Archive for novembre 2006

Jet-lag (o dell'insofferenza a se stessi)

novembre 30, 2006


Jet-lag (o dell’insofferenza a se stessi)

novembre 30, 2006

C’è un punto perfetto, nelle cose. Un punto preciso in cui una cosa può accadere in un solo, esatto, unico modo. In quel momento lì.

E’ quando l’acqua si trasforma in ghiaccio, al raggiungimento dello zero. O i 451 gradi Fahrenheit, che corrispondono alla caloria di combustione della carta. E’ quando il raggio di luce entra nel prisma e si scompone nei sette colori, o quando un aereo attraversa un grattacielo a una tale velocità e temperatura da provocare anche la fusione dell’acciaio e non solo il suo crollo.

E’ un punto di fuga, di spazio, di calore, di tempo. Il momento esatto che segna una trasformazione inevitabile, che stabilisce in maniera netta e inesorabile un prima e un dopo.

Si tratta di punti che possono anche essere toccati casualmente, ma che in ogni caso produrranno un cambiamento violento.

Come alcuni percorsi artistici che ti portano molto più lontano di dove credi.

E che secondo me non riguarda solo le cose, ma anche le vite.

Nel volo di ritorno sbircio il foglio sul quale il Professore sta scrivendo una lettera. Lo faccio in maniera casuale, poi un po’ me ne vergogno e distolgo lo sguardo.

Lui dice: leggi, puoi andare avanti, sto scrivendo al mio maestro.

Continuo a leggere la lettera e ritrovo nelle sue scarne parole il senso di questi giorni: l’avvio della pacificazione personale con il concetto di americano e tutto quel che di deteriore ha rappresentato fino ad oggi.

Leggo della riappropriazione di quegli spazi che si autorappresentava enormi e che invece risultano contenibili dallo sguardo, con tutto quel che ne consegue. La comparsa di un’umanità che si pensava non potesse appartenere al contesto. E’ una lettera apparentemente non emotiva, ma deliberatamente tecnica. Però l’emozione c’è tutta, è solo espressa in modo composto.

Mi spiega che per trent’anni e più si è rifiutato di mettere piede in questa terra, c’è tutta una composizione ideologica alle spalle, che di sua spontanea volontà non sarebbe mai riuscito a farlo.

Ci sono cose che non condivido, ma che capisco proprio in virtù di quel fatto di prima, quello del punto perfetto.

All’arrivo eravamo sfatti, gonfi, assonnati.

Nella hall dell’albergo ci siamo guardati in faccia: ma tu hai sonno? Io no. E tu? Nemmeno io.

E allora vieni con me, che ti faccio tuffare nelle mille luci: andiamo dritti, poi a destra, qui giriamo a sinistra, poi di nuovo a destra.

Osservo il suo sguardo perplesso, poi gli dico: fidati, non ci perdiamo.

Assegnamo i ruoli: tu ti occupi di arte, io del resto. Tu mi racconterai di paesaggi, passaggi interiori,  di periodi, di ricerche, della Grande Depressione e del New Deal. Io ti trascino nelle strade, con una mappa che porto stampata dentro. Tu mi dici di Picasso, del Minotauro che lo anima dall’interno, di Vollard che muore ucciso da una lastra, di tutti quei tipi dai nomi impronunciabili che giocano con il colore. Io ti scelgo le cose da mangiare, ti riferisco i brani di conversazione della gente comune, ti faccio parlare con i matti in metropolitana, ti riporto i discorsi dei bambini davanti al rame di Fontana, ai tagli e alle lacerazioni, ti faccio vivere la città come se fosse casa tua, come se ci fossi da sempre.

Tu racconti l’anima delle piastrelle, io il pragmatismo e l’organizzazione.

Fidati, noi non ci perdiamo. Non siamo gente fatta per perdersi. Se pure volessimo, il nostro Super-Io dissemina sassi che sono macigni, si vede a occhio nudo.

L’incastro funziona. Io ascolto centinaia di spiegazioni, ho le retine stratificate di immagini, faccio domande che si inerpicano a spirale.

Le spiegazioni hanno un linguaggio ampio, pervasivo. Ci allontaniamo e ci avviciniamo da certi impressionisti e ho la conferma che per i problemi e le cose della vita si debba procedere allo stesso modo.

Deglutisco inquieta davanti ad enormi macchie di colore e lui mi invita a smetterla con le domande, a chiedermi e sapere solo se si tratta di un sì o di un no. Che in queste tele non c’è spazio per il forse. O sono aperture, o sono barricate. Senza tentennamenti.

Al terzo museo prendo coraggio e iniziativa: collego, paragono, polemizzo, contraddico, mi oppongo alle interpretazioni poco convincenti. Riconosco i sì e i no, i voltafaccia, i bisogni.

Imparo che l’arte è una sintassi, un movimento, e che ogni singolo gesto ha tuttavia la compiutezza del segno. Entro ed esco dai quadri come se si trattasse delle vite della gente. Entro ed esco dal ricordo delle vite di certa gente come se si trattasse di quadri.

In cambio ti faccio marciare per quattro chilometri senza dirti dove stiamo andando, confondendo apposta le strade per poi girarti di scatto di fronte a ciò che non ti aspetti.

L’incastro funziona. Abbiamo una sintassi che ci governa, di gesti professionali e netti, di entusiasmi composti e adatti alla circostanza.

La notte non dormo, continuo a proiettarmi su uno schermo interno tutto quello che ho visto, non riesco a fermare le diapositive. Mi vengono nuove domande e al mattino mi rispondi per esempio che ogni salto artistico è una nuova ricerca e molto spesso il risultato di una mancata risposta.

Ho imparato un sacco di cose in questi giorni, e altre le ho ripescate da luoghi in cui una volta le avevo sapute. E altre si sono andate a conficcare dove ce n’era bisogno.

Gli americani sono fissati per tutte le cose che si possono fare in sette step, sette modi, sette qualcosa. Sette minuti sono più che sufficienti a valutare delle tele e a sapere dalla forza della pennellata se contengono dei sì o dei no, se ti parlano di bello o brutto.

Sette giorni, sette settimane, sette mesi.

Anche sette anni, sì. Sono sette, i miei.

Il Professore non sa quante cose mi ha insegnato, e non solo sul piano artistico. Come sempre, il piccolo parla al grande, e viceversa.

Poni domande, e le risposte ti arriveranno da dove meno te lo aspetti, da un ambito e da un linguaggio apparentemente inadatto. E invece tutto combacia, tutto coincide.

Perché c’è un punto, uno preciso, in cui una cosa perde o acquista di senso, o lo vede trasformato. Ci sono punti che sono soglie, passaggi. Io non so spiegarlo meglio di così. E’ come quando dici che il sole sorge quel giorno alle 4.53. E’ così e basta, non c’è da discutere.

Prima, è notte.

Dopo, è giorno.

Ma solo se non bari muovendoti di continuo.

The Big Annurca

novembre 25, 2006

Che io patisca il freddo come un peccato mortale è un fatto ormai arcinoto, addirittura riportato nella mia carta di identità, alla voce: segni particolari – freddolosa.
Così, dopo aver controllato le temperature del Nuovo Mondo e aver appurato che si aggirano intorno a un numero composto da una sola cifra, e per di più tendente allo zero, mi sono apprestata a preparare una valigia adeguata.
Valigia dell’agente Flounder in missione (non tanto) segreta:
calzamaglie di lana 4 milioni di den, che aumentano il giro coscia di circa 18 centimetri;
maglia della salute rinforzata con fibre di amianto e membrana bitume polimero elastoplastomerica impermeabile Polysol™;
mutanda imbottita, lunghezza metà coscia con kit di prolunga fino al ginocchio;
cappello con pannello solare incorporato e sciarpa in materiale autoriscaldante ad energia passiva;
stivale ascellare foderato di pelo di yak corredato da certificato sanitario in deroga speciale alla Convenzione di Washington per la tutela delle specie rare. Che sarei io, mica lo yak.
Perché la femminilità una se la porta dentro, non ha bisogno di esibirla.
Così dentro che a volte io mi dimentico pure dove l’ho messa, come mia nonna che si conservava le cose importanti e poi se ne dimenticava per interi lustri. A riprova che l’essenziale è invisibile agli occhi e guai a te se lo tocchi.
La femminilità è quella cosa che se sei femmina nasce con te e muore con te e se invece sei maschio e nasce con te son cazzi tuoi. Nel vero senso della parola.
E tuttavia in fondo alla valigia la famosa camicia da notte di seta a bretelline, che posso anche crepare di freddo ed essere rimpatriata stecchita, ma per nessun motivo rinunciare all’immagine hollywoodiana della finestra aperta sulla Madison Avenue mentre cinematograficamente mi struggo e per un po’ mi credo di essere la contessa Ellen Olenska che si interroga sui sentimenti di Newland Archer e non sa cosa fare di tanta passione e infatti alla fine non ne fa proprio nulla.
Dissolvenza sui fiocchi di neve, titoli di coda, barometro interno pezzottato.
L’agente Flounder parte, con il peso dei destini delle piastrelle sulle sue mingherline spalle.
Se non mi vedete tornare entro il prossimo fine settimana, vuol dire che qualcosa di meraviglioso è accaduto. Non cercatemi.
Un giorno ci rincontremo, in un’altra vita: io sarò quella con dimensioni 19 x 19, superficie invetriata e trafilatura medio spessore.

The Big Annurca

novembre 25, 2006

Che io patisca il freddo come un peccato mortale è un fatto ormai arcinoto, addirittura riportato nella mia carta di identità, alla voce: segni particolari – freddolosa.
Così, dopo aver controllato le temperature del Nuovo Mondo e aver appurato che si aggirano intorno a un numero composto da una sola cifra, e per di più tendente allo zero, mi sono apprestata a preparare una valigia adeguata.
Valigia dell’agente Flounder in missione (non tanto) segreta:
calzamaglie di lana 4 milioni di den, che aumentano il giro coscia di circa 18 centimetri;
maglia della salute rinforzata con fibre di amianto e membrana bitume polimero elastoplastomerica impermeabile Polysol™;
mutanda imbottita, lunghezza metà coscia con kit di prolunga fino al ginocchio;
cappello con pannello solare incorporato e sciarpa in materiale autoriscaldante ad energia passiva;
stivale ascellare foderato di pelo di yak corredato da certificato sanitario in deroga speciale alla Convenzione di Washington per la tutela delle specie rare. Che sarei io, mica lo yak.
Perché la femminilità una se la porta dentro, non ha bisogno di esibirla.
Così dentro che a volte io mi dimentico pure dove l’ho messa, come mia nonna che si conservava le cose importanti e poi se ne dimenticava per interi lustri. A riprova che l’essenziale è invisibile agli occhi e guai a te se lo tocchi.
La femminilità è quella cosa che se sei femmina nasce con te e muore con te e se invece sei maschio e nasce con te son cazzi tuoi. Nel vero senso della parola.
E tuttavia in fondo alla valigia la famosa camicia da notte di seta a bretelline, che posso anche crepare di freddo ed essere rimpatriata stecchita, ma per nessun motivo rinunciare all’immagine hollywoodiana della finestra aperta sulla Madison Avenue mentre cinematograficamente mi struggo e per un po’ mi credo di essere la contessa Ellen Olenska che si interroga sui sentimenti di Newland Archer e non sa cosa fare di tanta passione e infatti alla fine non ne fa proprio nulla.
Dissolvenza sui fiocchi di neve, titoli di coda, barometro interno pezzottato.
L’agente Flounder parte, con il peso dei destini delle piastrelle sulle sue mingherline spalle.
Se non mi vedete tornare entro il prossimo fine settimana, vuol dire che qualcosa di meraviglioso è accaduto. Non cercatemi.
Un giorno ci rincontremo, in un’altra vita: io sarò quella con dimensioni 19 x 19, superficie invetriata e trafilatura medio spessore.

Comunicazione di servizio (nessuna riflessione, è tempo d'agire)

novembre 24, 2006

Vi segnalo direttamente la faccenda, qui.
(anche da voi – o stimati lettori e lettrici – dipendono le sorti della pace nel mondo. Forse che vi volete sottrarre alle vostre responsabilità?)

Space-time (riflessione a latere della quarta dimensione)

novembre 24, 2006

Tra spazio e tempo qualche volta inciampo.
Tra tempo e spazio finirò all’ospizio.

Space-time (riflessione a latere della quarta dimensione)

novembre 24, 2006

Tra spazio e tempo qualche volta inciampo.
Tra tempo e spazio finirò all’ospizio.

Flirt (with) a fan (riflessione del giovedì, riformulata a seguito di apprendimento sul campo)

novembre 23, 2006

Anto’, fa caldo.

Flirt (with) a fan (riflessione del giovedì, riformulata a seguito di apprendimento sul campo)

novembre 23, 2006

Anto’, fa caldo.

Per dire (riflessioni a margine dell'azzeccamento della marca da bollo da 40,29 euro sul passaporto senza chip biometrico)

novembre 22, 2006

Ora,  il  volo  che da Parigi va  ad  Abidjan dura un po’  di tempo.  Si sorvola il deserto, si intravedono le piste. Ha un che di avventuroso ed entusiasmante.

E il mio collega Alfredo, che veniva a raggiungermi per l’Assemblea della banca, si trovò come vicino di poltrona il giornalista americano.

Il mio collega Alfredo era un tipo tutto sui generis: nevrotico ossessivo. Ho sempre avuto colleghi di stanza nevrotici, quelli che nessuno sopporta ma che a me non disturbano e infatti me li affibbiano tutti a me. Le persone nevrotiche sono tranquille e gentili, basta lasciarle libere di esprimere le loro manie, senza ostacolarli.

Alfredo, per esempio, tra le altre aveva quella dei post-it, che appiccicava dovunque. Quando si sposò, in età avanzata, per un tempo sospettai che li appiccicasse anche addosso alla moglie. Che so, la prima notte di nozze, un post-it con scritto su: consumare.

Per esempio.

Poi Alfredo era un chiacchierone, sicché quando si inaugurò l’Assemblea, mi trovai accanto un giovanotto ma bello, ma bello che non si poteva guardare, che durante il volo aveva raccolto tante di quelle informazioni su di me da lasciarmi esterrefatta.

Alfredo, ma che gli hai raccontato?

Un po’ di tutto. Poi lo sai, ti stimo.

Alfredo era uno che aveva un mio racconto nel portafogli, per dire, e gli pareva giusto raccontaglielo anche al giornalista americano, per dire.

Un’altra delle manie di Alfredo era quella di aggiungere sempre, ad ogni frase, l’espressione “per dire”. Per dire.

L’Assemblea durava cinque giorni ed era noiosissima: delegati da tutto il mondo a turno prendevano la parola e descrivevano gli scenari economici, politici e sociali di tutti gli stati africani, avanzavano proposte per la riduzione del debito e queste cose così. E Alfredo attaccava post-it e l’americano mi guardava adorante.

Ci vieni a cena con me, stasera?

No, non posso.

E domani sera?

Nemmeno

E l’ultima sera che c’è il galà?

Forse sì.

E ogni volta che si avvicinava io scappavo. Intendiamoci, non è che non mi piacesse, anzi. E’ che mi piaceva proprio troppo. Così, meglio evitare a monte.

La sera del galà l’americano era affiancato da due colleghe, biondissime e altissime e molto  -issime, in generale. Sicché mi sembrò un’ottima ragione per sedere a un altro tavolo e dinanzi alle sue vibranti proteste, gli risposi semplicemente: ubi blondhair, minor cessat.

Ma dopo cena andiamo a ballare?

Spiacente, sono un pezzo di legno.

Che poi, diciamola tutta: in quel benedetto paese c’era un tasso di umidità del 99%, si era in piena stagione delle piogge. Avete idea dei miei capelli in piena stagione delle piogge? Ecco, quella roba là. Quella indistricabile, impresentabile. Per carità. Per dire.

Al mattino dopo partivano tutti, tutti i delegati e io finalmente tiravo un respiro di sollievo: niente più Alfredo, niente più americano, sarei tornata alle mie piccole cose senza intoppi.

E infatti di buon’ora insieme alla mia amica Rosa stabilimmo di andare a comprarci un bel quotidiano italiano e poi spaparanzarci da qualche parte a leggerlo.

Per comprare un quotidiano italiano in quel posto, non era immediato: dovevi chiamare un taxi, costeggiare tutta la Corniche fino a raggiungere il lato opposto della laguna, totale 13 chilometri, arrivare in un albergo con cinque, seimila stelle e poi finalmente pagare a prezzo triplo il quotidiano di due giorni prima. Ma vabbè. Se non ti concedi questi lussi, che campi a fare?

Nel taxi io raccontavo a Rosa tutta la faccenda dell’americano e lei diceva: secondo me tu sei scema.

E continuavo a raccontare fino a che, nel corner dell’edicolante, pestai i piedi a un tizio, alzai lo sguardo, dissi pardon e mi ritrovai l’americano davanti.

Uh, gesù, e tu non dovresti essere partito?

Parto domani.

E Rosa mi chiedeva, alle spalle: e questo chi è? Ma è bellissimissimissimissimo.

E l’americano ripeteva: bellissimissimissimo, it’s like muy lindo, really?

Che poi venimmo a sapere, ma questo avvenne ore dopo, non mi fate precorrere i tempi, che sua sorella faceva la dottoressa senza frontiere in America latina dove pure lui era stato per qualche anno e che dunque meglio sarebbe stato non parlare in italiano che poi si facevano gaffe mostruose.

E cosa fate oggi?, chiese l’americano.

Abbiamo da fare, risposi io.

Niente, rispose Rosa.

Vorrei andare a vedere il mare, disse lui.

Tra poco pioverà, risposi io.

Era anche la nostra idea, aggiunse Rosa.

Quando dalle quinte comparvero le due -issime, con certi short e certe cosce lunghe tre metri l’una e voce flautata: Aaaaarrrrooooon, darling, shaaaalll we goooo?

E Aaron – così si chiamava, ed era ebreo – disse: se non venite anche voi, mi suicido. Ho queste galline addosso da una settimana. Disse qualcosa che secondo me in inglese voleva dire: nun cià faccio ccchiù, aiutateme. Per dire.

Però io non lo presi proprio in considerazione.

Ma Rosa disse: puveriello, lo vuoi far morire?

E io conclusi: vabbuò, andiamo al mare, ma vi avverto che  fra poco viene a piovere.

Così andammo al mare, con un taxi grande grande che aveva posto per tutti. Che per fare quei trenta chilometri ci voleva un tempo infinito, la strada a buche, quelli con la bicicletta, tutti i posti di blocco e fammi vedere il passaporto e non ce l’ho, ho la fotocopia, e la fotocopia non è legale, e lo so ma mi hanno detto di non portarlo in giro che poi me lo rubano, e chi te l’ha detto?, i colleghi vostri, e sì ma la fotocopia non è legale, eh vabbè, pigliati questi cazzo di 10 franchi CFA e facci passare. Una, due, tre volte. All’andata e al ritorno.

E le due –issime parlavano solo con Aaron, gli dicevano: Aaroncino bello di qua e Aaroncino bello di là e non gli facevano dire manco una parola.

Ma va bene, arriviamo al mare, ci sediamo per pranzare e nel giro di mezz’ora si scatena il pata pata dell’acqua.

Che quei ristoranti sono fatti di capannine e quando inizia il pata pata dell’acqua te ne devi solo scappare e Aaron, con abile mossa del bacino e del gomito, mi prese, mi mise in un taxi, chiuse portiera e sicura e disse al tassista: vada.

E il tassista andò.

Cosicché siamo rimasti soli, disse Aaron.

No, risposi io, c’è pure il tassista.

E Aaron parlava, parlava, parlava, e sotto quella pioggia le strade si allagavano, perdevano di senso, che alla fine per tornare a casa impiegammo tre ore.

E Aaron parlava e chiedeva: ma tu ce l’hai il fidanzato?

No, io no.

Nemmeno io. Ma tu sei mai stata a New York?

No.

E in Venezuela?

No.

Parli tedesco?

No.

Ma conosci qualche altra parola oltre no?

Sì.

Insomma arrivammo all’albergo e dietro di noi il taxi con Rosa e le –issime. Rosa scese inviperita, l’americano disse: e stasera ci vieni a cena con me? Io risposi: no, le –issime corsero e lo agguantarono: Aaronino, Aaronuccio nostro.

Arrivederci e grazie.

Che poi la mia amica Rosa, che conoscevo da molti anni e avevo incontrato lì per caso e me l’ero portata a vivere con me, era una  schietta, in tutto e per tutto. E’ la stessa che ha formulato la famosa teoria secondo la quale in realtà io mi nutro delle spoglie di depressi e tipi strani, che se no non si spiegherebbe l’attrazione che esercito sui relitti dell’umanità.

Sicché disse: io poi vorrei capire questo che ci ha trovato, in te.

Che lo volevo capire pure io, ma non c’era mica bisogno che lo dicesse così.

E’ colpa di Alfredo, cercai di spiegare.

Poi squillò il telefono, era il servilissimo portiere nero dell’albergo di bianchi, che annunciava: mademoiselle, monsieur Aaron.

Marò, che ossessione.

Aaron, dimmi.

No, no, scendi: sono nella hall. Almeno l’aperitivo.

Vabbuò, facciamo l’aperitivo e leviamoci questo molare, jammo bello.

E durante l’aperitivo Aaron parlava, parlava, parlava. Però parlavo un pochino pure io.

Poi guardò l’orologio e disse: me ne devo andare, fra poco passano quelle a prendermi per la cena.

E io risposi: bravo, vai a cena con quelle là e divertiti, fate buon viaggio e statevi bene.

Ma mentre dicevo questo fatto qua questo Aaron mi prese e mi baciò.

E poi mi ribaciò.

E poi mi riribaciò.

E per finire mi ririribaciò e aggiunse: bellissimissimissimo.

Poi se ne andò.

E questo fu tutto il fatto di Aaron, che aveva gli occhi neri, i capelli mossi, era bellissimissimissimo e viveva affianco alla Fifth Avenue. Per dire.