Archive for agosto 2006

Non senti? E' un vento che spira da lontano…

agosto 31, 2006

Come  già  l’anno  scorso,  in settembre,  questo  blog  osserva una  sorta  di ramadan del verbo.

Le ragioni sono varie e diverse.

La ripresa, innanzitutto, con tempi lavorativi stringenti e impegni familiari.

Poi il resto. Perché settembre è un mese delicato, che richiede cautela e morbidezza.

Quest’anno ci vogliamo mettere anche l’impegno per questa creaturella che vogliamo far nascere, quella di cui si era data anticipazione da me e da Herzog nello scorso luglio.

Nel retrobottega si lavora alacremente, ci si confronta, si offrono spunti e suggerimenti: è una cosa alla quale teniamo molto, non per ragioni di visibilità o narcisismo, ma perché la sentiamo dentro, veramente.

E nemmeno – per quanto mi riguarda – per la quantità e la qualità di parole che si andranno a pescare in giro per il mondo, ma per la scoperta delle sensibilità che le muoveranno.

Non  è,  come  ha  sostenuto qualcuno,  un tentativo di esterofilia, e neppure una ripresa  del  mito del  bon sauvage. E’ solo che ci piace assai. E sappiamo anche  che  un lavoro fatto insieme,  che porti a un  risultato visibile, alla fine entusiasma  tutti  quelli  che hanno offerto  il loro contributo. Perché qua non si tratta  di cambiare  il mondo  o fare  chissà  quali opere straordinarie: sono piccoli arricchimenti personali.

Quando uno chiede: ma che bisogno c’è?, a me viene da rispondere: nessuno, davvero.

Come  non  c’è bisogno di  vedere  un  nuovo film, né di insegnare a ventidue studenti universitari le basi dell’ungherese, né di moltissime altre cose.

Nei prossimi giorni metteremo su la veste grafica, daremo un primo abbozzo di indice, di programmazione.

Occorre moltissima collaborazione, per i compiti più svariati.

Magari riuscendo a coordinarla bene, riusciamo prima e meglio nell’intento.

L’idea ormai la conoscete, i contatti  ce li avete.

Qui si comincia.

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Testa o croce

agosto 31, 2006

In questo lavoro si viene a contatto con una marea di persone, nel corso degli anni si stratificano le conoscenze. C’è chi cambia settore e chi resta sempre allo stesso posto.

Così Lucia, mezza italiana e mezza greca, che ha collaborato con me tanti anni fa per una missione americana aerospaziale e oggi si occupa di relocation e real estate in Gran Bretagna.

Così Gaetano, che da sempre si occupa di cinema e sostegno alle produzioni straniere.

Mail che vanno e vengono, informazioni, proposte.

Da loro due – oggi – le seguenti:

Saresti mica interessata a comprare un albergo prestigioso su un’isola greca alla cifra convenientissima di circa due milioni di euro?

Mi hanno affidato il casting della prossima edizione del Grande Fratello: vuoi venire a fare il provino?

Non so quale scegliere, giuro.

Certe mattine alcuni bivii sono davvero insormontabili.

In mortem

agosto 29, 2006

Perché poi ci sono giornate strane, che assommano rabbia e compassione.

La liceità di sentimenti all’apparenza incompatibili e che pure stanno là, frammisti. Alternandosi e mescolandosi. Confusi.

Come i giorni in cui i miei genitori rimasero orfani, a distanza di pochissimo tempo l’uno dall’altro, e per casa – oltre al dispiacere – si respirava anche un’aria lieve, un senso di libertà che si faceva fatica a riconoscere, non perché non apparisse evidente, ma per la sua implicita sconvenienza.

E’ che alle persone care dovrebbe potersi dire, in tutta franchezza: quanto ti ho amato, e quanto pure ti ho odiato.

Per le cose che mi hai dato e mi hai tolto, per ciò che mi hai negato e sottaciuto.

Quanto ti amato, per la sfida al tuo evidente disamore.

Quanto ti ho odiato, per quest’amore così scarno che faticavi a offrirmi.

E sì che Giuliano non era nato cattivo. Ci era diventato, come vizio degli anni e per cattive abitudini.

Dal giorno in cui, morti improvvisamente i suoi, lo avevano messo in un collegio, e al ritorno la casa era vuota e impoverita. Nessuna traccia dei quadri preziosi e dei mobili antichi: la famiglia si era spartita di tutto, come se lui da quel convitto non dovesse mai più venirne fuori.

E invece ne era uscito, bello e aggressivo.

Maria aveva ventun anni e un ottimo posto di lavoro. Segretaria di direzione alla fine degli anni ’50. E di che direzione, poi.

Ci era arrivata tramite un sottosegretario amico di famiglia, che da quando lei aveva perso il padre, annegato, non aveva mai più smesso di occuparsi di loro, e un po’ alla volta li aveva sistemati tutti.

Senza nulla chiedere in cambio, nemmeno il voto. Perché era un fatto di dignità, e tanto bastava.

Maria fu presa tutta intera da quel dolore mal celato e senza battere ciglio firmò la lettera di dimissioni, in cambio di una liquidazione consistente. Sposò Giuliano dopo pochi mesi, lo fece sistemare dal sottosegretario, con i soldi ricomprò una delle proprietà appartenute ai genitori di lui e amen.

In cambio lui le offrì tre figli.

Nemmeno uno, ne voleva. Non ne fece mai mistero.

Ma era il prezzo che lei gli chiese e che a lui sembrò giusto pagare, per tutto quel che gli era stato offerto.

Non era cattivo, Giuliano, no. Diceva Maria che aveva solo paura di soffrire, di rimanere nuovamente solo. Che l’ossessione per l’accumulo gli era venuta dalla privazione. Che per questa ragione non voleva dividere niente con nessuno, neppure gli affetti, neppure la moglie con i figli.

I figli non li voleva. Perché il bene non basta mai e Maria non può farsi in quattro e amare tutti.

E allora li distruggeva un po’ ogni giorno, i pericolosi rivali. Questa inutile carne che pure doveva nutrire.

Ma non era cattivo, questo Maria può giurarlo: a Natale aveva pensieri per tutti, e poco importa se i suoi libri sono chiusi a chiave e i ragazzi non possono toccarli, poco importa se li picchia così, che qui ci sono io ad amarli, mi faccio in quattro e se necessario pure in otto.

Ma tu sei stata mai felice?, le chiedevo a volte appoggiata al tavolo della cucina di quella casa che detestavo, per la mancanza d’aria, di luce e l’ingombro delle cose.

Abbozzava un sorriso e mi elencava vacanze e feste comandate.

E ti è bastato?, chiedevo io, presa dallo sconcerto. Io che aborro il sadismo e la violenza, che non so fare a meno della tenerezza quotidiana.

Una volta – solo una volta – mi ha detto che quando è uscito il divorzio oramai era già tardi. Che tuttavia l’aveva amato e ancora forse lo amava. Lo temeva, questo sì. E al tempo stesso lo compativa.

Sapeva guidarlo fino a farlo piangere, fino a estorcergli le scuse.

Poi di nuovo diventava cattivo. Ma non era cattivo veramente, no. E’ solo che l’umiliazione gli bruciava e gli ricordava la sua infanzia, e allora non sapeva più contenersi.

Quando parlavo con lui stavo attenta.

Mi stimava, ma non mi lesinava cattiverie improvvise. Non erano mai dirette a me, lavoravano su un gradino più basso, dalle retrovie: distruggendo le persone care ai miei occhi, ad esempio, anche se erano carne della sua carne.

Mi diceva: il giorno che avrai un figlio sarà bello e intelligente, peccato che porti il gene del padre.

Ridevo e rispondevo: porterà anche il gene tuo, così vanno le cose in natura.

Allora si rabbuiava e rispondeva burbero: non sono figli miei, sono figli di mia moglie. Io stronzi così non li avrei mai fatti.

E la conversazione si arrestava. E di nuovo un misto di astio e pietà.

Un despota può anche essere amato, e quando si spegne,  il paese per un momento piange, immemore del male che ha ricevuto, insieme a quel poco di bene. Ricorda la sicurezza per le strade, dimentico dell’assenza di libertà. Ricorda le feste popolari, dimentico della fame negli altri giorni.

E se il Tempo è un galantuomo, la Storia resta un gran troia, fa sempre torto a qualcuno, nonostante le revisioni e le ricostruzioni.

Osservando i figli si impara molto dei genitori che li hanno concepiti. Vale anche il contrario.

Il disamore lascia tracce indelebili e paura di offrirsi. Invece di chiedere si pretende, si estorce.

Invece di dare si spreca, si dilapida.

E’ così che anche tu mi hai amato, per quel tanto che era possibile.

Con rabbia.

E’ così che ami tu, senza saper condividere. Spogliando e distruggendo, spargendo sale intorno.

Allontanando ogni affetto per timore che ti sottragga qualcosa.

Giuliano è morto stanotte. Se ne andato con il suo cuore indurito, necrotizzato da troppi infarti.

Le malattie non sono mai casuali, te lo dicevo sempre. E tu ti arrabbiavi.

Ti spiegavo che l’allergia è una sorta di chiusura verso il mondo e che quel fegato con i valori troppo alti era specchio dell’incapacità di dire, onestamente, quanto ti ho amato e quanto pure odiato.

Ma forse non erano riflessioni da farsi, con te.

Alcune persone non amano che il proprio dolore venga svelato e dissolto. Resterebbero inermi.

Preferiscono affilarlo in segreto, coltivarlo giorno e notte, farsene scudo e arma.

Proprio come fai tu, che in questo pomeriggio sei di una freddezza agghiacciante.

Ho un tono dolce, io. Ti chiedo del funerale, di tua madre, di nostra figlia.

Ridi sarcastico a tanto interesse, mi sfidi.

Ma non raccolgo provocazioni, oggi, non è giornata. So che sei come lui, che la vicinanza ti è impossibile, ti minaccia, ti spaventa.

A differenza di Maria io ho scelto di non pagare per il dolore degli altri, di non farmi traslare addosso sofferenze e mortificazioni subite in altre vite, per mezzo di altre mani.

Chiudo il telefono e penso a cosa accadrà, come saranno i giorni a venire.

A tutta la rabbia che negli anni ha fatto sì che da solo distruggessi la tua vita, tutto quel che hai. A tutto l’odio misto ad amore che avresti voluto gridargli e che non hai mai saputo fare.

Non si è mai abbastanza adulti per diventare orfani, soprattutto quando ci sono troppi conti in sospeso.

E se il bene non basta mai, forse non ce n’è abbastanza.

Sprofonda in una cavità silenziosa e si perde, come un sistema fognario a dispersione.

Acida? Ma chi, io?

agosto 28, 2006

Ero alla spiaggia, ieri. La spiaggia di casa.

La spiaggia di casa significa una piccola striscia di sassolini chiusa tra due scogliere, ad uso privato delle circa venticinque famiglie che abitano sul vialetto che conduce alla stessa. Significa altresì che di lì non si scappa: siamo sempre gli stessi, mattina, pomeriggio e sera.

Talvolta anche a cena e dopocena.

Significa genitori multitask che si alternano nella cura dei figli di tutti, mettiti al sole che c’è vento e piantala di schizzare tutti, totale assenza di pose plastiche, abbiamo fatto stravizi quest’inverno, eh?, contrattazioni con il marocchino di turno per il braccialetto della fortuna, allora facciamo che ne prendo tre e ne pago solo due, gossip su chi è invecchiato/ingrassato/dimagrito da un anno all’altro, ti pare possibile che Viviana abbia 45 anni da circa sei anni? scambio inevitabile di segretissime informazioni culinarie, sì però io ci metto anche un’acciughina, che siate o meno d’accordo, torneo pomeridiano di burraco, ma quante volte te lo devo dire che non devi prendere tutte le carte da terra quando io ne ho solo due alla chiusura?

Eppure.

Eppure anche alla spiaggia di casa, dove per definizione non accade mai nulla, un giorno ti si può avvicinare uno dei soliti, abituali avventori e seppellirti sotto una marea di baggianate, tanto più inquietanti in quanto improvvise, dopo anni e anni di battigia condivisa.

Contro il tacchinaggio da spiaggia si forniscono dunque una serie di brevi indicazioni per sopravvivere serenamente.

Se mi parli di viaggi, non raccontarmi con orgoglio che sei stato solo a Cuba, Santo Domingo e in Thailandia perché sono gli unici posti in cui riesci a sentirti veramente libero.

Se insisti sulla cultura di questi popoli, non dirmi che hai passato le tue giornate a farti fare i massaggi sulla spiaggia e che tornato a casa hai deciso di imparare anche tu. E soprattutto non usare quel tono sornione e sensuale quando nomini la parola massaggio.

E  se  ti riesce,  evita di dirmi  nel corso della prima  mezz’ora che  ti  piace la passione e che ami le donne sensibili. Non si è mai  sentito nessuno che abbia mostrato preferenze per le frigide o le sadiche, tranne i pervertiti.

Non telefonarmi più del necessario e non mandarmi sms a tutte le ore per il solo fatto di possedere il mio numero di telefono, soprattutto se ottenuto per vie traverse.

E se proprio devi indulgere in questa pratica, evita, se non siamo in particolare intimità o se non c’è corresponsione di amorosi sensi, di mandarmi baci, chiamarmi dolcezza o gioia.

Se nel corso di una conversazione accidentale nomino mia figlia non dirmi, per piacere, che adori i bambini di tutte le età e che ameresti far loro da padre anche se non sono i tuoi.

Non precisare con fare ammiccante che non ti piacciono le donne con i tacchi alti e ben truccate se sono vestita con la tuta e le adidas e da anni mi incontri tutti i pomeriggi sudata da far schifo dopo il giro in bicicletta.

Se mentre sono seduta cambio posizione a causa del formicolio in una gamba non sottolineare che si vede che sono atletica, soprattutto se ho un pareo lungo fino ai piedi. E’ imbarazzante sapere di avere a che fare con uno dalla vista a raggi X e la macchina del tempo incorporata.

E se hai meno di trent’anni, te ne prego, non affermare che ti piacciono da morire le donne che hanno vissuto ma si sanno mantenere giovani, che ami le rughe a raggiera ai lati degli occhi e i fili bianchi tra i capelli. Passi per il pervertito, ma necrofilo proprio no.

Quando vuoi necessariamente parlare di libri non cercare di convincermi che devo assolutamente leggere Ken Follett o Dan Brown perché altrimenti mi perdo un pezzo di conoscenze imprescindibili.

E non chiedermi mai – ma proprio mai mai – se sono romantica o se mi piace passeggiare al chiaro di luna. Glissa sul segno zodiacale, sull’ascendente, i bioritmi, la cilindrata della tua auto e il potere afrodisiaco dello iodio.

Adesso prendi questo foglio, imparalo a memoria, appallottolalo e ingoialo.

Se riesci a farlo senza battere ciglio, senza commentare, senza bere, senza dover dire per forza una battuta stupida, ci sono buone probabilità che fra qualche tempo, forse un paio d’anni, potremo andare a prendere un aperitivo insieme.

Quel giorno ti verrà fornito il secondo foglietto di istruzioni.

Io sto con i Righeira

agosto 25, 2006

Forse l’estate è davvero finita,  me lo  dicono  le nuvole di questa mattina e il fresco. E quel magone che si fa sorriso di circostanza per pudore  di sé. Forse ci sono solo entrata dal lato sbagliato, e la luce che mi si accende negli occhi vorrebbe trattenere il tempo, ripercorrere le settimane a ritroso, ricreare spazi ampi e confini dilatati.

Segesta riempie la stanza e sparge note e parole in lingue antiche.

E’ lì che voglio stare, al centro di questa terra mediterranea. Con gli occhi chiusi immaginare l’assenza di pareti e il vento, continuare a ondeggiare nel ritmo, nel colore dei convolvoli, nelle acque blu e verdi.

Voglio una vita che mi assomigli, che sia simile a me  come ogni volta in cui mi lascio andare e  decido di perdermi.

Di tutto il resto mi interessa poco o nulla, la felicità non ha bisogno di orpelli.

E nemmeno di freni o retropensieri.

La felicità ha il gusto dolciastro del pane alle cipolle e uvette che ho preparato con le mie mani e che ritorna su decine di volte, senza chiedere il permesso. Si annida nella bocca, negli occhi e nelle mani.

La felicità è quel sorriso che ti abita le cellule mentre fai cose banali. Vivere immersi nel tempo con il senso di esserne fuori.

Che qualcun altro si occupi di elaborare teorie, dell’urgenza degli oggetti. Della  ricerca di un senso che tenga insieme il mondo, della comodità necessaria. Di musei, chiese e città d’arte.

A me basta poter continuare a sorridere alla vista del mare, appoggiata a quel pilastro dove un ragazzino ha scritto con vernice rossa:

Ti amo.

E poi.

Ti amo.

(Discesa Coroglio,  al tramonto.

E però una domanda sorge spontanea:

Cara Coscienza,

giusto per un pourparler, dopo quante vite si acquisisce il diritto  di vivere a Posillipo?

Tua romantica (e al tempo stesso redistributrice dei redditi) Flounder.

Cara Flounder,

tra chi elabora teorie e chi si accontenta di guardare i tramonti, c’è chi è nato con la ciorta.

Tua inevitabile Coscienza.

Cara Coscienza,

ma detto tra noi: sai che noia svegliarsi tutti i giorni con un panorama così?

Tua volpe e l’uva Flounder

Cara Flounder,

io mi suiciderei dopo due giorni.

Tua ipocritissima Coscienza)

Arcanes majeurs: La Temperanza

agosto 21, 2006

Come il Tempo, come il fluire dell’acqua. Come tutto ciò che è apparentemente immobile e lentamente corrode e plasma.
Che nulla vada versato, nulla sprecato.
Mi accompagni dunque quella pazienza che non mi appartiene e il dolce silenzio dei gesti.

Presenzialismi di metà agosto

agosto 18, 2006

Mi  fregio e mi  pregio  di  aver offerto  il mio  (in)essenziale contributo alla causa.

Agosto, blog mio non ti conosco

agosto 17, 2006

Ci sono cose che dovete sapere.

La prima è che Flavia Vento è brutta. Ha la pancia, e anche un brufolo su una guancia. Che per un momento le donne in aeroporto si sono sentite tutte bellissime.

La seconda invece è che Luca Zingaretti è sensualissimo, ma questo già si sapeva.

La terza, infine, è una questione di ordine botanico. Perché fino a quindici giorni fa io pensavo che i cetriolini sottaceto fossero dei cetrioli raccolti anzitempo, come i carciofini, tanto per intenderci.

Invece no.

Sono dei capperi oversized, che se non me li avessero mostrati sulla pianta io non ci avrei creduto né ora né mai.

La quarta è che ho il gene della cuoca, e questa ormai è una certezza anche fuori dalla penisola, che mi darà da riflettere sul mio destino per più e più notti.

La quinta è che ho preso tre chili, ma mi sento leggera come non mai.

La sesta – come si può vedere in foto – è che i capelli ormai fanno quel che vogliono.

Le altre non ve le dico, le rinvio a fine mese.

Saluti e baci.