all’indietro.

Disse così, la mia maestra, dopo avermi fatto ruzzolare: i colonnelli non esistono più nemmeno in Argentina. E tu non hai bisogno di questo, devi solo ammorbidire le ginocchia e allargare il torace.

Così che il piede non abbia più bisogno di provvedere procurandosi questa nuova suola e si accomodi finalmente su se stesso.

Ma prima che il rinnovato equilibrio rifluisca verso l’alto occorre esercizio e impegno, e non è detto che ci si riesca.

Paolo era stato selezionato per un’importante missione in Antartide, sei mesi in mezzo ai ghiacci.

La compagnia farmaceutica che sponsorizzava l’evento lo aveva scelto insieme ad altri nove, tra migliaia di concorrenti.

Il suo check-up era perfetto, nonostante la cecità da un occhio.

Perfetta la pressione sanguigna, l’azotemia. Perfetto l’eccesso di peso che lo aveva tormentato per tutta la vita e che in quella circostanza tornava meravigliosamente utile.

Poi non se ne fece niente.

Per una strana concomitanza di circostanze in quegli stessi mesi incontrò la donna della sua vita. O meglio: incontrò l’unica donna che mostrasse un minimo di attenzione per lui.

Era un donnone alto e robusto, cresciuta in paese. In tutta la sua vita di ultratrentenne non era mai stata neppure a Roma. Si appoggiò a quest’uomo grande e grosso che sembrava forte, con tutto questo grasso che gli faceva da callo intorno al cuore.

Tra i ghiacci – ai quali era abituato da sempre – e il calore – che era un’esperienza nuova, scelse la seconda possibilità.

Oppure non scelse affatto, come forse dimostrano i suoi lunghi monologhi sull’Antartide, a distanza di oltre dieci anni.

Rimpiangi qualcosa?, gli chiedo.

Risponde di no, ma è solo che non immaginava che ciò che davvero desideri possa rivelarsi così difficile da costruire.

E dall’occhio sano un luccichio, simile a una sfera in cui puoi guardarci dentro, mostra lontane immagini di infanzia. Con la neve che scende piano e tutt’intorno piccoli cristalli gelidi di disamore, come una boule “Ricordo di”.

Nulla da dichiarare

giugno 27, 2006

Nelle giornate come questa penso che dovrei mettere tutto quello che ho in due, massimo tre valigie, e partire, cambiare città.

Lo penso sempre, un giorno sì e due no. Solo che negli altri giorni assomiglia a un rumore di fondo, che non ha fretta e non pressa. Un po’ meno di una semplice possibilità.

Di quelle ambizioni attaccate al respiratore, di cui scrivevo qualche giorno fa.

Oggi invece lo penso in modo forte e chiaro, distinto e amplificato.

Lo penso ogni volta che ho lacrime di rabbia.

Sono così diverse da quelle consolatorie della tristezza.

Quelle di rabbia bruciano e sanno di veleno, non aiutano nemmeno a liberarti.

La verità è che non ho mai amato le persone in fuga, quelle che si nascondono a se stesse e agli altri.

Allora resto a difesa dei miei accampamenti, sperando che non appicchino il fuoco nella notte.

Ed è così strano sapere che tra le parole pronunciate e i comportamenti agiti esiste una zona semi-segreta, una terra di nessuno dove tutti gli accadimenti perdono di valore e sostanza, così che puoi limitarti ad ascoltare senza sapere o a guardare senza riuscire a comprendere.

Più parli e meno spieghi, più agisci, più tutto si sfuma e diventa indicibile.

C’è una città dei morti dove tutto è possibile o perde totalmente di senso. E allora quello che resta è solo una superficie, che cambia colore secondo il punto di osservazione, come un ologramma.

Di notti e tracce e segni sul corpo, di inverni e trame e disegni interni se ne perde notizia, come se nulla fosse mai accaduto.

Lavato via da lacrime di rabbia. Calcificato in ricordi che per altri sono solo parole, uguali a quelle con cui compri il latte o racconti del tempo.

Telaragna

giugno 25, 2006

La donna edifica una cattedrale con ampie volute di fumo che si levano alte, fino a sfiorare il cielo.

La arricchisce con rivoli di bava che nel tempo induriscono e rendono la costruzione resistente e stabile. Simile a bianchi cristalli di cerussite.

Poi siede al centro del quadrato formato da quattro pinnacoli traslucidi e aspetta.

L’uomo cammina in circolo intorno al tempio.

Di tanto in tanto sbircia l’interno, conta i suoi  passi e si chiede se sia il caso di entrare. C’è paura e attrazione, stupore e timore.

C’è una luce che abbaglia e gli rende gli occhi simili a fessure.

L’ultimo filo di bava ha una gittata ampia che gli lambisce i fianchi, lo avviluppa come in un bozzolo e lo attira pericolosamente alla donna, che gli sorride e sta per ghermirlo.

Apre gli occhi, sveglio di soprassalto.

La trova lì, addormentata al suo fianco. Con quella pelle ancora bianca che il sole non si accinge a dorare.

Un sottile filamento di saliva le scorre dalla bocca e bagna il cuscino.

Lui si avvicina e le percorre il bordo delle labbra con la punta della lingua.

Poi dentro di sé benedice e ringrazia, come tanto tempo prima gli hanno insegnato che si usa fare nelle chiese.

L’importante è fare un buon tirocinio

giugno 22, 2006

Dopo mesi di discussioni e malumori, finalmente una riunione di lavoro di quelle belle. In cui hai a che fare con uno che capisce e che ti capisce.

Che gli dici: voglio un catalogo così e colì, un sito web bello da non staccare gli occhi, un dvd che mostri questo e quello e lui ti anticipa e completa i tuoi desideri. Che non ti devi stressare con i soldi, gli dici: più di tanto non è possibile muoversi e voglio un prodotto di qualità e se non è possibile voglio una controproposta e lui te la fa su due piedi.

I testi li scriverò io, andandomene in giro per musei, biblioteche e botteghe artistiche con una lunga tradizione alle spalle.

A diciotto anni io volevo fare l’architetta o la studiosa di storia dell’arte, poi dissero che dovevo essere pazza a scegliere deliberatamente di morire di fame.

Non mi dissero che evitando di morire di fame non mi sarebbero state risparmiate altre morti.

A ventitre anni capii da sola che sarei morta di noia e di depressione, se non avessi assecondato almeno una delle voci che mi tormentavano. Iniziai a viaggiare e a scrivere.

A ventinove una mossa sbagliata mi uccise l’ambizione, che da allora vive attaccata a un respiratore.

A trentaquattro anni sperimentai una morte per delusione. Dicono che siano terribili, ma credo che in realtà ci sia di peggio, come mi accorsi subito dopo, incontrando una morte per paura e dolore.

Una di quelle che mi ha reso il sonno così lieve che un giorno forse mi farà morire per stanchezza.

Alla soglia dei quaranta ho accumulato un discreto campionario di decessi parziali.

Un paio di morti per amore, che sono le più agonizzanti.

Una moltitudine di morti per ansia, che ogni volta si accumulano alle precedenti e richiamano in vita vecchie paure.

Una morte del tempo, che si presenta spesso in modo apparentemente asintomatico fino a che il danno è ormai irreversibile.

Qualche morte del sogno, che assomiglia a quelle apparenti.

Diverse morti nella carne, che sono le più piacevoli e alle quali non ti abitui mai. Che ti beatificano.

Il giorno in cui verranno a prendermi non mi stupirò. Tutt’al più chiederò una piccola proroga per morire un’ultima volta di tenerezza.

Quando arrivo dall'altro lato, faccio un fischio

giugno 20, 2006

Non ho tempo di scrivere e nemmeno di leggere: sono oberata di lavoro, riunioni, telefonate, incontri e visite aziendali. Più una serie di scadenze personali di un certo peso, nonché varie ed eventuali (con buona pace dell’idraulico che almeno mi ha restituito il possesso dei canali di scolo).

Il tutto incastrato in un lasso brevissimo di tempo, con nodi da fare invidia a un marinaio e sfidare anche Houdini.

Il risultato è un livello di ansia che sfiora la soglia massima di sopportazione.

Dormo male e mi capita di indulgere alla lacrima, anche dove non sarebbe necessario. Anche a costo di apparire inadeguata o inspiegabilmente vulnerabile.

Sogno vigili urbani che mi fermano e chiedono libretto, patente, giubbottino fluorescente –  più una serie di cose poco pertinenti – e che non mi lasciano andare via, con una serie di scuse e pretesti, nonostante io abbia fretta.

Il fatto che io abbia solitamente modi da cingolato e immediate capacità di reazione non esclude la sensibilità e la stanchezza.

In alcuni momenti, quando la vita mi pressa, mi riscopro fragile e mi dimentico di ridere.

Se non mi vedete in giro è perché sto imparando ad andare in monociclo su un filo sospeso a mezz’aria.

Senza rete.

O cado o mi apro un circo.

Paso doble

giugno 15, 2006

Danzano in coppia, gli esseri umani, su ritmi di bisogni spesso incolmabili.

Adattandosi al passo dell’altro per paura di danzare soli o sfidando l’altrui presenza per imprimere il proprio tempo e condurre.

Timorosi spesso di sperimentare passi propri o virtuosistici assoli.

Verrebbe voglia di intervenire, a volte, dove si vede un movimento interrotto o uno slancio di troppo.

A correggere una volta o un passaggio.

Ma senza adeguata preparazione tecnica ci si stira e lacera i muscoli, ivi incluso il cuore.

Spesso quello degli altri.

Allora mi siedo e mi limito a osservare. E all’invito: scusi, vuol ballare con me?, prendo respiro e tempo. E poi m’alleno.

Anche a star ferma, se necessario.

Che di bisogni impellenti io non ne ho, riesco anche a  fermarmi su un solo piede e addormentarmi, come fossi una gru.

Io sono buona solo se respiro in sincronia, se un po’ alla volta imparo senza fretta controllando l’affanno, con la giusta paura di cadere e il contrappeso del coraggio per rialzarmi.

Di una figura perfetta amo motivazione, energia e rigore formale. Lo sforzo che la modella e che nel tempo si fa lieve.

Nella bontà spontanea non c’è talento, ma qualcosa che assomiglia un po’ troppo alla paura.

O alla parente sua più prossima: una colpa.

L'Edipo a Colonia

giugno 14, 2006

(Vi si racconta una storia, qui, che mischia reale a immaginario. Non troppo lontana dai fatti, ma al tempo stesso terribilmente vicina a segreti e timori che si ha paura di nominare)

Oggi ho risentito Vittorio al telefono, dopo un mucchio di tempo. Credevo fosse meno, in realtà, ma quando gli ho chiesto come stesse sua sorella, attaccata a un respiratore da molti anni, mi ha risposto che ormai non c’era più da quasi due anni.

E lo stesso è stato per lui, quando mi ha chiesto se la mia piccola andasse in prima l’anno prossimo o tra due anni.

Mi sono chiesta cosa avessimo fatto in tutto questo tempo.

Io le mie risposte ce le avevo, e anche un pochino le sue, sempre perso a seguire storie di paesi emergenti e ricostruzioni economiche.

Mentre parlavamo, riassumendoci in un lungo momento prima di entrare nel vivo delle questioni di lavoro, mi è venuta in mente la casetta che abitava un secolo fa oltre il raccordo anulare, con quel giardinetto pieno di zanzare e la sua cucina piena d’aglio.

E poi un lungo viaggio in treno per andare al suo matrimonio, in assoluto il più curioso al quale abbia mai partecipato.

Era tutto riciclato, comprese le fedi e gli abiti nuziali.

Ma loro no, insistevano a dire che l’essere genovesi c’entrava poco o nulla.

Anche il ricevimento in casa, con un centinaio di persone stipate dovunque e una lentezza folle,  quattro sorelle che avevano organizzato tutto, preparavano a mano chili di insalata russa e avvolgevano le corolle dei fiori con delle spirali in fil di ferro, perché non appassissero. Una zia molto anziana che non poteva credere che fossimo arrivati da così lontano per il matrimonio di suo nipote, con quel che costa il treno.

E ditemi, ditemi, Vittorio mangia? Va pulito al lavoro o tutto stropicciato? Gli volete bene?

E noi a dire sì, che gliene volevamo, che spesso la sera lo tenevamo a cena da noi, come spesso accade tra colleghi giovani fuori sede, ancora senza famiglia, mentre Vittorio si vergognava come un bambino davanti alla maestra.

Faceva caldo, nonostante fosse inverno.

Così caldo che alcuni la mattina prima s’erano andati a buttare a mare. Un febbraio fuori dal comune.

In casa loro viveva un libanese, Salim, che la madre aveva preso con sé tanti anni prima, quando insegnava a Beirut. Un alunno modello che aveva fatto diventare medico, proprio come un figlio. Al quale voleva bene più che al figlio, che di studiare medicina proprio non ne aveva voluto sapere. Invece Salim si era laureato e specializzato. Una presenza ingombrante e arrogante, sorta di pascià in casa d’altri.

A quell’epoca eravamo molto uniti, c’era anche Luca.

Pranzavamo insieme, andavamo insieme a passeggiare in centro, al cineforum argentino e a quello brasiliano. Insieme per Natale e Pasqua, per Capodanno e i compleanni, insieme noi tre o anche con i nostri compagni.

La sua non la sopportavamo, non ne abbiamo mai fatto mistero. Ma lui aveva bisogno di una donna dura, che lo mortificasse sempre e a prescindere, in pubblico e in privato.

Era stato cresciuto così e così voleva rimanere.

Le ha fatto tre figli, a lei che non ne voleva neppure uno.

Ma insomma, le donne sanno come evitare le gravidanze. Secondo me li voleva, ma con lui faceva scena, per mortificarlo anche su questo, per regalargli sensi di colpa a piene mani.

Anche lui la pensa così, ma senza rabbia.

Gli voglio bene a Vittorio. Molto bene. Ho sempre amato la sua delicatezza, anche quando diventava troppo prossima all’arrendevolezza.

A volte collaboravo con il suo ufficio, per incarichi esterni. Io negoziavo giorni, orari, programmi. Lui, invece, era il capro espiatorio di quella gente. Senza alcuna necessità.

E’ solo che gli avevano insegnato così, e lui così faceva.

Mi chiama oggi da un paese straniero, ha un incarico di grossa responsabilità.

Gli chiedo: e allora? Sei soddisfatto?

Mi dice di sì, se non fosse che ha paura che scoprano subito che è troppo malleabile e che finirà come sempre, pronto a caricarsi anche i doveri degli altri.

E tua madre come sta? Ha superato i settanta, no?

Sì.

Poi un silenzio.

Mamma ha sposato Salim, l’anno scorso.

Mi viene da ridere: incredibile, Salim. E’ riuscito a fotterti anche sull’Edipo.

Ride anche lui, di là. La risata percorre qualche migliaio di chilometri e poi si incrina: anche le mie figlie fanno di me quello che vogliono. Forse aveva ragione zio Giannino, che mi voleva prete, almeno non avrei avuto a che fare con le donne.

E la perpetua, Vitto’? Secondo te non ti avrebbe dominato pure lei?

Ride di nuovo, come quando eravamo ragazzi, con quella erre moscia che fa cantare le frasi.

E in quella risata che per un momento lo libera riconosco quella bontà che ha il potere di conquistarmi. Quella che mi fa deporre le armi anche quando so di aver ragione.

Cene mondiali

giugno 13, 2006

Io non sono una patita del calcio e nemmeno mi piace assistere passivamente alle competizioni sportive, tranne il ballo e il pattinaggio artistico.

Però sui mondiali e gli europei mi ci applico, e anche un po’ sulle olimpiadi.

Negli ultimi europei si era stabilito, con gli amici soliti, che avremmo visto insieme le partite dell’Italia festeggiando la serata con una cena tipica del paese avversario.

Così una sera c’erano le moussakà e lo tzatziki, una sera salmoni affumicati con aneto e tutte le svedeserie che ci eravamo riusciti a procurare al reparto alimentari IKEA, una sera foie gras e quiche lorraine e via discorrendo.

Ieri sera invece ognuno stava per conto suo, perché non ci eravamo riusciti a organizzare: alcuni avevano i bimbi con la varicella, un paio di gestanti avevano le nausee, io uscivo tardi dall’ufficio, e allora non se ne è fatto nulla.

Però in frigo avevo tutte le verdure giuste, così sono passata alla macelleria africana e ho comprato delle merguez, sono rientrata a casa e ho preparato un couscous con ceci e tutto il dovuto e alle nove meno cinque minuti ero pronta al fischio di inizio.

Alle nove in punto bussano alla porta, ed era mia figlia che tornava da una festa.

Saluti e baci e la partita era già iniziata, che a me mi piace da morire sentire gli inni nazionali.

Vabbè.

Mi accingo a cenare quando la piccola all’improvviso sbianca e mi dice che si sente male. Non ce la fa nemmeno ad arrivare al bagno e vomita nel lavandino della cucina.

Son due o tre giorni che l’acqua fatica a scendere, nonostante due bottiglie di gorgo. A quel punto si è definitivamente otturato.

Svuotiamo il mobile, prendiamo un secchio e smontiamo il sifone. Tutto a posto, pare che l’acqua adesso defluisca.

Nel frattempo l’Italia ha segnato un goal, ma non l’ho visto.

Rimonto il sifone, faccio scorrere l’acqua e di nuovo il lavandino è intasato.

Riscaldo nuovamente il cous cous, ma nel frattempo è finito il primo tempo, così ne approfitto per chiamare l’idraulico e spiegargli il caso. Caso difficile, a quanto pare, giacché mi informa che molto probabilmente sarà necessario smontare la cucina. Nella peggiore delle ipotesi – visto che io non mi ricordo se sotto la cucina c’è un pozzetto o no – toccherà rompere il muro e le mattonelle.

Nel frattempo inizia il secondo tempo, riscaldo ancora il cous cous e mi accingo finalmente a cenare con un menu africano.

La piccola dice: adesso ho fame, mi fai un toast?

Mentre preparo il toast, glielo porto, poi un bicchiere d’acqua, poi un tovagliolo, poi pipì, poi non so che altro, ah sì. Anna esce dalla sua stanza e mi sommerge con un lungo monologo di cui afferro i temi principali: dentista, permesso di soggiorno, patente, contratto, parrucchiere, mio ragazzo, cellulare.

Nel frattempo l’Italia segna il secondo goal, che non ho visto. E nemmeno ho finito il mio piatto di cous cous.

Lo riscaldo nuovamente e finalmente riesco – non senza due telefonate di mezzo – a vedere gli ultimi dieci minuti. Poi ingollo quel che resta di una cena simil africana e mi viene in mente che se fossi una pubblicitaria, questa sera inventerei uno spot per la barilla in cui spiego che per vincere i Mondiali occorre tanta buona pasta di grano duro. Quella che resta al dente, per capirci.