Archive for luglio 2006

Architetture notturne

luglio 30, 2006

E  stanotte che  poi ero sola,  tutti partiti, tutti andati via.  La porta chiusa a chiave e anche sprangata, per l’ossessione della sicurezza.

I suoi due prezzi: la noia o il terrore di morire soli.

A metà notte l’afa è calata e un refolo di vento mi ha svegliato definitivamente.

Quando ci si sveglia di colpo, senza l’esatta percezione del luogo e del tempo, si aprono a volte scenari di chiarezza incredibile, come se per un attimo si perdesse quella sincronia fatta di muri e difese, di illusioni e congetture. Oltre il bene e il male.

Le cose stavano tutte lì, in evidente crudezza.

Le cose che sto sognando e che assommano a una sola, una sorta di enorme rivincita, di sfida agli affetti negati.

Chiamo questo il mio edipo tardivo e osservo l’insanità dei miei pensieri.

C’è di buono che non ho sensi di colpa e dunque mi risparmio almeno questi cilici invisibili.

C’è di cattivo che la partita con il passato non la vinci mai. Al massimo puoi accontentarti di un pareggio e di aver forse imparato le mosse dell’avversario.

Chiamo questo il mio handicap di base. L’essenziale. L’irriducibile.

C’è di buono che oggi conosco il nome esatto delle cose.

C’è di cattivo che questo non ne muta la sostanza.

Ma fa curriculum, sezione arte di vivere e allestimenti.

Annunci

Sogni di una notte di mezza estate

luglio 28, 2006

Sogno. Sogno le stesse cose da giorni,  con la cadenza abituale dell’inserzione di un badge aziendale nell’apposita fessura.

Sarà il caldo, o certi pensieri aggrovigliati.

Sogno mio padre, sempre più spesso,  e lame di coltelli. Sogno amputazioni di arti e fughe senza via di scampo. Poi una città arroccata sul mare.

Mi sveglio, vado a bere e torno a letto. Mi riaddormento e riprendo il sogno da dove l’ho lasciato, peggio di uno sceneggiato a puntate.

Sogno cose che capisco, che mi parlano facendo la voce grossa e si frappongono tra i miei piedi come ostacoli inevitabili. Dopo i salti e la gimcana non so più davvero cosa inventarmi, forse dovrei imparare il volo libero.

Mi sto vivisezionando, senza peraltro arrivare a niente di definitivo. Frammento e isolo, come in cerca di una soluzione. Ricompongo le possibilità e le elevo a categoria di riflessione più ampia, come nella teoria degli insiemi, ma il cerchio che le racchiude eleva solo in apparenza.

In realtà è gabbia e confine non permeabile.

Prima o poi – mi dico – prima o poi mi darò una risposta e un assetto. Le due cose saranno fuse e inscindibili. Il comportamento condiziona il pensiero, il posizionamento corretto delle azioni è l’unica riprova certa delle intenzioni.

E’ tutto ciò che so, anche nel non metterlo in pratica.

La risposta ce l’ho sulla punta della lingua, ma non voglio pronunciarla. Non posso, non adesso. Sgretolerebbe tutto quel che c’è intorno.

Allora mi attacco al lavoro, aderisco ben bene, lo rendo esperienza mistica e carnale. Ne faccio puntello e sostegno, scudo ed elmo.

Se fossi esperta di grigi, tra demolire e condonare vedrei una terza via.

Ma ad agosto i fornitori sono chiusi e ci si arrangia come si può. Il cantiere esistenziale riapre con i primi freschi.

 

Cara Coscienza, dammi l’afa come attenuante.

Cara Flounder, io sono climatizzata 12 mesi all’anno.

La piastrella è un luogo dell’anima. Sottotitolo: ha essa l’obbligo di essere politically correct?

luglio 26, 2006

Questo blog – come me, d’altronde – ha  dei lunghi momenti monotematici.  Il trucco sta nel non perdersi, perché alla fine c’è sempre un filo conduttore, anche dietro la futile apparenza degli oggetti.

E questa era la premessa.

Oggi si è concluso il tour nell’universo maiolicato. Nella mia auto si ammassano circa centocinquanta piastrelle di ogni forma e colore. Alcune valgono anche duecento euro.

Ho imparato tutto sullo spugnato a mano, sulla serigrafia, sul decorato  e la bicottura.

L’oro si cuoce a piccolo fuoco,  mentre le fritte si portano a temperature elevatissime e si lasciano colare lungo i bordi per creare effetti irregolari.

Credevo di sapere tutto il necessario, fino a questa mattina quando sulla mia strada ho incontrato la monofusione.

E lì la metafora materica si è impossessata di me: viene un momento nella vita in cui corpo e anima finalmente si ricongiungono e formano un unico blocco, massiccio e indissolubile. La superficie intorno alla patina smaltata resta scabra e segnata, testimone dei patimenti e delle esperienze, ma la compattezza è dato di fatto, come pure la resistenza.

Ed esattamente come nelle vite che finalmente raggiungono consapevolezza di sé, tecnicamente ciò accade nelle aziende più evolute. I conti quadrano.

La presidentessa del consorzio è vivace e intraprendente, mi mostra un lungo video che condensa i quattro elementi e più che piastrelle pare mostrare le tappe di un viaggio interiore: il fuoco che distrugge, l’acqua che riporta la vita e una maiolica che porta inciso il grano.

Pannelli che ripropongono i graffi che le tigri si assestano per gioco, segnali e trame sparsi come nelle vie dei canti.

Le torri gemelle che si schiantano sotto i colpi nemici e un beduino che passeggia il suo cammello su uno sfondo di cotto pennellato irregolarmente.

Ma un’immagine, più di tutte, mi colpisce per la perfezione formale: la distruzione del Buddha di Bamiyan e il vuoto immenso subito dopo. La polvere che si solleva e grazie a un effetto grafico viene ricomposta a mostrare una piastrella scavata dotata incredibilmente dello stesso attributo della vacuità.

E’ un video provocatorio, mi spiega la signora bionda. Lo abbiamo prodotto per presentare la nostra collezione negli Stati Uniti, è stato portato anche in due università. Non si può produrre coscientemente qualcosa senza interrogarsi su di sé. Nulla, nemmeno il più piccolo gesto, nemmeno il più piccolo oggetto, è esente da una responsabilità collettiva.

E intanto la voce le trema, mentre io passo le dita tra i graffiti dei suoi 50 per 50 e imparo la differenza tra questo materiale e l’argilla.

Mi regala il video, memorizzo le sue parole.

Ma non so, non so davvero se riuscirò a scriverle nel mio editoriale patinato.

Sociologia del cotto maolicato

luglio 25, 2006

Ho un tot di parole a disposizione, è il mio kit di sopravvivenza quotidiana.

Da Millàs ho mutuato l’idea che siano un bene soggetto a deperibilità ed esaurimento. Sicché in questi giorni mi tocca usarle per lavoro e non posso fare altrimenti.

Stamattina sono in mare, tutta presa da tabelle sulle performance della nautica da diporto.

Le piastrelle tuttavia occhieggiano da un angolo della scrivania e sembrano dirmi: scrivi di noi, scrivi di noi.

Le guardo e penso a un incipit. Poi mi viene in mente il libro che sto leggendo in questi giorni, Vita liquida, di Zygmunt Bauman e ho come un’illuminazione.

Scrive Bauman: “(in questa società) la durata si trasforma da un vantaggio in un handicap: lo stesso può dirsi a proposito di tutto quanto è massiccio, solido è pesante: tutto ciò che ostacola il movimento”.

Adesso parto da qui e ribalto l’analisi sociologica, metto la piastrella maiolicata alla base di una nuova struttura del mondo che ripristini il senso della durabilità e del valore e rifondo la società dei legami stabili e della solidità.

Poi finalmente, forse, vado in vacanza.

Con il senso profondo di aver salvato il mondo.

Polvere sei e alla polvere tornerai

luglio 22, 2006

Questa  settimana  valeva  per  due, per  tre,  per quattro,  per cinquemila, in tutto e per tutto.

Dopo le campagne e le colline l’autostrada si è srotolata direttamente sul mare, sono comparse cupole e timpani maiolicati, riflessi dorati e acque trasparenti.

Lì, nel grande showroom dei Pavimenti da sogno giravo annoiata da decori fin troppo noti, incapace di scegliere banalità.

Poi ho visto loro, appoggiate su supporti trasparenti. Ho detto: le voglio, almeno una, vi prego, una soltanto.

Ma mi hanno risposto tassativamente che no, quelle no, era una collezione privata di pezzi unici.

Potevo avere tutto, ma non quelle piastrelle lì.

Dopo duecentosettanta tentativi di smancerie e una telefonata di trattativa col grande capo dell’azienda ho ottenuto almeno il permesso di fotografarle, e intanto chiedevamo notizie sull’artista.

Era lì, si aggirava a passi lentissimi nello spazio, incapace di parlare a causa della recente tracheotomia.

Non durerà a lungo, mi hanno detto, il male lo consuma. Stiamo facendo tutto quel che è possibile almeno per alleviargli la sofferenza.

Ma vi è parente?

No, ma non ha nessuno e noi non abbiamo cuore di abbandonarlo, dopo che per anni ha disegnato per noi, dopo tutto quello che ha rappresentato per l’architettura contemporanea.

Intanto il vecchietto era curioso, ci girava intorno e con gli occhi chiedeva chi fossimo. Con curiosità osservava la nostra curiosità, come se non comprendesse cosa ci affascinasse tanto.

Era lontano, lontano migliaia di anni da tutto, da sé, dai suoi stessi ricordi.

Io nel frattempo mi ero seduta al computer dell’azienda e guardavo le foto di tutti i suoi lavori. Un incanto.

Alla fine, mentre andavamo via con la scatola dei campioni, si è avvicinato, muto come lo era stato per tutto il tempo.

Mi ha porto una ciotola decorata da lui, con lo sguardo mi ha fatto cenno che la tenessi.

In azienda erano commossi.

La tenga come qualcosa di prezioso, mi hanno detto. La custodisca con cura.

Lo guardavano con tenerezza, come un bambino che pronunci la sua prima parola o muova il primo passo.

Poi lo hanno portato nuovamente a sedere, lo sguardo tornato vacuo e gelatinoso.

Fuori il sole era accecante e io così violentemente innamorata da desiderare che il mondo durasse in eterno o si spegnesse in quel medesimo istante.

Grandangolo

luglio 19, 2006

Ieri  sera era un’ altra provincia  e un’ altra  campagna. Non  c’ erano  grano e colline ampie, ma filari a perdita d’occhio, qualche ulivo e tanta roccia.

La luce era così bella che sembrava di guardare tutto attraverso un filtro aranciato.

Per quella goccia di sangue che mi scorre nelle vene io, che da sempre mi sento senza radici e senza appartenenze, so che quella è proprio la mia terra, la gente che più mi sento affine.

Che ti parlano senza fronzoli, senza volerti accattivare. Gli indomabili sanniti: gente diretta e di poche parole.

Non  avevo  nulla  di  professionale, addirittura mi sono presentata con tuta e scarpette, memore del giorno prima, che ero tornata incrostata di polvere.

Il vecchio ceramista aveva le idee chiare ed era proiettato nel futuro. Mi ha mostrato premi e fotografie.

Da quanto tempo fate questo lavoro?

(mi piace, mi piace dare del voi al posto del lei, crea un rapporto completamente diverso, di rispetto e vicinanza a un tempo)

Da oltre sessant’anni.

Da oltre sessant’anni? E quanti anni avete?

Sono prossimo agli ottanta.

E mi è partito un bacio a schiocchio sulla guancia, non sono riuscita a frenarlo.

Dopo ero imbarazzatissima, e anche lui, arrossito di colpo.

Scusate, non so che mi è preso, è stato più forte di me. Era ammirazione.

Non vi preoccupate, signori’, potreste essere mia figlia.

Adesso però è tardi, me ne vado.

Sì, ma state attenta, non vi perdete per le campagne. Vi accompagno fino alla statale?

No, non mi perdo, state tranquillo. E se mi perdo, prima o poi mi ritrovo.

Signori’, vi posso dire un’ultima cosa?

Ditemi.

La riconoscenza è il sentimento che si prova solo prima di ricevere un beneficio. Tenetevelo sempre a mente.

Le tue mani così all’improvviso/si sono fatte strada/fuori e dentro di me

luglio 18, 2006

Ora,  incredibilmente,  ci  si  può   commuovere  anche al  cospetto  di  una piastrella. Anche innamorarsi di uno smalto sabbiato o di un tozzetto che sembra fatto di pura malachite.

Perché se voi aveste visto la cura e il sentimento che quell’uomo lì ci metteva oggi, mostrandomi una dopo l’altra le sue creazioni, allineandole come cioccolatini ripieni in pirottini multicolori e sfiorandole con la delicatezza di un amante, sareste d’accordo con me.

Il tutto poi va di pari passo con un’altra riflessione che mi si impone con sempre maggiore frequenza: tra i 40 e 50 anni arriva la crisi. Arriva per tutti quelli che hanno passato il loro tempo dietro una scrivania e di colpo sentono che qualcosa non va. Sono atrofizzati.

E allora li senti dire che:

a) vorrebbero fare qualcosa legato alla terra. Leggi: coltivare un orticello, mettere su un filare e vendemmiare, allevare struzzi.

b) vorrebbero occuparsi di ristorazione e ospitalità. Leggi: un agriturismo, una piccola vineria dove far roteare un calice e dire tutte quelle cose che si usano dire ultimamente con estrema soddisfazione e autocompiacimento. E’ tanninico, è rotondo, è morbido. Che mi viene sempre in mente Albanese quando faceva il suo sfottò e dopo una lunga decantazione ispirata, finalmente sentenziava: è rosso.

c) vorrebbero aprire una casa editrice o una libreria. Leggi: in realtà non sanno bene cosa significhi, ma fa molto bohémien di terza generazione e non è nemmeno esattamente manuale.

d) vorrebbero impegnarsi in un laboratorio di ceramica o qualcosa di terribilmente artistico. Leggi: impastare e dare forma al mondo, ridisegnarlo.

Il minimo comun denominatore è a metà strada tra il cambiamento tout court e il desiderio di creare, ma che che il prodotto sia tangibile, immediatamente fruibile. Un desiderio situato tra il bisogno di essenzialità e quello di conferme immediate, reali. Con un sottodesiderio di una socializzazione semplice, tattile. Diretta. Come un’ordinazione al tavolo.

Il bisogno si annida nelle mani. Come se ne avessimo dimenticato il corretto utilizzo, come se volessimo ripristinare una funzionalità smarrita.

E io stasera al tramonto, su quella montagna che si affacciava sulle vallate e gli ulivi, avrei anche io voluto saper fare qualcosa con le mie mani, farle muovere al ritmo del cuore e del respiro. Vivere di qualcosa che vien fuori direttamente dalle mie mani.

Una volta sola mi sono arrischiata a dire a una tipa che aveva un vivaio che avrei voluto scambiarmi di posto con lei e nel suo sguardo ho letto non incredulità ma sarcasmo. E aveva ragione.

Non è un problema di mentalità imprenditoriale che fa difetto, ma di timore del rischio, di paura del contatto.  L’idea forse  un po’ irrealistica che messi a fare altro saremmo forse migliori di quel che siamo.

Invece io ho l’idea che con le mani innanzitutto ci si tocca e ci si abbraccia, e questo è l’inizio del dare forma al mondo.

Tutto il resto ne è conseguenza o surrogato.

A proposito di Filippo e altri fatti

luglio 17, 2006

In un  commento al  post precedente  mi era  venuto in mente Filippo, questo compagnuccio delle scuole elementari, più tutta una serie di ricordi connessi.

C’erano dei fatti che io da bambina avrei desiderato moltissimo che mi accadessero. Due o tre, in particolare.

Uno era l’epistassi.

Che senza preavviso movimentava tutta l’atmosfera della classe, sangue di qua e di là, sui grembiulini, sul banco. Un momento di gloria totale.

Io, io ero vicino a lei, ho visto tutto.

Pensa che a me mi è finito uno schizzo di sangue sul braccio.

Ma che schifo, dai.

Anche a mio cugino succede, gli devono togliere le adenoidi.

Ma che hai?, chiedevi alla tua amichetta.

Soffro di epistassi.

Lo diceva così, con quelle s mal pronunciate per via degli incisivi in crescita. Epistassi.

Come un male gravissimo, qualcosa che ti rendeva speciale: che vuoi capire tu? Soffri di epistassi, tu?

Sonia, hai studiato?

No, suora, ieri ho avuto l’epistassi.

L’altro erano le penne che scoppiavano. All’improvviso. Come l’epistassi: inchiostro a destra e a manca. A me mai che mi fosse scoppiata una penna, nemmeno a lasciarle apposta in frigorifero o sotto il sole.

Solo una volta, due anni fa. E mi è sembrato che non ci fosse nulla di particolarmente esaltante, ma forse perché ero da sola e non potevo raccontarlo a nessuno.

E poi i “gravi motivi familiari”. La faccia mortificata e il capo chino, a sette, otto anni.

Come mai ieri non sei venuto a scuola?

Per gravi motivi familiari.

Va bene, siediti.

Sguardo di comprensione.

E ti immaginavi cose, situazioni. Cercavi di comprendere il limite esatto tra l’assenza per “motivi familiari” e quella corredata dal “grave”: se moriva la nonna era grave, se venivano i ladri in casa era grave, se tuo padre ti faceva un paliatone era grave.

Vabbè, io sono drammatica, a me mi sembrava sempre tutto molto grave.

Filippo era la summa di queste meraviglie infantili, primo perché era orfano di padre, e già questo bastava a renderlo eroico, secondo perché soffriva di epistassi, terzo perché aveva i gravi motivi familiari, quarto perché aveva la penna stilografica, che non scoppiava ma era anche peggio, quinto, infine, perché sapeva delle parole difficilissime che facevano impallidire chiunque e tu per non dargli soddisfazione fingevi sempre di aver capito.

Parlava difficilissimo, Filippo, diceva parole come idoneo e circonciso

Come una volta che parlando di una bambina disse: sua madre ha uno stile da meretrice.

Che a me questa parola mi faceva venire in mente immagini di grano e spighe e campi dorati, sicché dopo un po’ iniziai a usarla in casa, per darmi delle arie e assomigliare a Filippo.

Adottavo un’aria bucolica e ispirata e mormoravo: il mio sogno sarebbe vivere nei prati e far la meretrice.

Fino a che mio padre mi dette un ceffone e non se ne fece più nulla.

Nemmeno un pochino di epistassi o una giustificazione per gravi motivi familiari.

Exuvia

luglio 13, 2006

Sembra  oggi, come  guardando da  un’altura,  intravedersi  un  orizzonte  più ampio, come se nella notte qualcuno abbia modificato i confini del mondo.

Ci dicono che possiamo imbarcarci e partire, andare lontano. Se lo vogliamo.

O restare, se ci fa più piacere.

Ci dicono che per fare le cose bene occorrono volontà e responsabilità, senza secondi fini.

Ci dicono che le nostre mura sono solide e se anche ci crollasse la casa che abbiamo intorno avremmo piloni interni di cemento a sostenerci.

Son cose che già sapevamo, che abbiamo imparato sulla nostra pelle, ma che se nessuno all’esterno  riconosce è un po’ come se non esistessero.

Ma stamattina la luce è abbagliante, mostra tutti i dettagli. Bisogna portarsi la mano alla fronte per proteggere lo sguardo e nascondere una piccola lacrima.

Non per pudore, ma solo perché contiene anche un germoglio di sconfitta.

Le guerre le pagano anche i vincitori, a caro prezzo.

Poi inizia la ricostruzione, e allora non c’è più tempo per voltarsi indietro: la città nuova chiede di splendere ed essere finalmente abitata.

(Se non avessimo cuore, qui oggi si festeggerebbe. Invece ci limitiamo a contemplare e dire grazie. Che la felicità chiede impegno e non gesti sconnessi. Nervi saldi e mani callose: il mercoledì è un giorno da serpente, il giovedì ha pelle ancora sottile.)

Wednesday Blues

luglio 12, 2006

Mi puoi trovare qui, tra collo e nuca, in guisa di pensiero. Come una mano che si infila tra i capelli, come un richiamo assordante in una folla.

Ci sono cose che non sappiamo dire, molte di più che non sappiamo fare. Perché quaggiù nessuno è perfetto, nemmeno io con il mio smalto perlescente e i jeans azzurri fit for ladies.

Ci hanno portato qui, millenni fa, per occuparci di quei piccoli niente che formano una vita.

Puoi guardarmi ancora negli occhi, nel doppio colore che si fonde e cercare i misteri interstiziali. O un ennesimo impercettibile nulla, buono da coltivare.

Potrai passarci l’eternità così, o solo una stagione. Che in fin dei conti è lo stesso, a ben pensarci.

Ritagliarmi come catene di bamboline piegate su se stesse, appoggiarmi a una parete e disegnare la sagoma. Con un puntello perforare i contorni e ripassare col gesso, poi soffiare via il superfluo.

Ogni giorno, ogni anno, segnare tacche per misurare il tempo e il senso.

Mi puoi trovare qui, se la mano impara a passeggiare e a coprire distanze. Salire e ridiscendere le curve e sostare nell’ombra.

Puoi imboccare l’uscita, mille e più volte. Giocare a non tornare.

Mascherarti da babau e farmi trasalire.

Dopotutto siamo solo sabbia colorata in una clessidra che in certi giorni si fa fatica a rigirare.

Ma stasera potrei cucinarti i calamari. Che in una somma di piccoli niente non è poco.