Burofobia

Ci sono giorni in cui bisogna farsi forza e affrontare la burocrazia senza timore di esserne schiacciati, con lo stesso ardimento con cui si andrebbe in battaglia.

Per un’intera settimana mi hanno rimbalzato telefonicamente dallo Sportello Unico per l’Immigrazione presso la Prefettura all’Ufficio Immigrati della Questura, all’INPS e alla Direzione Provinciale del Lavoro, dove il centralino faceva tre squilli a vuoto e poi perdeva la linea.

Stamattina mi sono decisa.

Obiettivo: confermare il contratto di lavoro alla nostra ragazza e consentirle di rinnovare il permesso di soggiorno.

Primo step: Direzione Provinciale del Lavoro. Trasferita in altra sede.

Poiché giusto lì accanto c’e l’INPS passo alla seconda tappa, indolore e sbrigativa: signora, a noi non ci importa nulla del contratto. Basta che paghi i contributi e l’INAIL.

Secondo step: monto in auto e mi dirigo nella nuova zona degli uffici, edificata in ex-area industriale, alla ricerca della fantomatica Direzione del Lavoro.

Un ufficio fantasma, dove il funzionario addetto agli immigrati latita. Arriva dopo mezz’ora e mi spiega che le mie scartoffie sono inutili, che la normativa è cambiata e che ne risponde lo Sportello istituito presso la Prefettura.

Ma quelli lì non sanno nulla, dico io. Rispondono che devo parlare con voi.

Il funzionario zelante bestemmia e mi tira fuori dei modelli da Internet, dal sito del Ministero dell’Interno.

Poi mi dice: le anticipo che dovrà pagare una multa tra i 500 e i 2.500 euro, perché questo modulo doveva essere inoltrato sei mesi fa.

Sbigottisco e protesto: ma come faccio a pagare una multa per una normativa di cui non è stata data comunicazione istituzionale? Ma se fino a sei mesi fa la Prefettura si occupava solo di calamità e terroristi! Mi dite come faccio a saperlo?

Brava, signora, risponde il funzionario, cui il Ministero dell’Interno ha tolto ruoli e competenze, ma non la dignità.

Anzi, facciamo così: io la aiuto e lei in cambio va a farsi una passeggiata allo Sportello fingendo di essere una cittadina che non sa nulla, poi viene qui e mi racconta.

Poi la conversazione si sposta, fortuitamente, e per la mezz’ora seguente mi tocca parlargli della Cina e dei progetti regionali, del China Vinitaly e di tutta una serie di cose simili, che da quando lui non ha più ruoli e competenze ha deciso di fare altro.

Si innesta un secondo funzionario che mi propone l’adesione a un progetto di marketing multi-level.

Li ringrazio e vado.

Terzo step: l’ufficio postale centrale per l’invio della raccomandata allo Sportello Immigrazione, che è lì accanto, ma non riceve documentazione pro manibus per una storia fumosa di protocolli.

Ci saranno un milione di persone, ma dopo tre numeri è il mio turno.

Ma allora che ci fate qua?, chiedo a due o tre astanti.

Siamo qui per l’aria condizionata.

Quarto step: la Prefettura, dove sotto mentite spoglie di cittadina all’oscuro di tutto e al di sopra di ogni sospetto, mi presento e spiego che vorrei rinnovare un contratto a una straniera. Una funzionaria gentile mi consiglia di rivolgermi alla Questura. Dico che ci sono già stata, ma declinano ogni responsabilità: sono competenti solo per i permessi di soggiorno.

Panico.

La funzionaria dice: torni lunedì e parli con il mio capo.

Quinto step: la Questura.

Buongiorno, ho una domanda. Mi hanno detto che per ospitare una straniera devo compilare un modulo in cui specifico che si tratta di un comodato d’uso gratuito e pagare una tassa una tantum. Dove lo prendo?

Le hanno detto bene, signora. Lo prende in Comune.

Sesto step: il Comune.

Rispiego tutta la faccenda. L’addetta ride: no, non è qui. E’ la Questura che deve fornirglielo, una volta emesso il permesso di soggiorno. Ma forse anche lo Sportello unico. Si informi. Certo non è qui che deve farlo.

E se non lo faccio?

A suo rischio e pericolo, c’è una multa salata.

Settimo step: ritorno nell’area Questura/Prefettura. Gli uffici sono chiusi per pausa pranzo.

La piazza brulica di nigeriani, senegalesi, ucraini e marocchini. C’è una temperatura da altiforno.

Una volta ho scritto un lungo racconto sulla burocrazia africana. Bazzecole.

Entri in un ufficio anagrafico, tiri fuori una banconota da 5 euro e ti fanno una carta di identità dove puoi scrivere di tutto, anche che sei nato nel 1927.

Torno a casa e la mia polacca mi dice che siamo proprio un paese del terzo mondo, che stamattina uno la stava mettendo sotto sulle strisce pedonali, che in Polonia ci sono uffici dove ti risolvono tutto in dieci minuti.

Per un lungo momento vorrei dirle: e allora tornatene al tuo paese, tra crauti e sloty.

Invece le dico: beati voi. Ma lo penso davvero. E stasera spero anche che vinca l’Ucraina, tiè.

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12 Risposte to “Burofobia”

  1. Flounder Says:

    per completezza di informazione aggiungo che nella suddetta piazza Questura/Prefettura una graziosa signorina riccioluta e dall’occhio turchino passeggia avanti e indietro, con un badge che ne specifica identità e funzioni.
    il suo compito è di aiutare gli immigrati a districarsi in questa selva.
    mediatrice culturale e amministrativa.
    ma va’ a zappare, va’.

  2. talib Says:

    oddio Flounder, sei una pasionaria!
    😀

  3. DanieleBurzi Says:

    Non esageriamo. Che vinca l’Ucraina, no.
    Non esageriamo.

  4. anonimo Says:

    io girerei di corsa il tuo post a mi manda rai tre. è veramente una vergogna. Lella

  5. Omdahh Says:

    Oggi Beppe ha scritto il manifesto del nuovo millennio, quello sull’etica del tempo.
    Serviva anche una foto.
    E quella l’hai scattata te.

  6. farolit Says:

    No “farsi forza e affrontare la burocrazia” no, non ce l’ho fatta e no ce la farò mai.
    Io piango alle file alla posta quando lo sportello chiude che io sono a metà, o s’inceppa il terminale e mi dicono torni domani, o “manca il collega che sa sbrigare questa cosa”… no, burocrazia NON si affronta, si evita (e se non si può la si fa affrontare a qualcun altro, mia sorella, alla bisogna)

  7. Tristanbantam Says:

    Ciao flo, un giorno ti chiederò una consulenza, perchè devo aiutare un’amica marocchina a venire in Italia. Il quadro che hai dipinto mi ha sprofondato nel terrore di cosa dovrò passare. A me già solo la parola modulo provoca dermatiti psicosomatiche e attacchi di panico…

  8. Effe Says:

    questo è un blog colonialista (“la mia polacca”).
    Per fortuna, queste cose in Italia non accadono (lei scrive da Taipei, no?)

  9. anonimo Says:

    la mia parigina l’ho mangiata stamattina

  10. Flounder Says:

    signori, la frase del giorno Рrubata a Gianni Mura a proposito della Francia che ha vinto il Brasile e a sua volta rubata a Paul Eluard Р̬:
    Le dur désir de durer .

    che dedico a tutti voi in considerazione del fatto che è lunedì, che teniamo ‘e penziere p’a capa e tante altre cosarelle.

  11. Flounder Says:

    questo NON è un blog colonialista.
    è un blog che si fonda sull’autodeterminazione dei popoli e dei lettori.

    p.s.: la burocrazia è un male necessario. fortifica l’animo e lo spirito, ci dà la misura esatta del valore delle cose che desideriamo e ci insegna il senso del sacrificio e dell’attesa. ci insegna altresì che il mondo non si piega alle nostre esigenze, ma siamo noi a doverci adattare. ci insegna che ogni passo avrà un prezzo da pagare, in termini di marche da bollo e certificati.

    (stamattina è tragica, è un lunedì con tutte le caratteristiche del caso)

  12. aitan Says:

    abbiamo perso anche questa partita
    (ma, che dici, ora riusciremo a gridare Deuschtland über alles?)

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