La piastrella è un luogo dell’anima. Sottotitolo: ha essa l’obbligo di essere politically correct?

Questo blog – come me, d’altronde – ha  dei lunghi momenti monotematici.  Il trucco sta nel non perdersi, perché alla fine c’è sempre un filo conduttore, anche dietro la futile apparenza degli oggetti.

E questa era la premessa.

Oggi si è concluso il tour nell’universo maiolicato. Nella mia auto si ammassano circa centocinquanta piastrelle di ogni forma e colore. Alcune valgono anche duecento euro.

Ho imparato tutto sullo spugnato a mano, sulla serigrafia, sul decorato  e la bicottura.

L’oro si cuoce a piccolo fuoco,  mentre le fritte si portano a temperature elevatissime e si lasciano colare lungo i bordi per creare effetti irregolari.

Credevo di sapere tutto il necessario, fino a questa mattina quando sulla mia strada ho incontrato la monofusione.

E lì la metafora materica si è impossessata di me: viene un momento nella vita in cui corpo e anima finalmente si ricongiungono e formano un unico blocco, massiccio e indissolubile. La superficie intorno alla patina smaltata resta scabra e segnata, testimone dei patimenti e delle esperienze, ma la compattezza è dato di fatto, come pure la resistenza.

Ed esattamente come nelle vite che finalmente raggiungono consapevolezza di sé, tecnicamente ciò accade nelle aziende più evolute. I conti quadrano.

La presidentessa del consorzio è vivace e intraprendente, mi mostra un lungo video che condensa i quattro elementi e più che piastrelle pare mostrare le tappe di un viaggio interiore: il fuoco che distrugge, l’acqua che riporta la vita e una maiolica che porta inciso il grano.

Pannelli che ripropongono i graffi che le tigri si assestano per gioco, segnali e trame sparsi come nelle vie dei canti.

Le torri gemelle che si schiantano sotto i colpi nemici e un beduino che passeggia il suo cammello su uno sfondo di cotto pennellato irregolarmente.

Ma un’immagine, più di tutte, mi colpisce per la perfezione formale: la distruzione del Buddha di Bamiyan e il vuoto immenso subito dopo. La polvere che si solleva e grazie a un effetto grafico viene ricomposta a mostrare una piastrella scavata dotata incredibilmente dello stesso attributo della vacuità.

E’ un video provocatorio, mi spiega la signora bionda. Lo abbiamo prodotto per presentare la nostra collezione negli Stati Uniti, è stato portato anche in due università. Non si può produrre coscientemente qualcosa senza interrogarsi su di sé. Nulla, nemmeno il più piccolo gesto, nemmeno il più piccolo oggetto, è esente da una responsabilità collettiva.

E intanto la voce le trema, mentre io passo le dita tra i graffiti dei suoi 50 per 50 e imparo la differenza tra questo materiale e l’argilla.

Mi regala il video, memorizzo le sue parole.

Ma non so, non so davvero se riuscirò a scriverle nel mio editoriale patinato.

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13 Risposte to “La piastrella è un luogo dell’anima. Sottotitolo: ha essa l’obbligo di essere politically correct?”

  1. anonimo Says:

    su certe cose sono così d’accordo che non so fare altro che annuire, serrando un po’ le labbra all’indietro.

    lisa

  2. fuoridaidenti Says:

    chapeau! (Pure per il multimedia. chi è? Noa?)

  3. Zu Says:

    Gerusalemme d’oro
    bronzo e luce
    sono il violino di tutte le tue canzoni

  4. Effe Says:

    in linea del tutto generale e generica, aver bombardato Bamiyan al solo scopo di farne, con i cocci, delle piastrelline da rivestimento bagno è una di quelle situzioni in cui il fine non giustifica, ripeto, NON giustifica i mezzi.

  5. Flounder Says:

    ebbene sì, è Noa.
    sono stanchissima e sudata.
    effe, il mondo appartiene agli architetti, gli unici demiurghi regolarmente iscritti a un albo.
    quei tipi bizzarri che privano gli oggetti di senso pratico e funzionalità ma restituiscono loro bellezza.
    non resta che chiudersi in bagno e recitare il Sutra del Loto.

  6. Effe Says:

    temevo che la frase scadesse in “Non resta che chiudersi in bagno e recitare il Sutra del Rotolo”.
    Ma lei è troppo signora, non l’ignoro.

  7. aitan Says:

    Leggendo i tuoi “azulejos” esistenziali ed ascoltando Noa, attraverso Arabia e Medioriente.
    E attraversando attraversando sono attraversato dallo stesso pensiero che m’è venuto leggendo da Ruckert di Yasmin Levy. Insomma riciclo (ché con questo caldo è conveniente risparmiare energie).

    Nel 1200, nella Escuela de traductores de Toledo, studiosi musulmani ed ebrei traducevano al castigliano le opere antiche greche, arabe ed ebraiche. Nel 1492, con la presa di Granada, terminavano 8 secoli di egemonia araba nel sud della Spagna. Lo stesso anno, i cattolicissimi re Fernando e Isabella (quelli della scoperta dell’America), decretavano l’espulsione degli ebrei non convertiti dal paese. E costoro portavano in giro per il mondo la loro versione sefardita dello spagnolo e le musiche, i proverbi, le prelibatezze culinarie che erano nati da questi straordinari secoli di mescolanza.

    La voce di Noa fa parte di questo antico retaggio del passato che avrebbe molto da insegnare al presente e al futuro. …Ed anche gli azulejos con le loro influenze egiziane, mesopotamiche, cinesi, arabe, misto-europee che arrivano fino a Vietri, fino alla tua scrivania.

  8. MosakSlot Says:

    “effe, il mondo appartiene agli architetti, gli unici demiurghi regolarmente iscritti a un albo.
    quei tipi bizzarri che privano gli oggetti di senso pratico e funzionalità ma restituiscono loro bellezza.”

    a nome della categoria mi dissocio. il senso pratico e la bellezza fanno parte di una sola riza creativa. quella d’opposizione al kitsch, tanto per intenderci.

    vedasi Mies Van Der Rohe. Sta a vedere poi se corrisponde alle aspettative di fruibilità pubblica, che spesso, in Italia, sono molto basse, a giudicare dalla risposta. Voglio un popolo simile a quello catalano. loro capirebbero. (e a proposito di cataluna: gaudì, ad esempio, ha dato si risalto all’aspetto meramente estetico, ma non ha mai dimenticato quello funzionale. ha reinventato la funzione.)

    come al solito grande pezzo, grandi significati.

  9. Flounder Says:

    mosak, me lo vuoi scrivere tu l’editoriale?
    (che io a leggere la parola riza già mi sono emozionata)

  10. MosakSlot Says:

    XD grazie della proposta, ma farei troppo scalpore 😛 e poi non ho questa capacità di divagazione mirata che metti in mostra in ogni post. nei temi prendevo sempre nove.

    andando fisso fuori tema.

  11. Flounder Says:

    la divagazione mirata è una pratica zen, è il tantra del verbo.
    è la passeggiata volutamente casuale intorno all’abisso delle cose, stando attenti a non scivolarci dentro.

    oggi poi sono in protesta, come i farmacisti.
    se vogliamo ancora sostenere di essere gente di sinistra in un paese governato dalla sinistra, che sia.
    ma allora voglio dichiararmi alta, bionda e bellissime senza essere contraddetta da nessuno.
    indulto sul voto di scambio mafioso per me oggi fa pendant con la mia cartella Tarsu aumentata a 492 euro in una regione invasa dalle immondizie, dove lo smaltimento è più difficile e improbabile del miracolo di San Gennaro.
    in comenso il Ministero della sanità ha attivato il numero verde per asistere i cittadini nella lotta contro l’afa.
    ma vedete d’anda’ un po’ affanculo!

  12. MosakSlot Says:

    visto che siamo in tema di bassezze.

    perchè definirsi di sinistra, di destra o di centro? non è un pò una tortura ricadere sempre negli schemi politici, e per di più quelli insensati italiani? era chiaro prima delle elezioni che avrebbero accordato l’amnistia, non foss’altro che sono voti che entrano.

    voi che siete di sinistra, vedete un po’ di ribellarvi, di fare la voce grossa, per quanto potete. Io non potrei criticare nessuno, avendo votato (consapevolmente) il partito meno rappresentato che ho trovato sulla scheda.

    almeno quello non fa danni.

  13. augustab Says:

    Vieni a scrivere per noi e ad elevarci… la signora è quella della Fornace di qualcosa (non ricordo il ome… della Cava forse)?

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