Archive for ottobre 2006

La venticinquesima ora

ottobre 29, 2006

Mi  fu preannunciata al pomeriggio,  giacché  son distratta e certamente avrei lasciato le lancette dov’erano. Mi fu proposta con un lieve avvertimento a che la proteggessi da influenze esterne, ché certo qualcuno più scaltro me l’avrebbe riempita a suo piacimento di altri pensieri e preoccupazioni, laddove di mio già ve n’erano troppe.

Cominciò così, la venticinquesima ora, e la corona dell’orologio fermò il tempo e lo trasformò.

Si dispiegò come ragnatela e ci avviluppò, confuse il giorno e la notte e i racconti e i pensieri.

I minuti si fecero massi, i secondi si fecero ragni: i primi immobili spettatori, i secondi dispersi e arrampicati dappertutto, tra ciocche di capelli e ovunque trovassero appiglio.

Ebbe spari notturni e fuochi d’artificio, e poco più lontano aghi nelle vene.

Ebbe occhi di gatto e parole felpate, e musica e vino dolce.

Ebbe in lontananza la voce di un infante che cercava una strada per arrivare a me e il sogno di uomo ad accompagnarlo con dolcezza fin oltre la soglia della mia vita.

Si popolò di immagini e ricordi, di ricerche e smarrimenti.

Coniugò tutti i verbi che si ha paura di pronunciare: turbare, perturbare, conturbare, disturbare e quanti altri vi vengano in mente.

Si ripiegò su formule matematiche ed evidenze logiche, contenne scienza e poesia, il teorema di Fermat e la Biblioteca di Babele.

Si riscosse nel sole e nel volto di un pescatore, in numeri al lotto giocati al volo sotto il vento di ponente, nel signor Dubbio e la sua storia del cuoco cinese.

La venticinquesima ora si appoggiò su volute di fumo e colpi di tosse, crebbe in una vertigine e ricoprì come un mantello ogni prima e ogni dopo, modificò i confini e ci restituì delle mappe dai contorni sfrangiati.

Attraversò la stanza lasciando impronte di borotalco e un’ Astrea rugosa conservata nel borsellino. Ci protegga dunque santa Lucia, patrona degli occhi, della vista che non tradisce, degli oculisti che ci correggono lo sguardo sulle cose, degli elettricisti che ci regalano piccole scosse di passione, delle sarte che ogni giorno cuciono la propria vita, delle ricamatrici di sogni e delle donne di malaffare pentite.

Ci protegga il suo occhio dalla vastità del mare e dai flutti che minacciano di rapirci e portarci troppo lontano da noi.

Allo scoccare dell’ultimo istante tutti gli scheletri, in fila ordinata, salutarono e ripresero il proprio posto, ciascuno nella sua anta. Beneducati e silenti, a loro modo impacciati per aver avuto l’ardire di presentarsi.

La mia notte di Halloween è già trascorsa, ho l’abitudine di anticiparmi sempre il lavoro. E’ un vizio di famiglia.

Tra i capelli mi ritrovo ancora qualche filo di ragnatela: abbiamo attraversato la venticinquesima ora, a piedi scalzi.

Dalla venticinquesima ora non si esce mai del tutto illesi, questo sappiatelo.

Ma siamo vivi, e il sole illumina anche la polvere più nascosta. Possiamo essere lievi.

Le cose sono facili, come potrei darle torto. Dove c’è semplicità c’è spesso anche la verità, il resto non merita di essere preso in considerazione.

Wingardium Leviosa a tutti.

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L’energia e il suono meraviglioso come il tendersi di un arco. Voglio vivere così, fino alla fine dei miei giorni

ottobre 27, 2006

La verità è che sto bene.

Non di quei beni rassegnati, che sono in realtà un male appiattito e assuefatto.

No. E’ piuttosto quel modo di stare bene che mi impedisce di tirar fuori belle storie, drammatiche e piene di sentimento. E infatti non scrivo niente, se non quattro post che raccontano di corse, andirivieni e sorrisi. Un sacco di sorrisi.

Che un po’ mi dispiace pure.

Ci provo, mi siedo alla tastiera, fisso lo schermo bianco e non riesco a tirar fuori un rigo decente.

Perché le storie a me non nascono mai con una trama o un disegno, no. Prendono corpo in modo involontario, sulla scia di un’emozione che deve essere diluita ed espulsa.

Sto di quel bene che rende attivi, che interrompe la contemplazione. Quel bene gratis che all’improvviso ti piove addosso quasi come una disgrazia.

Che anche scrivere d’amore è di troppo, perché in fondo si può scrivere solo di quegli amori che non ci sono, che ti fanno struggere, e allora tu ne scrivi per colmarti un poco, per riscaldarti con un’idea, una promessa, una speranza.

Gli altri, quelli che ci sono, quando ci sono, chiedono di essere vissuti. Non raccontati e nemmeno descritti. Né tantomeno evocati. Ci sono e basta.

Mi consolo, mi dico che prima o poi passerà tutto questo bene.

Che verranno giorni peggiori ma densi di storie da mettere nero su bianco.

Che potrò ricominciare a scrivere di amori che fanno male, che si sono perduti.

Ma adesso no. Non ne ho voglia. Mi sento dentro la tensione di un arco che stia per scoccare una freccia.

Burocrazie dal mondo

ottobre 26, 2006

Questa mattina ho scoperto che sono una brava persona, una di cui ci si può fidare, dalla quale non ci si aspettano cattiverie.

Ho un passaporto a lettura ottica emesso prima del 26 ottobre 2005.

Gli americani hanno stabilito quanto segue:

AVVISO IMPORTANTE: I passaporti rilasciati o rinnovati a partire dal 26 ottobre 2006 potrebbero aver bisogno di visto!

I viaggiatori italiani titolari di passaporti emessi a partire dal 26 ottobre 2006, non contenenti un chip elettronico con i dati biometrici, avranno bisogno di visto per recarsi negli Stati Uniti.

Il governo italiano informa che a partire dal 26 ottobre 2006 sarà in grado di rilasciare passaporti biometrici. Per ulteriori dettagli Vi invitiamo a visitare il sito della "Polizia di Stato" webpage.

Gli italiani in possesso di tali passaporti potranno continuare a viaggiare ai sensi del Programma Viaggio senza Visto (Visa Waiver Program). Gli italiani titolari di passaporti a lettura ottica rilasciati o rinnovati prima del 26 ottobre 2005, e titolari di passaporti a lettura ottica provvisti di foto digitale emessi dopo il 26 ottobre 2005 ma entro il 26 ottobre 2006, non hanno bisogno di visto per potersi recare negli USA per affari o turismo ai sensi del Visa Waiver Program. I passaporti rinnovati (alla scadenza dei cinque anni) a partire dal 26 ottobre 2005, non contenenti foto digitale, continueranno ad aver bisogno di visto

Vorrei fare qualcosa di simile nel blog.

Tipo: i commentatori che hanno un blog registrato dal settembre 2004 e fino al settembre 2005, possono commentare liberamente.

Quelli che hanno un blog registrato prima del settembre 2004, hanno bisogno di lettera di accredito.

Quelli che hanno un blog dal settembre 2002, ma registrato su un’altra piattaforma, hanno bisogno di un visto per commentare qui.

Quelli che hanno un blog dal settembre 2005, mi facciano vedere il chip con i dati biometrici. Se sono brutti, non li vogliamo.

Tutti gli altri vengano accompagnati dai genitori.

Un martedì da leoni

ottobre 24, 2006

Stiamo raggiungendo punte di delirio,  mancano ancora due mesi alla chiusura delle attività promozionali. Due mesi che sono due giorni, due minuti, due anni, due secoli.

Stamattina qui si urla,  volano parole grosse.  Dagli insulti professionali a quelli personali.

Non ce la faccio.

Siamo stressati, nervosi, irritati. Abbiamo le scrivanie traboccanti. Per andare al bagno devo scavalcare decine di scatoloni contenenti piastrelle e cataloghi. Oppure cedere rassegnatamente all’idea di un catetere.

Un fatto temporaneo, niente di drammatico.

Intanto io sogno, proiettata in avanti. Sogno già il prossimo fine settimana, il giorno dei morti, l’Immacolata. Mi infilo il pensiero nei polmoni, come una bombola di ossigeno.  Dovrei aspirare alla quiete e invece leggo mail zeppe di: allora, il prossimo fine settimana facciamo questo e facciamo quello, poi quest’altro, poi ancora quell’altro, invitiamo Tizio, Caio, Sempronia e quell’altra là.

Sì, però io voglio fare anche così e cosà e magari aggiungerci un po’ di quest’altro qua, ma solo dopo che abbiamo fatto tutte quelle altre cose là.

E poi partire, salire su un treno, un’automobile, un aereo, una nave, una bicicletta, un monopattino, una mongolfiera, un quad, un pom-pom, un carruocciolo.

Sogno.

Che mi moltiplico per mitosi. Plop, plop (è il suono della divisione cellulare). Che mi disperdo, mi dilapido, mi distraggo,  mi stramazzo, mi abboffo, mi disintegro, mi ricompongo e finalmente mi rilasso.

Dio della burocrazia e del commercio estero, fammi arrivare sana e salva, intatta fino a venerdì. Dammi almeno una pizzetta quotidiana e due caffè.

Rimetti tutti i miei debiti, che poi saldo con un assegno al portatore.

E nel tempo libero non preoccuparti per me:  inducimi in tentazione, poi me la sbrigo io.

Plop.

Rimpatriata: s.f., ritrovo conviviale di amici che non si incontrano da molto tempo

ottobre 22, 2006

Ci sarebbe voluto un miracolo ieri sera, qualcosa come la macchina del tempo.
Meglio ancora, il dono dell’ubiquità, la capacità di teletrasportarsi altrove con la sola forza del pensiero. Io lo scenario in mente ce lo avevo già pronto e a volte detesto il fatto di essere così volgarmente umana e non avere poteri straordinari.
I due schieramenti si fronteggiavano: da un lato le donne belle, con abiti in raso e taffettas, fiala effetto lifting 24 ore, tacchi a spillo e monili lucenti, dall’altro quelle brutte, jeans, bijoux etnici, nessun maquillage, segni evidenti di recente puerperio, occhiaie da nottatacce.
Da un lato gli uomini belli, con giacca e cravatta e gemelli dorati, dall’altro quelli brutti, abiti casual, scarpette da ginnastica e gemelli in carne ed ossa.
Da un lato si chiacchierava di griffes e attori, dall’altro della Bersani e dei termovalorizzatori.
Da un lato si era tristemente a dieta, dall’altro si è dato allegramente fondo al buffet.
Di tanto in tanto un osservatore del campo avversario si recava in missione nell’altra trincea.
Ma sono almeno quindici anni che non ci vediamo!
Diciassette, per la precisione.
Non sei cambiata affatto.
Tu invece sì.
Io non ho figli.
Io sì.
Io sono diventata notaio.
Io no.
A luglio sono stata negli USA a fare il coast-to-coast.
Io invece in città a fare il post-to-post.
Come fate a vivere ancora in questa città?
Come fate a vivere in 45 mq e chiamarli casa?
Siete sempre irriducibilmente comunisti, eh?
Almeno quanto voi siete inesorabilmente fascisti, eh!
E’ stato un piacere immenso.
Ma veramente, anche per me.
La prossima che compie quarant’anni sei tu, vero?
Sì, ma faccio la festa in un kolchoz.
Prevedendo il tutto, io mi ero anche vestita bene, lo giuro. Ma qualcosa dentro di me si è ribellato, sulla soglia di casa: sono tornata indietro, ho tolto la gonna e indossato i jeans, tolto le decolleté e calzato mocassini. Sotto, costume da bagno. Perché se poi il teletrasporto avesse funzionato, una spiaggia in piena notte con gonna longuette, tacco 80 e rossetto antibacio non ci stava mica bene!

Actor's Studio

ottobre 20, 2006

Prima che siano i paparazzi a rivelarvi la verità sul mio conto, è bene che me ne occupi io, che vi racconti esattamente come stanno le cose.
Le mie missioni segrete. E’ di questo che stiamo parlando.
Dove va l’agente Flounder  quando annuncia le sue sparizioni?
E’ arrivato dunque il momento che vi parli della mia carriera cinematografica, che ormai si consolida sempre più e lascia intravedere scenari futuri che nemmeno a Hollywood.
Debutta nel 2002 l’agente Flounder con una produzione francese dal titolo: Flounder e la grande Bufala.
Un dramma psicologico ambientato in un allevamento bufalino, in cui ella interpreta il ruolo di una veterinaria dalla doppia vita. Di notte dedita allo studio delle ipofamine, mentre di giorno gli elementi torbidi della sua esistenza affiorano in una serie di inquadrature che la ritraggono con tacco a spillo e abitino sciantoso tra le stalle. Troverà la catarsi solo nel finale, quando davanti a un’enorme mozzarella di bufala – che simboleggia la purezza dell’infanzia – avrà il coraggio di rinunciare per sempre al latte vaccino.
Dopo l’enorme successo riscosso da questa prima, ecco che l’agente Flounder si ripropone al grande pubblico con una seconda opera: Flounder e i 40 beoni, una coproduzione anglo-italiana nella quale interpreta il ruolo di una sommelier senza scrupolo e disposta a tutto, pur di favorire la vendita di certi rossi d’annata. Si apprezza qui una notevole crescita professionale, segnatamente nella scena in cui, non riuscendo a stappare una bottiglia, sbotta in una serie di imprecazioni talmente spontanee che non possono non tradire anni di studio stadislavskiano.
La sua carriera ormai è lanciata. In breve tempo accetta un nuovo copione: Flounder, il cuoco Peter e il wok magico, una delicata storia d’amore tra un cuoco fiammingo e il suo wok, nella quale ella interpreta il ruolo di una fanciulla innamorata che pur di entrare nelle grazie dell’obeso chef e salvarlo dal colesterolo, non esita ad accoglierlo nella sua umile magione cantandogli ‘O sole mio e conquistandolo definitivamente con piatti di tradizione mediterranea.
Ed è di questi giorni l’ultimo capolavoro: una produzione belga. Un film d’azione dal titolo: Flounder e il segreto della doppia lievitazione. Opportunamente appesantita per esigenze sceniche, che l’hanno costretta a nutrirsi di sola pizza per quarantott’ore, la nostra è interamente compresa in  un ruolo estremamente impegnativo: scoprire il segreto che si cela dietro l’impasto della Margherita entrando nelle grazie dei più famosi pizzaioli della città e facendo credere a ciascuno di loro che la loro pizza sia l’unica, l’originale, la sola. Di particolare bellezza fotografica e rilevanza sociale, ricca di richiami neorealistici,  la scena che la vede assorta a un tavolo a Port’Alba, mentre pastrocchia con il cornicione in un avanzo di pomodoro sullo sfondo di quintali di immondizia.
Tra una ripresa e l’altra, l’agente Flounder ha lasciato il set e si è imbattuta in un negozio di costumi di scena: lì ha acquistato un preziosissimo completino intimo realizzato con purissime caramelline color pastello inanellate su fili elastici.
Corre voce infatti che direttamente dagli USA stia per essere contattata per il prossimo film. Un thriller inquietante, dai risvolti erotici, che si intitolerà: L’amore ai tempi del colore: Flounder e i misteri dell’industria dolciaria.
Da una prima occhiata al copione la trama sembra interessante: allertata di un traffico illecito di dolciumi, l’agente Flounder viene ingaggiata dalla FDA per scoprire se sia vero che vengano impiegati coloranti alimentari tossici. La pellicola raggiunge il punto estremo di pathos allorquando ella, avendo scoperto tutta la verità, mette spalle al muro il proprietario della fabbrica ed esibendosi nel suo completino, gli sussurra: e adesso succhiami tutta, se hai il coraggio.
L’uomo cede alla lussuria, i coloranti sono effettivamente velenosi.
Rantolo.
Dissolvenza.
(quest’ultima cosa non è vera, ma è che mi piaceva pensare che anche un’agente serissima potesse avere i suoi momenti di trasgressione e interpretare una volta tanto un ruolo un po’ più femminile. Ecco. E comunque quel completino esiste, e io lo voglio!)

Ulteriori appunti sul funzionigramma (piccole considerazioni personali, mi servono da promemoria, nero su bianco)

ottobre 18, 2006

Così  che a  un  certo punto il metodo  si impone.  In questo caso la  regola è stata: dividere la realtà in pezzetti minuscoli, sì da poter essere facilmente digeriti.

Piantare paletti, un sacco di paletti. Tendere linee di confine e precisare: oltre quel punto inizia la mia legge, con le scarpe infangate non si entra.

Poi dire no, un sacco di no.

Qualche “basta” e qualche “non tollero simili comportamenti”.

In modo serio ed efficace.

Fare una cosa, una qualsiasi cosa, e poi dimenticarsene quel tanto che serve.

Apparentemente il metodo non pare presentare falle o effetti collaterali.

La rinuncia alla vaghezza e al caos è dura. Quanto sono belli – in certi casi – la confusione e il marasma. Galvanizzano, adrenalinizzano, sconfiggono il vuoto. Solleticano l’ego in tutti i suoi più reconditi recessi.

Ma nel lungo periodo consumano e svuotano ancora di più.

Se avete richieste vaghe, la mia risposta è no. Ma se entriamo nei dettagli, se ne può parlare.

Ogni ulteriore richiesta pervenuta oltre i tempi massimi non sarà presa in considerazione, salvo corretta e adeguata motivazione.

Sono rigida? Sì, lo sono.

Pazienza, il mondo è pieno di gente simpatica e affabile.

Povero ottobre, non era colpa sua: ero io che avevo la bilancia starata.

Sette capitali per sette peccati (o, anche, Sette peccati in Capitali)

ottobre 16, 2006

In principio è stato lui, poi lui. Poi  dopo  aver  letto lei  mi  sono inibita.  Ma  l’ultimo peccato raccontato da lui, invece, mi ha dato l’illuminazione.

Messieursdames, sette piccoli peccati capitali.

(non incito nessuno al prosieguo: il peccato è personale, e come tale non si condivide)

Parigi, 1991 – Accidia

Champs-Elysées, in una fredda notte di Capodanno. Intorno fuochi d’artificio e stranieri totalmente ubriachi. Nell’uscita dalla metro, sulla scala mobile, un algerino allunga le mani e mi palpeggia. Mi giro inviperita, ma lui sorride: c’est le jour de l’An, rien n’est interdit.

Più tardi, nel mezzo della notte, mi ritrovo non so come in una festa palestinese, mi ricoprono di veli e mi imboccano dolcetti.

Ancora più tardi, in compagnia di gente che non conosco, sono in mezzo ad antillesi e martinicani che mi trascinano in una salsa infuocata su piste e tavoli, discinta come mai avrei potuto immaginare di me.

Più tardi ancora, 17esimo arrondissement, prime luci dell’alba. Non passano autobus né taxi. Ho l’abito strappato su un fianco, le scarpe in mano. Pioviggina, e ho l’impressione che non mi sia rimasto nulla. Ma non mi importa. Non mi importa più di niente.

Sana’a, 1996 – Invidia

La notte è fredda, freddissima. Il giorno è caldo, caldissimo.

C’è un momento preciso in cui freddo e caldo si scambiano di posto, ed è marcato dal canto del muezzin. In quel momento avviene il miracolo.

Entro nell’umidità di un hammam, sporco come non riuscirei da sola a concepire.

Con lentezza mi spoglio e mi accovaccio.

Lascio che le donne, quelle che ho desiderato incontrare per tutta la durata del viaggio, senza riuscirci, mi lavino la schiena, mi coprano la testa di hennè. Lascio che mi sfiorino pancia e seni, che a gesti mi chiedano quanti anni ho e che alla mia risposta ridano.

Un dialogo muto, in cui mi si chiede se ho figli e perché, alla mia età, non ne ho. Gesti che indicano i loro ventri striati e l’orgoglio di femmine.

Mi rivesto ed esco.

Adesso è freddo, fuori e dentro. Attraverso i pori dilatati passa ogni forma di gelo.

New York, 1998 – Ira

C’è un uomo bianco, incazzato nero, che tiene banco allo sportello della metro. C’è una donna nera, dietro il vetro antiproiettile, serafica come un buddha, che gli risponde con fare indisponente. La questione è semplice: la macchinetta gli ha venduto una cosa sbagliata e lui vuole il rimborso.

La questione è semplice: le macchinette obbediscono ai comandi, dunque non sbagliano. Nessun rimborso.

Fottutissima negra di merda, ti spaccio la faccia

La prego di lasciar avanzare la fila

Merdosissima africana, fai la vigliacca perché sei dietro un vetro, è l’unico potere che puoi permetterti.

La prego di farmi servire il prossimo cliente.

Bastarda puttana, ti aspetto a fine turno e t’ammazzo.

La fila resta immobile, silenziosa. Nessuno interviene, nessuno borbotta.

Il bianco sputa sul vetro e va via.

Napoli, data imprecisata – Lussuria

Il cielo si specchia nel mare nero, Posillipo è a portata di mano.

Camminiamo abbracciati.

Nella curva di fronte i grandi alberghi c’è un arco, bianca scultura. Ti fermi a guardarlo e vuoi baciarmi.

Ti dico di no, che una leggenda racconta che baciarsi lì sotto porti sfortuna.

Ridi.

Mi dici che non è possibile, che è pieno di spose che si lasciano fotografare in abito bianco.

Insisti e mi baci.

E’ l’ultima volta che ci vediamo, ma ancora non lo sappiamo.

La notte che ci aspetta non ce ne dà presagio. Ma resta incuneata a vita tra cosce e pelle, come una voglia inopportuna.

Abidjan, 1997 – Gola

Allora siamo d’accordo, il mercoledì vengo anche io al dispensario.

Tanto mi avete detto che è semplice, ci sono poche cose: un antibiotico, se la febbre è alta o ci sono ferite e suppurazioni. Delle vitamine, per i bambini e le puerpere, ma solo se in evidente stato di denutrizione. Poche altre cose, tutte con indicazioni specifiche.

La giornata passa facilmente, è soprattutto una questione di ascoltare e prendere nota, rimandare ad altri luoghi, spiegare.

In chiusura una donna emaciata, con un bambino al seno.

Ha partorito da pochi giorni e perde tantissimo sangue, non riesce a tenersi in piedi.

Je vous donne des vitamines, même à votre enfant

Non, pas du tout, non.

Pourquoi pas ?

Après les vitamines j’ai faim, ils ont faim, on n’a rien à manger.

Tokyo, 1989 – Superbia

Quartiere di Akasaka, le sei del mattino, prima metropolitana.

Midori ride come un’ossessa, a tratti mi appoggia la testa sulla spalla e sembra assopirsi. Poi riprende il riso irrefrenabile e parla, parla a vanvera.

Mi racconta di John e della prima volta che è andata a letto con lui, la famiglia non voleva frequentasse un gaijin.

Sua madre non è nemmeno contenta che frequenti me, in effetti. Ma non ci importa. Ci piace perderci nella notte e aspettare il giorno al mercato del pesce di Ginza, davanti a un piatto di sashimi di tonno appena pescato.

E’ talmente ubriaca che arriva a raccontarmi dettagli che mi fanno arrossire.

Immagino John, così compito nella sua britishitudine, e mi viene da ridere. Poi mi racconta di Takeshi, quello che è venuto dopo, quando John era partito. Si era fatto trovare in casa con una veste da camera di seta, l’aveva ospitata sul divano e dopo due minuti aveva mani dovunque. Al terzo minuto era già tutto finito.

E tu, Midori, che hai fatto?

Gli ho detto: God save the British Cock

E lui?

Mi ha risposto: puttana, non sei degna di questo popolo e del suo onore.

Ride ancora come una pazza, poi crolla, testa penzoloni e rivolo di saliva.

Giakarta, 1993 – Avarizia

Per tutta la durata del viaggio mi fai pressioni, mi dici che non possiamo permetterci questo e quello, in un paese dove con il nostro stipendio potremmo viverci un anno intero.

Mi fai viaggiare in terza classe, in un vagone pieno di scarafaggi. Mi fai dormire in topaie polverose, perché fa più avventuroso.

Compro di nascosto una coperta e un anello e li nascondo fino alla fine del nostro giro, per timore di un ennesimo rimprovero.

All’aeroporto ti chiedo se arrivati a Roma resterai con me qualche giorno in più o se i tuoi impegni di lavoro ti assorbono a tal punto da impedirtelo.

Mi informi che al nostro arrivo salirai su un altro aereo e ti imbarcherai per una crociera che costa tre volte quello che io e te, insieme, abbiamo speso in queste tre settimane.

Sono divorata dal dispiacere e dal disprezzo.

Mi frugo nel portafogli e tiro fuori cinquantamila lire.

Queste sono per te, ti dico. E adesso sparisci.

Sparisci per davvero. Con le mie cinquantamila.

La collezionista

ottobre 15, 2006

Il signor Y acquistava parole a un tanto al chilo.
Aveva trovato un fornitore affidabile, che gli garantiva prodotti di primissima scelta, sempre freschi.
Gliele consegnava addirittura a domicilio, in giorni fissi.
Mezzo chilo di quelle d’amore sugose, un quarto di incazzatura volante senza semi, i soliti due chiletti di smancerie con molto sfrido e poca sostanza, giusto una decina di grammi di quelle  intense. Da usarsi con parsimonia, come lo zafferano o la noce moscata.
Una volta alla settimana passava alla bottega e saldava il sospeso.
Mi raccomando, diceva, mi raccomando nei prossimi giorni: ho un incontro di lavoro, mi faccia fare una bella figura.
E mercoledì, non le dico mercoledì, una bionda avvenente da respingere.

Il fornitore ridacchiava: perché non la manda qui da me?
Eh, lei ride, ride, vorrei vederla, al mio posto, a darla da bere a tutti, ad essere sempre convincente, persuasivo, ridondante ma contenuto.
Lei è un artista, signore mio.
Non sarei nulla senza di lei.

E si scambiavano convenevoli come gli spiccioli del resto: ma grazie, si figuri, non c’è di che, sono qui per servirla, mi saluti la famiglia e tante belle cose.
Ma quella domenica aveva qualcosa di inconsueto, c’era un vento sferzante che disperdeva polvere nelle strade, insieme a ciuffi d’erba strappati alla terra e a parole abusate. I cani nella notte avevano rovistato in prossimità dei cassonetti, sparpagliando il contenuto dei sacchetti dei rifiuti.
La strada era tutta un “ti amerò fino alla fine dei miei giorni” macchiati di caffè, un “avrò un immenso piacere di risentirla martedì” mangiucchiati agli angoli, un “meriti molto di più di ciò che io posso offrirti” con tracce d’olio e salsa di pomodoro.
Nei giorni seguenti la situazione peggiorò. I telegiornali trasmettevano notizie a riguardo, cariche di ansia e preoccupazione: le discariche erano piene, strabordavano. La popolazione cominciava ad essere soffocata dai miasmi delle parole inutili. Il Ministero della Sanità lanciò una serie di comunicati nei quali si invitavano i cittadini a non uscire nelle ore calde, a proteggere i bambini con mascherine e paraorecchie, a cercare di ridurre lo spreco di risorse.
Poi le cose peggiorarono ulteriormente. Il Ministero dell’Interno convocò i Prefetti per far fronte all’emergenza. Cominciarono i razionamenti e le tessere, e pesantissime tasse sullo smaltimento delle frasi non riciclabili.
Il fornitore era preoccupato. Le vendite al suo miglior cliente continuavano, ma erano decisamente fuori legge. Imballaggi sempre più sofisticati per confondere il contenuto delle casse, consegne effettuate in orari strampalati, per evitare controlli e supposizioni.
Nei momenti di crisi la gente si fa cattiva. Da dietro le tende i condomini si spiavano gli uni con gli altri, pronti alla delazione: abbiamo visto tutto, la signora del quinto piano si è fatta consegnare dodici bottiglie di gemiti e lamenti, il giovanotto dell’interno 22 continua a sprecare motteggi scherzosi e complimenti senza alcun rispetto per i bisogni altrui.
Il signor Y era preoccupato: e se da un momento all’altro gli avessero razionato le scorte? Se avessero intercettato il garzone delle consegne e fatto scempio dei suoi beni?
C’era quella signorina lì, che ogni tanto incontrava nei pressi del suo negozio di fiducia, quella che passava, gettava un’occhiata furtiva, sostava solo un momento davanti alle ceste e andava via.
Doveva parlarle, assolutamente.
Aveva un’aria serena, tranquilla. Come se la tragedia di quei giorni non la riguardasse.
Un bell’aspetto.
Passava, sorrideva al negoziante che ricambiava con uno sguardo di sapiente intesa e andava via.
Di cosa si nutriva lei, esattamente?
Lo chiese al fornitore, senza mezzi termini.
Il bottegaio si guardò intorno, per timore che qualcuno lo ascoltasse. Poi cominciò.
La signorina è una vecchia cliente, disse.
Sì, ma cosa acquista? Cosa acquista di preciso?, chiese ansiosamente il signor Y.
Mah, oggi come oggi non saprei. Un tempo era la migliore cliente di questo esercizio. Da quel che so, oggi è un’importante collezionista: acquista solo pezzi rarissimi e li tiene chiusi in una cassaforte, debitamente assicurati. Da quel poco che so, con la sua collezione potrebbe ottenere di tutto, se solo lo volesse.
Il signor Y diventò curioso. Follemente curioso. Insopprimibilmente curioso.
Così curioso che senza ritegno la abbordò per strada, sfacciatamente: signorina, è vero quel che si dice di lei? Che possiede una delle collezioni di frasi più preziose del mondo e non le usa? E sarebbe possibile visionarla?
Di questi tempi è rischioso invitare in casa propria degli sconosciuti,
rispose la donna. Sa, con i tempi che corrono la gente è disposta a tutto. Ho impiegato anni nella ricerca dei pezzi migliori, sarebbe orribile se qualcuno cercasse di portarmeli via o, peggio, mi denunciasse.
Ma no, no
, si agitò ulteriormente il signor Y, stia tranquilla, io sono un estimatore del prodotto. La mia è curiosità amatoriale. Non le nascondo che ci sia anche un po’ di invidia. E poi so che per anni ci siamo serviti dello stesso fornitore. Si fidi di me, la prego.
La donna ci pensò su un momento, poi gli disse: va bene, facciamo per mercoledì alle otto. Stia attento a non farsi seguire da nessuno, cerchi di non dare nell’occhio. E soprattutto non faccia tanto rumore.
Il signor Y si precipitò dal fornitore: per mercoledì – disse – mi occorre un mazzo di vocaboli rari, qualcosa con cui far colpo senza possibilità di errore. Sa, è per la signorina, quella lì…
Il negoziante lo guardò sconsolato: non credo di poterle essere utile. Non c’è nulla, qui dentro, che la signorina non conosca, nulla che potrebbe impressionarla.
Il signor Y era deluso e furibondo. Per la prima volta in vita sua si trovava senza parole.
Aggredì il negoziante: ma come è possibile? Dopo tutto quello che ho speso qui dentro!
Il commerciante scuoteva la testa desolato: mi creda, non posso aiutarla, non posso proprio.
Il signor Y attese l’arrivo del mercoledì con un sentimento di apprensione e timore. Alle otto meno cinque citofonò, con il fiato sospeso.
Salga, disse la donna, terzo piano, interno 24.
Il signor Y fece le scale di corsa, si riassettò i pantaloni lisciandoli con i palmi delle mani, si dette una ravviata ai capelli.
La stanza era pulita e illuminata, l’arredamento modesto. Nessuna traccia di oggetti preziosi o scrigni. Nessun quadro a celare casseforti.
E’ tutto qui, disse la donna.
Ma, ma come?, fece l’uomo, guardandosi in giro. E i suoi tesori? Mi mostri qualcosa.
Ho fame, disse la donna. Questo è uno.
Fa caldo, aggiunse. Apro la finestra. Questo è un altro.
Il signor Y non credeva alle sue orecchie: doveva trattarsi di uno scherzo, ma era decisamente di pessimo gusto.
E poi?, chiese. Poi. C’è dell’altro? Il pezzo forte, quello al quale tiene di più, quello cui non rinuncerebbe per nulla al mondo.
La donna arrossì. E’ un po’ impolverato, rispose. Non lo uso da tanto, ce l’ho in cantina. Ma se vuole vado a prenderlo.
Il signor Y si fregò le mani, speranzoso.
Nei brevi istanti in cui la donna si allontanò, diede una rapida scorsa al suo appartamento e intanto si chiedeva cosa potesse mostrargli.
La vide risalire affannata, con qualche goccia di sudore che le imperlava il labbro superiore. In mano aveva un involto delicato, veline a proteggerlo e tanta polvere.
Non lo uso mai, capisce. E’ talmente prezioso che non potrei sopportarne lo spreco.
Poi piano piano srotolò il pacchetto e mostrò il contenuto: Resta qui, qui con me.
Il signor Y si sentì mancare il terreno sotto i piedi: perdinci, una cosa così lui non l’aveva mai posseduta. Non avrebbe saputo nemmeno come usarla. Aveva timore anche a guardarla.
Accostò nuovamente le veline come per proteggerla, poi aggiunse con un misto di invidia e tristezza: ha ragione, è bellissimo. Adesso capisco perché non compra più nulla.
Poi si guardò ancora intorno e chiese: cosa c’è per cena stasera?
Ma non voleva dirlo, davvero. Non era nelle sue intenzioni.
(O forse sì, se solo avesse cercato sul dizionario il senso esatto della parola intenzioni)


Funzionigramma

ottobre 13, 2006

Mi sento la donna cannone. No, non come fatto di peso.

Come la sensazione di essere stata sparata improvvisamente lontano, a mo’ di obice, e di osservare dall’alto le cose.

Vederle dalla fine all’inizio, a ritroso. Coglierne i nessi e le implicazioni.

Che non è neanche una sensazione sgradevole, tutto sommato.

Immagino sia colpa dell’eccesso lavorativo: l’impegno funge da carta assorbente per tutta l’emotività che di solito è equamente distribuita anche in altri settori. Catalizza frustrazione e rabbia nello spazio di due timbrature orarie e lì restano confinate.

Da quassù mi diverto ad osservare, curiosa, come se non mi riguardasse nulla, ed è incredibile quanto – con un minimo di distacco – alcune cose possano assumere contorni così differenti.

Mi va bene così.

Sono giorni a compartimenti stagni in cui riesco finalmente a non mischiare le cose, a uscire da una stanza ed entrare in un’altra senza confondere gli ambiti: ogni cosa a suo tempo, negli orari stabiliti. Limiti da non valicare, noie da oltrepassare e lasciarsi alle spalle, rapidi stop di verifica e controllo.

Riesco addirittura a manipolare l’interruttore dei pensieri molesti e a spegnerlo a mio piacimento.

Mi attraversano piccoli desideri simili a lievi scariche elettriche, provo a sorridermi e ci riesco.

In alcuni momenti arrivo a sentirmi pesce nella corrente, nuvola sotto vento. Incurante della destinazione.

Ho fantasie che mi confermano di essere pericolosamente viva, ma non le racconto a nessuno.

E’ possibile captare qualcosa avvicinandosi molto. Ma proprio moltissimo.

A distanza millimetrica.

Lievi bisbigli per orecchie allenate.

Ma i più notano solo il cartello: “qui non si fa credito a nessuno” e se ne vanno, un po’ stizziti.

Poco male: lo abbiamo messo apposta.

E quella signorina gentile che si occupava del customer care? L’avete licenziata?

No, trasferita al desk prevenzione frodi e contraffazioni. Meglio di così.