Orario continuato

Alle nove Michele si è già sparato la sua prima sega.

Forse non è nemmeno la prima, ma è quella che io sento, affacciandomi in bagno e respirando quell’odore acre che lo contraddistingue. Alle nove di mattina il bagno di fronte alla mia stanza è già impraticabile. Ci sono fazzoletti di carta fradici dovunque e chiazze d’umido per terra.

Entra nella mia stanza, Michele, e mi deposita con gentilezza un foglio sulla scrivania, con i riferimenti di tutti quelli che hanno provato a contattarmi mentre il mio telefono era occupato. Non lo tocco nemmeno, mi limito a ricopiare le informazioni su un altro foglio e poi con cautela lo getto via.

Ha lo sguardo azzurro liquido, dietro gli occhiali, una goffaggine che altera ogni movimento e la mano destra a titillarsi il pacco.

Non se ne accorge neppure, è privo di ostentazione o sfida.

Michele in realtà non esiste, è un’emanazione del suo cazzo, una proiezione evanescente. Si perde e si ritrova nello sperma che deposita dovunque, incurante del luogo, dell’ora, della socialità necessaria per dividere spazi comuni.

All’inizio, anni fa, quando lo avevo appena incontrato, qualche volta siamo andati a pranzo insieme.

Non sapevo ancora spiegarmi quella sensazione di disagio che mi prendeva quando parlava, qualcosa che per me non assomigliava a niente di conosciuto.

Nelle pause tra un boccone e l’altro, tra una frase e l’altra, riempiva l’aria con un’ecolalìa insistente e oscena, di cui nemmeno riusciva a rendersi conto. Un mantra ossessivo: il cazzo, il culo, il cazzo, la fica, lo sbatto, ti prendo, il cazzo te lo ficco dovunque, le tette, il cazzo, il cazzo, il cazzo.

Poi torna in sé ed è gentilissimo.

Questo sguardo sempre fuori dal mondo.

Una compagna che lo attende a casa, dopo che anni fa entrambi hanno completamente chiuso i rapporti con le famiglie di origine. Ci chiediamo che volto abbia, cosa pensi e come viva.

Michele ingrassa e dimagrisce improvvisamente, sono variazioni di peso impressionanti, di otto, dieci chili in pochi giorni. Quando è sovrappeso sta meglio, i suoi movimenti sono ancora più rallentati, lui è un po’ più assente ma il bagno resta in ordine.

Così pensiamo che si tratti di farmaci.

Qualche volta qualcuno ha provato a parlargliene, discorsi tra uomini a metà strada tra la prudenza e la goliardia finto complice, ma la furia è stata impressionante. Un’aggressività che da verbale è diventata fisica.

Allora si è lasciato perdere.

Poi c’è Anna, che è la nostra donna delle pulizie, ha circa quarantacinque anni ed è bellissima.

Io sono qui per caso, mi ha detto un giorno di anni fa. Prima ero la segretaria di un medico, e ancora prima di un avvocato.

E’ elegante, Anna. In certi giorni la immagino al mio posto, dietro la scrivania, e io con i miei jeans e le gonnelle indiane trasandate a passare il mocio nei corridoi. Visivamente lo scambio regge, ma anche nei contenuti non andrebbe poi così male.

Anna è sposata e ha due figli adulti, belli come lei, dai nomi spagnoli e altisonanti.

Poi, un pomeriggio di inverno di tre anni fa, quando tutto era buio e la luce riflessa nei grattacieli faceva già un po’  paura, ed ero la sola rimasta in ufficio come ogni lunedì e giovedì, si è affacciata alla mia porta e mi ha visto piangere senza ritegno.

Abbiamo parlato un po’ e poi mi ha detto: anche io, ma non lo dica a nessuno. Già mi mortifica troppo star qui a fare le pulizie, ma non voglio che si sappia che sono sola, che ho lasciato mio marito perché è un delinquente. Non è la solitudine che mi fa soffrire, ma la paura e il pensiero di chi potrebbe avvicinarsi per approfittarne. Non voglio fare pena a nessuno e nemmeno che qualcuno pensi di potermi comprare. Si ricorda quando ho detto che andavo in vacanza, qualche mese fa? Guardi qui, invece.

E si è aperta il camice giallo su una cicatrice che le parte dall’ascella  fino al torace.

Nemmeno del cancro, ho detto. Non mi piace che la gente mi compianga.

Poi ha pianto anche lei, un poco, e per quel giorno la mia scrivania è rimasta in assoluto disordine,  con dispiaceri che si inframmezzavano alle circolari e lacrime appiccicate alle tabelle di missione.

Venga con me, mi ha detto, venga.

E mi ha portato nella stanza di Michele.

Ha spostato la sedia e mi ha indicato una chiazza ormai giallastra sul pavimento.

Guardi sotto la scrivania.

Ho guardato.

Piangeva a dirotto, Anna. E tra i singhiozzi diceva: più di ogni altra cosa è questo. Come fosse un figlio mio. E io, io sono qui, per sbaglio, io lavoravo dietro una scrivania, ma non lo dica a nessuno che mi ha visto piangere.

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49 Risposte to “Orario continuato”

  1. anonimo Says:

    notevole..senza parole..

  2. fuoridaidenti Says:

    marò, qual è lo skill per essere assunti da voi?

  3. Zu Says:

    Constato per l’ennesima volta che il tuo scrivere funziona. Funziona come membrana porosa tra l’essere e l’esistenza, come cartina rivelatrice di pezzi di realtà (e della tua sensibilità percettiva e capacità comunicativa col mondo che ti circonda).

    Analoghe sensazioni provengono dal libro che sto lentamente attraversando: Il dio delle piccole cose, per il modo di percepire e di riproporre l’esperienza con la contemporaneità delle facce interiore ed esteriore, o materiale e spirituale, con un’interezza rara.

  4. cyrano56 Says:

    bellissimo post 🙂

  5. brezzamarina Says:

    trabocca umanitá..

  6. Climacus Says:

    assorbito malamente il pugno nello stomaco (quanto mi fa bene stare male, cara Flo’), non so se verserò più lacrime o sperma. E’ come se tu avessi risposto alla domanda sul significato della parola ‘condivisione’ con un appello (pesante come un macigno) alla condivisione stessa senza porsi l’interrogativo se essa sia possibile o meno. Bello, perché il messaggio è veicolato da tre monadi. Grande grande post!

  7. giorgi Says:

    eh, c’è poco da dire, porca miseria!

  8. brezzamarina Says:

    Climacus, pensa che quando ho letto le prime righe del post nei preferiti, volevo venire qui a dire “Climacus, esci da questo corpo!” 😉

  9. Flounder Says:

    sono debitrice, sì, lo dico con orgoglio, a due blogger: hotel messico, che ha parole taglienti e nessuna pietà e zaritmac, perché la vita intreccia i sensi ai senza, l’urlo alla lirica, l’amaro al mare, e mescola tutto con amore.

    è uno scrivere che funziona, sì. l’ho detto anche ad Hanging. soprattutto nei giorni di vento: si stampa in A4 e si infila sotto il maglione. e dopo si può andare in moto e in bici senza prendere freddo.

    l’ho già detto: Il dio delle piccole cose avrei voluto scriverlo io. quando l’ho terminato l’ho ricominciato subito.
    c’è quell’atmosfera che mi riomanda a un altro libro che ho amato moltissimo: Il buio oltre la siepe , la stessa umanità e quel senso di peccato sospeso.

    calma, con una battutaccia, ti direi che sono richiesti 25 cm, ma è solo per sdrammatizzare.
    (in realtà 15 cm, una laurea e due lingue straniere sono più che sufficienti)

  10. anonimo Says:

    non posso non essere profondamente colpita dalla dignita’ di persone come la tua Anna… sara’ il nome..
    😉

    Annabella

  11. AnnaBella Says:

    …vedi i casi della vita? Il dio delle piccole cose mi fu regalato anni fa, e credo non a caso, eppure lette le prima pagine decisi che non era il momento adatto cosi’ adesso ogni tanto miguarda dallo scaffale ma resta li’….

  12. Effe Says:

    io credo che insieme all’ultimo racconto di Hotel Messico, (che Dio benedica quel ragazzo, che nemmeno sa quant’è bravo) questo pezzo cartavetrato di Flounder potrebbe dare inizio a un’antologia di post sul lavoro.
    Ci penso.
    Davvero.

  13. Flounder Says:

    ha fatto capolino dalla memoria il signor Ishida Takeshi e la sua azienda fantasma in cui ho lavorato più di quindici anni fa.
    era un porco triste.
    un personaggio così letterario da sembrare finto, irreale.

  14. Flounder Says:

    senza contare, effe, che quando LEI pensa, IO tremo.

  15. brezzamarina Says:

    pensa che invece a me era venuto in mente l’ufficio giapponese di ‘Stupori e tremori’ della Nothombe..ma per contrasto..lí era tutto surreale, freddo quasi.

  16. AnnaBella Says:

    beh se parliamo di posti di lavoro aprire le danze significherebbe dedicarci giorni e giorni vista la mole di cose che potrebbero venirne fuori….

  17. Flounder Says:

    anche l’ufficio mio era surreale.
    del resto quel che mi piace della Nothomb è la capacità di descrivere in modo sapiente certe atmosfere che se uno non le vive non ci crede.

  18. Flounder Says:

    Annabella, c’è in giro un bando della provincia di roma che si intitola “Penne precarie”.
    trovalo e scrivi.
    è un ordine.

  19. AnnaBella Says:

    si capo!

  20. AnnaBella Says:

    su gughel cercando penne precarie comune di roma mi esce il blog di un idraulico polacco….. sara’ la stessa cosa?

  21. AnnaBella Says:

    trovato ma il bando e’ di Liberazione non della provincia di Roma….

  22. shemale Says:

    Mi ha ricordato il gol di Maradona da centrocampo contro il Verona. Gli arrivò quell’innocua palla da un banalissimo fallo laterale e lui la trasformò in qule capolavoro.
    Anch’io ho innocuamente aperto il tuo blog poco fa.

  23. stefko Says:

    Anna è una grande donna. Di quelle con gli “attributi”, molto più grandi di tanti maschietti…

  24. HangingRock Says:

    ma è vera questa storia?
    Lo sai che lo devo sapere 🙂

  25. didolasplendida Says:

    E mo devo vedere se l’enel se mi riassume!
    cmq io il dio delle piccole cose me lo portai a Venezia e l’ho perso assieme alla valigia e l’Arundhati l’ho vista da vicino a Mantova e la mia amica che sa le lingue le si avvicinò e le disse che era una piccola grande donna. E lei fu molto contenta.
    Ma Anna era innamorata di Michele?

  26. Flounder Says:

    qui per contratto si scrivono solo storie vere.
    tutt’al più si variano i nomi per ragioni di privacy.
    talvolta – ma solo talvolta – si metaforizza un po’.

    shemale, ma ‘na finta ‘e Maradona scioglie ‘o sanghe dint’e vvene

  27. cf05103025 Says:

    Mi ha stretto un po’ lo stomaco, forse di più che un po’.
    Però sento che c’è qualcosa che non gira, non so, in questo brano, c’è dolore quasi disperazione ma

  28. Climacus Says:

    Il commento di Brezza mi ha fatto ridere. Grazie Brezza 🙂
    (All’inizio avevo capito male: ‘esci da questo corpo’ mi sembrava un invito a disinfestare da me medesmo il povero Michele, che si comporta esattamente come mi comporto io, con la differenza che lui è stipendiato, io le seghe me le faccio gratis. Sulla gratuità del piacere puro parlerò più avanti. Intanto vi basti sapere che masturbarsi è piacevole in ragione inversa rispetto all’eccitazione scatenata da contigenze allietanti. Masturbarsi quando non se ne sente il desiderio o la necessità è dunque la massima espressione di godimento che l’onanismo può assicurare.
    Tornando al commento di Brezza, l’ Esci da questo corpo! va dunque letto come fosse riferito a Flounder.
    Le alternative di replica sono due. C’è quella benigna, per cui potrei affermare che
    “‘un sono io dentro Flounder, gli è Flounder ch’è fuori di me’ (flounder-giuditta)
    e quella maligna
    ‘se davvero mi trovassi dentro Flounder, servirebbe una squadra di rugby per farmi uscire.’
    In realtà, lette le prime frasi del post nella pagina dei preferiti, ho pensato anch’io, con la solita modestia, che il testo fosse un omaggio a Giovanni Climaco, sensazione immediatamente fugata da Anna, giacché ‘ di tutti i secreti Giovanni è custode, fuorché delle lacrime.’) (mo’ aggiorno il titolo del mio blogghe)
    Ciao

  29. Climacus Says:

    manca una enne a contingenze.
    (va tenuto in gran conto il commento di Mario. L’altro giorno, passando dal blog di Mario, volevo lasciargli un pensiero semplice semplice, poi ho rinunciato per timidezza. Comunque adesso so perché il Re della Montagna vive in un antro e non in una caverna.)

  30. Flounder Says:

    considerando che non è un racconto, ma la trascrizione esatta e fedele della realtà, è probabile che qualcosa non giri.
    ma qui allora si apre un’altra questione: adattare la realtà al meccanismo narrativo o piegare il meccanismo narrativo alle esigenze del reale?
    e qui – più probabilmente – si situa il punto di distanza da chi scrive per davvero e chi fa i pezzulli sui blog.
    il post richiede, più di ogni altra forma di espressione, l’unità di tempo, luogo e azione, per di più in pochissime battute.
    per far girare meglio certe storie occorrerebbe più spazio, ma anche più tempo.
    credo sia questo.

  31. HowlingWolf Says:

    Come faccio a commentare? Voglio farlo perchè è giusto che tu sappia che ora ho un nodo nell’anima ma non posso fralo perchè non trovo le parole adatte, parole degne di quelle a cui dovrebbero riferirsi.
    Forse una parola c’è: grazie.

  32. pispa Says:

    è bello, scritto molto bene.
    ma tra le lacrime di queste donne ho visto stupore e indignazione verso il povero michele.
    le donne forti, che si tengono tutto dentro, e michele che invece non ci riesce. ecco.
    al mondo ci sono tanti michele, anch’io ne conosco uno, e mi avvicino poco in effetti.
    ma sento il suo dolore.

  33. all Says:

    sì ma c’è un tra-le-righe che suona di bordone come un “che ci faccio qui?”. e che alla fine sovrasta tutto il post.
    o no?

  34. Climacus Says:

    “ma qui allora si apre un’altra questione: adattare la realtà al meccanismo narrativo o piegare il meccanismo narrativo alle esigenze del reale?”
    Il “reale” non ha esigenze. E’ il narrato ad averne. Non capisco la questione: persino quando racconti una barzelletta adatti la realtà ai meccanismi narrativi.
    Un punto di distanza più significativo, a mio parere, tra chi posta da blogger e chi scrive davvero, si trova piuttosto nel rapporto tra scrivente e destinatario, rapporto ben più stretto per i blogger, già contenuto nel termine ‘link’, che permette allo scrivente di sottindere ciò che nel destinatario è supposto come già conosciuto attraverso la frequentazione continuativa e la comunicazione diretta, sebbene filtrata, che si instaura tra le due parti.

  35. Flounder Says:

    all, spiegati meglio.
    il “che ci faccio qui” è il mio? o è generale?
    (perché in realtà è proprio questo, la condivisione di uno spazio comune che funge da contenitore ma non riesce ad unire, che assomma ma non mescola)

    clim, su questa cosa del fatto che il reale non abbia esigenze, posso darti ragione in parte, nel territorio della matria bruta. poi ieri sera leggevo da Melpunk quanto segue:
    Karen Blixen scrive storie avvincenti e adotta, in pieno Novecento, la forma arcaica del narrare, ossia il timbro orale del racconto. La sua filosofia è appunto condensata da Hannah Arendt nella sentenza per cui “nessuno ha una vita degna di considerazione di cui non si possa raccontare una storia”. La storia, infatti, “rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi.

    e su questo non posso che trovarmi inevitabilmente d’accordo.

    pispa, esiste quel meccanismo pr cui si è tolleranti e comprensivi fino a che un fatto non ci riguarda da vicino. c’è quel confine oltre il quale la pietà o la comprensione fanno spazio a quelle che sono esigenze contingenti, anche le più banali, quelle della gestione del personale.
    i momenti si alternano. in alcuni c’è tenerezza, in altri giorni rabbia.

  36. Flounder Says:

    del fatto dell’affettività dei blogger ne parlavo l’altra sera con i miei colleghi campani.
    in nome di questa affettivià – più o meno superficiale, più o meno intensa – ci si perdona un sacco di cose e questo compromette un po’ la percezione esatta del valore e della qualità obiettive dello scrivere.
    però a me succede anche quando i miei scrittori preferiti mi tirano fuori qualcosa che non mi piace.
    se è uno straniero e so che ha cambiato traduttore, do la colpa a lui e salvo la pace dello scrittore.

    questa è la raione per cui non condivido le iniziative editoriali che partono dalla rete e si rivolgono al mondo dei lettori di carta stampata, passando prima per una valutazione di chi in rete scrive e legge.
    mi pare che il giudizio ne venga irrimediabilmente falsato.

  37. centauro Says:

    Che dire? E’ la prima volta che leggo un tuo post e ne ho beccato uno davvero bello.
    A tratti crudo ma mitigato da una sensibilità nel descrivere e nel narrare che, a pelle, mi sembra una tua prerogativa.
    Ciao

  38. all Says:

    è un Checifaccioqui tuo, di una che osserva -più con distacco che con sim/patia- le gabbie degli altri animali nello zoo in cui si trova, e in cui si chiede se è giusto e quanto ancora debba restare.
    (è anche un Checifaccioqui mio)

  39. Flounder Says:

    e dove – altrimenti – potremmo andare?
    (ieri sera ho iniziato a scrivere la triste storia di Ishida Takeshi. la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: ma che ci facevo io, lì?)

  40. all Says:

    già, dove potremmo andare, noi così responsabili, coscienti dei nostri doveri? (se lo chiede anche Anna, alla fine del tuo post)

  41. nefretere Says:

    ti leggo per la prima volta, ammirata e ti linko, complimenti, che penna sensibile! ciao elena

  42. Flounder Says:

    grazie, elena.

  43. cf05103025 Says:

    ma si staccò il pc
    e dovevo correrre altrove
    e non ricordo più il resto,
    ecco
    Mario

  44. sevensisters Says:

    Ciao, ti si legge con partecipazione

  45. Flounder Says:

    ciao, settesorelle

  46. anonimo Says:

    La contingenza dei tuoi racconti a volte mi spaventa. Forse perchè ci vedo quella dei miei.

    A.

    P.S. tu scrivi proprio bene, però…

  47. Flounder Says:

    anche tu. spesso mi incanti.

  48. .kri Says:

    e questa sarebbe la stessa Flounder, che aveva paura a parlar di certe cose?…quanta strada è stata fatta in un anno.
    che bello.

  49. Flounder Says:

    di vicende umane so scrivere. è di erotismo puro che non sono capace.
    (questa vicenda sta assumendo risvolti inquietanti, ultimo dei quali ieri. che pena.)

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