Storie da un altro mondo

Pensavo ieri che esiste una scrittura che più di ogni altre fa presa e colpisce. L’ho chiamata la scrittura della rabbia.

Ha più corpo rispetto alle altre e sotto intravedi sangue, tendini e muscoli tesi.

Poi ci ho pensato ancora e le ho dato un altro nome: la scrittura della tensione.

Perché forse se scrivi di paura l’effetto è lo stesso.

Ma non ero contenta e ho cercato ancora.

E’ altro.

E’ la qualità di presenza che qualifica e riempie, che si tratti di scrittura, fotografia, parola pronunciata o qualunque altra forma espressiva. Per arrivare all’altro occorre che chi testimonia sia assolutamente presente a se stesso e a ciò che ha intorno, inizialmente compresso come una molla e poi pronto a scattare verso l’alto/altro, a raggiungere i suoi obbiettivi.

Ieri sera ho chiacchierato a lungo con Akram Telawe e sua moglie, che tuttavia di tensione non ne trasmettono nemmeno un briciolo. Non a titolo personale, voglio dire, benché lui contenga in sé l’intera pressione del suo popolo. Insieme a loro abbiamo visto Arna’s Children, poi chiacchierato, riso, mangiato e bevuto. Abbiamo ascoltato la purezza del canto di Giuliana riempire la stanza senza ausilio di amplificazione.

In auto, al ritorno, dicevo al mio amico: queste persone qua ti fanno vergognare di esistere, marcano la differenza tra chi il mondo lo crea e cerca realmente di cambiarlo e chi, come noi, dietro la maschera di un interesse o una passione, in realtà si limita a fruirne, da semplici spettatori. Con la scusa che le cose da realizzare per favorire il cambiamento siano talmente tanto grandi che non possiamo affrontarle. Siamo pieni di alibi, France’. E’ inutile che facciamo i tipi svegli e di sinistra.

Akram diceva di no, che anche noi, nel nostro piccolo, nel nostro riuscire a convogliare gente e ad aggregarla intorno a temi importanti, compiamo già un primo passo verso la consapevolezza e la condivisione.

Io però poi mi guardavo intorno, vedevo sempre le solite stesse belle facce con le quali sono abituata a vivere e restavo della mia idea: che si creino circoli che hanno una certa nobiltà di sentimenti e intenti, ma che poi, in realtà restino confinati a loro stessi, privi di impatto sul reale, ma anche privi di effettiva presa su se stessi, sui loro componenti.

Io ho sempre pensato di me che avrei voluto un’altra vita. Avrei voluto diversi figli ad esempio, avrei voluto qualcuno con cui condividere il peso e il piacere di ospitare nella nostra famiglia bambini provenienti da realtà difficili, bambini scampati alla morte, alla distruzione.

Poi non l’ho fatto.

Mi piacerebbe dire semplicemente che non è successo, ma sarebbe solo una parte della verità. Credo che per farlo accadere avrei dovuto muovere delle leve che nemmeno ho sfiorato. Poi alla fine mi sono rassegnata e mi sono trovata l’alibi che ad essere da soli viene tutto più difficile ed è giocoforza assestarsi su posizioni più comode, più protette. In attesa.

In attesa di.

Dove dopo il di c’è il punto, perché in realtà non ci si può aspettare nulla che non sia volontariamente provocato e prodotto.

Ogni tanto, da qualche parte, qualcosa mi morde. E’ il morso della vigliaccheria, della paura. Quella resta anche se ti dai una vita ovattata, relativamente priva di contaminazioni con le brutture. E’ come se rinunciare alla bruttezza ti privasse anche della pienezza e della facoltà di accedere al bello e al buono.

La vera paura non è tanto nell’aprire quella porta, ma nel sapere che forse potrebbe capitarti di non riuscire nemmeno più a vederla.




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22 Risposte to “Storie da un altro mondo”

  1. HangingRock Says:

    Quello che hai scritto dimostra che i nobili sentimenti e intenti del circolo abbiano avuto effettiva presa almeno su un loro componente.
    I pugni nello stomaco dei sensi di colpa oggi ti fanno piegare su te stessa. Domani sapremo se questo raccoglimento era implosione o molla in procinto di scattare. Da persona che sta all’esterno, e che dello ‘struzzonismo’ ha fatto scienza, se non arte, posso solo dire che è impossibile starti vicino senza provare l’assoluta certezza che dove tu oggi sei, domani non sarai.

  2. utente anonimo Says:

    certe piccole Hang(her)ie.
    appunti di miaulismo unplugged.

    (è stato un rigurgito, chiedo venia)

    lisa

  3. Flounder Says:

    non c’entra il senso di colpa, hang. è piuttosto un senso di inutilità, di superficialità.
    convogliano una serie di riflessioni e discussioni, qui dentro. di oggi e dei giorni passati, con più persone. mi dico che la dimensione puramente estetica dell’arte non è sufficiente, o che la dimensione puramente affettiva di un matrimonio non è sufficiente.
    che dietro ogni scelta e rappresentazione di sé, anche dietro un matrimonio, in realtà bisognerebbe sposare anche una causa, la causa di servizio implicitamente o meno contenuta e portarla avanti, farla crescere. oppure crearla, darsi un obiettivo oltre quello immediato dell’appagamento personale.

  4. broono Says:

    è azzardato dire che l’unico altro obiettivo possibile, oltre all’immediato appagamento personale, può essere solo l’appagamento personale sulla lunga distanza?

    Che in quello e solo in quello si può pensare di trovare una motivazione che resista al tempo e che ogni altro obiettivo, con l’unica eccezione della presenza di un figlio, sia un tentativo di non riconoscere che comunque a quello, consciamente o inconsciamente, tutto viene ricondotto per natura?

    Parlo fondamentalmente per inesperienza, naturalmente, lo riconosco.

    (che brano incantevole)

  5. katiuuuscia Says:

    flo, mi è capitato già di provare quello che hai provato ieri sera. come quel convegno, anni fa, che organizzamo come amnesty, e al quale intervenne un ex pilota di un paese africano, imprigionato e torturato per essersi rifiutato di gettare dal suo aereo attivisti politici senza paracadute, una bella usanza nota anche in sudamerica.
    mi sentii esattamente come la spettatrice che, hai voglia a sbatterti, non cambia le cose, e vigiacca perché quest’uomo pagava un prezzo altissimo per questo suo rifiuto, mentre io ero addirittura incapace di reagire ai tanti soprusi quotidiani. quando lavoravo in quel postaccio, c’era gente che per salire un minuscolo gradino gerarchico, che io chiamavo lo scalino del cesso, era capace di qualsiasi nefandezza, anche di farti andare a lavorare in mezzo ai topi.
    e io mi sentivo piccola piccola di fronte a persone come il pilota, impotente perché, sì, certo, facevo l’attivista, ma tutto restava confinato a quei 4 o 5 che eravamo, facevi volantinaggio e la gente diceva ma che ci frega, che si ammazzassero tra di loro (no comment).
    L’unica cosa che mi dava luce era leggere le lettere di alcuni ex prgionieri d coscienza che ti rignraziavano per ciò che avevi fatto per loro, cosa che non avveniva spesso purtroppo.
    nel corso di un mega corteo in nome di una causa importante, mandai proprio questo sms ai miei amici: “l’epicità di questa giornata di resistenza umana dobbiamo trasferirla nel nostro quotidiano: e qui sta il difficile. ma dobbiamo insistere, resistere, vivere, amare, sognare”
    un po’ zuccheroso se vuoi, ma sai com’è, è più facile fare il rivoluzionario e i proclami grandiosi in piazza, che farsi rispettare dal proprio prossimo (capo, collega, ecc).
    e qui ora mi viene in mente altro che potrei scriverci un post.

    p.s. mi è dispiaciuto non esserci stata ieri sera

  6. HangingRock Says:

    flou, secondo me ci sono persone che si pongono di fronte alla vita come qualcosa che non si ha, che è sempre in un altrove non-ora-non-qui, come qualcosa da rimpiangere o da conquistare giorno dopo giorno, dandosi obiettivi, facendo programmi, portando avanti progetti e illusioni; altri che si pongono di fronte alla vita come un dono che non si desiderava ma che ci si trova tra le mani, di cui non resta che liberarsene, pezzo dopo pezzo, possibilmente non domani, non altrove, ma ora e qui.
    Gli uni sono inquieti, gli altri malinconici. Né gli uni né gli altri sanno essere felici.

    (appunti di esistenzialismo miaulare)

  7. Flounder Says:

    dovrei dire che non credo nell’amore, ma non è esatto. più esatto è che non credo all’amore come fenomeno chiuso in se stesso.
    ho sempre ammirato quelle coppie che riuscivano a portare all’esterno il loro sentimento e a usarlo come leva, come cemento per la costruzione d’altro.
    allo stesso modo in cui detesto quelle persone che sono capaci di prodigarsi per l’umanità “distante”, senza essere capaci di instillare tenerezza e sentimento in quelli che hanno intorno, a stretto contatto. perché in ogni caso è più facile occuparsi di sconosciuti che di chi conosci bene, con cui hai rapporti difficili, cristalliazzati in ruoli che richiedono troppa fatica per essere smantellati.
    ho come l’impresione che molto dell’altruismo e dell’impegno siano in realtà un meccanismo di autogratificazione, di narcisismo, per sfuggire a se stessi.
    mentre scrivevo stamattina pensavo a una coppia di mezza età, inglese, conosciuta tanti anni fa in India. con loro avevo passato un pomeriggio a un caffè e mi raccontavano del loro matrimonio in crisi, di come a Londra conducessero vite separate, con relazioni extraconiugali e tutto, e poi avevano fatto un viaggio in India, e lì si erano appassionati alla causa delle bambine vendute ai templi nepalesi per la prostituzione sacra e si erano talmente impegnati nel creare un progetto di recupero, che alla fine avevano recuperato anche se stessi.
    erano di nuovo insieme, felici, con il senso che la loro unione servisse anche ad altro, come un circolo continuo di dare e avere.
    ecco, avevo questi modelli qui in testa, un appagamento di lungo periodo che ha necessità di inglobare altro e restituirlo al mondo.

  8. riccionascosto Says:

    Non lo so se è la stessa cosa che senti tu, ma io questo senso di inutilità (lo chiamo bluff) lo sento spesso.
    forse è perché nella mia vita sono stata spesso in contatto con quelle persone che – come dici tu – il mondo cercano realmente di cambiarlo, e a trati ho provato a dar loro una mano. Per questo non occorre andare neanche troppo lontano, basta girare in alcuni quartieri delle nostre città. Basta girare gli orfanatrofi, i doposcuola dei patronati, mettere piede in alcune strade.
    Però ti rendi conto che, dopo, bene o male, tu ritorni alla tua vita di tutti i giorni, fino alla prossima volta. E loro restano lì.
    Io mi dico anche che non ho la forza di fare di più, nelle condizioni in cui siamo, ma in fondo è un alibi. Una non scelta.

  9. Nonostantetutto Says:

    off topic dal mio blog chiedo venia:

    Brunè, ma lo sai che anche a me dopo tutto?

    Però non posso fare a meno di notare certe cose perché da un talento come Paolo mi devo attendere il massimo, o no?

    Na’ lacrima lucente.

    Rob.

  10. atvardi Says:

    Io commenterei, ma il mio commento resterebbe confinato in quanto già scritto.
    E allora, come il Craxi, faccio l’autoreferenziale:
    http://labotola.blogspot.com/2006/11/una-brutta-notizia.html

  11. Flounder Says:

    eh sì, è quel fatto là.
    a me poi ogni tanto si sfasa il meccanismo dell’ironia e divento stramaledettamente seria.
    stamattina, per esempio.

  12. utente anonimo Says:

    -09887676657trxcukvl dih 8 009j v[09XKICO [UE0[9UCNV-KU0[v0uoiSISJIO90[09793243

  13. atvardi Says:

    Oddio, Flo.
    Non è che io fossi poi così tanto ironico.

  14. LaStregadiProcida Says:

    il y a des portes qu’une fois poussées on n’arrive plus a fermer…

  15. Flounder Says:

    uèèè, strega di procida, non dire così che mi spavento.
    che sono due notti che mi sogno l’isola, quella là.
    sì, essa, con la corricella e tutto.
    pure gli spaghetti coi frutti di mare al cartoccio.
    senti, cara sorcière di procida, passiamo al sodo: ma tu li sai fare i filtri, gli incantesimi, i controincantesimi e i malocchi?
    e ti pigli pagato assai?
    e quando ricevi?

  16. LaStregadiProcida Says:

    Flounder, per le amiche degli amici io ci sono sempre, potions, filtres magiques e malocchi inclus! 😉

  17. Flounder Says:

    uh, e chi è l’amico in comune, mo’?

    (mi servono due o tre azioni distinte, fammi sape’ che ti serve: pezzi di stoffa, ciocche di capelli, stanghette di occhiali, unghie e quant’altro)

  18. LaStregadiProcida Says:

    Stefanu’!

    Flounder, chi vuoi eliminare?

  19. Flounder Says:

    da eliminare solo una.
    poi qualche lavoretto di bassa manovalanza, cose abbastanza facili 🙂

  20. Zu Says:

    Posare allo stesso modo il proprio sguardo sul mondo può essere un punto di unione e di partenza favoloso, purché non ci si dimentichi il piacere e la voglia di rituffarlo di pupilla in pupilla.

    Talvolta mi è capitato di osservare, non solo riguardo a coppie, ma anche all’interno di ambiti familiari allargati, come le espressioni affettive venissero surrogate da una mediazione che poteva concretizzarsi nella presenza di bimbi piccoli o di animali da compagnia. In altre, terribili, parole: non osano o non sanno (più) toccarsi e abbracciarsi e allora riversano le manifestazioni d’affetto sull’elemento “altro”, operando una triangolazione che vista da fuori suscita un misto di dolore, tenerezza e disappunto.

    Il progetto esterno va bene e fa bene, ma è altro rispetto all’ambito affettivo della coppia e difatti può condursi anche insieme a persone con le quali non si decide di intrecciare la vita (e gli arti, e gli sguardi profondi).

  21. Flounder Says:

    mi pare ovvio, no?
    non sto parlando di surrogare e sostituire, ma di integrare e completare.
    questo e quello.
    non “solo questo” o “solo quello”

  22. ondafrangente Says:

    La sensazione di non fare abbastanza e quasi di vergogna di fronte a persone che vivono situazioni difficili l’ho provata spesso anch’io. Anch’io pensavo di non fare abbastanza. Sapete un cosa? Per me è stato illuminante un prete (e io non sono cattolica) che, chiacchierando, h detto: per fare le grandi cose ci sono i Santi. Che non per niente sono pochi e sono Santi e servono da esempio.
    In effetti, mi sono accorta che nella vita è gia tanto (ed è anche difficile) non fare male. Se già tutti orientassimo la nostra vita al non far male (nelle scelte lavorative, negli acquisti, nelle vacanze, nelle scelte politiche), questo sarebbe un enorme passo avanti.
    A volte abbiamo in mente il far bene, ma dimentichiamo l’importanza dell’avere una condotta “giusta” nel piccolo quotidiano.

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