Archive for settembre 2006

Post dell'ultim'ora (nel quale si dimostra che questo blog è fittizio e forse nemmeno io esisto. E probabilmente neppure voi)

settembre 28, 2006

Ho sempre pensato, io, che il mondo e tutte le vicende in esso contenute non si ambienti su un piano cronologico lineare e progressivo, ma su quello sinottico. E che ci siano anche parecchie finzioni.

L’avevo scritto anche vent’anni fa, nel tema di italiano della maturità, negando la salvezza manzoniana, la linearità  e la provvidenza e contrapponendo Milan Kundera, l’eterno ritorno e i diversi piani della possibilità, tutti egualmente validi. Presi otto, ma solo perché era ben scritto.

Per il resto la commissione mi osservò perplessa, soprattutto quando pretesi di sostenere che il Vangelo di Giovanni fosse un tentativo di umanizzare una religione che faceva troppi pochi proseliti e che andava ravvivata con un espediente creativo degno del miglior esperto di marketing e che la storia del mondo si svolgesse al massimo nell’arco di vita di un centenario dotato di buona memoria.

Ma di questa cosa io non parlo mai: il mio defunto suocero, con il quale ebbi una lunga conversazione a riguardo, affermò che anche un suo cugino, studioso di yoga e lingue locali del subcontinente indiano, dopo decenni di meditazione, era arrivato ad analoghe conclusioni.

La differenza, sosteneva lui, è che il cugino era uno studioso di tutto rispetto, autore di saggi e bla bla, e io no. Sicché era meglio che non propugnassi queste eresie, che mi avrebbero fatto rinchiudere.

Nelle settimane passate qualcuno mi ha raccontato questa storia che sulla Luna noi umani non ci saremmo mai andati, e che sarebbe stato solo il frutto di propaganda americana.

Non ho approfondito, per mancanza di tempo.

Ma anche perché era una cosa che in fondo già sentivo e il fatto di non avere dati razionali per spiegarlo mi indispettisce molto.

Tanti anni fa un amico armeno, che condivideva le stesse preoccupazioni, mi disse che nella sua città avevano montato una super antenna per le telecomunicazioni, ma che l’intero paese sprofondava nel primitivismo assoluto.

Allora pensa – diceva – se adesso un cataclisma seppellisse l’Armenia sotto le macerie, tra duemila anni racconterebbero di noi che eravamo un popolo avanzato, capace di telecomandare a distanza qualsiasi cosa, e invece non abbiamo nemmeno il bagno in casa.

A volte penso cose anche peggiori di questa, non mi fido di niente. Chi può giurare che le cose siano andate esattamente come i libri di storia raccontano? Chi può giurare che le fonti siano originali e non manipolate in laboratorio per creare un invecchiamento artificiale?

Ci guardiamo i reperti pompeiani e maya e pensiamo: ma quant’erano avanzati, questi qui?

Poi secoli di buio, in cui non accade nulla o, peggio, si indietreggia, si perdono cognizioni tecniche e scientifiche o si fanno così pochi passi in avanti che non si capisce per quale ragione, se l’intelligenza umana si è mossa così rapidamente in passato, oggi fatichi tanto ad aggiungere tasselli.

Forse la Storia (e con essa molti altri saperi) non è altro che una costruzione a tavolino per darci fiducia e delinearci obbiettivi raggiungibili. O per non spaventarci circa il fatto che davvero nessuno di noi sappia chi siamo e cosa stiamo facendo qui.

All’università mi appassionai alla geografia, tristemente considerata come la materia dei deficienti.

Avevo un professore francese di cartografia, ci spiegava che nell’antichità i geografi erano i veri depositari del sapere, gli unici che, autorizzati a  muoversi nello spazio fisico, avevano diritto a parlare con cognizione di causa delle differenze sociali, economiche, culturali. Ma anche gli unici che potevano manipolare la verità, disegnando terre e confini inesistenti.

I leoni oltre lo stretto di Bonifacio non sono mai esistiti, sentite a me. Lo sapevano benissimo.

Le foto degli afgani che si arrendono nel deserto nemmeno.

In questo momento esatto mi circondano antichi Greci, scribi egiziani, poeti romantici. Qualche crociato assonnato, un cittadino di Pompei e un imperatore Ming.

Si sganasciano dalle risate. Dicono: tanto non ti crederanno mai, Flounder.

Piantala e torna qui, che oggi dobbiamo scrivere il capitolo di quando i cinesi invasero commercialmente l’Europa e nello stesso secolo si scoprì la cura per non morire di nessuna malattia.

(Non lo dite a nessuno che ve l’ho detto, fate finta di nulla. Interrogata direttamente sul punto, negherò e sciorinerò correttamente i nomi dei sette Re di Roma, giurerò sul cranio dell’uomo di Neanderthal e calcolerò l’epatta di tutte le Pasque dal 1249 a oggi. E per piacere, stasera le goccine no. E nemmeno quello stupido vestitino con le maniche lunghe lunghe)

Annunci

Una piccola recensione, ma anche di più. Fino ad arrivare Altrove.

settembre 26, 2006

Il libro me lo aveva regalato mia mamma, e  già  avevo storto il muso. Che poi la poverina ci era rimasta male: ma come? Non ti piaceva Marquez? Massì che mi piaceva, ma mi piaceva prima, che questo qui solo a leggere il titolo mi pare un plagio.

E poi invece lo dichiara apertamente l’omaggio a Kawabata.

Ma allora non lo scrivere proprio un libro così, è meglio.

Poi devo ringraziare le FFSS, che da quando ho ripreso a viaggiare in treno per andare al lavoro è ricominciata la bulimia libresca, che avevo smesso totalmente di leggere e mi crucciavo della mia ignorantità.

Vabbè, inizio a leggerlo e lo termino in un’andata/ritorno, Memoria delle mie puttane tristi, e confermo il giudizio: peggio di così non poteva essere. E poi so da fonte certa anzi certissima che ormai non li scrive nemmeno più lui: ruba i racconti dagli allievi (meglio le allieve) dei corsi di scrittura. Ed è anche un po’ maiale.

E non s’azzardi più a toccare Kawabata, che anche se io non lo leggo spesso perché lo trovo un po’ pesante, resta lo scrittore giapponese per eccellenza. Perché un conto è un vecchio giapponese che va al bordello per vedere le geishe dormienti, un conto un vecchio satiro caraibico. Proprio non ci azzecca, non è credibile. Bocciato.

Di tutto il libro salvo solo la frase un po’ triviale di una delle vecchie puttane, quando afferma con certezza al protagonista che la natura è assai bizzarra, fornendo di incredibili attributi e desiderio coloro i quali hanno per colonna portante della loro vita meschinità e vigliaccheria. Una sorta di compensazione naturale.

Uno spreco, aggiungo io (e mi ritorna in mente il Busi di poc’anzi).

Poi di passaggio una notazione su Sepùlveda, Incontro d’amore in un paese di guerra.

Che mi è piaciuto, anche se non proprio tutto tutto.

E qui una riflessione: se quelli di Sepùlveda sono racconti, allora lo sono anche i nostri, senza ombra di dubbio. Altrimenti concludiamo che avrebbe potuto essere un bravissimo blogger, per tempi e concisione, e finiamola lì. Non ci pigliamo collera, che non vale la pena.

E per ultima cosa voglio dire che non è vero che io frequenti solo  blogger, che l’altra sera a casa mia, quando si festeggiavano i compleanni di questo qui e questa qui, c’era anche uno ScrittoreVero.

Con lo ScrittoreVero c’ero stata a cena già la sera prima.

O meglio, fino alla sera prima non sapevo che fosse uno ScrittoreVero. Credevo che fosse solo un amico di amici e che faceva l’ingegnere.

Invece poi per tutta la sera mi ha raccontato della storia di questo libro, senza alcun piglio autoreferenziale, ma con molto amore.

Abbiamo scoperto che ci accomuna una certa perplessità a proposito di certi nostri amici, anche loro ScrittoriVeri,  non tanto per lo stile e la forma, che sono belle e fluide, ma per i contenuti, che restano sempre un po’ troppo lievi. Abbiamo scoperto che ci accomuna un certo interesse per gli israeliani, leggasi Oz e Yehoshua.

Abbiamo scoperto di avere amici in comune e per la proprietà transitiva delle amicizie, poiché questi amici comuni piacciono a entrambi, ne deriva che anche noi abbiamo qualcosa in comune.

Abbiamo scoperto, infine, di avere vicende personali che in parte si assomigliano e fanno male allo stesso modo.

Lo ScrittoreVero non ha un blog, non avrebbe nemmeno il tempo.

Quindi vi tocca investire questi 12 euro che a mio parere sono ben spesi e seguirlo attraverso i continenti.

Se poi vi piace, ditemelo a me che io glielo dico a lui.

Che per la proprietà transitiva dei lettori, se in me desta un certo interesse (sono solo all’inizio, però, ma mi sembra scritto assai bene), lo desterà anche in voi.

Paolo Mastroianni, Altrove. Edizioni Effigie. Storie di ordinario e metropolitano degrado, come piacciono a me.

Lo scamazzo

settembre 23, 2006

Gli  avevano  fatto  ripetere la lezione a memoria,  al vecchio. Spiegata una, due, dieci volte.

Allora, voi dovete solo dire che il fondo è vostro. Se qualcuno insiste, qua ci stanno i documenti che dimostrano la proprietà.

Ma questo fondo non è mio.

Adesso è vostro.

Allora me lo posso pure vendere?

Nossignore, è vostro per qualche tempo. Poi ce lo ricompriamo noi.

E mi pagate?

Sì che vi paghiamo. Cinque milioni.

Ma questo fondo vale più di cinque milioni, almeno venti.

Sì, ma non è il vostro.

Ma se un minuto fa avete detto che è il mio.

Poi passarono a spiegarlo alla figlia, che il proprietario non voleva comparire in questa storia, gli serviva un prestanome, una cosa di pochi mesi. Che cinque milioni per pochi mesi era come trovarli per terra, e l’unica cosa che dovevano dire è che il fondo era loro, e qua ci stanno i documenti che attestano la proprietà.

La figlia era scema, grassa e con i baffi. Però in faccia ai soldi si faceva furba e capiva.

Fece solo una domanda: ma mica dovete uccidere a qualcuno?

Sì, a vvuje, se dicite n’ata parola, disse il biondo, spazientito.

Ma l’altro subito gli diede una gomitata e lo mise a posto: sta scherzando,  dobbiamo solo scaricare certa frutta. State tranquilla.

La sera il padre riprendeva il discorso: nenne’, non ho capito. Ma ‘sta terra è nostra o no?

Papà, voi non vi dovete preoccupare. Facciamo finta che è nostra e loro ci pagano.

E perché?

Papà, so’ cose che non potete capire, lassate sta’.

Poi scavarono il fosso. Era così profondo che da un momento all’altro poteva zampillare l’acqua.

Poi costruirono la pensilina, proprio di fianco.

Poi arrivò un prefabbricato con delle scrivanie e delle sedie, che dentro si moriva di caldo.

Poi vennero i camion.

All’inizio erano tanti, poi sempre di meno.

Il finanziere fu il primo a cedere. Sudava, e l’uniforme non gli dava respiro.

Ma venite con me, facciamo una cosa di cinque minuti, vi pigliate un’aranciata. Abbiamo portato la borsa termica. Cinque minuti e v’arripigliate. Mo’ ditemi a me: che può succedere in cinque minuti?

E se me la portate qua?, chiese ingenuo.

Ma che dite? Vi sedete, comodamente, e poi tornate. Tanto qua stiamo solo noi.

Poi le aranciate diventarono due, poi tre. Poi nella bottiglina gli fecero trovare trecentomila lire. Il finanziere era giovane, non aveva esperienza e pensò che forse così si faceva. Acqua in bocca. Anzi, aranciata.

Il secondo a cadere fu il funzionario regionale. Aveva tre figli e a questo lavoro ci teneva assai: gli pagavano i chilometri e lo straordinario. Se completava tutta la campagna, a fine estate facevano almeno ottocentomila lire.

Gli portarono le targhe, sporche di fango.

E questo che è?

Sono i camion.

E dove stanno?

Qua fuori, non vi preoccupate.

Ma io li devo vedere, così non è regolare.

E secondo voi è regolare la miseria che vi danno a fine mese? Vi pare bello? I dirigenti assettati sulle poltrone e voi qua a schiattare di caldo. Manco per uscire e controllare i camion uno a uno, vi aiutiamo noi, scrivete.

Il funzionario regionale si mise a parlare del sindacato, ma quelli prima stettero a sentire e poi risero: il sindacato? Quella vranca di magnaccia? Ma ‘o culo a vvuje nun v’abbrucia mai? Siete diventato insensibile?

Il funzionario si mortificò e si prese quasi due milioni, alla faccia della quattordicesima.

Che a lui gli bruciava, sì. Dopo vent’anni gli bruciava assai.

Poi fu la volta dell’incaricato ministeriale, quello integerrimo, che non guardava in faccia a nessuno, che arrivava prima degli altri, con l’Audi 80. E’ di mia moglie, rispose quando gli chiesero come se l’era pagata.

La prima sera gli rigarono la fiancata.

La seconda sera gli squarciarono i copertoni.

La terza sera gli dissero chiaramente che era un peccato che una moglie così carina, ancora giovane e piacente, se la dovevano scopare pure questi buzzurri delle campagne. E pure la figlia, quanti anni aveva, ventidue, mi pare?

L’ultimo se lo dovevano lavorare bene. Parlava la lingua loro. Disse solo: non tengo moglie né figli, né madre né sorelle. Me vulite spara’? Sparateme.

L’ultimo non aveva punti deboli. Si informarono bene: non era nemmeno ricchione, non c’era niente che lo potesse comprare.

Io a quelli che non tengono niente da perdere li schifo, disse il Biondo.

Tu devi solo stare calmo e avere pazienza, che ci facciamo pure a lui.

La sera gli si avvicinavano con voce suadente: perché non vi pigliate qualcosa, una cascettella di pesche, due pomodori? Che a buttare ‘sta roba è ‘nu peccato e’ Dio.

Grazie, non mi serve niente, rispondeva gentilmente l’agronomo.

Poi una sera che sembrava un po’ distratto gli riempirono il bagagliaio di ogni ben di dio e ci misero pure due targhe.

La Finanza non tardò ad arrivare: lo sapete che queste cose non le dovete toccare? Lo sapete che questo si chiama peculato?

L’agronomo rispose: per quanto mi riguarda mi potete pure denunciare, io tanto non tengo niente da perdere.

Disse così, però dal giorno seguente si mise in malattia e al suo posto fu mandato un collega più compiacente.

Alla fine della campagna i due tornarono dal vecchio.

La figlia non c’era.

Dissero: qua stanno tre milioni, gli altri due ve li diamo dopo che abbiamo sistemato le carte.

Il vecchio voleva dire qualcosa, ma poi pensò che la figlia si sarebbe nuovamente arrabbiata con lui. Si prese i soldi e li fece scomparire nel cassetto del comò.

Disse solo: mi dispiace che dovete tornare, che le carte le tiene mia figlia.

Il Biondo uscendo disse: a me chisto me fa paura.

L’altro lo tranquillizzò: tiene ottantasette anni, completamente ‘nzallanuto, o muore di vecchiaia o di malattia. O cade dalle scale.

Poi le cose si sistemarono, carte e debiti. La storia sembrava finita.

Dopo sei mesi il vecchio parlò.

Raccontò la storia agli inquirenti, al giudice, all’avvocato. Era un racconto confuso, saltava da un argomento all’altro, mischiava ricordi di gioventù, però pure si capiva che qualcosa di losco era successo.

E voi perché vi siete prestato al gioco?, chiese il giudice.

Tengo una pensione di quattrocentocinquantamila lire al mese, rispose il vecchio.

Ma perché avete deciso di raccontare questa storia, allora?

Non sapeva rispondere. Disse solo: perché all’età mia non mi piace essere pigliato pe’ fesso.

Il processo è durato un tempo infinito. Uno degli imputati, il capo commissione, è morto di infarto, uno è stato male in carcere e ha avuto i domiciliari, uno ha patteggiato, uno è stato trasferito per incompatibilità ambientale, con una lettera di censura del suo superiore.

L’agronomo è stato condannato per appropriazione indebita, corruzione e peculato. Sospeso per un anno dal servizio. Ha presentato ricorso in Appello e in Cassazione. Dopo undici anni di parcelle pagate puntualmente e udienze sistematicamente rinviate, il giudice ha chiuso il fascicolo per prescrizione del reato.

Del proprietario del fondo non è mai stato fatto il nome.

A suo carico una denuncia per truffa aggravata ai danni dello Stato, dell’Unione Europea, associazione a delinquere di stampo mafioso e varie altre cose. Contro ignoti.

Detto fra noi:, ma vi pare che con tutte le cose importanti che ci stanno da fare ci mettiamo a perdere tempo appresso ‘a ‘sti strunzate e ci impantaniamo pe’ ‘nu poco ‘e frutta?

 

(Non ho visto Anno Zero, l’altro ieri sera, ma me l’hanno raccontato fedelmente. Ormai so che questa terra non ha futuro, e noi con lei)

I bambini ci guardano

settembre 21, 2006

Un  libro  stupido  sul comodino,  “Come farsi amare da un uomo difficile”,  una serie di sottolineature nelle pagine e altre ancora più marcate e definitive nel proprio modo di vivere, qualcosa che viene tramandato di generazione in generazione, che suona come: stai al tuo posto e impara.

Non esattamente confuciano, ma in un senso tuttavia simile.

Mi hanno insegnato così, insegnerò così.

Che conoscendo limiti e confini viene tutto più facile, come una volta era il mondo quando la chiesa, la famiglia e i vicini di casa ti spiegavano tutto e ti sorreggevano. Io lo so fare, anche senza Dei. Anche fuori dalle parentele di sangue e acquisite. Non vuol dire non andare mai fuori dal seminato, vuol dire andarci sapendo di farlo e volerlo fare comunque.

Non nutro sensi di colpa, quasi mai.

Non li sopporto i sensi di colpa. Se faccio qualcosa che sento errato, preferisco correggere, raddrizzare il tiro. Non mi trascino nella lamentazione o nel perverso gioco dell’ è colpa tua.

E nessuno ha il potere di farmi sentire sbagliata dall’esterno, nessuno può riuscirci.

Ho lottato per questa interezza, per la sicurezza di saper dire sì o no o forse. Nessuno può scalfire dall’esterno se io non voglio che avvenga.

Tranne mia figlia.

I bambini hanno logiche così chiare e inflessibili che ti fanno vergognare fin nel profondo.

Come il titolo del libro.

Cosa vuol dire, mamma, un uomo difficile?

Glielo spieghi con parole semplici: uno che non ti vuol bene, o che lo fa in modo errato, freddo e distante, che ti picchia, ti trascura, non si occupa dei bambini, ti tradisce.

E perché uno deve cercare di farsi voler bene da una persona così?

Ecco, appunto. Perché?

Un tot di euro sprecati quando ancora mi sembrava che separarsi potesse essere in qualche modo evitato e cercavo ricette ovunque, colpe dentro di me.

Che se l’errore è dentro di te è molto più facile, puoi lavorarci senza dipendere dall’esterno e mantenere tutto perfetto e sotto controllo. Ti risparmia il dolore del fallimento, della cattiva valutazione dell’altro e di te che hai preso fischi per fiaschi.

L’onnipotenza della perfezione e l’attivismo celano sempre il terrore del tracollo. Meglio cadere e rialzarsi, è più produttivo.

A volte i figli dovrebbero essere concepiti prima del matrimonio, averli lì, perennemente seienni e settenni a dispensarti consigli senza la consapevolezza di farlo. Seguire le loro riflessioni, rispondere semplicemente ai loro perché semplici, lasciare che ci rimbalzino addosso fino a trovare un varco per entrare.

Ho tradito un suo segreto, giorni fa. Ho riferito alla nonna una cosa che non avrei dovuto, la nonna se l’è fatta scappare.

Tergiverso, brancolo, tentenno. In ultima analisi scarico il tutto sulla nonna.

La piccina mi inchioda: non cambiare le carte in tavola, lo sai che è fatta così, sei tu che devi imparare a star zitta. O forse anche io, se tu non sei capace.

Ti ammiro da morire, figlia. Che nell’ingenuità delle tue domande  mi tracci cammini da seguire, divieti da opporre, velleità da liquidare.

Perché sei uguale a me e già tuttavia così diversa. Sei specchio e cartina di tornasole, sei pietra miliare, sei leggerezza e zavorra. Sei aspirazione e desiderio, bisogno di liceità.

E penso spesso alla vita come una ricomposizione consapevole di ciò che da bambini si conosceva per istinto e in un dato momento si è offuscato.

Quando uno dice: è solo un bambino, non può capire, in realtà ha solo paura di sé.

Par condicio

settembre 19, 2006

Vorrei spezzare una lancia a favore dei santi minori. Per esempio questa qua, che zitta zitta e buona buona, tutti i martedì fa liquefare il sangue.

Ma mai nessuno che l’avesse minimamente presa in considerazione, no. Tutti appresso a quello là, a faccia ‘ngialluta, come lo apostrofano le fedelissime quando non miracola nei tempi e nei modi giusti.

E non mi venite a dire che qua non si fa del maschilismo a oltranza, che se la natura vi avesse dato il ciclo, anche a voi uomini, ogni ventotto giorni fermereste il mondo per gridare al miracolo!

Postisterico

settembre 15, 2006

Ieri sera in  quel film,  quello  scemino  della ragazzina che scopre di  essere a sedici anni la principessa ereditaria del regno di Genobia e vuole fuggire, a un certo punto si sente questa frase qui: il coraggio non è la mancanza di paura, ma la consapevolezza che esista qualcosa che ha più valore della paura.

Dopodichè mi è venuta la nausea.

Quelle nausee che assomigliano al mal di mare, quelle della mancanza di equilibrio e del corpo che cerca di adattarsi alle posizioni che mutano repentinamente.

Ieri sera era come se avessi avuto un bilancino in mano, quelli piccini per pesare l’oro o la polvere da sparo, che bastava uno scarto minimo per far esplodere il mondo.

Che a volte la mia logica fa acqua da tutte le parti.

Non so come, ma si confonde di colpo e mi perdo i pezzi di ragionamento.

Entro nei microtunnel e non mi accorgo del girovagare, da premesse fallaci salto a conclusioni avventate. Impeccabilmente.

Alla stessa ora è ricominciato il dolore alla testa. Mi sono fatta di Aulin. Meno uno, almeno questo.

Il catalogo me lo fai così e cosà, la sala e gli allestimenti, il discorso della nautica deve durare mezz’ora, due ecografie, ventiquattro doppie uso singola, frau Lopper viene accompagnata, una serie di racconti, un elettroencefalogramma, l’interprete cinese, il piano costi, una timpanografia di controllo, un’udienza qui e due avvocati lì, mezzo chilo di mail, non accettiamo prenotazioni telefoniche, l’orario dei treni, non hai mai tempo per noi, sostituire il flessibile doccia, il relatore per il dieci dicembre, il bollo auto, poi il tagliando, poi l’inversione delle gomme, incastra il martedì nel mercoledì, dividi per il sabato e sottrai la domenica, due uova rotte per eccesso di fretta, i sentimenti altrui, i sentimenti miei, i sentimenti loro, tre chiamate perse, il sostegno al Manifesto, giovedì compleanno, venerdì l’altra partorisce, voglio la festa senza animatori, signora scelga lei che strategia seguire, il calendario tutto crocette e cerchietti, abbreviazioni, sms, mms, sos, mi dia il codice della sua vita, credo di averlo perso, allora torni domani.

Qui c’è un errore a monte, temo il difetto di fabbricazione.

Scrivo e mi placo, scrivo e respiro. Batto sui tasti e mi dimentico del resto. Mi cullo di tic-tic-tic, mi ipnotizzo.

Rivendico il diritto alla perdita di tempo, lo mischio all’eccesso di precisione e di durezza, mi contraddico, non parlarmi d’amore se non è abbastanza, o tutto o niente, i casi sono due, sono tre, sono otto, sono seicento. E se proprio vuoi parlarmi d’amore, soffia in questi cinque minuti e dilatali, rendili infiniti, legami, bendami e portami in un bosco, però fa’ presto, che alle sette chiudono i negozi e devo ancora comprare l’insalata.

Paura, io? Macchè, non ne ho nemmeno il tempo.

Nemmeno coraggio, se è per questo. Vanno di pari passo, come si è detto.

Che bella sei, infondi calma e sicurezza.

Beata te, che sei così ordinata.

Perché io di te mi fido, sai sempre cosa fare.

Impiegata parastatale imbraccia carabina e spara a vista: dodici i morti e trentaquattro i feriti.

Le avevo parlato ieri, sembrava serena.

Chi l’avrebbe mai detto.

Nulla lasciava presagire.

Aveva una serie di progetti.

Si arrabbiava così di rado.

Era sempre sorridente.

Forse era scema.

Inquietudini (forse, una trilogia)

settembre 11, 2006

(sto qua, il pitbull non mi dava tregua)

Si è fatta notte, improvvisamente.

Viene un momento a partire dal quale il tempo smette di gocciolare e si fa cascata. Di colpo è sera e poi subito mattina, e ricordi che si accatastano e non lasciano dormire.

‘O Russo conta i soldi e bestemmia, poi piglia il cane che ancora freme e sbava e lo riporta dentro la camionetta. Se non arriva entro dieci minuti don Antonio si fa afferrare per pazzo.

Prima o poi del problema se ne deve parlare: la bestia non ce la fa più, e poi sta diventando pericolosa.

Va abbattuta, prima che finiscono un’altra volta sui giornali e le scommesse se ne vanno a puttane. Oppure deve restare a casa.

Ma don Antonio da quest’orecchio non ci sente: ‘o pitbull adda pazzia’, se no si deprime. E si ‘o piccerillo si deprime, io pure mi intristisco. E se io mi intristisco, voi qua passate tutti un brutto quarto d’ora.

Don Anto’, il mese scorso s’è attaccato malamente alla coscia d’o salernitano, accussì nun putimmo fatica’. All’ospedale fanno troppe domande.

Così, gli direbbe, e la cosa sarebbe finita. Risolta.

In giro ci sono bestie giovani che aspettano di entrare nel giro. Carne fresca, denti affilati, precisione chirurgica nell’assalto.

Sono già tre incontri che lo stanno drogando, e la resa è sempre peggio: ad ogni incontro i soldi raccolti crescono, ma mica può durare in eterno. Il cervello è già andato, colpisce dove capita, si ferma di botto, si distrae.

La sera stramazza, si accascia ai piedi del padrone e dorme tutta la notte.

Lui lo veglia, come non ha mai fatto nemmeno coi figli.

Nicola aveva voluto studiare farmacia, era andato completamente fuori razza. Pure era una buona cosa: in farmacia si muovono un sacco di denari, si fa circolare un sacco di roba. Un farmacista rende legali molte cose.

Invece lui voleva fare la ricerca.

Vabbuò, te ne puoi andare in America. Ti piglio qualche contatto, facimmo chello e chello.

No, che voleva andare in Francia, dove sta quell’equipe che studia l’AIDS.

Poi era tornato in fretta e furia, al capezzale della mamma.

Co’ tutta ‘a farmacia ca tiene ‘ncuorpo nun si’ bbuono a ffa’ niente, levate a ‘lloco, così gli aveva detto don Antonio.

Poi mamma se ne era andata, dopo due notti.  E anche lui, che qua non serviva proprio a niente.

Era rimasto solo il pitbull. E Salvatore. Ma Salvatore non tiene spessore, non tiene iniziativa. Quello che gli chiedi, quello fa. Se non era suo figlio, già lo avrebbero perso da tempo.

Rispetta ‘o cane p’’o padrone. Si dice così. Jate ‘a fatica’, guagliù, jamme bello.

Don Anto’, sto qua, vi ho riportato il cane.

Guaglio’, chisto nun è ‘nu cane, è ‘nu cristiano. ‘E cane site vuje.

Don Anto’, …

Che è?

Niente.

Oggi non è giornata, ha sbagliato completamente l’approccio. Il cane si chiama Principe. La prossima volta deve andarci cauto: don Anto’, v’aggio purtato ‘o Principe.

Deve dire così. Qualcosa di importante. E poi dopo sferrare il colpo, ma con educazione, con rispetto.

Don Antonio non si volta nemmeno, è seduto sulla sua poltrona.

Guaglio’, nun ‘o veco bbuono ultimamente. Nun è ca lle facite piglia’ quacche ccosa ‘e strano?

Il Rosso si inchioda sulla soglia, non è abituato a mentire.

Forse è il momento giusto, magari riesce a dire qualcosa sull’età, com’è il fatto? Un anno del cane equivale a sette anni di un essere umano, Principe tiene quattro anni e mezzo, che praticamente so’ trentatré, trentaquattro, che per un cane è assai, un poco come i calciatori. Gli direbbe così, anzi, inizia a dirlo.

Ma don Antonio lo stoppa: je tengo settant’anne. Allora che vulisse dicere, guaglio’?

Oggi non è giornata, la sera è scesa di colpo.

Il sole si è tuffato sotto la linea dell’orizzonte. E’ incredibile come in certe sere il passaggio sia così rapido. All’improvviso cambia l’atmosfera, le inquadrature, cambiano i contorni. Una cosa detta alla luce del sole ha il tempo per sciogliersi, per evaporare.

Ma di notte no, si inchioda. Si stampa nelle pareti, resta azzeccata come una macchia di umidità, come un cattivo odore,  come una cosa che senza sole non si asciuga e non passa.

Nun ‘o dicite manco pe’ scherzo.

Conclude così, il Rosso.

Qua stanno i soldi.

Spartitaville vuje, nun voglio sape’ niente. Principe adda pazzia’, adda sbaria’.

Tiene ambizione e coraggio, il Rosso. E’ di quelli sempre in prima linea, di quelli che gli puoi mettere tutto in mano. Il figlio che forse avrebbe voluto. Senza pietà, pronto a tutto. No comme a chilli duje femminielli.  Tiene solo un limite, il Rosso, certi pensieri che non gli danno pace, come una crepa che lo schiatta metà e metà e lle fa perdere tutte cose.

‘O Ru’, a te nun te piacene ‘e cane, è ove’? Nun te so’ mai piaciuti, manco quann’eri piccirillo, t’arricuorde?

Il Rosso s’appoggia allo stipite e deglutisce.

Don Antonio, non è un fatto di piacere, è che non ci tengo assai confidenza.

Vieni acca’, te la faccio pigliare io la confidenza. Accarezza a Principe, bravo, accussì.

Il Rosso accarezza piano, il cane è frastornato e non reagisce in alcun modo. Guaisce piano e struscia il muso contro la gamba del padrone.

‘O siente comme sta’ triste? Dalle ‘nu vaso.’Nu vasillo ‘mmocca.

Don Anto’….

Che è? Nun ‘o vuo’ bene? ‘o vuo’ fa sta’ triste?

Il Rosso si inginocchia, Principe non gli può nuocere, è strafatto. Però pure gli fa impressione.

Cchiu’ vicino, guaglio’, aggio ditto ‘nu vaso.

Ci sono attimi di tempo senza nome, che si situano in quella fascia tra il tramonto e la notte. Attimi in cui può accadere di tutto e che restano impigliati per sempre nelle fibre della carne.

Il Rosso è accovacciato, di fronte al muso del cane. Ne sente l’alito e la saliva. Chiude gli occhi e lo bacia. Li riapre. Intorno è notte fonda, l’abat-jour sul tavolino, accanto alla poltrona, riflette una luce rossastra e disegna enormi ombre sulle pareti.

Che stive dicendo, guaglio’?, chiede don Antonio.

Niente, ‘na strunzata. M’aggio pure scurdato.

Capita. Certe sere non ti danno manco il tempo di capire, calano senza preavviso, ammescano penziere e desideri, fanno venire idee strane. Certe sere vulisse arrevota’ ‘o munno, scassa’ tutte cose. Si te vene n’ata vota ‘a mmente, m’o ddici, va bbuono?

Sì, don Anto’.

Don Antonio accarezza il cranio del cane, si sofferma sulle ossa. Scende dolcemente lungo le prime vertebre e gli parla : staje stanco, è ove’?

La notte continua a scivolare. Ha qualcosa di untuoso e appiccicaticcio. Si infila sotto gli stipiti e si spalma sul pavimento. Principe si è addormentato.

Je vulesse sape’ che se sonnano ‘ e cane, chesto vulesse sape’. Guaglio’, vatte a durmi’, va’.

Il Rosso esce, accosta piano la porta. In bocca ha un sapore di notte e di morte.

Falsi incipit

settembre 11, 2006

Mi ospita lui, stamattina. Il gioco è molto carino, provateci anche voi.

Ricchi premi e cotillon

settembre 6, 2006

Si  interrompe il  silenzio  stampa per  informare amici,  parenti,  detrattori, colleghi e affini, che qua si è vinto un premio.

E che  premio!

Che premio?

Boh!

(P.S.: quando riprendo a bloggare qua, ricordatemi che devo scrivere un racconto che parla di pitbull. Non vi scordate.)